Vivere, amare (ovvero, cattedrali in crollo)

A volte è difficile rimanere su Facebook, girare per Internet, senza avvertire quasi un senso di nausea. In queste occasioni, soprattutto. Perché un fatto doloroso, penoso come l'incendio di Notre Dame viene interpretato e tirato in mille direzioni diverse, in diecimila percorsi, più o meno opinabili. 

Che uno avrebbe giusto voglia di dire basta! Stiamo ai fatti, per carità.

E' difficile stare alla realtà: appunto, stare ai fatti. Ma è un esercizio necessario. Io credo che i semplici fatti sono questi, che niente su questa terra è eterno. Noi lo sappiamo, certamente lo sappiamo a livello teorico. Ma a volte, nella vita pratica, facciamo finta che non sia vero. 

Così si mostrava, quando la guardavo a dicembre dell'anno scorso

Siamo cioè noi stessi che ci muoviamo come fossimo eterni, che avessimo sempre molto, molto tempo da spendere. Da investire in cose inessenziali, cose transitorie, cose di passaggio. Tempo quasi infinito, per intrattenerci in cose che noi stessi, noi per primi, non reputiamo fondanti, non reputiamo essenziali per la nostra vita. Distrazioni, appunto.

Io avverto invece questo sentimento, quando accadono queste cose. E' come se suonasse una sveglia, si alzasse un richiamo. Un richiamo potente a tornare all'unica cosa degna, a vivere la tua vita. Non si parla di essere (più o meno) buoni, di essere (più o meno) cattivi. Non è questo, non è il vero punto. Il richiamo è a vivere la tua vita fino in fondo, a viverla cercando il significato. Di questo, si tratta, non di meno.

La cattedrale è un simbolo religioso, certamente. Per questo vorrei ricordare la frase di Luigi Giussani, per me una delle più belle in assoluto:
L'unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre intensamente il reale.
Se proprio vogliamo leggerci un messaggio, il messaggio secondo me è questo, il tuo tempo non è eterno. Tutto si muove, vedi, tutto si modifica. In questo tempo non eterno, stai facendo quello per cui sei nato? Stai provando a cercare e realizzare la tua vocazione? 

Che contiene quest'altra domanda, quest'altra fondamentale domanda: ci credi che sei qui per un compito, un compito che nella sua precisa e compiuta definizione, puoi svolgere esattamente te, soltanto te? 

Questo è vivere intensamente, appena questo. Rispondere a questa domanda, dentro di sé, in un senso o nell'altro, attiva delle forze misteriose nell'universo, allinea o disallinea con i campi di forza di quasar lontanissimi. E' qualcosa che ha a che fare con l'armonia dell'universo, il suo significato operativo, il suo tesoro di bellezza pratica ed esistenziale. 

Bellezza di cui ogni bellezza, inclusa la cattedrale di Notre Dame, è grato riverbero.

Il resto sono piccoli passatempi, cose inessenziali. Cose buone per chi, semmai, potrebbe pensare di vivere un tempo indefinito. 

Se proprio vogliamo vedere un segno, in questo incendio, in questo crollo, allora vediamolo come una spinta a vivere la nostra vita, a diventare noi stessi. A rischiarci in quell'opera unica che è la nostra vita. 

Che è un altro modo di dire, imparare ad amare. Noi stessi, e quindi gli altri. 

Il resto, sono chiacchiere che alla fine stancano.
E di discorsi, ne abbiamo abbastanza, come ci dice un anticlericale come Peguy,
Ce ne han dette tante, o Regina degli apostoli, 
Abbiamo perso il gusto per i discorsi 
Non abbiamo più altari se non i vostri
Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice.
Preghiamo dunque che ci venga donato, ogni giorno, il coraggio di vivere, di amare.

Di vivere davvero. 
Di amare, davvero.

Di cosa altro dovremmo mai occuparci?

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