martedì 27 dicembre 2016

Ipercarmela

Un titolo che se vi dice qualcosa... vuol dire che siete come il sottoscritto, ovvero relativamente stagionati. Si affonda infatti nei lontanissimi anni settanta, e precisamente nell’anno 1976, quando venne rilasciato da De Gregori l’album Bufalo Bill.

 


Quanto tempo, potremmo dire.

Intanto dico che è bello avere ricordi, sensazioni, immagini di vita ed atmosfere che spaziano ben oltre l’immediata prossimità. Il sapore degli anno settanta, per esempio, è completamente diverso da quello di adesso, chi l’ha vissuto lo sa bene. Ricordarlo, ricordare certa tensione ideale, certa voglia di cambiare il mondo, un certo acuto sentore del sociale, pur con tutti i debiti correttivi che la storia stessa ha mostrato necessari, è comunque qualcosa.

Però Ipercarmela, dicevamo.

Niente, che ogni tanto mi prende questa cosa qui: di riascoltare da grande gli album che sentivo da ragazzo, con la coscienza di adesso, l’orecchio che ha sentito (grazie a Dio) tanta altra musica, e anche con una qualità acustica migliore, rispetto alla musicassetta dove viaggiava gran parte del mio patrimonio musicale.

Quante cose hanno ospitato, negli anni, queste piccole bobine rotolanti...

Così sparo Ipercarmela in macchina, ieri. Il punto è che in macchina c’è anche Andrea. Come reagisce un ragazzo nato nel 94 alla musica degli anni settanta?

Abbastanza analiticamente, sembra.

Un giovane Francesco esordisce (l’esordio quasi esitante e poi come lanciato in discesa di Ipercarmela mi ha sempre mandato ai pazzi) cantando che
La cucina era
vuota, il bicchiere a metà,
l’uomo guardava serio il muro e poi seguiva
il fumo che saliva lento verso la lampadina.

Andrea mi fa: ma se la cucina era vuota, come faceva ad esserci qualcuno?

E io penso che quello splendido quadretto abbozzato con due o tre parole appena, buttati lì come sapienti spatolate di colore, è già stata compromessa da un figlio che fa uso della logica abbastanza convinto ma spietato…

Vabbè.

Quadretto compromesso. Poi quando accade che la coppia di emigranti del sud, stabilitisi a Torino (come ho appreso da poco, prima la ascoltavo senza capirci assolutamente nulla, ma gustando le parole), ha una figlia…
Dentro una città pulita e violenta
la donna partorì una stella e la chiamò Carmela,
figlia di suo padre e sua madre,
fiocco rosa da crescere in fretta.

Il commento è: beh certo che è figlia di suo padre e sua madre, come potrebbe essere altrimenti…

E pur essendo incontestabile, è ugualmente tutto un universo di rapporti di parole, e tra parole e cose, e tra parole e persone e tra persone e cose e tra persone e persone, tra persone e stelle, che riceve una delicata ma decisa spallata. Quel modo di dire apparentemente inutile ma che, nel ribadire un concetto ovvio, è come se rimarcasse una evidenza, figlia di suo padre e sua madre, una evidenza di derivazione — in questo caso meridionale— che piaccia o non piaccia non ti puoi levare di dosso, un senso di radice che ti insegue e ti raggiunge anche in un paese lontano, per cui rimani comunque innestata nel tuo modo di vivere, nella tua solarità mediterranea, per cui…

Rideva quasi sempre e piangere non piangeva, mai.

Così anche un modo di suonare e di esprimersi degli anni settanta rimane comunque lì, all’interno della sua bolla temporale, difficilmente esportabile e riproponibile tout-court ad una persona dalla sensibilità più moderna.

Rimane una sorta di incanto nostalgico per chi ha vissuto anche quella lontana epoca, un incanto che magari trattiene selettivamente quello che più desidera. Un incanto, non una cronaca oggettiva, un resoconto imparziale. Una cosa che parla tanto del mondo, quanto di te.

Una cosa, insomma, da Ipercarmela.