domenica 26 marzo 2017

Quel Sole, invisibile

Il bello delle playlist moderne è che ci metti un attimo, davvero un attimo. Prima era questione di realizzarti la tua compilation su cassetta. Piccolo inciso: si parla delle musicassette, quelle nate nel mio stesso anno e ora praticamente defunte — mentre io ancora me la cavo, grazie al cielo.

Ma la compilation su cassetta era una cosa lunga. Dovevi raccogliere tutti i dischi, mettere su un pezzo dopo l’altro, registrare, mettere in pausa, cambiare disco, ricominciare. Stare magari attento a combinare i brani in modo di avvicinarti abbastanza alla fine del lato A della cassetta, altrimenti ti toccava poi avvolgere fino in fondo il nastro residuo prima di andare al lato B, in fase di riproduzione.

Vabbè. Tipicamente accadeva che l’ultimo brano del lato A andava esattamente cinque secondi oltre la fine del nastro. Cosa che rendeva il compilatore relativamente nervoso e perfino intrattabile, per un certo numero di minuti (variabili a seconda dell’indole e dello stato psicofisico del soggetto).

In ogni modo. La cassetta poi così faticosamente prodotta, era finalmente adeguata all’ascolto in automobile, o da amici, o dappertutto.

Eh? No, niente cellulare con cuffiette bluetooth, da indossare mentre corri al parco (maglietta e pantaloncini tecnici antisudore). Il cellulare non esisteva. E il bluetooth esisteva nella stessa misura del cellulare, peraltro. E la maglietta e i pantaloncini non erano poi, anche nel migliore dei casi, così tecnici come adesso.

Correre sì, potevi sempre correre. Ma la musica la facevi scorrere mentalmente nella testa, era l’unico modo.

Ora ci si mette davvero un attimo. Ogni sito di streaming musicale ha il suo sistema, ma è sempre abbastanza semplice. Io mi sono affezionato a Play Music, il servizio musicale di Google (dopo l’abbandono forzato di Rdio e un passaggio di alcuni mesi su Deezer). E quando trovo un brano che mi piace particolarmente (o quando lo ritrovo, ripescando antiche cose dalla memoria e andandole a cercare) lo flaggo con il pollice in sù. Ed entra nella playlist automatica di tutti i brani che ho gradito.



Ah, ho preventivamente istruito l’app di Play Music a scaricare sul telefono (quando trova il wireless) i brani di questa playlist. Così me li trovo tutti pronti per l’ascolto, vi sia o non vi sia connessione.

Vabbè, ma questi sono dettagli tecnici.

L’essenziale è che posso aggiungere togliere brani dalla mia playlist in maniera estremamente veloce. Così che mi è venuta voglia di andare a caccia di alcune antiche canzoni che mi piacevano, e poi sono state magari piano piano ricoperte dalla polvere del tempo, dal cambiamento delle mode e degli stili. Dal nuovo che avanza e che a volte non sarà migliore, ma è più scintillante, questo sì.

Nella mia rivisitazione mnemonica degli anni ottanta, mi sono imbattuto ad un certo punto in un disco dei Police, che non ho mai amato troppo (l’ho comprato sulla fiducia, Ghost in the Machine era il disco del mese della mia amata StereoPlay, e io i suoi dischi del mese li prendevo molto sul serio), ma che conteneva comunque un paio di canzoni folgoranti (almeno per l’epoca).

Una è proprio Invisible Sun.




Ora, la prima cosa che mi colpisce oggi, è che io per anni e anni ho ignorato bellamente l’argomento reale della canzone. Totalmente. Non immaginavo assolutamente che parlasse delle tensioni dell’Irlanda del Nord. Probabilmente, non ho nemmeno mai visto il video prima di oggi.

Però mi piaceva da matti. Era diversa dalle altre canzoni. Fin dalle prime note aveva quest’aria potente e decisa, che imponeva da subito un ascolto attento. Lo sentivi subito. Si sente ancora adesso. Una serietà che esorbitava largamente dalla spensieratezza melodica e un po’ oziosa di tante canzonette (anche di quello stesso disco, ahimé).

Ed era come se un messaggio passasse, comunque. Anche se quel ragazzo non capiva bene il testo, questo messaggio passava. Ugualmente.

E mi colpisce adesso. Come il quadro di riferimento delle nostre preoccupazioni sociali sia cambiato del tutto. Il focus non è sul terrorismo in Irlanda, di matrice politica, ma sul terrorismo internazionale di matrice (diciamo così) religiosa.

Ma le cose non sono poi così diverse. Non sono diverse come ci fa credere il sistema di telecomunicazioni, per cui il nuovo è sempre il criterio di riferimento, in una perpetua fuga dal presente. Non sono così diverse.

Il cuore dell’uomo, per esempio (cosa alla quale puntano direttamente le canzoni), è sempre quello. E rimane così attuale, attualissimo, lo sbocco in positivo della canzone, un vero colpo di genio che risolve nella speranza la tensione palpabile che attraversa il testo e la musica.

There has to be an invisible sun
It gives its heat to everyone
There has to be an invisible sun
That gives us hope when the whole day’s done

Ci deve essere un sole invisibile, che dona calore ad ognuno (attenzione, non dice genericamente everybody, ma l’accento — e non solo per questioni di metrica — è esattamente su everyone, ognuno).

Ci deve essere un sole che ora (magari) non vedo, una stella che mi dà speranza quando il giorno si chiude.

mercoledì 8 marzo 2017

No alla violenza di genere

Forse sto per scrivere qualcosa di poco politically correct, ma perdonate, mi viene proprio dal cuore.

Eh sì, perché ad un certo punto, passando e ripassando nelle stesse occasioni (come la celebrazione dell’otto marzo, appunto) è come se uno ad un certo punto, intravedesse una trama. Come potesse finalmente vedere oltre i burattini e scorgere i fili. O se volete, scoprire quel gioco delle parti che ad un certo punto diventa difficilmente digeribile.

Quello a cui certo, puoi anche partecipare. Puoi ancora scegliere di partecipare.

Così fai i tuoi discorsi, punti il dito su tante cose esecrabili, ti vergogni un po’ — come maschio — delle prevaricazioni che tu o i tuoi amici o i tuoi antenati hanno compiuto.

Ma alla fine, il giorno della celebrazione svapora, e con esso tutto l’apparato ideologico a cui hai dato il tuo ennesimo tributo, tanto per tenerti in piedi, per essere moderno, ecco — non regge più.

Si sfalda, ed ora sei solo con te stesso.



La gente intanto, tra traffico e televisione, rientro e riaccompagno dei figli — allo sport, ai corsi di lingua — già archivia l’otto di marzo, pensa ad altro. Carica la mente con nuovi slogan, nuove distrazioni. Nuove giustissime celebrazioni, fresche sacrosante indignazioni (violenza di genere, sfruttamento del lavoro, muri con il Messico, scandali e mazzette, e così via).

Tutto questo evitando quasi sempre di scendere davvero alla radice. Come potesse rimanere un gioco di superficie, da farsi abilmente sul pelo dell’acqua.

Come se tributassimo ancora credito alla velenosa menzogna, per cui basta essere cittadini consapevoli per rifuggire dalla violenza verso le donne, o da ogni altro comportamento giudicato esecrabile.

Ecco, a questo mi sento di dire no, non ci sto.

Non ci credo. Mi state ancora prendendo in giro. L’educazione è necessaria e preziosissima. Ma non basta.

Se la mia vita (in ultima analisi) non ha senso, se mi raccontate tutti i giorni che è un accadimento casuale di un universo indifferente, qualcosa che termina con la mia morte, no: non chiedetemi pure di non essere “violento”.

Con le donne, con gli uomini o gli animali. Con le cose e con i miei pensieri, i miei sogni. Con le stelle, e la loro bellezza. Solo tempo perso, solo l’ennesima insopportabile retorica. Sarò violento comunque, al limite con me stesso (con la benevolenza “illuminata” della società progressista).

Datemi invece un senso, un senso per morire e dunque per vivere. Datemi questo infinito conforto. E io sarò docile e in pace, con la parte femminile e maschile dentro e fuori di me, e con le cose.

Ma fatelo, vi prego, fatelo subito. Del teatrino delle chiacchiere non se ne può più. E nemmeno di certe celebrazioni, quelle che due giorni dopo sono già dimenticate. Le donne non hanno bisogno di ipocrisia, non hanno bisogno di essere prese in giro.

E nemmeno gli uomini.