martedì 28 febbraio 2017

Vivere, davvero

A prescindere da tante fredde “battaglie per i diritti”, non so se c’è chi può davvero sentirsi sollevato, da come si è tragicamente conclusa questa triste vicenda del Dj Fabo. Di come una società civile non abbia di meglio da proporre che una uscita anticipata dal gioco a chi soffre un disagio, sia pure un disagio enorme. Credo sia piuttosto un caso in cui perdiamo tutti, a prescindere dalle nostre idee sul fine vita, o sulla vita in generale.
E in momenti come questi, non ritengo utile dare giudizi, tranciare sentenze. Sarebbe comunque ingannevolmente facile, vivendo in una condizione diversa. No. Non è questo il mio punto.

Il dolore umano è "sacro". Ed è una domanda aperta, per tutti.

Il fatto non è, ancora una volta, quello dividersi per nuovi e vecchi diritti, facendo baccano per giunta in un momento in cui si dovrebbe riflettere, tacere, pregare. Non è ancora cedere alla lusinga della dialettica, dare spago alla nostra inesausta voglia di dividerci, di polemizzare. Di affermare un punto.
C’è infatti qualcosa di molto più profondo, di una limatura alla legislazione, in un senso o nell’altro. Di più cogente, del fatto che lo stato dica cosa puoi o non puoi fare.
Il fatto che mi sembra chiaro, è che abbiamo — come società secolarizzata — un fortissimo problema nella comprensione del dolore. Che il dolore abbia un senso, un significato, per la nostra comunanza umana, è quasi come una bestemmia laica, è una cosa che semplicemente non sta in piedi. La vita è sensata se e solo se si vive su un certo standard, altrimenti (detto alla spiccia) è soltanto una fregatura. Questo è il pensiero comune, dietro tantissimi discorsi elaborati o tante speculazioni sui nuovi diritti o sulla autodeterminazione e sulla libertà.
Paradossalmente, che il dolore abbia senso è una esigenza profonda per tutti, anche di chi in questo momento non soffre, o non soffre a questo livello.
Io però ho questo problema, che non riesco ad essere felice se non immagino, ipotizzo, se non mendico questo senso del dolore. E una sua misteriosa fecondità, per cui sia utile agli altri, al mondo, alle stelle, all’universo.
Beninteso, non sto dicendo se io sia o non sia in grado di viverlo, questo senso, in certe condizioni estreme. Non è un discorso di capacità, di bravura. Tanto meno di santità. Sto dicendo che comunque ci sono persone che lo hanno vissuto, e lo vivono, un dolore tremendo, dentro un orizzonte di significato, di senso. E di (misteriosa) fecondità.
La società che invece si ritrae davanti alla sofferenza, che commercializza perfino l’uscita dalla vita (perché c’è anche, tristemente, questo aspetto di monetizzazione), una società per cui in fondo tutto è mercato, non mi corrisponde — semplicemente, non corrisponde al mio cuore.
Non giudico, non inveisco contro la secolarizzazione, o la mancanza di ideali, o di spiritualità, o di un qualche generico afflato metafisico (anzi semmai dovrei giudicare me stesso, per quanto così spesso non riesco a trasmettere una speranza che mi è stata trasmessa). Dico solo che non è l’orizzonte che mi fa contento, che mi può far lieto.
Anche se non sto vivendo un dolore grande, sento asfittico questo clima. Pesa sul mio cuore, mi pesa. Mi duole.
Io per primo ho bisogno. Ho bisogno di maestri che mi insegnino. Mi insegnino, mi confermino nell’intuizione che la vita è misteriosamente feconda, per ogni Sì che uno pronuncia, che riesce a pronunciare, o a pensare di poter pronunciare.
Che la libertà (anche verso il proprio destino) non si gioca nell’assenza di legami, ma nel cercare qualcosa cui valga la pena agganciarsi: “col tempo abbiamo scoperto che non basta non avere legami per essere liberi. Oggi noi ci siamo sbarazzati di tutti i vincoli, ma non per questo le persone sono più soddisfatte. Le persone cominciano a rendersi conto che per essere liberi non basta non avere legami. Occorre qualcosa per cui valga la pena usare la libertà. Si tratta di trovare un motivo per il quale valga la pena muoversi, coinvolgersi con qualcuno o con qualcosa” (J. Carron, Intervista a Jotdown)
Non c’è in fondo cosa più bella e desiderabile (e ricercabile) di questa: che vi sia un senso profondo a tutto.
Anche — e soprattutto — alla sofferenza.

domenica 12 febbraio 2017

L'ordine naturale delle cose...

Scrive lucidamente Jeremy Rifkin che
Il nuovo concetto della natura è sempre l’argomento più importante della matrice che costituisce ogni nuovo ordine sociale. In tutti i casi, la nuova cosmologia serve a giustificare la giustezza e l’inevitabilità del nuovo modo in cui gli esseri umani stanno organizzando il proprio mondo, presupponendo che la natura stessa è organizzata secondo linee simili. Ogni società si può così sentire rassicurata dal fatto che il modo con cui conduce le proprie attività è compatibile con l’ordine naturale delle cose e, inoltre, è un giusto riflesso del grande disegno della natura.
Non è dunque casuale la cosmologia che ogni epoca umana si trova a dover affrontare. Non è semplicemente una questione di progresso lineare della cultura scientifica, mentre appare piuttosto come uno specchio del sentire diffuso e comune, quel substrato condiviso che informa tanto lo scienziato più specialistico come la persona più aliena da ogni velleità scientifica.

E’ come percepiamo il cosmo, e intendo in senso veramente ampio, ovvero tutto quello che sentiamo esterno a noi stessi. Il cosmo, in questa accezione, è veramente molto presente, perché inizia appena dove finiscono le mie dita, ed è anzi quell’ambiente dove le mie dita, le mie mani, la mia attività e la mia volontà si esercitano.


Chiaramente il modo in cui percepisco il cosmo informa profondamente ogni mia azione, oserei dire, ogni mio respiro. E questo cambia continuamente.

Ci avverte Marco Guzzi d’altra parte che
… l’ordine del mondo (cosmologico, politico, conoscitivo, e perfino morale) non è statico, non è definito una volta per tutte, ma è storico, si dà cioè temporalmente, attraverso una processualità di mutazioni sostanzialmente “rivoluzionarie” (dalla rivoluzione copernicana in poi)
Difficile negare che stiamo attraversando un’epoca di insicurezza, di crisi che sovente si ripercuote dal livello meramente economico a quello esistenziale. Diceva il celebre sociologo Zygmunt Bauman, pochi mesi prima di morire, che
il sentimento di “insicurezza” deriva da una miscela di incertezza e ignoranza: ci sentiamo umiliati perché inadeguati al nostro compito, e la conseguenza è il crollo della stima e della fiducia in noi stessi. È qualcosa che riguarda tutti.
Non a caso questa insicurezza si riverbera nella percezione del cosmo.

 Così nel il cammino storico, dove ci sembra di aver percorso tutto, esplorato e bruciato tutto (impeti rivoluzionari, ideologie, tirannie…) dove le stesse democrazie liberali mostrano impietose i loro limiti. Ci sembra, in altri termini, di conoscere molto di più degli uomini di qualche tempo fa, di essere avvertiti e disincantati allo stesso tempo, come pure di essere arrivati ad un punto di confusione, di stallo. Di conoscere e non conoscere allo stesso tempo — o perlomeno di non avere la conoscenza necessaria per agire in modo costruttivo nell’agone sociale.

Così è interessante notare come questa situazione, di sapere di non sapere, si ritrova mappata nella nostra percezione del cielo, in cui mai come in questi esatti anni, si coniuga un senso di comprensione globale con una eclatante consapevolezza di profonda ignoranza. E non come la immaginiamo, ma come la scienza contemporanea ce la porge, ce la dipinge.

Non è quel cosmo che poteva avvertire sopra la propria testa una persona come Cartesio, come Newton. E’ un cosmo più chiaro, di cui possiamo finalmente dire scientificamente il momento di nascita, l’estensione, certo-— ma al contempo immensamente più complicato e misterioso.

Un cosmo in ultima analisi più morbido rispetto al meccanicismo implacabile con il quale lo abbiamo vissuto in passato, un cosmo elettrizzante, in un certo senso, perché si apre di nuovo ad un intervento profondo e creativo dell’uomo, finalmente libero perché finalmente liberato (e sempre da liberare ancora) da un meccanismo stolido di azione-reazione, affrancato da un reticolo di dinamiche freddamente impersonale.

Scrive ancora Marco Guzzi,
L’uomo è inserito in questo processo storico con la propria libertà creativa, può cioè intervenire attivamente, non deve solo prendere atto di un mondo esterno sovrastante e bloccato e adeguarvisi, ma può interagire appunto creativamente col darsi storico del mondo. La creatività umana è dunque reale e radicale, in quanto la sua libertà è reale e radicale: per cui l’uomo, si potrebbe anche dire, trascende sempre il mondo dato.
Fino ad arrivare al nodo reale, al punto intorno al quale possiamo lavorare, verso una nuova comprensione di noi stessi, come uomini: una comprensione che restituisca a noi stessi la nostra creatività (in ogni senso, dal cosmologico all’artistico, passando per l’agire sociale)
D’altronde se il sistema del mondo (cosmico come politico) fosse chiuso in sé (bloccato in una necessità tragica e fatale, come il cosmo greco), che spazi di libertà autentica e quindi di creatività radicale avrebbe l’uomo?
C’è spazio per la creatività, dunque, intorno a noi, in noi? Abbiamo affondato le nostre radici su un terreno tanto solido da sgretolare quella disgraziata stazionarietà, sia cosmologica che mentale, che nega sottilmente l’utilità e la unicità del nostro attraversamento del cosmo, per quanto breve possa essere, rispetto alle scale di vita delle stelle, delle galassie?

Una sfida culturale, artistica, cosmologica, ormai non più procrastinabile.