venerdì 12 maggio 2017

Canto il sogno del mondo

A volte le poesie ci aiutano. O forse sempre, sempre le poesie ci aiutano. Ci aiutano a capire, a capire in che mondo siamo, in che universo stiamo vivendo. O meglio, ci aiutano a capire in che universo scegliamo di vivere, momento per momento.

La scelta è affidata sempre e di nuovo alla nostra libertà. Possiamo sempre e comunque transire di universo, passando da spazi privi di senso e senza speranza ad ambienti cosmici finalmente intrisi di significato, orientati ad un fine, dove tutto — anche il dolore — acquista un suo peso specifico, una sua dignità di valore, proprio adeguandosi, aderendo al campo di onde generato da quella data finalità, da quel principio d’ordine.

Adeguandosi. Non opponendosi, in pratica.

La poesia è quella che soprattutto ci può aiutare a compiere questo lavoro cosmologico, questo continuo e reiterato ritorno all’universo buono, quando per vari motivi ci troviamo intrappolati in ambienti dove il senso si fatica a trovare.

La poesia è infatti sempre ricerca di senso.

Ma è una ricerca speciale, che trova già nell’attimo iniziale della scrittura, un primo accenno di risposta. Scrivere infatti è il risultato di un atto di fede. Scrivere vuol dire credere che l’universo sia raccontabile.

Il mondo, gli uomini, le stelle: ecco, sono raccontabili.

E’ già una prima significativa uscita dal non senso che ci avvolge a volte, aderente come un cellophane (secondo la bellissima immagine di Abacab).



Infatti, se le cose e le emozioni sono raccontabili c’è una storia. Se c’è una storia, c’è uno sviluppo. C’è una progressione. Niente è uguale a prima. La teoria dello stato stazionario non vale più: è solo un brutto sogno da dimenticare, per tornare ai veri sogni.

La poesia di David Turoldo Canta il sogno del mondo storia parla proprio di un sogno, e in questo parlare, in questo dire le parole del sogno ci aiuta a cambiare universo, a collocarci in quello più gustoso, più saporito, più soave e leggero.

Quello abitato proprio dai sogni. In verità, da un unico sogno, punto di origine, fontana sempre zampillante, di una costellazione di piccoli gustosi sogni personali, tutti molto colorati e superbamente variegati.

Ama
saluta la gente
dona
perdona
ama ancora e saluta …
… Canta il sogno del mondo

C’è quindi un sogno, nel mondo. Il mondo non è vuoto, non è vuoto di significato. Tutt’altro: c’è più che un significato, c’è un sogno.

Fermiamoci un momento: per carità, non diamolo per scontato. Quante volte pensiamo, ci muoviamo, ragioniamo, discutiamo, come se questo — esattamente questo — non fosse assolutamente vero? Quante volte ci troviamo posizionati a distanze siderali, ad anni luce dalla percezione, dal riconoscimento di questa presenza, della presenza di questo sogno?

Tantissime, sicuro.

Si tratta quindi di riconoscere questo significato, intanto, di riconoscerne la sua esistenza. E non è poco, è un primo passo molto importante. Direi decisivo. Un passo che interpella il cuore dell’uomo e la sua libertà, fino nelle sue pieghe più intime — arriva proprio dove l’uomo è uomo.

Notiamo, a questo proposito, che il poeta non dice affatto di inventarsi un sogno, non è la sua abilità inventiva che qui vuole mettere in campo, la sua capacità di astrazione concettuale.

Piuttosto, dice di cantare il sogno del mondo.

Vuol dire che questo sogno già esiste, non dobbiamo fare la fatica di inventarlo: dobbiamo solo riconoscere che c’è, riconoscere tranquillamente che già esiste. Il sogno del mondo, in qualche modo, è preesistente al poeta stesso, non è un’opera della sua abilità. La sua abilità dove si esercita, dove si proietta? Appena, nel riconoscere questo sogno, nello svelarlo. Nel farsi docile tramite, membrana vibrante, rilevatore sensibile e attento.

C’è un sogno nel mondo, possiamo trovarlo e cantarlo.

Un universo con un sogno dentro, non è un universo vuoto. Sono proprio due mondi diversi. E’ tutto speciale, un universo con un sogno.

Non lo può cogliere la scienza, anche se si può avvicinare, magari. Lo si può cogliere più direttamente con la poesia. Ma questo, appunto, è solo il primo passo.

Il secondo passo è accordarci a questo riconoscimento, mettersi in armonia con questo, risuonare sulle stesse frequenze, se possibile. Permettersi di risuonare con questo sogno, in modo da amplificarlo, farlo passare attraverso di noi.

Così, accettato questo, che esiste il sogno, e che possiamo accordarci ad esso, possiamo finalmente iniziare a percepire questa leggerezza di cui parla il poeta. Una leggerezza che può coabitare con tante pesantezze che ci capita pur di provare, da esseri umani quali siamo. Ma se attraversata da questa leggerezza, anche le pesantezze diventano meno pesanti.

E’ una questione di bilanciamento. Ed anche una decisione: canto il sogno del mondo non se sono bravo, o migliore degli altri, ma quando mi arrendo a questo sogno, permetto che fiorisca dentro di me.

E sorrido, e se mi capita, canto.