martedì 11 settembre 2018

La via della guarigione

Quando un libro viene pubblicato, ti accorgi presto, che non è un punto di arrivo, ma un punto di inizio. Perché comunque, a questa creatura nuova c'è bisogno - da subito - di volergli bene, di amarlo, di considerarlo non una cosa fatta per cui passare oltre, ma qualcosa da amare, da accudire, custodire. Prima ancora si sperare di piazzarlo qui o là, di vendere, di farlo circolare tra amici, parenti e poi in cerchi più allargati, prima ancora di cercare di compiacere l'editrice, che tutto sommato ha investito soldi su di te, ecco, c'è da fare questo. 

Nessuno si aspetta altro da te che tu ami la tua creatura. La ami così com'è, nella sua luminosa imperfezione (se perfino i capolavori sono imperfetti, chiaramente la perfezione non è la cosa da cercare), la ami come espressione di te stesso, espressione dialogante e come una apertura, una proposta, per chiunque ti incontri. 

La poesia è lo stupore di un nuovo inizio, di un inizio "bambino", sempre... 


La poesia infatti è una proposta alla libertà di ognuno. La poesia è un grimaldello, anche. Sottilmente ma irresistibilmente antiretorico, è un grimaldello che disarticola ogni struttura di pensiero troppo consolidata, irrigidita, usurata da eccessive ripercorrenze quotidiane. La poesia scardina e liquida queste strutture, ma lo fa in modo accorto, in modalità sempre laterale, non frontale. Lo fa in tono sommesso per cui ti ridona morbidità di pensiero senza quasi che te ne accorgi. La poesia non sopporta i discorsi inutili, lei va al sodo: lustra la parola perché brilli.

Per questo è tragico che non si legga abbastanza poesia. Si leggono romanzi, saggi, dissertazioni (sempre poco). E non si legge abbastanza poesia. Perché c'è un pregiudizio, pesante, all'opera nelle nostre teste. 
"Non avevo niente in particolare contro la poesia, però la trovavo decisamente una perdita di tempo. Nei casi migliori era uno svago o un esercizio letterario, in quelli peggiori, i più numerosi, era per me un’irritazione da evitare senza indugio. Poesia uguale debolezza, fuga dal reale, roba da sognatori o da gente complicata."

Così scriveva Antonietta Valentini, qualche tempo fa, fotografando un atteggiamento molto diffuso (atteggiamento poi da lei stessa superato, come potete leggere). Dobbiamo infatti recuperare la consapevolezza che ci stiamo esattamente giocando l'opposto: la poesia è la possibilità diretta di entrare nel reale con una lucidità e consapevolezza nuova, con la mente spurgata da tanti inquinanti che la parola poetica, ovvero la parola usata in tutta la sua forza, può realizzare. 

Il titolo che ho scelto, Imparare a guarire, esorta consapevolmente ad un uso terapeutico della parola poetica, ben oltre la semplice percezione estetica (ma non troppo, in fondo la miglior cura è il bello). La prima sfida è per me: custodire questo libro, proporlo a chi mi vuole bene, a chi voglio bene, come canale di comunicazione privilegiato e diretto verso il cuore. Usarlo insomma come strumento di cura.

Del resto, è così per tutto. L'importante è esserci, non scappare. Rimanere, in questo. Avere il coraggio di respirare quel che si è scritto, distillato lungamente, in tante revisioni, a cercare la parola giusta, la parola esatta, come un colore, che si depone vicino agli altri per realizzare il quadro, secondo quanto deve essere fatto. 

Da ieri si può leggere online la bella prefazione di Marco Guzzi al mio volumetto; si può ordinare via ibs.it oppure all'editrice (info@edizionidifelice.it), fino al 20 di settembre ancora senza spese di spedizione. Se lo prendete, vi prego veramente di una cosa: leggete lentamente. Ci vuole spazio, tempo e spazio mentale, per aderire alla tavolozza di colori che ho provato a scegliere. Per non violentarla involontariamente. Non cercate ma fatevi cercare, non affannatevi per raggiungere, ma lasciatevi raggiungere. Siate spettatori passivi, provateci: cambia tutto. 

E' un regalo di delicatezza che ho provato a fare, e a farmi. Una possibilità di (auto)guarigione, un avvio di guarigione, alimentato dalla morbidezza degli accostamenti delle parole, così come ho potuto, come mi è venuto. Un ritornare bambini senza infantilismo, ma nell'idea evangelica di apertura, di condizione necessaria - sempre da riprendere - per essere nel mondo, vivendolo davvero.

Quel che accadrà per questo libro, lo sanno le stelle. Ma fin d'ora è un canale aperto, una possibilità in più, di affratellamento intorno ai ritmi del cuore. Che sono quelli, sempre finalmente quelli, per tutti. 



sabato 18 agosto 2018

Il telegrafista ed il meeting...

Quello che emotivamente mi colpisce, mi muove subito qualcosa, è l'accenno alla canzone Giovanni Telegrafista che è presente in due begli articoli sull'imminente Meeting di Rimini, una intervista a Giorgio Vittadini del 17 agosto e un suo pezzo apparso il giorno successivo, cioè oggi (entrambi su Il Sussidiario).

Del Meeting  - dirò subito - se ne parla in moltissimi posti, dunque è forse inutile aggiungere altre parole se non, forse, scegliendo una tonalità emotiva, affettiva, che allacci questa manifestazione con la storia di chi scrive, in una sorta di intreccio "virtuoso" per cui la storia interna e personale illumina quella esterna e sociale - come quella di una manifestazione così grande - e viceversa. 

Ecco perché articolo questo pezzo sul Meeting a partire da una osservazione apparentemente marginale,  come il rimando alla canzone di Jannacci. Non penso sia tanto marginale per Vittadini, che appunto la ripropone a breve distanza in due occasioni (trattasi a mio avviso di una celeste ripetizione, che rallegra, come certi passaggi nella musica di Bruckner). 

E' un messaggio, mi dico, è un punto importante, per lui. Cerco di capire, allora. Ritorno alla canzone, al testo, alla musica. E' una canzone in cui l'urgenza del cuore, quella incredibile nostalgia che abbiamo tutti in fondo al cuore - che quando affiora ci stordisce, ci confonde, quanto è potente - quella urgenza viene esplicitata, cantata, senza finzioni. Vien minuziosamente descritta, con la poesia malinconica ma efficacissima che solo uno come Jannacci poteva avere, e con una meravigliosa sintesi. 

Giovanni telegrafista e nulla più... urgente.

Mi conforta proprio tanto questo accenno, questo ripetuto rimando ad un brano dove il grido del cuore è così scoperto, così "indifeso" e non si nasconde, come avviene in troppi discorsi, troppe volte. Mi conforta sul fatto che il Meeting, che ho visitato varie volte e Deo concedente vedrò anche in questa occasione, non è - prima di tutto - una questione di politica o economia o cultura, in senso astratto, o nemmeno di religione: è essenzialmente una questione di cuore.

Mi conforta, dicevo, perché più vado avanti nella vita, più le altre cose, gli altri temi, non mi interessano. O meglio, mi interessano nella misura in cui dialogano con questo cuore lacerato, scoperto, che è sempre il cuore dell'uomo. Chi non dialoga con questo cuore, di qualsiasi cosa parli, sia un laico o un prete o un presidente del consiglio, è un mentitore. Nella misura in cui non dialoga con il cuore, lui mente, disperde parole inutili, non aiuta, non conforta. 

Il grido del cuore di Giovanni (il telegrafista) l'ho sentito già molti molti anni fa, da piccolino. Mio papà non ascoltava molta musica "leggera", ma aveva una predilezione speciale per due cantautori: Fabrizio De Andrè (quante volte l'ho visto ascoltare quasi religiosamente  il disco La Buona Novella) ed Enzo Jannacci. Ho imparato a rispettare questi due artisti, tramite il rispetto che aveva per loro mio padre, che assorbivo da lui. 

Mio papà aveva questo 45 giri (di tonalità verdina ricordo, nella zona interna ai solchi), con due canzoni, come consuetudine per questi piccoli dischetti, uno per lato: Vengo anch'io da una parte, e appunto Giovanni Telegrafista sul lato opposto. La prima la conoscono quasi tutti, è una canzone orecchiabile e svelta, piena dell'umorismo più solare di Jannacci, una canzone che anche a me bambino divertiva moltissimo. Chissà, forse è per questo che il disco era finito nella mia collezione, che per lo più era composta dai dischi delle Fiabe Sonore, quella bellissima collezione che ascoltavo e riascoltavo, nel mio mangiadischi di colore rosso (con una striscia bianca nella parte anteriore). 

Se Vengo anch'io scorreva così, con questa deliziosa e irriverente leggerezza, il lato opposto era sorprendentemente diverso. La canzone Giovanni Telegrafista si percepiva da subito, aveva una nota dolente, uno struggimento così ben trasmesso dalla voce di Enzo. A ripensarci mi viene la pelle d'oca, anche senza riascoltarla. 
Giovanni telegrafista e nulla più,
stazioncina povera c'erano piu' alberi e uccelli che persone
ma aveva il cuore urgente anche senza nessuna promozione
battendo, battendo su un tasto solo...
Non capivo quasi niente, non comprendevo la storia raccontata (e forse non mi sforzavo nemmeno di farlo, a quell'età), ma questo senso di struggimento così profondo, quello mi arrivava comunque al cuore, mi parlava anche senza la comprensione del messaggio verbale, anche assai prima della sua piena fruizione. L'intreccio della voce di Enzo e della musica, compiva questo miracolo di comunicazione. Sento che ancora lo compie, a distanza di molti molti anni. 

Questo struggimento, ora mi accorgo, non è un'emozione fine a sé stessa, non è inutile. Perché parla del primato del cuore, dell'irriducibilità dell'esigenza di essere felici, di essere compiuti, oltre ogni accadimento esterno. Nelle comunicazioni di Giovanni infatti passano le cose del mondo,  "passò prezzo caffé passò matrimonio Edoardo VIII  oggi duca di Windsor, passarono cavallette in Cina,  passò sensazione di una bomba volante..." ma quello che lo colpisce, che lo inchioda che lo fulmina, è la notizia di Alba, della "sua" Alba. Quello che si intravede come compimento del cuore vince su tutto, sorpassa ogni cosa, se solo siamo sinceri con noi stessi.

Riconoscere questo, è a volte doloroso, ma liberante. Il cuore non è un accidente scomodo, da mettere da parte al più presto, è una risorsa da conoscere, da riconoscere. E' il punto sacro che ci rende umani. 

Come ha detto Juliàn Carron ai partecipanti alla Macerata-Loreto, quest'anno, 
 "noi siamo sete di vita e non ci accontentiamo finché non troviamo ciò che la sazia. Possiamo fare di tutto per mettere a tacere il cuore, possiamo perfino pensare di essere sbagliati non essendo mai soddisfatti da quello che troviamo, e invece questo è proprio il segno della nostra grandezza."
Ecco, questo cuore così pulsante nella canzone di Jannacci, questo cuore riconosciuto e da riconoscere, sempre e di nuovo, è al centro gravitazionale del Meeting: lo capisco proprio dai riferimenti continui di Vittadini. Lo capisco e mi conforto, mi tranquillizzo, mi rallegro. Sono contento che esista un posto così, che esista una storia così. 

Voglio andare a vedere, allora. Voglio portarmi il mio Giovanni, quello della mia infanzia, quello legato al ricordo di mio padre (e ricordo che Jannacci lo intravidi di persona solo una volta, ed era proprio al Meeting...). Voglio portare il mio cuore e farlo respirare, farlo espandere e farlo sentire riconosciuto. Un lavoro di ogni giorno, anzi il lavoro di ogni giorno. Per cui ogni occasione valida bisogna sfruttarla, per cui il senso di andare a vedere diventa quasi urgente. 

Come quell'urgenza di Giovanni, né più né meno.

domenica 12 agosto 2018

Quei promessi sposi


Ecco, mi è venuto in mente di scrivere, di scrivere qualcosa per ogni libro (più o meno) che finisco. Mi è venuto in mente per fermare qualche impressione, sensazione, della mia lettura. E' lacerante, a volte, di fronte a certi libri, perché tutto quel che si può dire non si esaurisce certo in un post. A volte, come per quello di cui mi sto per occupare, credo che quello che si può dire non si esaurisce affatto. Dunque non è una descrizione del libro quanto la descrizione (anche questa, gravemente incompleta) di una specifica interazione con esso, che poi sarebbe la mia specifica lettura. Mi servirà per ricollegarmi alle impressioni che ho avuto in chiusura del testo. E forse, chissà, potrà anche servire a qualcun'altro. 

Bene, stamattina ho finito I promessi sposi. E' un libro, un'opera, per le quale mi sentirei di spendere la parola capolavoro. E la lettura è stata una sorpresa. Ho capito come nella lettura scolastica, molto molto tempo fa, non avevo realmente compreso nulla di veramente importante. Non mi era arrivata la bellezza del testo, quasi per nulla. Ma è un testo bello, bellissimo. Mi arriva questa volta, dopo decenni dalla prima (forzata) frequentazione. Veramente nei classici ci si può dimorare, si può tornare e tornare molte volte. E se sono classici di solito un motivo c'è. Chiuso il testo rimane forte una sensazione di gratitudine per quello che si è vissuto.



Non tanto per la vicenda, ma per come è raccontata. Come per tutta la grande letteratura, del resto. La vicenda è un pretesto (ed è tanto nota che sarebbe anche ridicolo volerla riassumere). Quello che conta, quello che rimane, è la prosa, il tono, le considerazioni dell'autore e più di tutto i rapporti tra le parole, la tensione che si crea per i loro accostamenti, per come sono usate. 

Le parole veramente sono mattoncini che creano un mondo. 

Quello del Manzoni è un mondo che ti rimane addosso come uno strato di protezione buona, di ragionevolezza pacata e disincantata, in fondo, di positività ultima del reale. Una positività che non censura niente, non nasconde niente (i capitoli sulla peste sono di un realismo e di una poesia, insieme, difficilmente imitabili). E per questo, proprio per questo, diventa credibile. Come lo scarto del Manzoni, veramente geniale, da un classico lieto fine, pur nell'approdo sostanzialmente positivo della vicenda di Renzo e Lucia. C'è. rimane, quella tensione del già e non ancora, caratteristica dell'ipotesi cristiana sulla vita, sul mondo. 

Ipotesi cristiana, o meglio pretesa cristiana per dirla con Giussani. Non è questo infatti un libro che si possa facilmente separare dalla fede, a mio avviso Non si può, senza inaridirlo, senza impoverirlo, disseccarlo alla radice, renderlo arido, renderlo - stavolta sì - noioso. Perché la radice è indubbiamente cristiana: è in fondo un inno alla ragionevolezza della ipotesi cristiana, dall'inizio alla fine. In questo riposa, mi pare, il vero motivo della dedizione del Manzoni verso questo racconto.

Il che non vuol dire che sia necessario sentirsi cristiani per leggerlo, affatto. Ma è forse richiesto, per fruirlo fino in fondo, gustarne la bellezza, un atteggiamento appena simpatetico, appena di apertura, verso questa ipotesi, questa possibilità sempre aperta di visione dell'uomo e del mondo. Allora si avverte la bellezza profonda del testo. Aprendosi appena a questa possibilità, qualsiasi sia il proprio tragitto di vita, o le cose che crediamo di credere.

Testo che - possiamo dirlo - è una bomba. Che diverte, istruisce, commuove, rallegra, intriga. Qua e là magari annoia, certo non ha i ritmi dei romanzi moderni. Ci vuole in altre parole una certa determinazione, bisogna mettere in conto, qui e là, una pur minima fatica. Che  però, ed è questa la mia esperienza, viene ripagata abbondantemente, viene ripagata oltre le aspettative. 

E si scoprono delle cose interessanti, anche stilisticamente. Delle cose piuttosto moderne, a dire il vero. Solo un accenno: ho notato con stupore che nelle fasi più concitate, Manzoni passa in modo molto disinvolto dalla narrazione nel passato all'uso dei verbi al tempo presente. Per poi tornare al passato, con la massima naturalezza. E' come se ti immergesse nel momento, di colpo, rendendolo contemporaneo, e poi ti riportasse, quando è opportuno, a quella distanza di sicurezza che ti consente anche di riflettere, di ruminare, con la dovuta distanza.

Ma le note stilistiche sarebbero molte, e certo da lasciare a chi è ben più esperto del sottoscritto. Per cui non indugerò oltre, su questo. Tornerei piuttosto alla apertura necessaria per fruire appieno del testo, come si è accennato.

Ecco, chi si sente questa anche minima apertura, godrà moltissimo dell'edizione che ho letto anche io, quella edita dalla BUR con una breve ma densissima premessa, preziosa direi, una conversazione tra il poeta Davide Rondoni e Don Luigi Giussani. Poche pagine, ma luminose ed importanti. 

Eppure un'altra cosa che viene a galla pian piano, un'altra semplice bellezza di cui si diventa sempre più grati durante la lettura, è l'apparato di note a cura di Laura Cioni e Silvia Fornasari. Non solo rivelano una comprensione "amorosa" del testo, una condivisione appassionata della coordinate di fondo, ma più volte vi si ritrovano delle vere gemme davanti alle quali  io personalmente mi sono dovuto fermare, a riflettere. Non faticherei a definirle un vero valore aggiunto a questa opera immortale. Insomma, se il libro è un inno alla ragionevolezza del traversare la vita con l'ipotesi cristiana, le note rafforzano ed impreziosiscono questo inno, donando nuovi spunti preziosi alla ruminazione personale. 

E alla fine, un altro motivo di gratitudine che rimane, dopo la lettura di queste pagine. Un testo "antico" che feconda questo apparato di note, è un testo tutt'altro che morto: un testo vivissimo, che opera nel presente e aiuta a comprendere il presente. 

Un vero classico, insomma. 


domenica 29 luglio 2018

Imparare a guarire

Il fatto è che c'è sempre qualcosa che sborda, c'è sempre un overshooting, una volta chiuso qualcosa. Come se davvero non si potesse veramente chiudere qualcosa. C'è dunque qualcosa che rimane, che esorbita, che in qualche modo chiama ad una ripresa, ad un ampliamento, o una correzione di rotta. Un arricchimento, oppure uno sfilamento, un asciugare quello che è ridondante. Un dire meglio quello che c'è da dire,

Perché quello che c'è da dire non è un optional. E' un lavoro che va fatto.



Questa nuova raccolta di poesie (sarà pubblicata in agosto), Imparare a guarire, è nata piano piano, e poi uscita - come la precedente - quasi sotto la pressione delle cose. Sono parole, appena. 
Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere. (Emily Dickinson)
Sono parole arrivate in lenta progressione, accumulazione, in paziente precisazione. Arrivano e poi piano piano compongono un ambito, definiscono delle coordinate, un orizzonte. Cercano una visibilità e una loro specificità, ritagliano scenari, individuando dei colori dominanti. Che poi non vanno inventati, questi colori. non è uno sforzo di immaginazione, una strategia di composizione. Tutt'altro. E' la vita che te li porge. La stessa che ti spinge a scrivere, ti fornisce il materiale grezzo, e la spinta per lavorarlo.

Molto di questo materiale è polarizzato dalla mia esperienza in Darsi Pace. Polarizzato, nel senso che il materiale viene ovviamente da ovunque ovvero dalla vita, in sé. Più ampia di qualsiasi catalogazione, esorbitante rispetto ad ogni schema. Allora è una sorta di griglia di ordine, appena, quella che viene ricercata, e che in questo caso è il percorso di ricerca di significato delle cose, che germina nella modernità di ricerca di significato di uno specifico percorso (che non elide o toglie spazio ad ogni percorso, semmai lo definisce meglio). 

E' come un campo magnetico, una ipotesi di senso (sempre da verificare). Il materiale si ordina, allora, quasi spontaneamente. Non c'è ordine possibile nella mancanza di senso, infatti. L'ipotesi di senso permette al materiale della realtà - di cui sono fatte le poesie - di essere lavorato, come al materiale dell'animo. Peraltro ogni atto creativo, mi pare, si appoggia su una ipotesi di senso: altrimenti non è possibile. 

Imparare a guarire è fin nel titolo, la sommessa ipotesi di perpetua lavorabilità del reale,  del materiale reale fuori e dentro di noi. Oppure solo dentro, che il fuori ne deriva, comunque. E' una sfida gentile a rimettersi in movimento, a camminare, appena, perché ogni materiale che incontriamo in realtà - lo sappiamo - è lavorabile, plasmabile. 

Questo progetto nasce e cresce, anche, per l'amichevole vicinanza di due poetesse. Due donne amiche dei versi, sacerdotesse delle parole, e sono davvero contento che sia così. Alessandra Angelucci, ha creduto subito nel mio materiale e mi ha insegnato discretamente come portare avanti l'opera. Valeria Di Felice ha accolto le mie parole e le ha fatte nascere, ospitandole nella forma di un libro per la sua coraggiosa e frizzante casa editrice.

La mia profonda gratitudine a Marco Guzzi (poeta, filosofo, creatore ed animatore dei gruppi Darsi Pace) per la bellissima prefazione, che a me rivela un amore all'idea di guarigione come riverberata nell'opera, e una attenta e partecipe lettura della stessa. La mia sincera gratitudine anche a Davide Calandrini, un amico bravissimo disegnatore, che ha fatto nascere la copertina, in un lavoro di paziente ascolto, prima di tutto delle mie parole scritte, e delle mie indicazioni. 

Ci sarebbe da ringraziare, ancora e tanto. Affetti, percorsi di guarigioni, terapie ed abbracci. Sorrisi e incoraggiamenti. Segni di stima, quando tu non ti stimeresti. Luci nel percorso. Soprattutto, chi condivide più vita con te, e ti incoraggia in modo implicito ma tenace, testardamente efficace. Ma rischierei di annoiare. Comunque è questo, sinteticamente: è tutte le persone che incontri e che ti fanno capire che essere te stesso è la loro gioia, in fondo. Tutto quello che ti chiedono, quello che desiderano nel rapporto con te (speculare a quello che tu desideri negli altri, quando non sei preso da una tua strategia piccola), è che tu sia te stesso. Che tu nasca. Ancora e sempre.

Finalmente può dire "Benvenuto Marco" mi scrive Laura, pochi giorni fa. Significativo. 

Ed è questo, che uscirà tra pochi giorni. La cosa più bella proprio è che è un lavoro di amicizie, in fondo. Non è roba mia, in fondo. Non penso che ci sia cosa più bella, lieta e robusta (a parte certi momenti di gioia donata), di un lavoro di amicizie: quasi, davvero, un anticipo di guarigione. 

giovedì 12 luglio 2018

L’universo raccontabile (anche su Facebook)

L’uomo. Ecco il grande escluso dalle teorie cosmologiche che ci stiamo lasciando alle spalle. Ecco il grande furto a cui urgentemente porre riparo, l’immenso impoverimento da sanare al più presto: c’è da riconsegnare il cosmo all’uomo. Dare all’uomo – ad ogni uomo – un modello di universo comprensibile, pensabile, lavorabile. Raccontabile, declinabile perfino sui social. E soprattutto, portatore di senso.

La partita è fondamentale, decisiva: in effetti, è questo il vero campionato del mondo, o meglio dell’universo. Un cosmo non raccontabile è qualcosa che proprio non ci possiamo più permettere:  è un cosmo in cui il disagio di non poter tracciare una storia diventa angoscia, timore del nulla, si veste di senso di impotenza, si colora di paura dell’ignoto. Un universo in cui siamo spersi: dispersi, per essere più pilotabili. Te la raccontano così, in effetti: sii buono e possibilmente, un quieto cittadino, buon consumatore, rimani pure nella tua quieta disperazione. Tanto cosa puoi sperare, lì fuori è tutto freddo e buio, non vedi?
Ebbene, è il momento di dire basta. Da tutto questo, da questo scenario malato, sconfessato ormai dalla stessa scienza cosmologica, dobbiamo e vogliamo evolvere.
Come da piccoli, la voce del papà e della mamma scavavano un percorso rassicurante nel buio della notte, confortando il nostro cuore impaurito, così l’umanità è sempre “piccola” – ovvero sempre in crescita – e desiderosa di ricavare un sentiero nella vastità dello spazio: per vedere il buio non più come oscurità, ma come un silenzio trattenuto, delicatamente trapuntato di stelle. Come scrivono Leonardo Boff e Mark Hataway, nel volume Il Tao della Liberazione“abbiamo smarrito una narrazione onnicomprensiva che ci dia l’impressione di avere un posto nel mondo. L’universo è diventato un luogo freddo e ostile, in cui dobbiamo lottare per sopravvivere e guadagnarci un rifugio in mezzo a tutta l’insensatezza del mondo”
In breve, la cosmologia contemporanea, quella più avveduta, ha questo grande compito: riportarci verso un cosmo a misura d’uomo, ovvero un cosmo incantato. Scrivono infatti gli stessi autori, che “l’umanità si è in genere considerata parte di un cosmo vivente intriso di spirito, un mondo dotato di una specie di incanto.” In questo modo il nuovo cosmo non potrà che riflettere la nuova scienza, quella che riporta l’essere umano non solo al centro del processo cognitivo, ma al centro stesso dell’universo che vuole indagare.
Questa rivoluzione cosmologica non avviene oggi “per caso”, ma è stata preparata da una profondissima crisi all’interno della stessa scienza più rigorosa, crisi che ha visto lo scardinamento e il tracollo della visione meccanicistica cartesiana (funzionale peraltro ad un approccio di dominio e non di relazione) sospinta dall’avanzare delle visioni – potentemente dirompenti – della fisica relativistica e della meccanica quantistica. Non è questa la sede per indagare la portata di tali eventi concretamente rivoluzionari, dobbiamo appena comprendere il loro di stimolo potente verso le istanze di un ricominciamento totale, anche nella scienza.
Questo ricominciamento, questo reincantamento, possiede in sé l’urgente necessità di comunicarsi a tutti gli uomini, perché tutti noi siamo comunque vittime di questo “furto del cielo”, perché  noi tutti soffriamo di questa ferita aperta. E’ un risarcimento che si vuol proporre, in altre parole. Urgentissimo, perché già tardivo. Una impresa di questa natura deve rivestire il carattere deciso di modernità, ovvero avvenire attraverso ogni canale informativo: ad esempio, non è ormai nemmeno pensabile, senza il coinvolgimento attivo dei social media.
C’è dunque un messaggio, il nuovo cosmo “a misura d’uomo”, e c’è la necessità urgente di rilanciarlo attraverso i canali privilegiati della connessione informatica, così pervasiva ad ogni livello di istruzione e in ogni ambiente. Anzi, potremmo addirittura ribaltare la questione, sostenendo che questa facilità immensa di comunicazione è nata esattamente nell’attesa, nell’imminenza di un messaggio “planetario” da trasmettere. Così comprendiamo perché, con Facebook, Twitter e gli altri social media – che a loro volta si appoggiano a questa straordinaria innovazione che è Internet – siamo arrivati ad una capacità di connessione sbalorditiva, proprio nell’imminenza di questo momento di crisi.
Il rischio allora è che questa capacità di contatto e condivisione, questa inedita potenza di fuoco possa rimanere senza un messaggio profondo da veicolare. Sarebbe pericolosissimo, perché l’assenza viene sempre colmata, in qualsiasi modo, a qualsiasi prezzo. Lo vediamo nei giorni presenti, dove diviene sempre più difficile estrarre un contenuto di valore dal rumore di fondo di ogni schermata di Facebook. Il valore, ovvero tutto quel che invita a riflettere e ad approfondire, rispetto alle innumerevoli “chiamate” alla reazione immediata e superficiale.
Tutto questo presenta conseguenze dirette – tra l’altro – anche nell’educazione, quel processo delicatissimo che deve anch’esso tornare ad un incanto primordiale, ad un ambiente protetto e non giudicante dove la creatività dei ragazzi è esaltata. A noi dunque la scelta di subirlo, questo cambio di pelle, di rimanere frenati in questa urgenza del nuovo, sempre più a fatica, oppure di lanciarci, di scommettere finalmente su un vero rovesciamento di prospettiva.
Alla fine, è una decisione, a cui siamo chiamati. In questa proposta interpretativa non c’è più il “caso”, ma tutto avviene per un senso, e la percezione di un modo “incantato” di guardare l’universo richiama ad un modello d’uomo che non è più vittima della tecnica, perché – in ultima analisi – non è più prigioniero del nichilismo.
Un uomo che possiede (in un possesso dinamico, per invocazione) un senso delle cose, è un uomo che automatica-mente manipola ogni oggetto, ogni tecnica, con una coscienza diversa, che porta nuovo frutto in quello che fa, perfino al tempo speso sui social. Non ci serviranno dunque decaloghi e regole d’uso per recuperare una dimensione umana in Facebook: ci salverà piuttosto la percezione di un cammino fatato, di un percorso possibile verso quel “Regno” dove tutto diventa anticipo e possibilità d’espressione nuova, di creatività inedita ed insperata. Dove la scienza si sposerà con un uso equilibrato e sobrio del mezzo informatico, recuperato nella sua autentica dimensione di strumento, e non di fine. In altri termini, ripreso a servizio.
Questo è il compito che abbiamo davanti, questa è una precisa responsabilità di chi, a vario livello, si occupa di fare scienza, o di divulgarla. Questo, con le sue piccole forze (che poi è sempre questione di risonanza, non di forza bruta), è anche il fine che il gruppo culturale AltraScienza si è prefisso, fin dalla sua formazione. Che vuole appunto declinarsi anche su Facebook, e su Twitter.
Per meno di questo non vale la pena muoversi, credetemi. Per meno di questo, non mette conto ripensare creativa-mentel’impresa scientifica. Nessun gioco al ribasso ormai ci è possibile, in questa epoca di grande cambiamento. O meglio, in questo cambiamento d’epoca. Tenendo in debito conto che, per usare le parole di Thomas Berry, “a noi non mancano le forze dinamiche per costruire il futuro. Viviamo immersi in un oceano di energia inimmaginabile. Ma questa energia, in definitiva, è nostra non per dominio ma per invocazione”.
Queste dunque sono le coordinate del gioco. Enorme, smisurato. Grazie al cielo, splendidamente al di sopra della nostra capacità. Così che sia più dolcemente chiaro, appunto, che tutto è alla nostra portata, sì, ma  per invocazione. Infine, a chi riguardasse questo come bello, ma utopico, permettetemi di rispondere con un motto del ‘68 francese, molto amato sia da scrittori laici come Albert Camus che da personalità religiose come Don Luigi Giussani: “Siate realisti, domandate l’impossibile”.
Pubblicato in origine sul blog Darsipace.it

domenica 1 luglio 2018

Ragionamento

Siamo strani, siamo umani. Siamo universi sempre diversi. Un approccio logico-razionale tra due persone, comunque, porta rapidamente ad un attrito, una frizione, una consunzione, come due ingranaggi che girano a regime diverso e si volessero mettere in connessione. Tale approccio porta in realtà allo stesso stress delle strutture anche nel rapporto di una persona con sé stessa, come sappiamo. Siamo, mi pare, in una epoca di ipertrofia della logica, che viene applicata spesso fuori dal suo specifico campo d'azione. 

Sarà perché la logica è in un certo senso, falsamente rassicurante. Ci fa sentire padroni della situazione, ci fa sentire in pieno controllo. E' una cosa che possiamo dominare, e sembra lì apposta, per fare chiarezza. Tipo, enucleare i termini di un problema, descriverne i contorni, per poi operare in maniera logica e razionale, verso una soluzione (o mitigazione del problema). Dividere, sezionare, scansionare, enucleare all'infinito, per comprendere, o per risolvere. 

E' un abbaglio della ragione, fondamentalmente. Una sua hybris, abbastanza perniciosa. Nella sua ansia risolutiva, si scorda di tutto un mondo attorno, che però non può essere escluso senza alterare e avvelenare il contesto, il campo da gioco. Si scorda - per dire - dell'esistenza delle stelle. 

Ci siamo molto abituati a diffidare di tutto tranne che del ragionamento, che invece a volte è proprio l'ultima cosa alla quale ricorrere per affrontare i problemi. Avete presente quella sensazione che tanto più ragioniamo su una certa circostanza, tanto più ci impantaniamo?



Forse perché il ragionamento ci illude di tenere presente tutto, e ponderare tutto. Mentre in realtà ha fatto fuori dal suo stesso moto iniziale quella salutare pratica di affidamento ad una forza più grande e benevolente, che spesso - a parole - diciamo pure di considerare, o di onorare (chiamatela Dio, o Essere, o Vita, o in qualsiasi modo vi risuoni di più). O più semplicemente,  se volete, a qualcosa che non cade nella nostra orbita di analisi, al momento.

Alla base del ragionamento c'è infatti un assioma, un postulato, quello segretamente prometeico che dice "bene, ora vediamo come io posso risolvere questo problema". Come tale esclude appunto un qualsiasi affidamento a qualcosa che sia esorbitante dalla mia cognizione razionale. Ed esclude dunque qualsiasi sorpresa.  Come dire, "poche chiacchiere, quando si arriva veramente ai problemi, me la devo vedere da solo". 

Dunque in un certo senso, un approccio totalmente razionalistico ad un dato problema è prima di tutto e subito una mozione di sfiducia. 

Come appunta  Etty Hillesum nel suo Diario,
Dammi pace e fiducia. Fà che ogni mia giornata sia qualcosa di più che le mille preoccupazioni per la sopravvivenza quotidiana. E tutte le nostre ansie per il cibo, i vestiti, il freddo, la salute, non sono altrettante mozioni di sfiducia nei tuoi confronti, mio Dio? 
Certo non è facile, lasciarsi andare, provare ad affidarsi, mollare la presa (per me, ad esempio, è francamente difficilissimo). Ma non per questo dobbiamo desistere, anzi forse dobbiamo lavorare di più e con più allegra determinazione a lasciare, ad abbandonarci ad un flusso più grande e più saggio di noi. 

Certo, non ci riusciamo subito. 

Ma fare delle prove di abbandono, magari anche spezzare la catena perversa di ragionamenti, la proliferazione di pensieri, con qualche minuto di meditazione, o di lettura profonda? Perché no? O comunque, appena, sapere che a volte la soluzione non viene dai pensieri - per quanto la mente ci suggerisca di pensare più a fondo se non troviamo soluzione. Paradossalmente, una buona cosa potrebbe essere quella di accogliere la situazione presente, rinunciando - almeno per un po' - alla idea, alla pretesa di cambiarla, o di cambiarci. Onorare la situazione presente, accettandola

Senza tanti ragionamenti. 

domenica 24 giugno 2018

Il piacere di un ritorno

Certe volte è anche bello cambiare. Tornare, o meglio ricominciare. 
Tornare a curare, a coltivare questo blog, su questa piattaforma,
per me ha un sapore speciale. Come
ritrovare un ambiente, un amico, sicuro, stabile, sempre lui
che ti dice ohi ti aspettavo, ma dove eri andato? Ma lo dice, lui lo dice,
con pacatezza, con tranquillità,
con morbida curiosità.

Fatti salvi esperimenti preistorici, qui ho iniziato seriamente a curare un blog.
La piattaforma è solo una piattaforma, ma si lega,
comunque si lega, quasi suo malgrado,
a tante storie e momenti di vita, ed è come se diventasse
più carnale, più reale, più colloquiale e meno
freddamente tecnica, più agevolmente umana.



Ritornare come un po' all'inizio, nella freschezza luminosa
dell'inizio, come riprendere fiato e marcare la partenza che fu
appunto, fu qui, in pratica. E qui le cose si muovono piano, e qui
mi si aspetta. Potrei rimanerci, un altro po'. Ritornarci, appunto.

Medium  è stato emozionante, anche pieno
a suo modo, di nuove
speranze ma ora, per ora,
non lo è più.

Dovrò migrare i post, sistemare un po'. Ogni giorno è nuovo e
dunque vedremo. Ma per ora, lo dico, per ora
è un piacere ritornare.

E' un piacere solido e sottile, essere, di nuovo, qui.

domenica 11 marzo 2018

Il flusso della poesia

Faccio una pausa, una contingenza mi impone di uscire. Sto rivedendo le poesie di Imparare a guarire. Mi stacco dal flusso di congetture e pensieri e idee di miglioramento ed idee di ma così vanno bene alternate ad idee ma cosa ci hanno trovato per volerle pubblicare alternate ad idee ma sai che questo verso viene giù proprio bene il tutto in alta frequenza, a rapida successione.

Fatto quel che dovevo, punto ad una piccola passeggiata, anche se piove. Mi spingo fino alla zona che mi piace, la zona che preferisco. Qui respiro, ogni volta e di nuovo.

Certo, devo trovare una scusa. Anche e soprattutto con me stesso: che faccio, vado in giro senza uno scopo? Con tutta la gente che ormai si affretta 24/7 (me compreso, più o meno), mica posso gironzolare a vuoto. Mi sentirei colpevole. Mi fermo al forno, è aperto quello, è sempre aperto. Ecco fatto. Prendo qualcosa per casa.

Guarda che intanto la pioggia è diminuita. Si può quasi camminare. Lascio in macchina la busta e adesso cammino.

Qui, sto bene. Chissà perché.

Allora traverso, cammino fino alla stradina che costeggia quella casetta che sembra un piccolo castello, giro a sinistra e lambisco il parco. Guardo intanto le case che si affacciano su quel fazzoletto verde, mi immagino di abitare lì. Scelgo il piano che mi piace, il balcone, quello ampio con i fiori. Oppure le finestre con la luce calda. Penso a situazioni, rumori, odori, frasi dette e sussurrate, pensieri, frammenti di vita quotidiana che ti vengono addosso e costruiscono un’esistenza.

Giro a sinistra, prendo la stradina, poi ancora a sinistra e chiudo il giro.

Guardo, mentre percorro la piccola via. Perché a camminare senza meta puoi ancora guardare. Con le poesie rimaste in stand-by un po’ di sensibilità mi rimane sulla pelle, mi ricircola nel cervello, passa intorno al cuore, un po’ meno addormentato di tante volte.

Così anche una scritta sui muri si collega a qualcosa. Come se un flusso nascosto di poesia, affiorasse, qua e là.



Così, mi fermo a fotografare. Non sarà un verso immortale, ma non ha importanza. E’ lì come segnaposto. E’ lì per dire che le emozioni contano, le emozioni muovono il mondo, le emozioni informano i pensieri (questo lo dice benissimo la scritta) e li scardinano splendidamente dalle inutili costruzioni logiche che l’ego di ognuno si costruisce. Esorbitano, allegramente.

Ma non solo. Il desiderio è quello che muove tutto. Comunque sia, comunque inteso. Altrimenti c’è la stasi, la stagnazione, la desolazione. Un desiderio è alla radice della vera poesia, della vera religione, di ogni agognato ritorno alla consolazione. Un desiderio preso sul serio è sempre una pista interessante. Il difficile è prenderlo sul serio, non accontentarsi di poco e vedere davvero dove va a finire.

La poesia è il prevalere del desiderio sulla logica. Perché un desiderio non è mai totalmente logico. Anche se è sempre totalmente ragionevole.

Forse anche Giorgia, anche lei lo sa. Lo capisco dall’altra scritta, che incontro.



Questo è come riprendere, riconsiderare, riabbracciare la prevalenza del desiderio, esattamente. Che bella frase, solo a ripensarla, a rigirarla nella mente: la prevalenza del desiderio. E’ tutta una indicazione cordiale di un ordine differente delle cose, un ordine più umano e meno meccanico ed impersonale ed impermeabile al cuore di quello che diamo per scontato.

E’ una sottile rivoluzione che può sempre ripartire, sempre rifiorire.

Dire Ti amo Giorgia con piena coscienza, è un atto rivoluzionario, un riavvicinamento in picchiata al cuore, una ripresa d’aria, una lieta sorpresa.

Torno alle mie poesie. Alla fine la poesia è un atto di amore, sempre e comunque. Non può essere altro, strutturalmente è impossibilitata ad essere altro.

Per questo è irrazionale e ragionevolissima, per questo è necessaria per vivere, per questo è una linfa che scorre e tiene aperto il cuore, lo tiene acceso, lo tiene morbido, lo tiene vivo.

Il flusso della poesia è una festa. Una festa necessaria.

Non so. Io credo che Giorgia lo sa e chi la ama veramente, per quanto veramente la ama, già lo sa. Ed io che fatico ad amare, ma voglio amare, lo sto imparando, forse.

Poco a poco, zoppicando, incespicando mille volte. Con tanta pazienza, con molta lentezza: datemi tempo per amare, avverte d’altronde il vero poeta, consapevole della difficoltà dell’impresa.

Insomma, con ogni possibile lentezza, imparando a guarire.

Anche, grazie alla poesia.

lunedì 22 gennaio 2018

Quel ritmo delle cose

Di solito non mi piacciono molto le varie riedizioni “deluxe” dei dischi di qualche tempo fa. I dischi con i quali sono cresciuto, praticamente. Li conosco in un modo, li conosco così e non mi fa impazzire che tu, cara mia casa discografica — per simulare qualcosa di diverso, per farmi pensare che questo mi manca, lo compro — mi aggiunga un CD al CD che già ben conosco, rappezzando in studio tutte le prove lasciate (giustamente) come prove dagli stessi musicisti. Proprio quelli che, che grazie al cielo e alle sue stelle, hanno trovato una soluzione migliore per un pezzo, un arrangiamento, qualcosa insomma. E giustamente, sono andati avanti.

Questo è. E sicuramente non sono il solo a pensarla così. Però ammetto anche che ascoltare di queste “prove” a qualcosa serve. Ti fa capire molto. E ti fa capire molto oltre la musica, molto oltre le canzonette (qui con Bennato, proclamo con solennità che sì, che sono solo canzonette, metto platealmente le mani in avanti, in modo da sottrarmi fin da subito ad ogni ammuffito e prevedibile dibattimento sulla “grande” musica e sulla musica “commerciale”).

Tanto per spoilerare me stesso e dove andrò a parare: ti fa capire che ogni opera è (solitamente) una costruzione, una lenta costruzione. Che ogni diamante nasce dalla terra, parte con due o tre idee, due schizzi sul foglio. Parte piccolo, (molto, molto) perfettibile. Questo me lo devo ricordare. Me lo devo proprio ricordare, quando inizio a scrivere qualcosa e mi sembra intollerabilmente incompleto e precario. Mi devo ricordare di non smettere, di lavorarci, di lavorare. Di starci.

Devi starci, come con tutto. Scappare non vale, non paga.



Però adesso torniamo indietro, a dove l’ho capito (con la testa l’avevo già capito da un pezzo, purtroppo con la testa e basta non si capisce niente per davvero, niente di ciò che conta).

Questa qui è la versione che ho sempre ascoltato, di una canzone splendida, con un testo altrettanto splendido. Mi sono sempre chiesto, tra l’altro, come hanno fatto questi ragazzetti norvegesi, negli anni ottanta, a comporre una cosa così, a scrivere una cosa così.




E poi qualche giorno fa, insomma, dopo una lunga storia di amore con questo disco e soprattutto questa canzone, mi sono ascoltato quasi per caso, su Spotify, la Demo #3 della canzone.



E allora ho capito.

Insomma qui la canzone c’è già, c’è tutta. Ma manca qualcosa di essenziale. La chitarra è molto più consueta, più ascoltata: vorrebbe graffiare, essere aggressiva, ma è abbastanza innocente. La canzone va, ma non c’è quel quid che la rende speciale, insostituibile, unica. La tastiera fa quel giro armonico (o come si dice) che è molto più inoffensivo. Ecco, quello definitivo è molto più asciutto, ed è sparato subito all’inizio del brano. E’ la vera cifra risolutiva di tutto, e ti viene presentata subito. E’ essenziale, come il testo è essenziale, senza orpelli. Ecco, è come se dalla demo avessero scavato via tutto quello che era inutile, era decorativo, come se avessero portato alla luce quello di bello che c’era già, dentro. C’era dentro, ma era come coperto, reso appunto più inoffensivo, meno capace di mordere, di colpire.

Però a questo punto, mi viene anche l’idea che magari a voi degli a-ha non vi importa moltissimo. E’ possibile, sì. Ritengo, sebbene un po’ a fatica, che sia possibile. Allora volevo dare un tono un po’ più generale al post (se ancora qualcuno mi sta dietro).

E’ che da questa demo si percepisce carnalmente (e non intellettualmente, lì son buoni tutti) una cosa generale, in effetti. Per cui forse vale la pena scriverne.

Che una cosa bella, davvero bella, usualmente non piove dal cielo già bella e pronta. Che magari, invece, parte in tono sommesso, mischiata a tanti errori, tanti giri decorativi, inutili, aggiustabili, migliorabili. E poi, scavando, lavorando, lavorandoci, assume quella fisionomia inconfondibile, perfettamente imperfetta, dolcemente, docilmente definitiva nel suo ambito.

E dici, finalmente dici: ecco, è questa.

Che è perfettamente integrata nel suo tempo, che risuona del suo tempo, anche. E’ lì dove deve essere. Per dire, nelle demo di The Wall, procedendo verso la versione definitiva, c’è come in filigrana, come in presa diretta, il passaggio esatto dagli anni ’70 agli anni ’80. Nell’arrangiamento, l’intonazione, tutto. Andate a sentirle, è stupefacente. Un mondo che cambia, come fotografato in musica. Ma questo sarebbe già un altro discorso, da approfondire un’altra volta.

Insomma, quel ritmo delle cose, per restare nel titolo del brano di cui si parlava, si acquisisce, si trasmette, non d’improvviso, ma con un lavoro umile, semplice. Con una dedizione tranquilla, nei giorni. 
"È dalla terra, dalla solidità, che deriva necessariamente un parto pieno di gioia e il sentimento paziente dell’opera che cresce, delle tappe che si susseguono, aspettate quasi con calma, con sicurezza. Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne." (Emanuel Mounier)
Nel tempo, tutto avviene nel tempo.

Anche una canzone.