lunedì 30 ottobre 2017

Fare casa

Fare casa, scegliere un posto che ti piace. Iniziare ad arredarlo come preferisci. Ecco, qui ci sei tu, ci sei solo tu. Cioè, la scelta è tua. Tu devi solo dire se ti ci trovi bene, se ti piace. Se ti va di portarti i tuoi libri (Jung, Joyce, Davide Rondoni, e tutto Andrea de Carlo, a prima botta direi), i tuoi dischi (ci mettiamo, intanto, tutto quanto Battisti, ovviamente: primo e soprattutto secondo periodo), i tuoi film (Stregata dalla Luna, Jerry Maguire, Love Actually, ma subito subito, poi vediamo), insomma le tue cose più care. Quello che definisce chi sei, quello che ritaglia un tuo contorno, di fronte al mondo.


Se definisci un contorno, definisci un ambiente in cui ti riconosci e ti ritrovi, arrivi a considerare che tutto sommato sei unico, non sei appena una fotocopia di mille altri. E allora, finalmente, puoi iniziare a rilassarti. Senti che c’è un motivo per cui sei qui. Senti che questo ambiente è così irresistibilmente tuo che nessun altro lo avrebbe mai costruito così.

Senti, all’inizio un po’ timidamente, che ti puoi rilassare, ti puoi un po’ sdraiare in questa tua unicità.

Del resto, pensaci: quand’è che non respiri, che ti senti soffocare? Quando ti senti preso in un ingranaggio per il quale tu sei un’unità impersonale, sei un numero, sei alienato da te stesso, corri e lavori e produci ma non sai più perché. Quando il tuo sapore unico si stempera, si slava. Tenti di essere così pulito e stereotipato che non sai più di niente.

Pulito, sì. Perché avere un ambiente, una casa, è fare anche pace con le tue granulosità, le tue imperfezioni. Perché comunque riverberano i tuoi colori, sono così tue che nemmeno te ne rendi conto, di quanto di meraviglioso trattengono. I tuoi colori, i tuoi odori, il fatto che sei tu, passa attraverso di queste, in modo non trascurabile.

Tu devi tornare tu, unico al mondo. Adesso.

A volte non sono necessarie svolte decisive, drastiche. A volte basta iniziare a fare casa. O meglio, riprendere a fare casa. Perché secondo me è una cosa spontanea, è un movimento costruttivo e creativo della mente, che può avvenire se appena c’è calma abbastanza.

D’accordo, può servire una tecnica, un’ordine, un cammino. Magari fa bene un po’ di meditazione, qualche respiro profondo. Ogni tanto sì, ogni tanto ci vuole: meglio se con regolarità (ma senza perfezionismi). Magari anche cinque minuti al giorno, appena. Come un gioco, un gioco di casa.

Ah sì, quasi dimenticavo: nella mia casa ci va un cuscino da meditazione e un tappetino. Giusto.

L’idea, insomma, è ritornare a coltivare i propri pensieri tranquilli. Che inevitabilmente pescano in quella zona sacra costituita dalle nostre più vere passioni, delle nostre inclinazioni creative. Da ciò per cui siamo qui al mondo, potremmo anche argomentare (volendo scomodare tematiche “alte”).

Ma torno alla casa, al piccolo e al riparato.

Fare casa è anche (e forse soprattutto) allestire un angolino immaginario dentro di sé. Niente muove il sentimento e il cuore più che una cosa immaginata con la massima libertà e niente coinvolge più di un gioco.

Niente è più serio e con più conseguenze dei pensieri che lasciamo circolare nella nostra testa. I pensieri esistono, cambiano le cose, colorano la realtà. Coltivare un buon rapporto con i pensieri è un atto di amore personale altissimo (ed anche di grande altruismo).

Uhm. Vengono fuori temi alti, di nuovo qui. Ma voglio cercare di riportarmi al piccolo, al riparato, a ciò che scalda nel nascondimento, nel riparo caldo mentre fuori è freddo. Insomma voglio articolare variazioni su un tema deliziosamente autunnale.

Ecco. Fare casa è — appunto— anche e soprattutto un esperimento mentale, è allestire un angolino della mente con le cose più tue, più personali. Ho scoperto che ti ci puoi rifugiare, quando fuori sembra freddo. Non serve mica muoversi fisicamente. Basta tornarci con la mente, volerlo fare, volersi bene tanto da rinunciare per un po’ alle immagini negative e di autosvalutazione, e permettersi di coccolare quei riverberi buoni, tranquilli, calmi. Di qualcosa o di qualche progetto che possiamo far crescere lentamente, magari. Di quel momento bello vissuto, che ci riscalda ancora. Di quel sorriso imprevisto, di quella ragazza incrociata in metropolitana, o magari di quella vecchina un po’ acciaccata ma con quegli occhi luminosi, aperti, buoni. Un sorriso gratis, di pura cordialità umana.

Con le mie cose più tranquille nella testa, come direbbe Alex Britti, insomma (canzone che, sia detto di passaggio, trovo decisamente terapeutica).




Io credo che oggi c’è un grande bisogno di fare casa, di rilassarsi, prima di tutto. Come poi nella canzone di Alex (il cui testo meriterebbe peraltro una esegesi minuziosa), potresti scoprire che in atto in primo (superficie) moto d’animo avresti detto egoistico, è invece il principio fondante del vero altruismo.

Insomma. Come vuoi essere utile agli altri se sei perennemente fuori da te stesso, se sei perennemente fuori casa?

Costruisci casa. Tornaci quando ti capita d’esserti perso, e farai un favore a tutti. Ma proprio a tutti (e te ne accorgerai). Perché emetti delle onde buone, da qui fino alle stelle.

E inizi perfino a cambiare il mondo, con tuo grandissimo stupore.

mercoledì 25 ottobre 2017

Una scuola visionaria (e bella)

C’è qualcosa che si muove, nell’educazione. C’è qualcosa che non accetta la stasi, che rifiuta un modello di universo stazionario come ambito in cui tutto rimane uguale, niente cambia. C’è qualcosa che scommette sul cambiamento e sull’educazione. E che investe su progetti, anche di lungo respiro, anche rischiosi. Tutto per esporre gli studenti ad una prospettiva nuova, dove si possano sentire accolti come persone e non semplicemente come oggetti, numeri, entità disincarnate, destinate al mero assorbimento di un flusso più o meno articolato di nozioni.

C’è qualcosa. Ci sono molte cose. Molte persone, molti insegnanti, che si rischiano in questo ruolo. Lo fanno quotidianamente, silenziosamente. Per qualcosa su cui non è sbagliato, una volta tanto, spendere la parola vocazione.

Il pericolo per noi, è non accorgerci. E’ farci prendere dall’idea che tanto non cambia niente. Idea pericolosa, falsa e pericolosa. Perché rafforza la stasi, la permanenza in stati di bassa energia, di scarsa creatività, di speranza ridotta. Di vita a freno a mano tirato. Quando l’alternativa, invece, esiste.

Questo che segue è appena un appunto (altri post seguiranno, qui o in altra sede) su un esperimento che rientra in questo filone virtuoso, significativamente chiamato La Scuola Visionaria. L’esperimento è pilotato dalla Prof.ssa Carla Ribichini (coautrice del libro omonimo, insieme con Palma Mirella Iannucci).

Come recita il progetto stesso
L’educazione visionaria è quella che sperimenta nuove pratiche, progetta e crea percorsi in cui gli aspetti cognitivi e quelli educativi non sono mai vissuti separatamente, ma si intrecciano continuamente.
L’esperimento ha un tempo e un luogo, come ogni esperimento che si rispetti. Il tempo è quello presente (ma non solo, le radici sono ben sviluppate e si estendono felicemente indietro), il luogo è l’Istituto Comprensivo Corradini (Vermicino, comune di Roma).

In tale ambito, sono intervenuto due volte nel loro pregevole laboratorio, per parlare di scienza e poesia, a maggio di quest’anno. Gli incontri hanno registrato una presenza di un gran numero di ragazzi ed anche di insegnanti. Devo confessare con stupore che l’attenzione e il coinvolgimento, sia dei ragazzi che degli insegnanti, sono stati realmente gratificanti.

Si parla dell’universo: lo spicchio conosciuto, e la gran parte ancora da comprendere…

Lo sguardo attento e partecipe dei ragazzi, sempre sul pezzo anche quando si entra nel regno della fisica non conosciuta, della necessità di un sapere globale e olistico, per la crescita della persone. Capisco che c’è del materiale umano formidabile, che non possiamo perdere, disperdere. Ma non è solo quello.

E’ come se capitassi in un campo che è già stato sapientemente coltivato, pazientemente arato, sistemato. Capisco che c’è un lavoro degli insegnanti, dietro tutto questo, un lavoro non di oggi, ma di tanti giorni, tante occasioni. E certi insegnanti, sono eroi: lottare contro lo scoraggiamento, le difficoltà personali, le condizioni della scuola. Lottare per donare ai ragazzi qualcosa, una speranza, un riposo nuovo. Eroi, senza retorica.

Ma lo dicono anche i ragazzi (cito dal libro La scuola visionaria)
Gli insegnanti sono eroi perché ci trasmettono la sapienza del mondo.Ci insegnano la poesia letteraria e quella corporea che colma il vuoto interiore riempiendolo di gioia. Sono eroi, ma non quel tipo di eroi con la calzamaglia e i super poteri… il loro potere è quello di incantare gli alunni con la voce del cuore. (Ivan)
Ed ancora
Lo studente cerca negli occhi degli insegnanti la certezza che la sua vita sarà perfetta o quasi. Gli insegnati sono balsamo quando nei nostri cuori c’è aria di tempesta, sono gentiluomini che custodiscono la nostra vita e si dedicano a noi con amore (Elisabetta)
Tanto altro si potrebbe estrapolare, ma questo, nel candore delicatissimo e commovente di cui sono capaci solo i ragazzi (e chi realmente torna bambino, facendo proprio il monito evangelico), è già sufficiente per definire uno spazio di azione, ed insieme un senso compiuto a questa opera.

Che è un’opera grandissima, da condurre dunque con grandissima umiltà. Perché si tratta appena di questo, di mettersi a servizio di qualcosa, di un’idea presente, di una presenza, di una bellezza che investe l’uomo e lo rende sempre irriducibile a qualsiasi logica di mercato. Gli regala una rinnovata dignità.

Qui, solo qui, scienza e letteratura si possono incontrare, nella declinazione — anche balbettante — di un nuovo universo, dove l’uomo torna al centro di tutto. E dunque tutto torna, può tornare, più umano.

Qualcosa di così bello, per cui vale la pena affrontare il rischio. Per cui vale la pena, dedicare ogni sforzo. Per cui vale la pena, sopportare ogni pena.

Così recita infatti il libro, nella quarta di copertina:
Una scuola animata da idealismo ed amore visionario esercita un potere che rimane per tutta la vita e la trasforma.
A quale ideale più bello, più santo, potremmo mai pensare di dedicarci?