martedì 11 giugno 2019

Guarire, in una storia di parole

Credo che il miglior modo di iniziare a ragionare di poesia e guarigione, il modo più diretto e veloce per entrare subito nel vivo, sia riferirsi a quanto scrive il poeta e filosofo Marco Guzzi nell’introduzione al mio volume di poesie, il cui titolo è appunto, Imparare a guarire
[Ciò] esprime un desiderio che accomuna tutti gli uomini di tutti i tempi, e che oggi si fa ancora più pressante, urgente, indilazionabile, in quanto lo stato di malattia, e di malessere universale, sembra aver raggiunto un livello terminale, una soglia di insostenibilità, che mette a repentaglio la stessa sopravvivenza della specie umana sul pianeta terra.
Sono parole nette, con le quali qui ci vogliamo confrontare. Riconoscere infatti di essere accomunati da un disagio così forte, segno di questo passaggio di epoca che molti filosofi rintracciano come cifra significativa nel decodificare le complessità e contraddittorietà del tempo attuale, è il primo passo necessario. Ci motiva con decisione a ricercare, finalmente, non più strategie spicciole di sopravvivenza, ma a puntare su un sogno più grande. Riprendere coraggio e, armati solo di un pugno di versi, andare alla scoperta di strade che possano aiutarci, tramite le quali sia possibile, con tutta la gradualità che ogni vero processo trasformativo richiede, imparare a guarire. 


Qui subito si instaura, già si instaura, il suggestivo parallelo tra poesia e guarigione. E’ un fatto, la poesia si connette a doppio filo con il tema della guarigione, se non altro - vorrei dire - carnalmente, cioè per la natura stessa del poeta, della sua persona. 

martedì 21 maggio 2019

La mia Europa (lavorare il sogno)

Sono tempi strani, e questi tempi elettorali, forse esaltano e fanno brillare quel senso di disagio, che è caratteristica anche della politica di questi ultimi tempi. 

Fateci caso, quasi nessuno dei nostri politici si cura di spiegare che specifica formazione europea sostengano, e tanto meno di dettagliare le ragioni di una scelta, delinearne i motivi, il quadro ideale di riferimento. 

Non si ascoltano (quasi) da nessuna parte, dettagliate analisi sulla composizione del Parlamento Europeo, sul perché afferire ad una formazione oppure all'altra. Niente affatto, si sceglie sovente di far leva sui soliti temi di politica italiana, purtroppo ridotti a slogan e dunque svuotati drammaticamente di quella profondità di pensiero che sarebbe necessaria per affrontarli davvero. 



Quando poi non arrivino, e parliamo di ministri, ad entrare a gamba tesa nel terreno del sacro (da percorrere, come si capisce, con grande cautela in queste circostanze, essendo il terreno del vero senso, della profondità inaudita e irriducibile delle cose) nel tentativo un po' maldestro di rafforzare la presa emotiva (a questo punto) di una certa posizione - che invece andrebbe argomentata su basi laiche e razionali, non ricorrendo al sacro se non per quello che ha a che vedere con il cuore, con la poesia e il dramma della vita e della morte. E e non certo con i calcoli elettorali.

domenica 19 maggio 2019

L'infinito, presente

Da una riflessione su L’Infinito, di Giacomo Leopardi

L’Infinito è una dimensione dell’anima, dimensione ignorata e spesso invisibile, ma assolutamente presente nelle nostre vite; è quella coscienza globale che dà senso all’esistenza e la risolve.

Esiste un marchio d’infinito dentro ognuno di noi e aderire all’infinito che ci abita dentro è l’esigenza di ogni essere umano. L’uomo vive nelle pseudo sicurezze del mondo finito, si perde nella materia, la vuole dominare, è prigioniero nel mondo delle cose; come diceva Pascal, è posto tra i due abissi dell’infinito e del nulla, fra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo.       



                                                                                                                              
Duplice, quindi, è la natura umana, ma il centro pulsante della sua interiorità è proprio il bisogno di infinito che, riconosciuto e ascoltato, spinge l’essere umano ad andare oltre l’io di materia fino ad entrare nella coscienza del Tutto. E’ l’esperienza interiore quella che conta, in quel punto profondo nulla divide l’uomo dall’Infinito e dall’Eterno.

Leopardi, pastore errante, si interroga sull’esistenza umana e ci dà un’umile lezione di coraggio e di forza. La sua poesia è una vera e propria ricerca di consapevolezza e affonda le sue radici nel dolore; rifiutando e  allontanando ogni tipo di consolazione, ci insegna la dignitosa accettazione del destino umano.  Leopardi cerca la verità, lotta eroicamente per superare l’inquietudine e la sofferenza e porta la lotta dalla biblioteca paterna al mondo. Riconosce solo l’uomo, che rimane il suo punto fermo; è un uomo solo e sofferente, ma non sconfitto, l’accettazione della sua disperata condizione lo rende, anzi, più forte e consapevole.

domenica 5 maggio 2019

Roma, somiglia anche a me

Roma mi somiglia Roma mi somiglia by Serena Maffia
My rating: 4 of 5 stars

Mi è piaciuto. La poesia della Maffia è sanguigna, pulsionale, apparentemente delicata con degli affondi inattesi, luminosi, completamente carnali. Roma è diffusa in tutta questa raccolta poetica, che gioca con i mille ritmi del cuore, e l'innamoramento è sempre del corpo e della città, di un corpo e una citta, definita, determinata, storica e luminosa. Non c'è separazione tra privato e sociale, tra spazi intimi e angoli e piazze cittadine, c'è appena un comune sentire, un soffio di sottile gioia che comprende e non separa, mette insieme e lascia fiorire. Poesia leggera, che non pretende e non spaventa, e per questo, poesia (di nuovo) possibile compagna di vita.

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Ecco, ogni tanto ci penso. Lasciare traccia di quanto si legge, anche questo è un compito. Qualcosa che aiuta a fare un cammino, ad uscire dalla distrazione, dalla omologazione. Che è la stessa cosa. Il cammino che abbiamo davanti è di esprimere la nostra personalità, di macchiare il mondo di noi stessi, dei nostri personalissimi umori, odori. Siamo unici, e ogni tragitto di letture - anche - ci rimette davanti alla nostra unicità.  Come reagiamo a quanto troviamo scritto, come interagiamo con le parole pensate, dette, scritte da altri? 

E la poesia, specialmente la poesia, non è alla fine una semplice faccenda di interazione, di intersezione, tra chi scrive e chi legge? Ogni libro di poesia che trovo, che apro, non è per me la possibilità di arricchire la parola scritta, facendola vibrare dei miei stessi personali autostati, impregnandola di vita, della mia vita? La poesia grande, quella vera, assorbe la vita degli altri, è aperta ad ogni vita, la fa risuonare e la esalta. La mia vita passa dentro i versi di qualcun'altra, do qualcun'altro, e mi ritorna più colorata. 

Come Roma. Lei, lei davvero si fa teatro attivo delle emozioni di chi la percorre; le assorbe, le custodisce, le impreziosisce delicatamente e le ritorna più dense, arricchite di una qualità speciale. Personale, soprattutto. Roma non ha tempo da sprecare (e nemmeno tu, nemmeno io), per rimanere anonima, spersonalizzata, disincarnata o astratta. No, per niente. Invedce, Roma avvia un dialogo speciale ed unico con ognuno. Così che lo posso dire, alla fine. O già all'inizio, già al primo scorcio di infinito domestico. Roma mi somiglia, infatti. 

Somiglia anche a me. 

domenica 21 aprile 2019

Senza condizioni?

Andiamo subito subito al dunque, senza girarci intorno. 
“Lui mi ama / senza condizioni.”
Leggo questa frase in una poesia di Marco Guzzi, riproposta proprio in occasione di questa Settimana Santa, e mi rimane addosso. Ci rimango addosso. 
Il significato che trasporta è dirompente, scardina ogni logica a cui il mio sistema di pensiero si è abituato. Questa frase presa sul serio, forse solo questa (o qualche frase che comunque esprima lo stesso equivalente concetto), può bucare la retorica dei discorsi d'occasione, solo il rilancio di questo perpetuo scandalo di ogni porzione benpensante in noi, questa ingiustizia bellissima. Questo svincolo soave dall'ansia di prestazione, dalle logiche di marcato, dal dare per avere. Avere gratis, furfanti come siamo. Questo è veramente qualcosa che interessa, che ancora desta curiosità.

Nella radicale delicatezza di una promessa di amore, si salvano le sfumature...
Avverte Don Giussani, nella frase che è stata posta nel volantone di Pasqua di quest'anno, che io resto quel povero cristo che sono, ma con Cristo sono certo, ricco.
Se ascolto il mio cuore, sento che è il suo desiderio più grande, più bello e più grande: essere amato senza condizioni. Le cinque parole più belle del mondo. Fatemi una frase più bella di così. Se ci riuscite. Io non riesco. Riprendo la poesia di Marco, perché mi fa respirare, e mi allargo, espando e riprendo le parole antecedenti, anteriori di quella bellissima frase...
“… posso amarlo senza paura,
abbandonarmi a Lui, alla Vita,
con tutto il cuore colmo di speranza,
perché Lui mi ama
senza condizioni.”
Questo è estremamente liberante, a pensarci già zampilla un inizio di gioia, già zampilla una nascosta Pasqua, può zampillare perfino tra le pieghe dolorose di un Venerdì Santo, dei tanti venerdì santi della mia inadeguatezza congenita ( e santa, in qualche modo, perché amata). Già c’è, lo sento. Perbacco! Essere amati senza condizioni è la buona novella, la più buona novella immaginabile. L’unica buona novella che ancora possa sorprenderci, l’unica buona novella in assoluto. L’unica novità perpetuamente più moderna del nostro sentirci moderni.
Ormai non abbiamo voglia di sentirci dire null'altro. Meno che mai ammonimenti morali. Ma per carità! 
Non abbiamo che voglia di persone (qualsiasi cosa credano) che ci ricordano  - prima ancora che con le parole, con il volto - la scommessa più alta in gioco, qui ed ora: la scommessa di un amore eterno e invincibile, inarrestabile ed immutabile.

Questo mette in salvo la mia vita, se ci credo, ammorbidisce le asperità, quando ci credo, e mi apre sempre, quando mi affido, un riposo di mille sfumature tutte da esplorare, da guardare, da accogliere. 
Come dice Santa Teresina,  tanto amata da Don Giacomo,
Che importa, mio Gesù, se cado ogni istante, in questo modo vedo la mia fragilità ed è per me un grande guadagno… Voi, in questo modo, vedete ciò che posso fare e sarete così più tentato di prendermi in braccio.
Essere presi in braccio. Essere amati, sempre e comunque. 
Custodisco questo pensiero, provo a giocarci un attimo, a nutrirmene.
No no attento, una parte di me dice no, c’è il trucco, si pretenderà pur qualcosa.
Devo essere all’altezza, devo cambiare.
E’ dura questa parte, è incattivita e rabbiosa. Va bene, la lascio essere, non devo essere cattivo con lei, chissà cosa ha sofferto. Che poi lo so, cosa ha sofferto, cosa ho sofferto. Decenni di separazione, di angoscia, di richiesta disperata d’amore, in me. Il vuoto addosso, e un grido d’amore, perfavore amami, ti prego, perfavore salvami.
Decenni, in me. Millenni, dietro di me, ancora dentro di me.
Va bene, ci lavoriamo. Dovrò amare anche il mio bisogno d’amore.
O piuttosto, lo dovrà amare Lui, io non posso. Non riesco, non capisco.
Capisco che Lui può, è la prova gustosa dell’Onnipotenza.
Che bello che Lui possa, amare ciò che io non riesco. Dà gusto.
Così io intanto riposo, avendo affidato a Lui il compito di amarmi.

Certo. C'è tutto un lavoro che dovrò fare,  che devo fare, di emersione dalla paura, di guarigione. Per capire, per lasciarmi insegnare, per lasciarmi guidare dai maestri, per ambientarmi, mettere casa nell'idea che niente, che non c'è da aver paura, non c'è troppo da aver paura. Ma capirlo con delicatezza, con limpida precisione. Già e non ancora, esattamente.

Riprendo il pensiero, lo guardo, come un dono.
Davvero, senza condizioni? Ma come può esserci qualcosa più bello, più bello di così? Quel senza condizioni allora è un proiettile, è un moto di rivoluzione (personale e sociale), è una alleanza mistica di parole, è un soffio, un’idea pazza, santamente pazza, che sgretola millenni di sensi di colpa e inadeguatezza. Ogni volta, ogni giorno, li sgretola di nuovo.
Se lui mi ama senza condizioni, quando io lo sento,
io sono il furfante, il brigante più leggero di tutti:
il più contento.
Auguri.
(Questo testo è la rielaborazione di un commento su un post del blog Darsi Pace)

martedì 16 aprile 2019

Vivere, amare (ovvero, cattedrali in crollo)

A volte è difficile rimanere su Facebook, girare per Internet, senza avvertire quasi un senso di nausea. In queste occasioni, soprattutto. Perché un fatto doloroso, penoso come l'incendio di Notre Dame viene interpretato e tirato in mille direzioni diverse, in diecimila percorsi, più o meno opinabili. 

Che uno avrebbe giusto voglia di dire basta! Stiamo ai fatti, per carità.

E' difficile stare alla realtà: appunto, stare ai fatti. Ma è un esercizio necessario. Io credo che i semplici fatti sono questi, che niente su questa terra è eterno. Noi lo sappiamo, certamente lo sappiamo a livello teorico. Ma a volte, nella vita pratica, facciamo finta che non sia vero. 

Così si mostrava, quando la guardavo a dicembre dell'anno scorso

Siamo cioè noi stessi che ci muoviamo come fossimo eterni, che avessimo sempre molto, molto tempo da spendere. Da investire in cose inessenziali, cose transitorie, cose di passaggio. Tempo quasi infinito, per intrattenerci in cose che noi stessi, noi per primi, non reputiamo fondanti, non reputiamo essenziali per la nostra vita. Distrazioni, appunto.

Io avverto invece questo sentimento, quando accadono queste cose. E' come se suonasse una sveglia, si alzasse un richiamo. Un richiamo potente a tornare all'unica cosa degna, a vivere la tua vita. Non si parla di essere (più o meno) buoni, di essere (più o meno) cattivi. Non è questo, non è il vero punto. Il richiamo è a vivere la tua vita fino in fondo, a viverla cercando il significato. Di questo, si tratta, non di meno.

La cattedrale è un simbolo religioso, certamente. Per questo vorrei ricordare la frase di Luigi Giussani, per me una delle più belle in assoluto:
L'unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre intensamente il reale.
Se proprio vogliamo leggerci un messaggio, il messaggio secondo me è questo, il tuo tempo non è eterno. Tutto si muove, vedi, tutto si modifica. In questo tempo non eterno, stai facendo quello per cui sei nato? Stai provando a cercare e realizzare la tua vocazione? 

Che contiene quest'altra domanda, quest'altra fondamentale domanda: ci credi che sei qui per un compito, un compito che nella sua precisa e compiuta definizione, puoi svolgere esattamente te, soltanto te? 

Questo è vivere intensamente, appena questo. Rispondere a questa domanda, dentro di sé, in un senso o nell'altro, attiva delle forze misteriose nell'universo, allinea o disallinea con i campi di forza di quasar lontanissimi. E' qualcosa che ha a che fare con l'armonia dell'universo, il suo significato operativo, il suo tesoro di bellezza pratica ed esistenziale. 

Bellezza di cui ogni bellezza, inclusa la cattedrale di Notre Dame, è grato riverbero.

Il resto sono piccoli passatempi, cose inessenziali. Cose buone per chi, semmai, potrebbe pensare di vivere un tempo indefinito. 

Se proprio vogliamo vedere un segno, in questo incendio, in questo crollo, allora vediamolo come una spinta a vivere la nostra vita, a diventare noi stessi. A rischiarci in quell'opera unica che è la nostra vita. 

Che è un altro modo di dire, imparare ad amare. Noi stessi, e quindi gli altri. 

Il resto, sono chiacchiere che alla fine stancano.
E di discorsi, ne abbiamo abbastanza, come ci dice un anticlericale come Peguy,
Ce ne han dette tante, o Regina degli apostoli, 
Abbiamo perso il gusto per i discorsi 
Non abbiamo più altari se non i vostri
Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice.
Preghiamo dunque che ci venga donato, ogni giorno, il coraggio di vivere, di amare.

Di vivere davvero. 
Di amare, davvero.

Di cosa altro dovremmo mai occuparci?

domenica 7 aprile 2019

Sapere tutto, di qualcuno?

Canta nessuno sa mai tutto, di qualcuno. Ed è una verità che mi colpisce e mi ritorna in circolo, mi rientra nella testa, più volte. Una di quelle verità che sembrano così scontate che invece a volte te le perdi, corri il rischio di perderle, di non digerirle davvero.  

Comunque, io lo sapevo che prima o poi doveva accadere. 

Ligabue ha voluto mettere la prima canzone del suo album come omaggio a questo blog, chiamandola appunto Polvere di stelle (insomma, quello StarDust che è la denominazione propria di questo ambiente).  Veramente carino, da parte sua. Chissà se lo sa, che ho colto il suo celato omaggio. Se almeno questo, di me, lo sa.

A parte gli scherzi, qui c'è qualcosa.

Lei, la copertina...
C'è qualcosa in questo album Start, che non permette che lo si metta via con troppa facilità. C'è qualcosa nella musica e nelle parole, che mi fa pensare, che mostra un punto di valore. Che mi ci fa tornare.

Anche, che mi fa rivedere alcuni giudizi forse frettolosi, forse impazienti, forse involontariamente saccenti, che avevo formulato e per i quali mi tenevo abbastanza lontano da Luciano Ligabue. Non ne sapevo forse abbastanza, tutto qui. Che poi, appunto, nessuno sa mai tutto di qualcuno. Ma anche, direi, o meglio potrebbe dire lui (come infatti davvero dice, anzi come davvero canta, sempre nella stessa canzone) hai mai conosciuto qualche d'uno che ti conosca? 

E bravo. C'è infatti questa zona, questa zona grigia, che è tra me e te, tra me e chiunque, che è la frantumazione, la sconfessione del mito della conoscenza completa l'uno dell'altro (dell'altra). Che poi a pensarci bene, è anche lì dove naufraga il mito persistente e luminescente, che ci sia una persona che mi può salvare. Incidentalmente, questo ammette l'unica scappatoia di una persona con la maiuscola, ovvero una Persona: allora è chiaro - crediamoci oppure no - comunque è chiaro che si riapre la discussione. Oppure, che i rapporti con le persone siano fondati e resi fragranti e colorati e profumati (d'accordo, quando accade) dal rapporto, dal tentativo di rapporto, dall'implorazione di rapporto, di conforto, con una Persona. Sempre con la maiuscola.

Così una canzone appena, mi riporta a tutto questo, con un realismo che avverto sano, semplice e coinvolgente. Mi riporta al fatto inequivocabile che nessuno può conoscermi completamente, e che il mio tenacissimo sogno in questo senso appena questo, un sogno magico. E forse un sogno comodo, artefatto. Che mi evita la fatica, che mi vorrebbe far bypassare ogni lavoro su di me, che ultimamente mi riporta bambino, nella ricerca di una figura materna che possa soddisfare e addirittura prevenire ogni mia necessità, ogni mio desiderio.

Bellissimo, sarebbe bellissimo, certo. Però penso, così rientrerei in caduta libera in me stesso, totalmente irrimediabilmente in me stesso. Così non mi muoverei, non andrei verso l'esterno, non proverei a fare, a costruire, a rischiarmi in niente. Per dire, non starei scrivendo, adesso. Nessuno scrive, da dentro la pancia della sua mamma. Del resto, a parte l'oggettiva difficoltà dell'impresa: non ne vedrebbe la necessità.

Che poi, il rapporto con le persone, per quanto non compia in sé, è fondamentale, ugualmente.
Ho bisogno di te
Che hai bisogno di me
Per cambiare il tuo mondo
Hai bisogno di me
Che ho bisogno di te
Per cambiare il mio mondo
Il mondo (mio, tuo) non lo cambio da solo. Ho bisogno di te. Devo uscire dal mio mondo, per venirti a cercare, per cambiare il mio mondo, e il tuo. In altri termini: la completezza a cui anelo, non la trovo organizzando le mie cose, ragionando chiuso sulle mie cose. C'è una incompletezza originaria, che mi spinge verso fuori. Non posso rimanere chiuso, devo aprire i confini, aprire i miei porti, rischiarmi nella relazione. Non è bene che l'uomo sia solo, dice Genesi 2,18.

Va beh, che poi fin qui si sarebbe parlato appena delle prima canzone di questo Start. Che probabilmente non è neanche la più bella canzone dell'album. Album, va detto, che mostra (davvero) una certa finezza psicologica in Quello che mi fa la guerra. Che ha delle gemme delicate e intime come Vita morte e miracoli, che ha… Beh non è escluso che non se ne riparli, anche qui.

Non adesso, che sono già andato un po' lungo. Forse, nel tempo davanti, però.

lunedì 4 marzo 2019

Confine

Ecco una parola che è tempo di aggiungere al mio personale vocabolario, questo progetto in lenta progressiva formazione. Confine. Il confine è interpretabile in una varietà infinita di modi, in tantissime situazioni. La prima cosa che mi viene in mente, è che il confine ha una fondamentale funzione positiva, di identificazione. Separando me stesso dal resto del mondo, io inizio a esistere, io esisto in quando entità separata dal resto del mondo, in prima istanza. Devo però comprendere questa separazione, devo ragionarci bene affinché non mi porti fuori strada, non mi faccia impantanare nella angosciosa illusione dell'autonomia, per citare una frase significativa di Don Giussani. 


In realtà è in una certa polarità dinamica del confine si gioca tutta la partita. Perché un confine ci vuole, è una buona cosa, e questo va detto. Vi immaginate una cellula senza membrana cellulare per esempio? Come farebbe semplicemente ad esistere? Dunque una separazione, che è in realtà una convocazione, una chiamata all'esistenza. Esisto in un luogo specifico, un luogo definito. Esisto perché non sono tutto il resto, sono qui. E il rischio sarebbe quello di rimanere a questo esisto, come fosse qualcosa di compiuto, di definitivo, di acclarato.

Non è così. Ed eccola la polarità dinamica, affascinantissima, di questa parola. Il confine è felicemente contraddittorio, perché esiste, in qualche misura, proprio per essere violato. Le barriere esistono per essere superate. Infrante. Io esisto perché mi impegno coscientemente in una violazione perpetua dei confini, in una continua disgragazione del sovranismo latente che un certo pensiero in bassa frequenza mi vorrebbe far adottare, come difesa preventiva, come atto implicito di calcolata ostilità verso il mondo. Invece, coltivare la fiducia è aprire i confini, forzarli, allargarli, vedere cosa accade nel passaggio (tentativamente regolato, certo) di merci e persone, anche e soprattutto attraverso i miei confini. 

Del resto, se rimango nei miei confini, se chiudo i porti all'arrivo del nuovo, dell'inatteso, all'inizio mi sento al sicuro. Di primo acchito, al primo impatto, mi può anche sembrare una gran buona idea, una ottima idea. Però alla fine mi stufo, mi annoio. Mi deprimo. Il sovranismo eccessivo di me stesso mi porta alla depressione. Capisco che sto remando contro il flusso dell'universo, così facendo. Sottraendomi da questa dinamica di scambio, mi sto impoverendo. Sono nato per contaminarmi, per ibridarmi, per rischiarmi nel confronto dialogico. Io esisto e acquisto sapore, consistenza, in quanto decido volontariamente per l'apertura dei mie porti, verso l'esterno.

Non è automatico, deve essere una mia decisione, riesaminata e rilanciata ogni istante. Devo inserirlo come punto centrale del mio personale contratto di governo (di me stesso). Niente in tutto questo è automatico: è questo il bello.

In me stesso ci sono infinite sollecitazioni a varcare i miei confini. Ce l'ho incorporate, in pratica. E' fin troppo ovvio pensare all'ambito affettivo, ma vale la pena vederlo in questa luce. Sì, perché il rapporto d'amore è una violazione consensuale di confini, in fondo. Confini emotivi e confini fisici, anche. Nel rapporto sessuale, i confini stessi dei corpi vengono rinegoziati, rimodulati, almeno per un certo lasso di tempo. Lo dice benissimo il secondo capitolo di Genesi, e non si può dire con miglior poetica precisione, i due saranno una carne sola. Ovvero, qui i confini non sono nemmeno più negoziati, sono proprio aboliti, in un atto totale di fiducia, di abbandono. Rinuncio deliberatamente a mantenere un preciso controllo su come e quanto sono invaso, come o quanto invado: evado la logica sempre un po' mercantile dello scambio, e mi abbandono. C'è un inizio di indicazione preziosa, anche: salendo in frequenza, progredendo nell'intensità del vivere, i confini si sfaldano, si stemperano. Svaniscono, idealmente. La gioia è vera quando è sconfinata, appunto.

In effetti, l'intero rapporto tra uomo e donna, che è frequentazione, assistenza mutua e convivenza, è affascinante anche solo a pensarlo, perché è una rinegoziazione quotidiana di confini, dei confini di due persone che accettano questa curiosa infrazione costante che a volte costa fatica, ma che viene accolta con la percezione luminosa di un mutuo vantaggio.

E' una questione di sguardo, anche. Come guardo a me stesso e al resto. Si capisce: se mi percepisco unito al resto, alla fine tutto è mio, è parzialmente mio. Leggo come secondo alcuni studiosi il significato etimologico di Europa è ampio sguardo. Non so se è vero, ma è bellissimo. L'ampio sguardo mi rende disponibile verso un intreccio con entità diverse da me, in un interscambio delicato, difficile ma bello come un bacio. Il piccolo sguardo, al contrario, mi fa ricadere nel sovranismo spiccolo dove i veri governanti al potere sono i miei piccoli interessi, interessi poco interessanti alla fine. Anche se difficili da mettere in discussione, perché piuttosto refrattari al dibattito interno.

Lo sappiamo bene: è un combattimento, tenere le frontiere aperte. Perché la percezione del bene non è immediata, non è banale. La frontiera può essere varcata anche con cattive intenzioni. Aprendo la mia frontiera posso anche venire ferito, violato, umiliato, distrutto. Percepire che è un valore il rischio consapevole e accorto dell'apertura della frontiera, è materia di un mio personale lavoro.  Dire che l'altro è un bene per me implica - almeno come anelito - una volontà di riscatto dagli egoismi e dai particolarismi che tanto spesso mi incastrano. Ed è un lavoro anche questo (ma un bel lavoro).

Nessun sogno bellissimo ha dei confini, se ci fate caso.

Quindi il confine è una membrana che esiste per essere instancabilmente lacerata, come una ferita continuamente riaperta.

Quella ferita aperta, che ci mantiene vivi.




lunedì 25 febbraio 2019

Ti racconto il mio Sanremo


 … solo un caso: la trasferta è iniziata il 17 gennaio, festa si Sant’ Antonio abate, monaco eremita…
Non sarà un caso se gli accadimenti e i percorsi che ho intrapreso in varie modalità in questi ultimi tempi (il bellissimo Darsi Pace, il lavoro sul cuore con Giulia, l’incontro con suor Sveva eremita, il passaggio alla Pieve di Romena, insieme al richiamo di don Carron e di Papa Francescomi stanno avvicinando a un desiderio di silenzio e di svuotamento. La percezione oggi è quella di camminare su sentieri tortuosi con deviazioni, scale, discese e salite ma che conducono sulll ‘unica strada:  LA STRADA .

cielo mare  a Sanremo 
Sanremo è stata una bella esperienza. Il mio compito era che il lavoro per il programma che seguivo  che non era il festival, venisse seguito e realizzato con meno problemi possibili e nei tempi stabiliti. Non dovevo fare altro che essere accanto al mio collega che più giovane e più bravo di me ha svolto la parte creativa e che si trovava in prima linea a dover relazionarsi e mostrarsi ai committenti. Io ho potuto rimanere un passo indietro, essere “al servizio “, allenandomi nel metter a tacere un certo EGO che spesso fa capolino.
Il tempo di trasferta è un tempo particolare, ma anche privilegiato. Si è lontani dalla normalità della vita, e dagli amici, e dagli affetti quotidiani. Tutto viene sostituito dalla convivenza tra colleghi. Il tempo e l’impegno ruotano intorno al Festival di Sanremo e a tutti gli eventi collegati ad esso.
Ho desiderato da subito che il mio tempo non fosse inutile, disimpegnato o distratto nel turbinio di cene e pranzi a  tema fisso con pochissime eccezioni: lavoro, lavoro, lavoro farcito da pettegolezzi e le solite problematiche aziendali, tutto con un ritmo monotono fino ad arrivare alla nausea.
STARE con le persone anche dentro quella nausea è stata una sfida supportata anche dal pensiero che “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori (devastati) di altri uomini. (…) tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.  E.Hillesum
Così non ci sono più spazi o circostanze inutili. Con la preoccupazione di salvare quell’angolo di cuore, ma senza per questo sentirmi “migliore “degli altri, ho partecipato pienamente alla baraonda di queste giornate.
Ma come si fa a conciliare il bisogno di ESSENZIALE che sento come desiderio di pienezza, con il chiacchiericcio, la distrazione e il gigantesco superfluo di parole e cose di cui si viene bombardati senza tregua?
Bisogna nutrirsi!  Così il silenzio, la meditazione imparata con Darsi Pace, la bellezza del mare e del cielo, le biciclettate e miei pranzi solitari davanti al mare, il passaggio quotidiano nella Chiesa dei frati francescani, sono stati il nutrimento per non annegare nel nulla delle troppe cose …
Pur stando con le persone ho vissuto in una solitudine, e, come spesso  ormai mi succede, sentendomi un po’ “strana”. Queste giornate sono state un’attesa continua nel desiderio d’incontrare un’anima …
Regali ne ho avuti tanti: la breve colazione con Paola, in cui scopriamo il comune desiderio di stare “interi e centrati” e non far diventare una parentesi di vita questi giorni, poi la fresca ‘amicizia con i nostri” vicini di casa,  i frati, poi la  conoscenza e l ‘invito a cena di due bellissime famiglie di Sanremo in cui ho respirato la semplicità, l’ accoglienza e la pace dentro l ‘eccezionalità di una vita “normale “ma non facile.
Tra le cose che ascoltavo e mi nutrivano durante le mie biciclettate c è stata anche un’intervista di Simone Cristicchi che riprendeva la parola” essenziale” raccontando di due ragazze del terremoto dell ‘Aquila che hanno capito che per loro l essenziale era possedere solo 2 magliette, poi della felicità sorprendente incontrata nel volto di una monaca di clausura, e del significato della sua canzone….
E’ con questo cuore gonfio di attesa che quando  ascolto la canzone di  Simone Cristicchi  mi commuovo. Ho la fortuna di poterlo incontrare “dal vivo”, devo attendere che si concluda l ‘inseguimento dei cacciatori di selfie. Supero  mio timore di essere presa come una molestatrice perché io DEVO  parlargli.!  Dopo breve inseguimento lo blocco.
Il mio GRAZIE è venuto fuori come strabordante  e da un bicchiere troppo pieno. Era il riconoscimento di un cuore. Ci siamo  detti delle cose  e riconosciuti in  questa esigenza di  tempi di  silenzio davanti alla bellezza  regalata dal mare.
Era quel ‘anima che attendevo. Così inaspettata!  Improvvisamente ho sentito che il senso del mio essere a Sanremo era lì: un risveglio del cuore , una riprova di essere sulla stessa STRADA. 
Il giorno dopo lui torna nello studio per la trasmissione-talk pomeridiana. Ascolto l’intervista. Uno spazio di verità in cui  Cristicchi racconta come coraggiosamente ha presentato quella canzone, poi accenna alle nostre maschere, agli schiaffi e alle carezze della vita.  Dentro tanto parlottìo televisivo noiosissimo che  seguirà subito dopo con “gli esperti “, le poche parole ascoltate splendono come luce e vanno dritte come una lancia a colpire il cuore della gente. Il pubblico  infatti  applaude spontaneamente con forza.
Si, Simone Cristicchi  solo per questo ha già vinto! Tutto il resto e cosa ne seguirà non ha importanza .
Penso in quel momento al potere del microfono di cui aveva parlato lui stesso . Se la TV produce spazzatura, si mangerà spazzatura, ma se qualcuno risveglia il cuore, la gente se ne accorge, si muove, gioisce e si accende una speranza.
(a me  torna   in mente quando ho iniziato a lavorare in TV, quanto ero idealista  immaginando la possibilità di cambiare un pezzo di mondo.  Risvegliare le menti assopite, risvegliare le coscienze addormentate, aprire il cuore alla creatività e alla bellezza, educare alla solidarietà, credendo che questo fosse la mission del servizio pubblico…) 
 Nel breve colloquio avevo raccontato a Cristicchi che ero stata a Romena e avevo conosciuto don Luigi Verdi. Lui mi dice che, guarda caso, proprio la sera verrà  a trovarlo e m’ invita a passare a passare a salutarlo.
Un altro regalo è stato l’incontro inaspettato con Don luigi Verdi con cui trascorro del tempo prezioso  Parliamo di Dio, del silenzio, della fraternità di Romena, del dolore, della pace, dell ‘armonia, della ricerca, del bisogno di sintesi.
Questo è stato un ulteriore carezza o di Dio, un regalo più grande di ciò che potevo solo immaginare.
Così sazia di tutto ciò che avevo già avuto, non attendo il rientro di Cristicchi dal festival per festeggiare insieme. Il mio senso del dovere mi ha fatto rientrare al mio  lavoro.
Ma anche questo faceva un po’ parte del piano di Dio. Si vorrebbe rimanere lì, stare con chi riconosci come vero, come compagnia, ma non sempre è possibile.
Non possiamo metter le tende, dobbiamo tornare e stare nel mondo, mantenendo quella gioia riassaporata re incontrata per quel poco tempo di verità.
Così me ne torno tra la mia gente, con una letizia rinnovata e visibile. E’ come quando ci si innamora, improvvisamente tutto diventa bello!
Quella sottile tristezza e stanchezza che portavo con me in quelle giornate era scomparse ma ne ho visto  il senso ricordando certe parole di Giussani :
Le due grazie che il Signore dona sono: la tristezza e la stanchezza.
La tristezza perché mi obbliga alla memoria
E la stanchezza mi obbliga alle ragioni del perché faccio le cose.


Ho voluto scrivere per non dimenticarmi delle cose 
belle e inaspettate che accadono.


domenica 10 febbraio 2019

Sì, ho visto Sanremo

Sì, forse è il caso di fare outing fin dal titolo. Dunque per quanto possa sembrare strano, lo ammetto. Lo ripeto, scanso equivoci: ho visto Sanremo. 

Insomma. Non l'ho visto tutto. Ho visto dei pezzetti, o un po' di più. Beh l'ultima serata l'ho vista per buona parte, quello sì. E devo anche dire che mi è piaciuto. O meglio, ho apprezzato molto il fatto semplice che lo stavo guardando. 

Il che non è la stessa cosa, in effetti. 

Perché per capire la differenza, bisogna andare alla radice della faccenda. Sanremo non è appena una trasmissione, è un evento televisivo. Ormai una dei pochissimi. E' una delle pochissime occasioni in cui ci si ritrova in grandissima parte (qui, in Italia) impegnati in una stessa cosa. Ci si ritrova insieme ad assistere allo stesso evento. Il quale poi sarà anche fatuo, inconsistente, sfilacciato, pilotato (come spesso si dice), d'accordo. Ma il fatto è che la portata di quello che accade travalica ampiamente l'evento stesso. Il merito di Sanremo è aver richiamato così tante persone intorno ad un solo evento: sempre più difficile ora che l'offerta televisiva e mediatica è così ampia, che è pienamente normale essere dispersi in una miriade di sentieri distanti.

Che poi, alla fine erano anche simpatici... 
Quando un evento riunisce tante persone, accade qualcosa. Come i mondiali di calcio: anche se non ti piace questo sport, alla fine i mondiali li guardi, perché avverti questa vibrazione sottile, quest'aria elettrica e nuova, questo senso di qualcosa che sta accadendo e che riguarda tutti. Partecipi a qualcosa che ti unisce agli altri (e non importa se sei solo in casa tua, perché il segnale unitivo in qualche modo, viaggia nell'aria, entra dalle finestre, insomma ti raggiunge). Ne ragioni con chi ti vive accanto, ne parli nel bar, con i colleghi di lavoro. Magari non ti piacciono le canzoni, quelle canzoni. Forse detesti quella che ha vinto, perfino (no, non è il mio caso). Però sei dentro un evento, che nemmeno capisci del tutto, ma sei dentro. Cioè, non capisci come mai senti questo coinvolgimento in qualcosa, ma lo senti. 

Nell'ultima serata, sentivo che era naturale e facile essere lì a guardare. Anche se magari per buona parte mi potevo annoiare, o spesso divagavo con il pensiero. Ma ero cullato e protetto, ero sottilmente confortato dal fatto che ero lì, in qualche modo. E quando sono dovuto uscire di casa, mio malgrado, ho proseguito ascoltando in macchina, felice (lo ammetto) di non perdere la connessione con l'evento. 

Che poi alla fine i motivi di interesse li trovi. E alla fine in qualche modo ti appassioni. Cominci a trovare il tuo spazio di movimento, la tua costellazione di valori nel panorama delle canzoni. E' chiaro, ti è molto chiaro che la musica è (anche) altrove. Ti basta ascoltare un brano di Peter Gabriel (per non scomodare i grossi nomi della sinfonica, Mahler e Bruckner per esempio) per ricapirlo, ricapitolartelo in testa, se serve. Ma inizi a muoverti in questo panorama. Le coordinate sono chiare. Deve essere facile, orecchiabile, ripetibile, ti deve però nutrire senza sembrare troppo scontata, devi trovarci un motivo sensato per ascoltare, e riascoltare. Le parole devono far fiorire qualcosa, non devono essere grande poesia, ma allo stesso tempo non devono risiedere nel completamente ovvio. 

E le sorprese belle, si trovano. 

E ognuno ha le sue.

La mia questa volta si chiama Simone Cristicchi


E qui si potrebbe parlare, parlare per tantissimo tempo, parlare di questo brano così struggente, felice nelle parole e felice nella musica. Si potrebbe parlare tanto, ma la cosa migliore è stare in silenzio, e ascoltarlo. Stare in silenzio, come suggerisce il brano stesso: non lo dice, ma lo fa capire. Il sussurro iniziale, l'inizio in pianissimo, a differenza di tante altra canzoni sanremesi (intro con il pianoforte, poi parta la batteria e la sezione ritmica, poi il cantante canta, e via così), è veramente un invito al silenzio, dentro e fuori di noi.  

Perché di silenzio è deliziosamente impastata questa canzone. Quasi non vuole disturbarlo, il silenzio: rimane sommessa, sospesa. In attesa. Bisogna addentrarsi bene nel brano perché finalmente la musica decolli, dispiegando un tema che è ampio e lirico, italiano nel senso più interessante. E le parole, quelle parole che osano colorare il silenzio, disturbarlo: quelle alla fine ti arricchiscono, ti fanno capire un pelino di più, ti rimangono amiche, soprattutto. Le puoi abitare, sono parole abitabili. 

Adesso chiudi dolcemente gli occhi e stammi ad ascoltare
sono solo quattro accordi ed un pugno di parole
più che perle di saggezza sono sassi di miniera
che ho scavato a fondo a mani nude in una vita intera
non cercare un senso a tutto perché tutto ha senso
anche in un chicco di grano si nasconde l’universo...

E con tutti i limiti possibili, ma senza Sanremo non sarebbero arrivate a così tante persone. E questo credo sia un valore, un grande valore. Il messaggio di cura, di possibile guarigione, che portano queste strofe è benefico, è grande. O meglio, non è grande in sé, ma è grande nella possibilità che apre, verso qualcosa di veramente immenso, che a volte non vediamo. Che viene a trovarci, ci visita, se l'attitudine nostra lo permette: in questo senso ogni modo per ricordare è realmente benedetto. 

Così che se qualcosa del genere passa attraverso questa cosa così poliedrica e non inquadrabile e anche a suo modo contestabile come Sanremo (immensa macchina commerciale e insieme appunto, come dicevamo, evento), direi che comunque va bene. Va benissimo. 

Un altro modo per noi, per imparare che le vie di contatto con il vero non le decidiamo noi, non le stabiliamo noi. Che dobbiamo solo chiudere gli occhi, aprire un poco il cuore, ed ascoltare. 

Grazie, Simone. E anche grazie, devo dirlo, Sanremo 2019.