mercoledì 21 dicembre 2016

Trasferimenti

Ecco, dopo anni di utilizzo della piattaforma Blogspot, ho deciso di prendere dimora su Medium, per cui mi trovate qui. Se tutto va bene Stardust dovrebbe essere la mia nuova casa, almeno per un po'.

Poi tutto nel web è in movimento, per cui... beh intanto vi aspetto!


domenica 11 dicembre 2016

L'umiltà del credere e del seguire

Leggo dal testo Yoga e preghiera cristiana, di Marco Guzzi, una frase che squarcia il velo su tanti malintesi, in materia di fede e spiritualità. Essenziale come non mai, oggi (ok, almeno per me).

E’ invece solo attraverso la seria ed umilissima adesione ad un cammino storico concreto che io potrò poi vivere anche la grandissima transizione antropologica che stiamo sopportando, e le trans-figurazioni misurate e corrette delle stesse tradizioni religiose che essa richieda. Ma non illudendomi di poter scavalcare in toto il punto più difficile e dolorosa della nostra trans-figurazione, e cioè appunto l’umiltà an-egoica del credere e del seguire.

Diceva un bel canto di Claudio Chieffo, che “è bella la strada per chi cammina”. Quel cammina che sintetizza mirabilmente, a mio avviso, proprio la frase che ho estrapolato dal testo di Guzzi.



Ecco, l’umiltà anegoica del credere e del seguire. Proprio quella, vorrei riscoprire. Sono così perso così spesso nel dar fiducia ai miei ragionamenti circolari, che mi dimentico di questa fondamentale verità (assolutamente condivisa da tutte le tradizioni spirituali). Di queste due paroline che liberano dalla schiavitù del proprio pensiero, dello sforzo eroico di tenere in piedi il mondo, dandogli senso.

Marco, rilassati. Non devi dare senso al mondo, devi appena riceverne il senso. Non è uno sforzo progettuale e concettuale che ti è richiesto, ma un atto di cedimento, piuttosto.

Lasciare il comando, fidarsi. Difficilissimo, siamo d’accordo. Eppure, concettualmente, di una semplicità dell’altro mondo, proprio.


giovedì 8 dicembre 2016

Quella dolce purezza del sì

Francisco de Zurbaràn, L’Immacolata Concezione- particolare. Guadalaiara,
Museo Diocesano di Siguenza


Attendere. Essere in attesa, paziente. Rinunciare.

Rinunciare a seguire il filo implacabile del pensiero,
del progetto, la catena irredimibile del fare.
Essere nuovi, essere rivoluzionari, essere.

Essere nuovi ed antichissimi, essere autenticamente originali.
Essere propriamente sé stessi, essere.

Essere in relazione, schiantare l'autosufficienza impaziente.
Don't carry the world upon your shoulder.

Sfondare il senso di dover dare senso al mondo, con il proprio fare.

Lei non doveva fare nulla, peraltro.
Proprio nulla.

Solo essere d'accordo,
solo non porre ostacoli,
solo non fare valutazioni su sé stessa
o sul mondo,
non doveva nemmeno capire

il disegno, solo questo:
solo dire sì.

Purissima, entra nel mondo senza
alcuna ombra disarticolando
nel profondo gli usati meccanismi,
le note dinamiche,
nella forza preventiva
di questo sì.

La fecondità arriva.
La fecondità arriva quando ti arrendi.
Quando lasci fare, ti rendi morbida
ti lasci fare.

Lei non poteva dare senso al mondo
con il suo fare, soltanto.
Non avrebbe potuto.
Poteva solo accogliere.

Capisci che quando ti arrendi sorge un seme
sorge un seme dentro di te e diventi
feconda, diventi bella in ogni cosa
in ogni cosa
che fai o che non fai.

E' la sconfitta suprema, il ground zero
della tua mente, final-mente, delle sue architetture
crescenti e ricrescenti come cellule malate
come cellule impazzite.

Ben conosci, del resto, questi
acri di architetture infeconde,
universi desolati e freddi, vastità
gementi.

Vedono, i tuoi occhi dolci,
la sconfitta di ogni ideologia,
affondata nel suo stesso spazio,
implosa nell'assenza di senso,
morta intrisa in sangue e violenza,
quella violenza inesorabile del vuoto.

Allo stesso tempo, imperniata nello stesso istante,
esulta il tuo cuore per  la vittoria radicale del
pensiero poetico e

d'ogni umana arte, come universo pulsante
propriamente carnale,
lietamente espulso dall'orbita
dal pensiero razionale.

Quella perpetua sottesa vittoria
della bambina in te che
vuole solo la mano che guida, l'affetto, un senso
dolcissimo di essere
salvata

mai più saggezza mai più

abitando questa sola
pazza e sconveniente saggezza,

l'estrema saggezza
di accogliere,
acconsentire:

lasciarsi cadere
al di tutto, fuori di te eppure

al tuo vero centro,
grembo accogliente
dell'universo tutto.

Roma, 8 dicembre 2016



domenica 27 novembre 2016

Combattente

E' abbastanza sorprendente capire che ci si può stupire ancora. In effetti è una regola della vita, forse la regola della vita. Quella che manda avanti tutto, comunque. Che ti permetti di respirare, in fondo. Che non ti permette mai di dire i giochi sono chiusi perché lo sai, lo sai che per dirlo devi comunque mentire, dire comunque una cosa che non è nell'ordine delle cose, non lo è affatto. E' una variazione arbitraria della trama dell'Universo, dei suoi misteriosi campi di forza. Misteriosi, sì, ma nella loro struttura ultima, non tanto nel loro manifestarsi. Su questi, chiunque sia su questa nostra Terra già da un po', inizia certamente a farsi le sue brave idee.

Così entrare nel nuovo disco di Fiorella Mannoia, Combattente, intanto, scompagina un po' i miei pensieri pigri, quelli che mi vogliono insegnare a non cercare più lo stupore, che tanto non si trova. Beh, una bella favoletta, perché invece si trova, eccome.



Anche qui, in un disco che già immagini un po' convenzionale. Beh sì, Fiorella ha cantato tantissime splendide canzoni, ma che vuoi ormai, alla sua età (terribile frasetta), dopo tanti successi...  Il bello di queste cose da finta persona matura è quando vengono spazzate via dalla realtà. Allora sì che uno inizia a prenderci gusto.

Perché già da Combattente, la prima canzone che poi dà in maniera molto discreta ma efficace, la cifra interpretativa di tutto il lavoro (poi si capisce, è un concept album appena un po' nascosto, ma è evidente), capisci che c'è qualcosa che non torna. Accidenti. Qui rischi di stupirti di nuovo. 





Dopo un paio di ascolti la melodia mi prende, e insieme le parole, perché girano molto bene insieme. E mi sembra che dica qualcosa in modo nuovo, o fresco, qualcosa che mi fa bene risentire, riascoltare.
È una regola che vale in tutto l'universo
Chi non lotta per qualcosa ha già comunque perso
E anche se il mondo può far male
Non ho mai smesso di lottare
Che poi la cosa si fa più radicale. Da vale a cambia, il passaggio non è di poco conto.
È una regola che cambia tutto l'universo
Perché chi lotta per qualcosa non sarà mai perso
Mi risuona. In fondo è l'atteggiamento con il quale affrontiamo le circostanze, le sfide, che le cambia. Ne cambia la stoffa, la qualità, la consistenza. Non so dire come esattamente questo avvenga, ma le cambia, comunque. E' esperienza comune, è esperienza di tutti. Anche una canzone allora ha valore, ha un valore forte, puntuale. Perché ti conduce i pensieri in questa zona. Li fa uscire dalla regione di circolazione improduttiva, dalla stagnazione. E li muove delicatamente in un una zona lavorabile. 

Capire che il mio atteggiamento influisce sul modo in cui faccio esperienza del mondo, è una nozione preziosa. Qualcosa che devo riprendere e ripercorrere spesso. 

Ed è appena l'inizio. E' bello che nelle altre canzoni ritrovi comunque il tema accennato da Combattente che ritorna, lo trovi sempre sottotraccia, e ogni tanto riaffiora esplicitamente, a formare una bella coesione dell'esperienza di ascolto. Sarà che sono irrimediabilmente malato dall'aver appassionatamente vissuto l'epoca dei concept album, quelli che andavano negli anni settanta, chissà. Di fatto, l'ascolto di una serie di canzoni - pur belle - che trattano argomenti tra i più disparati, riunite in un album e proposte tutte assieme, mi ha sempre lasciato addosso una sensazione un po' di non compimento. 

Esatto. Con questo album il pericolo è scongiurato. Hai la sensazione piacevole di rimanere in tema, anzi, di approfondirlo guardandolo da una serie di posizioni diverse, declinandolo in una varietà di situazioni. La cosa acquista gusto, ed interesse.

Al mio orecchio, in ogni canzone c'è almeno un friccico di nuovo. Nelle parole, nella melodia o nell'arrangiamento. C'è sempre un po' il gusto del non ascoltato, e un accento di verità, che supera l'impressione di mestiere che invece trovo in tanta musica moderna (sto invecchiando, me ne rendo conto, e faccio probabilmente discorsi di chi sta invecchiando... abbiate pazienza, voi che leggete).

Ma la vera chicca del disco, quella che mi fa sobbalzare i pensieri, arruffarli  e scompigliarli per evidente abbondanza di bellezza,  è lì, verso il centro, quasi nascosta. Del resto, anche come inizia, in maniera tutt'altro che roboante, anzi. Con una melodia appena accennata, la voce di Fiorella che quasi indulge sul parlato. E solo dopo un po' si aggancia alla melodia, che scopro poi efficace, persuasiva. E splendidamente agganciata alle parole. Quelle parole che (una volta tanto) appaiono davvero e compiutamente poetiche. Cioè capaci di sorprenderti in un epifania che - per un istante - spazza via i pensieri ricircolanti e squarcia un velo oltre il quale rimani soltanto in silenzio, in ammirato silenzio. 

Tale è il potere della musica, e delle parole, quando si trova chi lo sappia far sprigionare, far rifulgere.

Sto parlando de I pensieri di zo, di Fabrizio Moro (fino ad ora per me, perfetto sconosciuto, tanto per richiamare la canzone dell'album che era anche colonna sonora dell'onomimo film).  E visto che pare che su Youtube la canzone non sia facilmente reperibile (immagino, per comprensibili motivi di copyright) qui mi debbo accontentare di riportare il testo, che prendo dal sito di Fiorella.



Anche se, diciamolo: accontentarsi, è un po' far torto alla canzone, perché ci arriva addosso con un testo assolutamente favoloso. Certo, rende al massimo con la musica, dunque se non l'avete fatto, vi consiglio di cercare di ascoltarla. Vale la pena, ve ne accorgerete. 

Sai quando senti le parole che escono deliziosamente dal sentiero del già detto, che - apparentemente inoffensive - si accostano, si agganciano tra loro in modo da evocarti suggestioni, brandelli di situazioni, persone o momenti di persone, echi di giorni mezzo ricordati (per dirla con l'ottimo Roger).
Ma che belle le sere d'estate
un poì prima di uscire
quando senti che esisti davvero
e non ti sai più gestire
E il cuore beve queste parole e scalpita, riconosce la bellezza, come rispondenza misteriosa al vero delle cose, e se ne nutre. Parrà sembra esagerato per una canzone, ma a pensarci non lo è poi tanto. Specie se siamo convinti che il bello possa prendere dimore dappertutto, sia assolutamente trasversale e non inquadrabile in nessuno schema. Sia sempre un po' oltre i nostri ragionamenti (compresi quelli che dicono che è oltre, naturalmente). In altre parole, sia ultimamente irriducibile a qualsiasi sua concettualizzazione. 

Io penso così, almeno.

E allora lascio il posto alla possibilità di emozionarmi, quando ascolto I pensieri di zo.

Mi viene da pensare, è come un contraltare più carico di letizia della pur bellissima canzone di Vasco (guarda un po' stupendamente interpretata dalla Mannoia) che è Sally. E' di più, è come Sally rivoltata come un guanto da una prospettiva più gioiosa,  ancora possibile, sempre possibile.

Sentire di esistere davvero. Forse qui è racchiuso il senso del tema. Quell'essere combattente non è fine a se stesso, o ad una ribellione sterile, stigmatizzata, già vista, già percorsa. E' una rivoluzione inedita che ancora ci aspetta, quella che ci porta ad esistere davvero. 

Scriveva Holderlin (citato nel saggio Poesia e Rivoluzione, di Marco Guzzi), già nel 1797,  "Io credo in una rivoluzione futura delle concezioni e delle modalità di rappresentazione, che farà impallidire tutto ciò che finora è stato”.

In effetti, ogni bellezza parla di questo, e niente che ci interessi davvero parla di qualcosa meno di questo. Una rivoluzione tutta da fare, sempre e di nuovo.

Come ormai è chiaro, l'unico motivo rimasto per sentirsi ed essere realmente combattenti.

mercoledì 9 novembre 2016

Dialogo

Tu sei un bene per me, e questa frase - che è stata quest'estate addirittura la nota dominante di una manifestazione frequentata e ricca come il Meeting di Rimini - ad una prima passata, ad una analisi frettolosa, può perfino apparire scontata

Eppure, è una frase che si apre ad una perpetua rivoluzione, se appena uno prova a sentirla fino in fondo, ad esplorarne le diecimila applicazioni pratiche. Se uno prova - con tutte le cadute e le smagliature del caso - a viverla. A comprendere vivendo, cosa cambia veramente del suo modo di intendere e rappresentarsi il reale. Vivendo, voglio dire, e non ragionandoci elaborando speculazioni teoriche. Nemmeno scrivendone in un blog, per intenderci: se infatti qui dico, è appena per trattenere i fili e le impressioni di una cosa che si è srotolata nel reale.


Dialogare è crescere


Perché se è vero (ammesso e non concesso, vogliamo dire...?) che il mondo è uno, è vero che cambia radicalmente in funzione dei nostri modelli mentali.

Tu sei un bene per me apre ad una serie di conseguenze che mi sorprendono, all'atto pratico.  Nel senso letterale, proprio: che prevale in me il sentimento di sorpresa. Non tanto a pensarle (corrono piuttosto il rischio, come sappiamo, di essere addormentate da un buonismo tanto accogliente quanto tragicamente inoffensivo): mi sorprendono a viverle, a vederle accadere. Come mi è accaduto ieri sera, al Nuovo Teatro Orione, per l'incontro sulla riforma costituzionale, organizzato dal Centro Culturale Roma.

Un momento dell'incontro al Nuovo Teatro Orione

Intanto. Ospiti sicuramente di rango, come  Stelio Mangiameli, professore ordinario presso l’Università degli studi di Teramo Cattedra di Diritto costituzionale e direttore dell’Istituto di Studi sui Sistemi Regionali Federali e sulle Autonomie “Massimo Severo Giannini” Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISSiRFA CNR). Ricercatore di ruolo di Istituzioni di Diritto Pubblico, presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università degli studi di Catania.

O come Luciano Violante, professore ordinario di istituzioni di diritto e Procedura penale e Presidente emerito della camera dei Deputati. Giudice istruttore a Torino fino al 1977, nel marzo 2013 ha fatto parte del gruppo di lavoro finalizzato alla presentazione di proposte programmatiche in materia istituzionale, economico-sociale ed europea.

L'incontro, che è stato intelligentemente e piacevolmente moderato dal giornalista Paolo Cremonesi, è stata per me questa  occasione di sorpresa. 

Ci sono andato per orientarmi sul referendum, innanzitutto. Perché è vero, se dico che non ho deciso, la gente mi guarda come per dire ah hai deciso ma non vuoi dirmelo. E invece no, non ho deciso. Vorrei prendere questa occasione come una opportunità di dialogo e di confronto, per capire cosa muove le persone ad una posizione o all'altra. Non mi interessa saltare di corsa a bordo di una qualche posizione prefabbricata. Stavolta no, mela voglio gustare tutta, questa possibilità. Mi piace cercare di capire, comprendere, relazionarmi.

Un collega di lavoro pochi giorni fa mi ha confessato, forse con qualche non voluta supponenza, per me è così evidente, io ci ho messo appena un attimo a capire da che parte stare. Ecco, io voglio proprio fare il contrario, invece. Voglio metterci del tempo, capire, comprendere le ragione delle parti. Questo deve essere il mio referendum, una mia occasione da non perdere. Per stringere legami, conoscere, esplorare. Anche una volta deciso, capire e frequentare le ragioni opposte.

Finalmente capisco meglio il volantino diffuso da Comunione e Liberazione, Per recuperare il senso di vivere insieme.  Eh sì che l'avevo un po' sottovalutato, all'inizio. Come se dicesse belle cose ma poco reali, nel complesso.

E invece adesso, a valle di quello che mi sembra possa generare, ne apprezzo la peculiarità (e capisco la superficialità della mia prima frettolosa valutazione). Anzi, la salutare unicità. Perché la bellezza di quanto accade seguendo questa posizione, è veramente uno spettacolo. La posizione poi è semplice: capire la grande opportunità che è questa occasione, una opportunità di relazione con l'altro, prima che una corsa a capire da che parte "bisogna" stare.

E ieri per me è stato come assistere ad una piccola festa di relazione, se così posso dire. Due persone intelligenti che si sono confrontate in modo rispettoso, veramente rispettoso dell'altro. Due identità che non si sono affatto nascoste o diluite (Violante è per il sì, Cremonesi per il no, dichiaratamente): tutt'altro, direi. Non si sono mimetizzate, ma hanno intrecciato le loro ragioni nel pieno rispetto dell'altro.

Un rispetto non artefatto, o simulato. Un rispetto che si respirava.

E mi sono finalmente reso conto di come sia generativa la posizione del volantino, proprio di quel volantino che avevo accolto con una certa sufficienza. Perché l'incontro di ieri nasce proprio da un lavoro appassionato sui temi del volantino, da una dichiarata ispirazione a quest'ultimo.

Ecco, la fecondità di tale approccio, ieri mi ha conquistato, intenerito. Rallegrato, ultimamente.

Ed è servito, anche sotto il lato della scelta, perché ho iniziato ad irrorare di ragioni una mia possibile scelta, ho iniziato ad orientarmi verso una posizione. Forse non serve nemmeno che la dica, perché poi non è questo il punto.

Il punto è non ricadere (ancora) nello stato mentale che divide, contrappone, distingue. Separa buoni da cattivi. Comprende solo attraverso l'esclusione, la divisione. Si coagula nella ricerca di un nemico (Renzi come Berlusconi, in questa dinamica, non fa differenza), o di uno schieramento entro il quale trovare dimora e una sicurezza di giudizio che evita il vero confronto con l'altro.

Il punto è proprio questo, di non perdere questa opportunità di crescita, di dialogo. 
"È solo la certezza del significato ultimo che fa sentire, come fossimo un detector, la più lontana limatura di verità che sta nelle tasche di ognuno. E non è necessario, per essere amico di un altro, che lui scopra che quello che dici tu è vero e venga con te. Non è necessario, vado io con lui, per quel tanto di limatura di vero che ha..."
Rileggevo questa frase di Luigi Giussani (contenuta in La forma della testimonianza, di J. Carron) e mi invadeva la forte evidenza di come questo si adattasse, si ritagliasse proprio sulle forme dell'incontro di ieri.

Quell'incontro che mi ha fatto capire che sì, con tutte le mancanze e i difetti e le intolleranze che posso avere di carattere, di temperamento, io voglio stare qui.

Posso votare una cosa o l'altra, ma dentro questa strada, questo orizzonte.

Dove ha senso - ed è anzi esaltata - la mia personale scelta, anche per il referendum costituzionale.

sabato 29 ottobre 2016

Corpo

La definizione di un sistema di riferimento è qualcosa di più di un mero artificio tecnico, di una decisione per esperti. E' qualcosa che informa profondamente il reale, ne definisce ed istituisce una modalità descrittiva, e perciò stesso percettiva.

La scienza nella sua incarnazione più cartesiana si rende forte della sua capacità di astrazione ed interviene nel mondo creato attraverso un principio razionale di ordine. Questo principio è ben esemplificato nella definizione stessa del sistema di assi cartesiani - concetto che è ben noto a qualsiasi giovane studente - con il quale impariamo a prendere profonda familiarità nel tempo, a interpretare e quasi plasmare la realtà.

E' uno strumento utilissimo, poiché ci permette di creare un ordine spaziale dentro la realtà, in modo da renderla quantificabile (la posizione ogni cosa è definita dalle sue coordinate nello spazio cartesiano) e quindi interpretabile. Al tempo stesso, però, è qualcosa che però è entrata così radicalmente nella nostra modalità percettiva che rischia di farci perdere di vista la sua reale natura, il fatto che è appena un modello.

Un modello del reale non è il reale. Qui spesso naufraghiamo, perdiamo i tratti del problema, semplifichiamo in maniera probabilmente illegittima. 

Perché la scienza, a volte, semplifica ed astrae in modo molto radicale. E ci allontaniamo dal reale, rientrando in una specifica modalità percettiva, a torto scambiata come percezione totale del tutto. Così ne annulliamo la sua portata perpetuamente rivoluzionaria, la sua carica esplosiva di mistero.

Il tutto è sempre molto più complesso di quanto vogliamo pensare di lui, ci sfugge da ogni lato, è irriducibile ad ogni schema di pensiero. Gli assi cartesiani ci portano a pensare ad una geometria imperturbabile rispetto a quanto avviene al suo interno, ad un sistema rigido e inerte, descrittivamente utile, emotivamente freddo. 



Il bello è che è una percezione errata. Lo dice, ormai da tempo, perfino la scienza stessa: lo spazio è curvo, lo spazio è incurvato dagli oggetti al suo interno. Lo spazio è tutto tranne che esteso all'infinito e piatto. Lo spazio partecipa irresistibilmente di quanto avviene al suo interno.

venerdì 21 ottobre 2016

Consolazione

E' una parola importante, capisco bene che non può non figurare in questo mio personale dizionario, in perpetua formazione. E' importante ma raramente ci penso - come se ci fossero sempre cose più decisive, più urgenti, da analizzare. Come se la priorità fosse sempre altrove. Meglio, come se la parola stessa racchiudesse un non so che, un sogno semplicemente troppo bello per essere una cosa reale, una cosa da adulti. 

In questa percezione del mondo, un bambino certamente si consola, si può e si deve consolare. Un adulto più o meno deve cavarsela da solo (o al massimo entrare in terapia), perché si suppone abbia maturato gli strumenti interni per affrontare i momenti difficili.

Il mondo peraltro è strano, è certamente molto più bizzarro degli schemi mentali che ci possiamo fare, che ci facciamo. E' anche qualcosa che viene percepito in modalità molto differenti, a seconda dello stati psicologici e sociali in cui ci troviamo, che stiamo attraversando, come individui e come comunità. Potrebbe  anche essere, dunque, che ci stiamo nascondendo l'unica cosa reale, l'unica cosa di cui occuparci seriamente, e serenamente.


Photo Credit: idakrot Flickr via Compfight cc

Abbiamo bisogno di consolazione. O almeno, io ho questo bisogno di consolazione, anzi di una infinita consolazione. Sempre, in ogni momento. A volte il senso di mancanza di questa infinita consolazione stringe il cuore in una morsa in cui quasi non riesco a respirare. 

Bene, direi.

Bene, perché già ammetterlo è l'inizio di una liberazione possibile. E' dismettere l'atteggiamento dell'Ercolino sempre in piedi, è ritrovare - quasi come pietra preziosa - la propria fragilità e iniziare a dialogarci, provare ad abbracciarla. Sentirsi incompleti e non provarne scandalo, è il primo passo verso una riconciliazione con sé e con le cose.

Bene, perché capisco che non posso vivere senza cercarla, questa consolazione. Che non ho davvero altri modelli di vita praticabili (o almeno, in più di mezzo secolo, non li ho mai trovati) che esulino dal cercare, dal domandare, questa infinita consolazione. Per dirla con le parole di Marco Guzzi, Non abbiamo bisogno di molto altro, ma solo di infinita consolazione.

Noi esseri umani abbiamo sempre bisogno
di consolazione, anzi di un'infinita consolazione.
Abbiamo sempre bisogno di essere consolati,
confortati nella nostra sofferenza
strutturale, nella nostra fragilità, nella precaria
giornata terrena. 
Non abbiamo bisogno di molto altro,
ma solo di infinita consolazione:
tutto perciò dovrebbe essere finalizzato
a questo scopo: il lavoro, la sapienza,
ogni forma di compassione e di amore,
siano modi per consolare, per dire
all'essere umano: tu hai un grande valore,
non temere, non sei solo, e questa scarpata
ripida e dolorosa
ti sta portando
sempre più prossimo alla gioia, a tutto ciò
cui aneli, spesso senza nemmeno saperlo.
Marco Guzzi

Questa necessità di consolazione, che avverto oggi in maniera straordinariamente concreta e pressante, non può essere più relegata dunque a istanza psicologica individuale. Non è solo questo, non è più una spiegazione sufficiente. Riconosco che i tempi si stanno facendo stretti: tanto in senso personale quanto in senso sociale.  Diceva assai profeticamente Don Giussani, qualche anno fa, che

 il grande problema del mondo di oggi non è più una teorizzazione interrogativa, ma una domanda esistenziale. Non: “Chi ha ragione?”, ma: “Come si fa a vivere?”. Il mondo di oggi è riportato al livello della miseria evangelica; al tempo di Gesù il problema era come fare a vivere e non chi avesse ragione; questo era il problema degli scribi e dei farisei.

E' proprio così, secondo me. Ma quanto invece sembra periferico, nelle conversazioni che incontro, che attraverso! Sembra l'ultima cosa, la più indicibile, la più inconfessabile. Perfino in questi giorni che precedono il referendum, qualcosa ancora  ci trasporta, ci devia, e nei discorsi pro o contro la riforma costituzionale, prevale la logica degli schieramenti, l'affezione ad una parte, a volte quasi pregiudiziale. O l'avversione verso uno o l'altro dei personaggi dell'agone politico. Tutte posizioni probabilmente insufficienti, che mancano il bersaglio - che perdono l'occasione.

Dunque quel che sembra periferico diviene qui essenzialmente centrale.  E di importanza politica, prima di tutto. Ha detto infatti il presidente Mattarella, che il nostro Paese «ha bisogno di rinnovato entusiasmo, di fraternità, di curiosità per l’altro, di voglia di futuro, del coraggio di misurarsi con le nuove sfide che abbiamo di fronte (…) in un tempo di cambiamenti epocali. (…) Senza farci vincere dalle paure».

Ecco che il circolo si chiude, i nodi tornano al pettine. La dimensione sociale abbraccia - ancora una volta - quella intima, personale. Quell'accenno conclusivo al non lasciarci vincere dalle paure riporta questa condizione a cardine necessario per un corretto e produttivo agire politico. 

Del resto è abbastanza evidente: come fa un essere dominato dalle sua paure non affrontate, ad intervenire costruttivamente nell'agone sociale? Non si muoverà in base alle sue problematiche irrisolte, piuttosto?

Dunque non è più lecito - sopratutto dopo la morte delle grandi utopie sociali - tenere separato l'ambito politico da quello personale. O peggio, aspettarsi la salvezza dall'intervento anche generoso verso le condizioni esterne. Anche risolvessimo - per assurdo - problemi enormi come la fame, la povertà, rimarrebbe sempre qualcosa. Rimarrebbe un bisogno enorme di consolazione, di conforto dalle paure.

Ma io non mi lascio vincere dalle paure, nella misura in cui decido di lavorarle, mi metto in cammino, e per il fatto stesso di camminare, mi dispongo nella condizione migliore per accogliere quelle consolazione che può, forse può arrivare. Può arrivare, se rilasso le barriere, se mi lascio contaminare dall'esterno, se abbraccio questo dialogo disarmato con le mie parti scomode o con l'interlocutore esterno che - per tante ragioni mie e sue - mi può apparire "scomodo".

Perché in fondo è abbastanza la stessa cosa. No, anzi, è proprio la stessa.

sabato 27 agosto 2016

Tu fallo adesso

Tu fallo lo stesso / e fallo adesso. Mi rimangono in mente queste parole, scavano dentro. Mi allargano una evidenza di quello che conta, che è sempre e intanto fare ordine all'interno di me stesso.

C'è un campo che posso dissodare, sul quale posso lavorare, Ed è quello che si affaccia sul panorama interno a me stesso. Ogni cosa, ogni dissesto che arriva all'esterno, alla fine, mi chiama a questo lavoro. Ogni terremoto esteriore, mi indica con più pressione, più urgenza, questo lavoro interno.

Che inizia da una cosa semplice e trascurata come la postura. Colpevolmente trascurata, anche da tanta nostra spiritualità disincarnata. Nessuna vera spiritualità è disincarnata.

Così facendo ordine nella postura mando un segnale agli strati interni. Eccomi, sto al mio lavoro.




A volte non si capisce, non si comprende proprio. Tu fallo lo stesso. A volte il lavoro su di sé sembra l'ultima cosa che ci può interessare, l'ultima cosa di cui ci dobbiamo occupare. Eppure un disordine interno si propaga invariabilmente verso ciò che è fuori. Così un maggiore ordine interno (ordine, che non è necessariamente una coerenza di comportamento, ma una tensione verso l'integrità, l'unità della persona) si effonde in modo benefico verso l'esterno.

Che poi fuori o dentro - diciamolo - è un po' uno schema vecchio, una distinzione troppo netta, troppo rigida.


Anima est quodammodo omnia, diceva Aristotele.

Tutto è connesso, tutto è collegato.

Non importa, non importa nulla da dove parto, non importa nulla in che condizioni mi trovo. Accettando di fare questo lavoro su di me, faccio luce nel mondo.

Non per mio merito, no. Solo, perché accetto il compito di cui sono stato investito. Cedo a questo compito. E questo cambia tutto.

Sempre, e di nuovo.

giovedì 28 luglio 2016

Terrorismo (e ortofrutta)

Devo dirlo, devo ammetterlo. Sono (quasi) stato un terrorista.

E non una. Ma tante, tante volte.

Non nel senso punibile dalla legge, probabilmente. Ma certamente nel senso di ammalato di terrore, nel senso di un incredibile impoverimento interno che poi porta comunque a questo: ad aspettarsi che la vita (tua, o degli altri) cambi non per un lento e fiducioso lavoro, ma per un gesto, un avvenimento eclatante, roboante.

Mi direte magari che non è terrorismo, in senso proprio. Eppure è già qualcosa di vicino, è già un avvicinamento ad un certo ordine di idee.

Quello opposto, esattamente opposto, alla bellezza, alla poesia.

Così in questa alternanza di governi che si contendono la mia anima, molte volte ho fatto il favore della parte sbagliata. Tutte le volte che ho smesso di stupirmi per il fiorire di evidenze e di piccola ma tenace poesia del quotidiano che accadeva intorno.



Per rimanere nel concreto, nella vita quotidiana: tutte le volte che sono passato vicino ad un banco di ortofrutta, e ho rinunciato a stupirmi per la panoplìa di colori e profumi che mi era liberamente posta davanti, scegliendo magari di seguire qualche filo di pensieri — certamente più grigio e meno imprevedibile.

Insomma, avete capito. Tutte le volte che ho smesso di guardare.

Di mantenere un contatto aperto con la stupenda non linearità del mondo e mi sono lasciato sedurre dalla linearità malata del pensiero interno (malata sempre, quando non guarda).

Certo non la sto facendo semplice. Non auspico una maggiore frequentazione di banchi ortofrutticoli come soluzione al regime del terrore, che quest’onda di nichilismo efferato (mascherato da guerre tra religioni) sta tentando di imporre al mondo e prima ancora alle nostre coscienze, no.

Il problema è complesso e va affrontato in modo completo, di certo.

Dico solo questo, dico appena che nella lotta ad ogni regime del terrore, ad ogni impalcatura organizzata di violenza, l’educazione alla bellezza non può essere lasciata da parte. Mai.

Perché i demoni non odiano semplicemente il bello — di più: non lo sopportano.

Perché è la via di accesso ad un altro ordine mondiale.

Quello della vita.

domenica 10 luglio 2016

Casa di vacanza

Allora, per (almeno) un po' i miei post saranno qui.
Il motivo invece si trova qui e anche qui.


Se venite a trovarmi, mi fa piacere. Tranquilli, c'è molto posto.
Una cosa, soltanto: le bibite fresche le portate voi?

lunedì 20 giugno 2016

Un nuovo pensiero

Sono d'accordo con Marco Guzzi, che propone una lettura significativa e profonda del recente risultato elettorale. Sono d'accordo nel senso che sembra  anche a me di poter cogliere un segno dei tempi, in quello che succede. Ed anche, sì, in quello che esce dalle urne.

Proprio ieri pomeriggio, mentre ero in giro accompagnando la consorte in alcune commissioni dopo aver votato, mi capitava di pensare questo, che l'atto più significativo a livello politico che possiamo fare, e da subito, è esattamente quello di darci pace. Questo è un atto sia psichico/interiore che politico/esteriore, veramente significativo, veramente suscettibile di incidere nel reale.



Banalmente, se riesco ad acquietare i miei moti interiori, se riesco a darmi pace, almeno un pochino, torno immediatamente soggetto attivo del vivere sociale e dunque dell'agone politico. Soggetto attivo, che non è sballottato qua e là da una catena di necessità interne/esterne, ma che - parallelamente al lavoro di liberazione interiore - guadagna margini di ponderatezza, per diventare finalmente una presenza nel reale. Per agire e non reagire. 




Oggi più che mai, la politica ha bisogno di soggetti così, di persone in cammino.

Oggi più che mai, l'unica vera novità è accogliere questa ipotesi, porre mano a questa opera di lenta e progressiva lavorazione che va portata avanti a molti livelli contemporaneamente. Già nel post riguardante il comunicato di CL in effetti mi sembrava di poter rilevare una simile attenzione allargata, possiamo dire, a comprendere le più intime istanze dell'umano insieme ai più urgenti e necessari orientamenti nell'ambito del sociale e del politico. 

Stante così le cose, va anche compreso che ci vuole tempo. E' un processo lungo di riconversione quello a cui siamo chiamati. In fin dei conti, ci stiamo ancora disintossicando da un'epoca in cui si pensava che dalla rivoluzione sarebbe seguita la pacificazione e l'appianamento anche dei problemi più interiori, la cui causa ultima era del tutto ricondotta ad una sofferenza sociale. 

Ora iniziamo a comprendere che la strada più autentica - quella che non deve rinnegare nulla - corre semmai nel verso opposto, ovvero dalla pacificazione di sé arriva la vera rivoluzione (anche) sociale e politica. A legare di un nuovo patto di amicizia, la parte più interna dell'uomo, con le istanze più apparentemente "esteriori" del vivere sociale, e - come dicevamo l'altra volta - del bene comune. 

Quello a cui anche questi risultati elettorali ci chiamano (senza nulla togliere al loro significato più schiettamente politico, la cui analisi lascio ad altri ambiti) non può essere ignorato, ed è davvero un richiamo ad un nuovo modo di essere umani. Un modo più relazionale, dove la politica è una conseguenza inevitabile di un approccio più liberato e più gratificante verso il mondo interno ed esterno, cioè verso l'universo intero del nostro essere uomini. 

mercoledì 4 maggio 2016

Il bene della politica

Chi segue un po' da vicino questo blog sa bene che tra gli argomenti non trattati c'è un grande protagonista: ed è la politica. Lo ammetto, c'è qualcosa nel pessimismo appiccicoso ed inconcludente che serpeggia in giro, che alimenta e contagia anche i miei pensieri. Sì, d'accordo, pessimismo ampiamente motivato, circonstanziabile in una miriade di casi particolari, tutti ugualmente deprimenti.

Tento un paragone, e mi scuso se per brevità lo declino in modo un po' grossolano: voi seguitemi ugualmente. Un tempo il sesso veniva spesso (ingiustamente) pensato e raffigurato come sporco, come qualcosa di cui non parlare, di cui vergognarsi e far vergognare. Finalmente, e con grande ritardo, si è affacciato con l'epoca moderna un modo diverso di guardare alla sfera sessuale, alla natura stessa del piacere. Di viverlo diversamente. Questo non possiamo che salutarlo come un passo avanti importante in umanità.

Anche 'destra' e 'sinistra' sono categorie interpretative alquanto arrugginite, ormai... 
Ora mi sembra però che sia la politica ad aver preso in qualche modo il suo posto - ad essere cioè assai spesso associata all'idea di sporcizia, di ipocrisia, di falsità. Quella politica, proprio, che negli anni in cui sono cresciuto (gli anni del muro di Berlino, diciamo) era investita - a volte squassata -  da maestosi e totalizzanti impeti ideale, invece. Magari imprecisi, sbagliati nelle modalità attuative, nel loro carico ideologico, nel loro irriflessivo rimando alle grandi utopie dell'ottocento - ai sistemi per i quali si sarebbe potuta rendere la terra un paradiso. 

Al non fare i conti con la natura umana, dunque violentandone l'intima struttura. Del resto, gli uomini sono così, ci dice Eliot (un poeta, dunque uno che di uomini se ne intende): "Essi cercano sempre d'evadere/ dal buio esterno e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d'essere buono"

La delusione di tutte le rivoluzioni mancate - impietosamente smascherate dalla storia nella loro falsità utopica e dunque violenza intrinseca - gli scandali della cosiddetta  prima e seconda  repubblica... Ebbene, tutto questo ci ha lasciato un'onda lunga di disagio e delusione che non è facile lavar via. La scambiamo semplicemente per consapevolezza. Quel senso di amaro che ci lascia in bocca, lo prendiamo per una testimonianza di realismo.

Anche per me è così. E' esattamente così.

Ecco perché spesso preferisco parlare di altro, di quello che mi fa sobbalzare il cuore. Che sembra sovente lontano anni luce dalla sfera dell'azione e del pensiero politico.

Però poco fa, leggendo il volantino La politica è un bene, diffuso da Comunione e Liberazione in vista della prossime elezioni amministrative, non ho potuto fare a meno di esultare, nell'intimo. Trovare in una pagina appena tutto quello che serve - che mi serve - per riconsiderare questa storia, la storia, e guardarla con un angolo di vista ancora possibilmente positivo, concreto, infine liberante, non mi è parso vero. Non lo credevo più possibile.


Un modo - dico subito - che può interessare tutti, al di fuori di ogni steccato politico o confessionale. Finalmente. Perché c'è, nei tempi presenti, una imponente pulsione rinnovativa, una esigenza di ricominciamento, che è totalmente aliena ad ogni steccato, divisione, ad ogni modo pigro di pensare le cose. Ed è ormai l'unico possibile. Pena la rovina totale, il collasso sociale/politico e personale/psichico (la crisi, lo sappiamo, è una crisi a molti livelli).

Leggetelo, se potete. E fatevi la vostra opinione. 

A me colpisce intanto per il coraggio di individuare, come dicevamo, la disaffezione dalla politica in motivi ontologicamente extrapolitici, in quella "crisi che si manifesta come noia invincibile, misterioso letargo". 

E poi l'amore, da quanto un volantino politico non parlava di amore? L'amore che - citando Papa Francesco - è vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica, intellettuale" Parla di amore, parla di qualcosa che mi interessa, come uomo, che mi afferra e mi trascina, in quella domanda inesausta di felicità, di compimento. Ecco che l'affettività e l'ambito sociale sono ricompresi nella stessa intima relazione.

Capite? Intima. Ecco perché torno a parlare di politica. Perché finalmente quello che leggo si collega ad ogni cosa che mi fa vibrare, che mi fa balzare il cuore nel petto. Ad ogni motivo per cui me lo fa battere, ancora. 

Forse esiste allora, esiste un modo di occuparsi di politica, che non è solo l'amarezza del limite. Che valorizza il positivo: Si sottolinea il positivo, pur nel suo limite, e si abbandona tutto il resto alla misericordia del Padre (Luigi Giussani) 

Presi così per mano, confortati da un angolo di illuminazione che vede un nuovo interesse nella sfera sociale, si arriva di fronte alla scelta, una scelta che coinvolge tutto l'uomo, ed è radicale. Ed è proprio la scelta che questo tempo estremo esige: 
Chi si candida alle prossime elezioni amministrative può farlo per ritagliarsi la sua piccola fetta di potere, alimentando così la stanchezza della libertà e della responsabilità della gente; oppure può mostrare che si può cercare il bene comune – con umiltà e senza tornaconto personale - attraverso il dialogo e l’incontro. Ogni candidato può testimoniare che la politica è un bene, operando con realismo e prudenza, senza fare promesse che non può mantenere.

A costo di apparire semplicistico, o ingenuo, dico che per me è tutto qui. Che non c'è altro da sapere, che questo è un criterio realistico e molto pragmatico, questa è una bussola vera, una indicazione verso un percorso estremamente concreto. 

Concreto, come ogni cosa che coinvolge il cuore.

martedì 26 aprile 2016

Perfetti sconosciuti, questa imperfetta bellezza dell’umano…

Lo dico subito: a me è piaciuto.

Certo è un film molto parlato. Un film dove la sceneggiatura è di importanza chiave, ed altrettanto la recitazione degli attore. E’ davvero un film teatrale, nel senso che sembra pensato espressamente per una rappresentazione in palcoscenico.


Ed è, a mio avviso, un film che svela la bellezza dell’imperfezione umana al di là di ogni possibile esitazione, di qualsiasi parvenza di residuo dubbio. Di questa bellezza dell’imperfezione voglio parlare qui, rinunciando a seguire tante altre considerazioni che pure si potrebbero utilmente condurre.

Perché gli amici che si radunano tutti insieme a cena, e per un bizzarro giochetto condividono i flussi informatici che passano attraverso i loro cellulari — elidendo temporaneamente ogni barriera conoscitiva — azzerando ogni password, alla fine questo mettono in comune: la loro umanità.

Umanità tenera, scabrosa, povera e sfolgorante insieme.

Così si palesano e si condividono tutti i trucchi, i piccoli intrighi, le traballanti e perfino risibili strategie di compensazione ad un vivere senza meraviglia (perché proprio non ci si rassegna ad un vivere senza meraviglia, non venite a dirmi il contrario).

Poiché non si tratta appena (o soltanto) di tradimenti o grandi decisioni, di epiche svolte di vita o saldi proponimenti, ma di tutte le piccole fughe dal viver quotidiano (che sono oggi rese possibili attraverso la Rete, ad esempio): dall’invio di foto osé per sfuggire al vuoto della sera, al gioco di seduzione a distanza, gioco che vibra continuamente su una molteplicità di stati tra il provocatorio, l’equivoco e la richiesta di contatto, di calore.

Ecco, in questo vedo la grandezza del film. Nel portare sotto i nostri occhi, tramite l’artificio narrativo della condivisione totale degli smartphone, che l’uomo — ogni uomo — è molto molto di più complesso ed irregolare e dolorosamente slabbrato rispetto ad ogni immagine idealizzata (e dunque ultimamente violenta) al quale vogliamo ridurlo (o vuole ridurre sé stesso).

Sì. L’uomo è irrequieto, incongruente, dolorosamente aperto, arrabbiato, lieto, triste, in ricerca, deluso, divertito, disperato, dolce. E questo viene fuori bene dal film, che in questo senso non fa sconti. E se la retorica fa capolino qua e là (come il personaggio gay trattato in chiave un po’ inutilmente buonista, a scapito forse di un maggiore realismo), non lo fa tanto — grazie al cielo — da intorbidire questa cifra stilistica.

Così che ritorniamo a pensare a questo, a cosa possiamo fare per un uomo così. Così perso tra ideali mancati, compensazioni quotidiane, equilibrismi sentimentali e morali. Cosa possiamo fare?

Cosa possiamo fare, se non amarlo?

Amarlo, sì. Perché è un uomo così che è amato, non l’uomo ideale. Un uomo carico di tutti questi difetti, è amato tantissimo.

Quando entriamo nel mistero di Dio di “questo amore senza limiti”, ha detto il papa , rimaniamo “meravigliati” e, forse, “preferiamo non capirlo”.
Nessuno dei personaggi esce da quella serata, da quella cena, pensando di diventare migliore (ecco un’altra cosa che mi piace, del film, il suo candido realismo). Ma noi che guardiamo, noi impariamo forse qualcosa. A sorridere appena, a stemperare la tristezza sempre aperta sulle nostre compensazioni, ad aprirci ad una diversa possibilità.

Di essere salvati (cioè di avere un senso di vita) dentro tutto questo: di essere, per dire, salvati dentro la nostra stessa incapacità di cambiare.

Esattamente. Cosa rimane dunque, di quest’uomo, se non amarlo?

Amarlo, perché un uomo così è amato. Un uomo come tutti noi.

Sì, io sono amato così, come sono. Questo è l’inizio e il compimento di ogni possibile rivoluzione del mondo e di me stesso, di ogni ipotizzabile dinamica trasformativa psicologica/politica.

Solo questo: capire, sentire, che sì, sono amato così.

martedì 29 marzo 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot

Se adesso parlo del film Lo chiamavano Jeeg Robot - badate bene - non è per tentare una recensione. D'altra parte, c'è chi lo fa già molto bene. E' invece occasione per prendere spunto e ragionare su delle suggestioni, dei frammenti luminosi. Attraversare con la mente e il cuore delle immagini, dei suoni, dei volti. Dei sorrisi, dei corpi.

Non spendo parole sulla trama, questa d'altra parte si può agevolmente reperire in rete. Non le spendo non perché non sia importante, ma direi male delle cose e ruberei invece spazio a quello che davvero voglio dire.

Enzo ed Alessia, in una sequenza del film...
Mi spiazza, intanto. Già dai primi istanti capisco che non può scorrere via senza lasciami un graffio, una ferita. Molto crudo per diversi aspetti. Sarò io che non sono abituato a certe scene così forti, ma faccio fatica a digerire il primo tempo. Le immagini decisamente non mi accarezzano.

E' appena una azzardata analogia, ma in un certo senso mi rimanda a Delitto e Castigo, per quella parte di desolazione e violenza che si espande, si espande fino a farti sentire una stretta al cuore, farti intendere che è tutto, che è tutto quello che esiste. E che comunque, se pur esiste altro, qui ed ora, se pure esistesse: ebbene, in questo universo, in questa borgata romana, non entra, non detta regole, non istruisce il reale. E' come se fosse altrove, distante, disperso. Ultimamente, dunque, è come se non esistesse. Lo sai bene, ormai: quello che non avverti, in fondo, per te non esiste. E' un puro nome, vuoto.

A volte sembra che devi arrivare in fondo, completamente in fondo. Che devi lasciare ogni riserva residua, ogni spazio mentale per dire ma tanto cambierà. Abbandonare ogni tua strategia per cambiare. Devi arrivare ad accogliere quello che succede, esattamente come succede. Sembra a volte che solo lì, solo davanti ad una tua resa completa, possano accadere quegli imprevisti che ti rimettono in gioco.

Sì è un film crudo, sicuramente. Ma questo registro espressivo, si scopre piano piano, non è gratuito, non è fine a se stesso. Perché il contrasto è più vero, poi, te lo senti addosso. Il contrasto con la bellezza e la dolcezza che poi fioriscono, sbocciano (come avviene nell'ultima parte del romanzo di Dostoevskij attraverso la presenza carnale di Sonja). Ma no, non appena il contrasto. Perché non si procede per contrasti, ma per compenetrazioni. Ecco se dovessi descrivere il punto infuocato del film, direi questo: la bellezza che fiorisce dove non ti aspetti.

Ma ancora, non è appena questo. E' molto di più. Che la bellezza, la dolcezza, arrivi in una situazione di estrema violenza e totale disincanto, materialismo arruffato e totale, pornografia e disperazione, uno se lo può anche aspettare. Può contemplarne la possibilità, diciamo. Ma metti caso invece che la bellezza e la dolcezza non piombino intatte ed inossidabili dall'esterno, al suono limpido e trionfale di un hollywoodianamente salvifico arrivano i nostri. A questo siamo abituati, è roba vista. E' consona al nostro modo pigro di pensare.

No, quello che mi colpisce dentro, davvero, è accorgermi di una bellezza che fiorisce dentro alla miseria e al degrado. Che non arriva da fuori, in una improbabile (ed ultimamente irritante) esportazione della virtù impermeabile a ciò che incontra ed ansiosa soltanto di redimere. Invece, una bellezza che sposa completamente, accoglie integralmente lo spaziotempo in cui si trova, vive e si sviluppa e brilla in quell'esatto sistema di rapporti. Non ha l'ansia di redimere il marcio, perché nel marcio fiorisce: non perché ami il marcio (anche non si fa problema di questo), ma è perché lì ha la sua funzione d'essere (diceva del resto il grande Fabrizio de André, che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior).

Così seguo Enzo, questo ladruncolo di Tor Bella Monaca, nella sua vita di espedienti e di miseria morale e materiale. Lo seguo, lo spio nella miseria della sua vita quotidiana, fino a che mi viene addosso la sensazione che niente la possa cambiare. E io, così infarcito di pensieri borghesi e di trito buon senso, sarei tentato di lasciar perdere, di non guardare più, di pensare ad altri, ad altro. A darlo per perso. Siamo tutti d'accordo, noi gente per bene, Enzo è perso. 

Però il cuore non è contento. Dire Enzo è perso non lo fa contento. Lo rende pratico, calcolatore, pieno di buon senso (e come non può essere perso, non lo vedi? Perché impiegarci tempo? Ma lo vedi che fa?). Perché non c'è niente da fare - il cuore è contento solo se gli viene spiaccicata davanti la notizia che nessuno è mai perso, nessuno mai. Fino all'ultimo.

Come grida al mondo il cuore di Papa Francesco, tra l'altro. Esattamente così. Dice cose enormi così, e io poi le riduco continuamente alla mia piccola misura. Davvero, sarebbe da prendermi a schiaffi. Ma intendetemi: con gioia, non con rancore. Sì, prendermi a schiaffi (non troppo forte, ovviamente...) con gioia, ridendo come un pazzo, perché vuol dire che mi sto finalmente svegliando.

Così l'amore, inaspettato, inatteso: insomma è quello il canale. Che riversa grazia, dolcezza, che innesta un cambiamento. Siamo seri, nessun discorso, nessuna predica o nessun atteggiamento da crocerossina, nessuna ansia redentrice sarebbero serviti, in quel misero comprensorio di Tor Bella Monaca. E' l'amore che apre un canale, lo apre quando e dove dice lui.

L'amore è davvero capace di cambiare una persona. Ci sono certi superpoteri in ballo (per la cronaca, pare che fare il bagno nel Tevere non faccia sempre così male, anche se vi invito a non provare). Ma il vero superpotere è l'amore di Alessia. Anche qui, una che all'inizio non gli avresti dato un euro. Una così disturbata e sfortunata nella vita che sono tentato, anche qui, di darla per persa.

Sono tentato, sì, perché il mio modo di ragionare è orribilmente convenzionale. E' il modo di chi non si aspetta nulla, anche se sostiene tanto spesso il contrario. Dunque è un modo orrendamente volgare, della vera volgarità profonda. Non sono volgari i DVD di film porno che si accumulano nell'appartamento fatiscente di Enzo, suo apparente unico svago. Quella è l'espressione di un grido, semmai. E' molto più volgare il sentimento borghese di non aspettarsi nulla. Questa è la vera , suprema volgarità. E mi dispiace di essere così spesso volgare, così spesso sporco. Ma sono contento di quanto me ne accorgo, di quanto occasioni come questa me ne fanno accorgere. Perché respiro, respiro di nuovo.

L'amore di Alessia, un amore gratuito, innesta un cambiamento. L'amore cambia, non un discorso. Un amore sbagliato, se volete: che nasce nei posti sbagliati, che si alimenta in modo - se volete - approssimativo e rozzo (significativa che l'unico amplesso venga consumato in fretta e in un posto decisamente poco poetico come un centro commerciale). Ma all'amore questo non importa nulla, non gliene può fregà de meno (per dirla alla romana, tanto per fedeltà alla location).

L'amore di Alessia, la sua morbidezza, il suo stesso seno che viene incorniciato in molte sequenze (vabbé, io ci ho fatto caso, lo ammetto...) come silenzioso ma tenace contraltare alla violenza efferata di diverse scene, come vera bellezza disarmata, rimando ultimo ad una possibile promessa di dolcezza, di accoglienza totale... Ecco cosa compie il miracolo, ecco cosa rende Enzo capace di cose che non avrebbe mai pensato di poter fare. E soprattutto, non avrebbe mai pensato di voler fare. 

Perché l'amore sboccia dove vuole, e quando vuole. E ognuno può essere salvato, e può a sua volta salvare, se preso in braccio da questo amore. Ognuno, sempre. Sì fa fatica capirlo davvero, perché capirlo vuol dire, in fondo, rinunciare al nostro delirio di progettualità e alla nostra ipertrofia del giudizio (sugli altri, e su noi stessi).

Vuol dire solo questo, arrendersi a questo Amore. 



domenica 27 marzo 2016

Resurrezione

Non possiamo negarlo. Chi crede e chi non crede sono accomunati da molte più cose di quanto comunemente si pensi. Tra queste direi che c'è una grande voglia di resurrezione. Una resurrezione che non riguardi solo il nostro destino ultimo, ma una resurrezione che si innesti potente e tonificante nella vita di ogni giorno. 

Intendiamoci, però. Una resurrezione seria, è una resurrezione che implica e anzi comporta la vera possibilità di ripartire, davvero. Partire freschi, nuovi. 


Una resurrezione interessante è, peraltro, quella che implica una liberazione. Liberazione da tutti i legacci che frenano la nostra creatività, legacci che in vario modo sono una derivazione dalla paura. Ecco, così sentiamo forte un anelito di resurrezione, quasi ogni giorno. Come ci ricorda Anselm Grun,
La trasformazione della paure è il primo aspetto della resurrezione 
Ebbene, la Pasqua ci dice che in forza di una sola Resurrezione, ogni altra resurrezione è possibile. Che l'ultima parola sui nostri casi non è mai detta, non è mai nell'orbita del nostro ragionamento, del nostro fare e del nostro comprendere. Può essere invece un frutto imprevisto del nostro arrendersi, del nostro cedere.

Un momento: non si pensi qui ad un discorso valido esclusivamente dentro ambiti religiosi. Non mi interessa metter giù un discorso di quelli che si fanno tra credenti. No, affatto. E' un discorso più ampiamente psichico,  come mostra efficacemente una frase di Raffaele Morelli,
"Quanto più entriamo in un altro regno della mente, tanto più si attivano le forze della nostra rinascita. Bisogna uscire dal cerchio dei ragionamenti, dai pensieri sulle cause e le colpe, per diventare capaci di abbandonarci... "
E' dunque a mio avviso un anelito assolutamente trasversale a credenti e non credenti (o diversamente credenti), questo di una vera resurrezione. Le cui implicazioni psicologiche sono fin troppo evidenti: per citare ancora Anselm Grun,
Risurrezione è liberarsi dalle catene (psichiche) e vivere senza blocchi (interiori)
Che poi queste nostre resurrezioni di cui abbiamo a volte un fortissimo bisogno, si appoggino e si innestino in una Resurrezione (quella Pasqua cardine delle feste cristiane, che celebriamo oggi) la quale  sovverte in modo salutare l'implacabile impalcatura cartesiana del pensiero "che pensa sé stesso" senza aspettarsi alcuna sorpresa - che questo sia vero, è certo cosa che implica un salto, un rischio, un atto di fede. D'altra parte, non si evade da una gabbia senza accettare dei rischi, non si intraprende un viaggio come quello del significato (da qualsiasi parte possa portare) avendo in anticipo tutti i dati, conoscendo già tutto il percorso.  

Il viaggio per il significato è intrinsecamente iniziatico, ovvero un viaggio che si chiarisce  soltanto percorrendolo. E questo è già un rischio per un pensiero che vuole sapere tutto in anticipo, per un pensiero che vuole vanificare l'esperienza, come fattore che tendenzialmente sfugge al suo controllo.

E la Resurrezione è qualcosa di profondamente unitivo, anche. Nel senso che - a prescindere da quanto pensiamo di credere o di non credere - è qualcosa che non può non essere il più profondo desiderio di ogni essere umano. Potremo anche decidere di considerarla una favola, ma non possiamo sfuggire al fatto che comunque è la cosa in assoluto più desiderabile che possiamo pensare.

E nell'assenso dinamico alla verità di questo, il pensiero curiosamente si riallinea e si riequilibra. E la liberazione dalle catene sembra una cosa già più possibile. Tanto che a volte - con grande sorpresa! - se ne assaggia perfino un anticipo, un anticipo di gusto.

Buona Pasqua.

sabato 26 marzo 2016

Grido

Estraggo questo passo da un bell'articolo di Federico Pichetto
La verità, quella verità per cui si muore a Bruxelles o si vive in politica da corrotti cercando di arraffare quanto più possibile, quella verità per cui vediamo ogni giorno ondate di migranti sulle nostre coste o ai nostri confini, è molto semplice: dentro di noi c'è un grido che solo se viene fuori, solo se il cuore lo esprime in tutta la sua imponenza, può davvero essere abbracciato, amato e voluto.
 e per una volta sento le parole che esigono che si esca, che si esca dal parlare tanto per parlare, dalla terribile e temibile dinamica per cui il parlare - in fondo - non fa che propagare sé stesso. Il parlare tanto per parlare convinti che non cambi nulla, è il vero inferno, è il posto dove non accade nulla, non accade nulla che già non si sappia, che già non si conosca. 


Qui invece la parola scava e ricerca una consapevolezza nuova, ci interpella perché si faccia un percorso, si inizi e si riprenda un cammino. Il cammino verso noi stessi, esattamente. D'altra parte una storia di fede è sempre un cammino verso la scoperta di sé, il disvelamento di sé. 

Ed ogni cammino interessante è un cammino di cura, è un percorso verso la Cura.

Quel grido, appunto, è un cardine della cura, di ogni cura. Qui c'è la vera rivoluzione. Quel grido che così spesso nella vita cerchiamo di soffocare, di normalizzare, deve invece venire fuori, deve esprimersi. Deve occupare tempo e spazio, riprendere una sua integra dignità. Deve esistere. 

lo sono il mio grido e il mio grido deve esistere.

D'altra parte cosa vuole il grido, se non esprimersi? Cosa vuole il bambino ferito dentro di noi, se non farsi ascoltare, una buona volta? Se non sentire che la sua immensa paura non è più condannata o nascosta, ma amorevolmente accolta? Solo così, una volta tranquillizzato, inizierà a dialogare con noi, a mostrarci anche dei giochi, ad interessarsi ed incuriosirsi. E torneremo a respirare, a darci pace. Attraverso il dolore, inevitabile in certa misura, arriveremo ad essere più umani...
 ... il dolore ci mette in ginocchio e ci apre la possibilità che il misterioso desiderio che ci abita emerga, esploda e — infine — possa essere ascoltato. Non c'è risposta senza domanda.
C'è tutto un mondo a rovescio, c'è il modo di rovesciare il nostro mondo troppo spesso male-detto, male interpretato. C'è il modo di rovesciare il mondo per il quale il dolore non è (appena) una iattura, ma una possibilità. Perché riguarda eminentemente il grido, la possibilità di una risposta.  La risposta a quella ferita aperta, per cui il primo passo, il primo fondamentale passo, è riconoscerla. E' mostrarla, perché riprende vita la speranza, la speranza di tutte le speranze: la speranza che la ferita venga sanata. 

E siccome la ferità in fondo in fondo si alimenta di questo, della paura di morire, la speranza di risanamento non può che sovvertire questo, affermare assai scomodamente questo, riprendere la dolce speranza di non morire mai. Ovvero di morire ma non morire. 

Il grido infatti è questo, alla fine: fa che io non muoia, che io non scompaia. 

La risposta può germogliare nel cuore, quando uno meno se lo aspetta, quando uno non spera più. Perché la risposta è un imprevisto, è esterna al nostro sistema di pensiero. 

E' un avvenimento, non un pensiero. 
Non è un capire, la risposta. Ma un essere presi per mano.

Essere accolti. Noi, con il nostro grido.


mercoledì 23 marzo 2016

Medea, o della violenza d'ogni utopia...

Ieri sera siamo andati a teatro. 
Siamo andati a vedere Medea, al Ghione, con Barbara de Rossi
Intanto. Lei brava, bravissima, nella parte. 

Così recita il sito del Ghione, al proposito dello spettacolo:
La Medea di Anouilh ha una struttura drammaturgica molto forte e caratteristiche specifiche ed originali che la rendono unica ed è stato questo ad affascinarmi. In pochi testi come in questo ho trovato la perfezione della drammaturgia unirsi alla costruzione di personaggi teatrali dalla potenza tragica strepitosa e ad un’indagine psicologica straordinaria. La mia regia, di matrice classica ma attenta sempre al lato simbolico e immaginifico di un testo, seguirà la via dello scavo psicologico nei personaggi e nei loro rapporti dolorosi e dolenti e seguirà la via, indicata da Anouilh, che mirabilmente rende sentimenti e rapporti sempre più assoluti e universali, nella loro più scoperta quanto complessa umanità.
Sulla qualità della recitazione e sulle scelte stilistiche rimando volentieri al post sul sito La Platea. Noto, al proposito, quanto sia davvero curioso come sia io che mia moglie - da perfetti profani di cose teatrali - abbiamo comunque più o meno commentato allo stesso modo del sito, uscendo dal teatro.


Per quanto riguarda il testo di Jean Anouilh (sì, faccio il culturale ma è  appena da ieri che so l'esistenza di una persona di tal nome): è anche un testo un po' pesante, in alcuni momenti, inutile negarlo. Richiede attenzione concentrata, non proprio semplice arrivati a sera di una giornata di lavoro. Però bello. E bello sopratutto - per me - quando ad un certo punto mi si è accesa una spia nel cervello, quando ho trovato una (mia?) chiave interpretativa di ciò che mi stava accadendo davanti, dell'evento al quale stavo assistendo.

Medea, particolare (Henri Klagmann)
Vorrei di seguito parlare solo di questa modalità di lettura che mi ha intrigato, ben consapevole che questa non esaurisce assolutamente i diversi modi di entrare nel testo, le diverse modalità di lettura e di interpretazione. Tutt'altro! E' appena il mio modo, quello che mi si è offerto spontaneamente, come occasione per un mio viaggio personale dentro il dramma di Medea, come possibilità offertami per portare via qualcosa per me, da quello che vedevo ed ascoltavo.

Ed è questo: che l'amore di Medea (e di Giasone, sia pur con diverse sfumature psicologiche) è pazzo, è intrinsecamente violento e potenzialmente omicida, quando pretende di essere totalizzante, quando viene investito, da parte dei protagonisti, dall'esigenza terribile di essere la chiave per la felicità e la realizzazione umana. Non una cosa tra le tante, una cosa da collocare in un contesto più vasto, ma la cosa. 

Ecco che allora, investito da questo compito impossibile, l'amore stesso si avvelena, per il fatto stesso - a mio avviso - d'esser spinto su di un registro che non può assumere, che non può mantenere se non per pochi illusori istanti. Ecco che iniziano tutte le disgrazie, parte implacabile la catena di sciagure. Ecco che un amore così snaturato esige sacrifici, anche sacrifici umani, in questo caso (e non solo). Tutto viene inopinatamente ed inevitabilmente offerto a questo altare muto, a questo idolo che non risponde se non lasciando che si generi altra inutile violenza e strazio. In questo senso - perlomeno, io lo avverto - è un messaggio estremamente attuale ed estremamente pregnante. E' una cosa attualissima ed un pericolo concreto, un pericolo ed una tentazione con i quali fare i conti ogni giorno, ogni minuto.

Mettere la speranza di realizzazione in un rapporto, affidare a questo stesso la riuscita umana, è una tentazione fortissima ed è anche un fortissimo pericolo. 

Così, con questa intuizione, mi si è dischiusa improvvisamente e luminosamente la comprensione vera, concreta, di questa tragedia. Perché poi non c'è niente da fare, una cosa la capisci solo quando influenza te, la tua vita, in un dato momento - quando ti tocca concretamente, tocca una cosa che ti interessa: illumina una zona che vuoi davvero capire, capire meglio. 

E a contraltare a Medea e a Giasone, condotti alla violenza nel tentativo di sacrificarsi alla totalità menzognera del loro ideale (in questo caso sessuale, ma qualche anno fa sarebbe stato politico: è lo stesso), mi pare che faccia da efficace e luminoso contraltare la figura della nutrice di Medea stessa. Con il suo reiterato ma io voglio vivere che oppone caparbiamente ai propositi suicidi/omicidi della protagonista, segna un possibile ritorno alla semplice e luminosa bellezza della piccole cose (la minestra calda, il goccetto prima di dormire... fino alla sua scansione dettagliata e quasi commovente di una giornata "normale", fatta in modo delicato e partecipe), della molteplicità dei valori e del fatto che la vita deve essere composita, per fiorire. E' il riconoscimento di un orizzonte più vasto, e risanato e risanante. Che se a volte sembra pur eclissarsi di fonte al fervore violento della passione di Medea e Giasone, palesandosi come scelta debole, disarmata, però poi riaffiora sempre, come segno di un substrato costante, davvero sommesso ma davvero invincibile.

In questo senso, mi appare semplicemente stupenda la chiusa del dramma (attenzione, spoiler...). Segnatamente, lo scambio di parole conclusivo che avviene tra la nutrice e il messaggero. Poche battute su una cosa normale, perfino banale: sul raccolto di quest'anno. Alla nutrice che si informa (ma Medea l'avrebbe mai chiesto? E Giasone? No, troppo presi nella loro pretesa di trovare la felicità secondo la loro strada!), il messaggero risponde, pacato, che ci sarà pane per tutti, quest'anno. Non ci possiamo lamentare.

Ecco, da qui ripartire. Adesso e ogni giorno, ogni mattina.