domenica 29 gennaio 2017

Ritorno a Ommadawn (il maestro, è tornato)

Credo che anche per l’autore, avere l’ardire di intitolare una composizione nientemeno che Return to Ommadawn sia una cosa impegnativa, e non troppo comoda. Così alto è — nella mente di molti — il termine di paragone, quell’Ommadawn che Mike Oldfield fece uscire come suo terzo album in studio. Parliamo, ragazzi, del lontano 1975.

Ora, probabilmente alcuni dei miei lettori nel 1975 non erano nemmeno nati. Ebbene, Mike Oldfield era diventato improvvisamente famoso con il suo Tubular Bells, due anni prima. Ommadawn è formato da una suite articolata in due parti (corrispondenti alle due facciate di un disco a 33 giri, tanto per capire come la creatività e la tecnica sempre si allacciano). Non c’è da spenderci molte parole, in questa sede: a detta di molti rimane il suo capolavoro, tuttora. Personalmente ritengo Amarok il suo lavoro più coraggioso e insieme più riuscito, così speciale e geniale che a mio parere è davvero uno dei dischi più importanti del secolo scorso, perlomeno nell’ambito della nuova musica.

E Ommadawn non è appena un disco: è un mondo, comunque.

Ecco, tanto per dire che tornare ad Ommadawn non è affatto uno scherzo. E’ tornare su un livello, approdare ad un plateau, che si è saldamente ancorato nell’immaginario di moltissime persone. In forza di quello che hanno provato ascoltando il disco, molti anni fa, e un una serie di reiterati ascolti: in forza di una esperienza. Roba da far tremare i polsi, anche a chi l’ha creato.

Dunque il titolo è impegnativo, di per sé. Ma ha la sua ragion d’essere: lo schema di due parti di Ommadawn è ripreso fedelmente, quasi fino alla stessa durata (questo, è poco più lungo). Siamo lì, siamo tornati in quel territorio.



Vorrei far notare, che tornare dopo quarantadue anni, in sé è una certificazione di valore tutt’altro che scontata. Si torna in forza di un interessa che rimane, che perdura. Si torna perché si riconosce un punto di valore che il tempo non ha fatto sbiadire.

Devo anche dire che non ci credevo.

No, non ci credevo più, in questo ritorno. Ci speravo, certo: ma senza crederci davvero. Dopo Man on the Rocks, gradevole ma così pienamente integrato nell’orizzonte del pop/rock radiofonico di buon livello (e con qualche guizzo sì, perché il genio è sempre tale), temevo che Mike, il mio Mike, si fosse stancato di scavare nel cercare l’oro, si stesse insomma avviando verso una onorevole pensione, diciamo, diluendo un po’ il suo talento in realizzazioni parziali, poco ambiziose.

Che poi niente, a volte non si può essere obiettivi. Quando è piuttosto una questione affettiva, non ci si reinventa di colpo critici equilibrati. Quando i ricordi tornano ad un ragazzo che provava a registrare su nastro Incantations con un microfono appoggiato vicino all’altoparlante di una radio, in una cucina resa più silenziosa possibile. A quel ragazzo che fu folgorato quando gli capitò di vedere in televisione una performance live di QE2. Che impazzì a riascoltare Tubular Bells 2 e poi Tubular Bells 3 un insano numero di volte. Che sull’onda emozionale impalpabile ma concreta di Tubular Bells 3, onda lunga, aprì un gruppo su Internet per riunire i fans, quando ancora non era affatto pratica comune, quando Facebook non esisteva affatto. Era il 5 ottobre del 1998. Un altro millennio.

Ora torniamo in queste atmosfere, ci tuffiamo in un periodo, in un mood, che si pensava chiuso per sempre. Affidato appena al pensiero nostalgico, semmai. E invece no, è qui. E’ qui di nuovo.

Lo stupore è grande, per me. Ed anche la gratitudine, per avere qualcosa così da poter ascoltare. Quel poco che ne dirò, sull’ascolto, è frutto di un incontro ancora molto recente, ma già appassionato. Un incontro che le parole non posso rendere se non per approssimazione, essendo metaverbale per eccellenza.

Dunque. Se la prima parte è gradevole, è bella, è la seconda che mi cattura completamente. Quel punto in cui non puoi essere — diciamo-— finalmente più disincantato e obiettivo, non puoi essere più moderatamente cinico e freddo, dove la semi-delusione ordinaria trova un punto di sospensione, perde aderenza, si scioglie finalmente. Quel punto di aggancio avviene e la musica ti dice ora vieni dove ti porto io perché io sono in risonanza con il tuo cuore, lo sono come tu stesso non riesci quasi mai ad essere. Quando dice così una musica, un quadro, un libro, è imperativo ascoltare. E’ come se ti dicesse qualcosa di enormemente importante per te.

E che c’è di più importante della percezione della bellezza, dell’armonia, quale informazione più di questa vogliamo ascoltare dall’Universo?

E’ quel tema, per me. Entra poco dopo il secondo minuto, in modo sussurato, sommesso. E poi cresce. Viene lasciato, ripreso. Ma mi aggancia subito. Poi nel finale esplode e tu ormai sei lì, sei nel finale, ci sei dentro completamente, ogni tua fibra ne risuona, non puoi evitarlo, non vuoi evitarlo.

Quando si agganciano tali corrispondenze è sempre un evento magico, da guardare con grande rispetto. Qualcosa succede. Qualcosa accade tra la struttura del cuore e i suoni che arrivano all’orecchio. Un linguaggio misterioso e non verbale dice cose e ottiene risposta, coinvolgimento.

Dopo l’ascolto mi rimane nel sangue la struttura di quel grappolo di note. La struttura ricircola nella mente, come un loop balsamico, qualcosa che ripete il suo messaggio di armonia nascosta, lo prolunga nel tempo.

Così mi capitava con Tubular Bells 3, e in quel caso era la modulazione di apertura e chiusura, sussurrata dal vento. Mi capita di nuovo, adesso.

E’ sempre bello innamorarsi, e innamorarsi di una musica non è troppo diverso da altre forme di innamoramento, nel senso che porta a galla un’armonia tra le cose che tu quasi non vedevi più.

E non ci vogliono discorsi — ci vuole una musica. Un suono. Una modulazione dell’essere. Dove ci stanno mille discorsi insieme e non ce ne è al contempo nessuno. Dove la mente viene liberata e non invasa.

Liberata, per una corrispondenza.

domenica 15 gennaio 2017

Il cielo è pieno di uccelli

Nasceva oggi, Etty Hillesum, il 15 gennaio del 1914. Lo sappiamo, è morta in un campo di concentramento nazista. E ha lasciato un diario che è una delle cose assolutamente più straordinarie, più fluide e spiazzanti, che si possano trovare in forma di stampa.


Scrivere qualcosa, qualsiasi cosa, che circondi il fatto di Etty mi spaventa totalmente. E’ impossibile. Se sono qui che comunque metto una parola dietro un’altra, completamente cosciente della sproporzione a dire che si apre in queste righe, che quasi le divora prima che le scriva, è appena per un atto di omaggio.

Ecco, credo che solo questo mi sia possibile. Un omaggio.

Così è la faccenda. Non posso analizzare, circondare, circoscrivere nulla, in questo caso. Posso solo arrendermi ad essere circoscritto. Entrare nel suo diario in fondo è questo. E’ sentirsi addosso una vita, una vita carnale, carnalissima (con tutti i particolari del caso, riportati nel testo) ed insieme intrecciata sempre più irriducibilmente con l’Essere, con quella Entità personale diversa dal mondo ma immanente ad esso, che chiamiamo Dio.

Etty attraversa il mondo senza particolari tentazioni spiritualistiche, senza azzardare alcuno spiritual bypassing, ma vivendo nella carne. Con la sua umile scrittura fa (senza volere) una cosa rivoluzionaria, fa piazza pulita di tutti i nostri schemi su cosa debba essere una vita davvero carnale e una vita realmente spirituale (e tutte le distanze tra le due che ci riusciamo ad inventare, in modo a volte perverso), ci fa capire in modo molto salutare ed assai benefico (meglio di una bastonata zen, per capirci) che non abbiamo ancora capito niente.

E insomma, c’è tutto nel diario. C’è anche la psicanalisi, c’è la letteratura, c’è il turbamento emotivo della giovinezza, i dubbi, la politica. E c’è la poesia, c’è la grazia esistenziale — fonte di perpetuo stupore — di una ragazzina che annota, nei suoi ultimi giorni prima di essere uccisa nel campo di concentramento, che
Il cielo è pieno di uccelli (…) il sole splende sulla mia faccia, e sotto i nostri occhi avviene una strage, è tutto così incomprensibile. Io sto bene.
Diceva Etty che la gratitudine è sempre più grande del dolore.

Ecco, io che sto leggendo il tuo diario, ti sono grato, cara Etty. Mi sei tanto cara, perché il tuo stesso percorso esistenziale mi mostra quanto sia irriducibile ad una visione egoica/materialistica, mi dimostra che l’armonia nascosta vale più di quello che appare, per dirla con Eraclito. Per mostrarmelo l’Essere ti ha condotto a donare la vita, per mostrarlo davvero sul campo e non appena elaborarlo come concetto.

Ecco perché ti sono grato, ecco perché ardisco di scrivere di te, consapevolissimo della mia piccolezza. Non per citare brani del tuo diario, per commentarli. Sarebbero troppi, e ogni mio commento rischierebbe di addomesticare la meraviglia, di ucciderla.

No, ti scrivo appena per questo. Per dirti grazie.

E scelgo di non sistematizzare troppo, stavolta, ciò che dico. Di non bilanciare. Perché stavolta non me la cavo, non me la cavo se non con lo stupore. Nessun ragionamento bilanciato, no proprio nessuno.

E poi questo, che mi ricollega così dolcemente al momento presente. Non so se è una citazione esplicita, ma ecco: mi piace pensare che lo sia. Quello che Kate Bush, in un brano introduttivo della seconda parte dello splendido Aerial, fa dire a Bernie, il suo bambino, è infatti straordinariamente simile alla frase di Etty. E ne rilancia l’intrinseca, irriducibile armonia poetica.

Il cielo è pieno di uccelli… sembra che stiano parlando…



Armonia poetica. Cioè vitale.

A dispetto di ogni campo di concentramento, del corpo o dell’anima.

A suo perenne scacco. Non in forza di una idea, ma di una armonia.

mercoledì 4 gennaio 2017

Il ritorno

Un viaggio, degli incontri. Una avvenente collaboratrice, un misterioso e autorevole scienziato. La possibilità inattesa di un ritorno a casa, di una discesa a picco nell’istante presente. Luca è ad un punto di svolta, un punto critico: nella vita, nel lavoro e negli affetti. Ora è chiamato ad affrontare i propri fantasmi, per riscoprire un cuore vivo.

“La questione è proprio semplice, Luca”, abbassò gli occhi, e in quel momento mi sembrò seducente come non mai. “Io sono nella mia storia, Luca. Lo sono ora come lo ero quando ci siamo conosciuti, tanti anni fa, quando ero appena una ragazza. Anzi, sono assai più nella mia storia ora di quanto lo potessi essere prima. Nella mia vita c’è una strada. Una possibilità sempre aperta di gioia, di essere abbracciati….”

Il mio primo romanzo è disponibile per l’acquisto su Internet in forma cartacea e digitale. Il primo capitolo è disponibile per la lettura gratuita attraverso il portale Wattpad.



La trama si dipana tra Roma, Monaco di Baviera e Parigi, integrando la suggestione dei diversi luoghi come attore partecipe delle vicende stesse del romanzo.

“Che visione stupenda! Basta guardare, alle volte, mi dissi, guardare fuori, intorno.
Avere occhi per guardare le meraviglie del mondo.“

Il tutto avviene sotto gli occhi del lettore, sempre a stretto contatto con una colonna sonora che si integra organicamente con lo svolgimento, chiamando idealmente chi legge a partecipare anche attraverso la magia del suono, e attinge ad una seri di brani (italiani e stranieri) che copre un ampio intervallo di stili e di epoche.

La playlist (in corso di sistemazione su youtube) comprende i diversi brani della colonna sonora del romanzo, nell’ordine corretto. L’avvicendamento dei brani può sembrare privo di un vero nesso logico, ma (vi garantisco) è pienamente comprensibile attraverso la lettura del romanzo.