lunedì 16 febbraio 2015

Imbrigliarti tutta

Pomeriggio, interno domestico. Sono lì sul divano. Sto leggendo una rivista di poesia  sull’iPad, quando rimango colpito da un componimento breve. La sua forza - e certo anche il tema - sono complici acché io non rimanga distratto. Anzi. Rimango colpito non soltanto dalla poesia in sé. C’è un fattore aggiunto, c’è che mi ricorda qualcosa. Nel mezzo della lettura mi viene in mente qualcosa. Qualcosa - tra l’altro - di molto più recente della poesia stessa. 

Di più recente ma di straordinariamente simile.

Ma perché io non proceda troppo chiuso… intanto, eccola.

Cavallina brada, perché sbirci me con l’angolo degli occhi

assassini e corri via? Non avrei doti, io, per te?

Attenta! Saprei perfettamente conficcarti il morso,

imbrigliarti tutta, farti fare la curva a fine giro

Vivi la prateria, scarti ariosa. Puledra, non hai 

chi ti pesa addosso, e che sa tutto di cavalle.

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Bene, bisogna dire subito che è una poesia antica,molto antica.  E’ stata scritta da un tale di nome Anacreonte, un poeta greco che visse ben cinque secoli prima di Cristo. La poesia mi colpisce per la metafora decisamente scoperta e (a parer mio) molto efficace. Vedete, ha qualcosa di decisamente moderno, nonostante i secoli che ci separano dal momento in cui fu composta. Come certi componimenti di Saffo, questa poesia risveglia la mia sensibilità con un accento integralmente contemporaneo. Non devo da fare alcuno sforzo per immedesimarmi, per attraversare i secoli.

La poesia è di adesso, accade ora. Del resto, tutto ciò che non accade ora in fondo non interessa, in fondo non esiste.

Ma dicevo, mentre leggo la poesia, un altro materiale mi viene a cercare. Degli altri versi mi risuonano in testa. La mente aggancia una analogia, trova una  corrispondenza, verifica spontaneamente  un intreccio. 

Così mi tornano in mente quelle parole. La canzone è breve, e possiede quella stupenda accorata introduzione che scende subito nel punto. Non c’è tanto da fare accademia, o indulgere in disamine filologiche del testo (come nella poesia di Anacreonte, peraltro), quanto di esprimere un desiderio, anzi - potremmo dire - un bad desire… Qualcosa che tiene sulla graticola, che scotta. 

Hey little girl is your daddy home

Did he go and leave you all alone

I got a bad desire

Oh, I'm on fire

Qualcuno l’avrà riconosciuta: è I’m on Fire, di Bruce Springsteen. Non sono un particolare fan del Boss, ma sono un fan sfegatato di questa canzone. Così diversa e così sincera, ha un taglio intimistico affascinante.

Ma quello che mi colpisce adesso è la strofa successiva

Tell me now baby is he good to you

Can he do to you the things that I do

I can take you higher

Che potremmo ardire di tradurre  come

Dimmi bimba se lui è bravo con te

Se può farti quel che ti farei io

Io posso portarti più in alto

Che ricalca - in pratica - qualcosa scritto appena 2500 anni prima….

Saprei perfettamente conficcarti il morso,

imbrigliarti tutta, farti fare la curva a fine giro

Che possiamo dire. La modulazione dei sentimenti umani è quella. Cosa aveva l’uomo di due millenni fa uguale a quello contemporaneo, se non il fatto stesso di essere uomo, quel nucleo di speranze e desideri, bisogni ed evidenze elementari dai quali ultimamente si riconosce e che la letteratura elabora e rispecchia? E la poesia è come schianto che percorre i secoli, i millenni. Ed è sempre e continuamente moderna. 

Poesia è il dire anti-retorico per eccellenza. E’ il dirsi sincero e perennemente rivoluzionario. Anche quando parla di amore, anche quando alza il velo sui bad desires. Sulla poesia la retorica non prende: scivola, slitta via, non fa presa. Le poesia celebrative di quel partito o di quella ideologia sono poesie - prima di tutto  - brutte. Sono versi violentati. Forzati a qualcosa che non vogliono fare. A qualcosa che non possono essere. Ad un giro che non vogliono e non possono compiere.

La parola spurgata dalla costruzione retorica torna al suo alveo originale. E’ parola che guarisce. Che sfida e converte ogni costruzione egoica iniettando un devastante siero che richiama tenacemente l’uomo a (ri)scoprire se stesso, la sua umanità. Lo costringe a lasciare la presa, lo prende di sorpresa, sbriciola la sua inesausta pretesa di costruirsi una sua sicurazza, di fabbricare un proprio idolo, di formularsi autonomamente uno schema di salvezza. Per riconsegnarlo, spogliato di tutto ciò che non è essenziale, alla sua profondità infinita, al suo infinito bisogno.

E’ davvero un ricostituente planetario, come indica Marco Guzzi nella bella poesia Dal parlatoio.  

Credimi!
E’ forte la parola che ti mando.
La guarigione
Passa per gocce
Medicamentose, per idee.
Scrivile
Tu.
E’ il ricostituente
Planetario.
Non c’è armamentario
Che ti serve. Va’ come sei.
Spargi il mio contagio.

Per questo la poesia non è di questo mondo: è in questo mondo ma non appartiene alle strutture di questo mondo. E’ sempre rivoluzionaria e perennemente guaritrice. E’ qualcosa che scalpita dentro ogni architettura precostituita e perciò stesso già stantia: qualcosa che non puoi domare, non puoi imbrigliare. 

Ma dalla quale, se appena ti lasci prendere, appena inizi a darti pace, sei imbrigliato.  

Cioè, sei liberato

lunedì 2 febbraio 2015

Portali e multiversi

C’è il fatto che non ho scelto di avere un cane. Siamo d’accordo. Mi è stato consegnato a casa, dalla figlia maggiore. Questo è un fatto, appunto. Come è un pure fatto che - all’inevitabile momento in cui io e mia moglie abbiamo ceduto al nuovo ospite - io abbia specificato tutta la serie di condizioni (di prammatica) che il mio copione mi indicava, ovvero il mio fermo rifiuto di ogni corresponsabilità nella gestione del quattrozampe, sia essa di tipo veterinario sia e sopratutto di tipo passeggiativo (se così si può dire).

Come è nell’ordine delle natura, vi sono dei grandi proclami fatalmente destinati ad essere disattesi, nel tempo. Alle volte, in nemmeno molto tempo.

Questo, se non si era ancora capito, ne è proprio l’esempio perfetto. 

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Le accoppiate cane-padrone possono essere della più grande varietà. Solo formandone una tu stesso inizi ad accorgertene… ma ti  avviso: ti serve un cane, per questo

Così nel volgere dei mesi - non troppi - mi sono ritrovato a fare lunghe passeggiate nel parco, in compagnia di Poncho (il cane). E ho scoperto una cosa. Ho scoperto - o meglio riscoperto - che vi sono sempre più sorprese nella realtà che nelle proprie proiezioni mentali. Che osservare è meglio che ragionare, spesso. Ad esempio io avevo bene in mente che, essendo in sei in casa, non avendo il giardino, e avendo balconi di grandezza così indecente da non poter essere considerati tali da nessuna persona con un po’ di senno, il cane non ci poteva stare. Proprio no. 

Quello che non avevo in mente erano gli sviluppi. Era che avrei perfino trovato (non mi senta mia figlia) dei vantaggi nell’avere il cane. Ed hanno molto a che fare con il parco. E con gli strati di realtà.

Ora mi spiego (in arrivo tirata filosofico-esistenzialista).  Per me la realtà è qualcosa di complesso e multiforme, di troppo complesso e multiforme: con una serie di livelli e di strati che possiamo cogliere solo parzialmente. Che cogliamo se abbiamo una chiave, un pretesto, un punto di ingresso, un codice. 

Anche un quattrozampe può essere un codice. Un punto di ingresso, un portale. 

Così ho scoperto un mondo che non conoscevo, o non ricordavo. Un mondo che non mi sarebbe stato accessibile, altrimenti.

Del resto, anche il parco è più di un semplice luogo. E’ un multiverso (parola molto di moda, ma permettetemi di usarla). 

E’ un posto dove se ci vai col cane accedi ad uno specifico strato. Lo strato abitato da quelli come te. Che altrimenti non avresti notato, e che ora invece intercetti. Ora - tu con il cane, appunto - hai la giusta sezione d’urto. Ora sei entrato nel portale.

Così vedi cose che altrimenti non avresti potuto vedere (magari potevi tecnicamente, ma tanto non avresti posto attenzione). Ti accorgi - adesso - di quello che accade nella tua fettina di realtà, in quella dove sei appena entrato. 

Intanto, ti accorgi degli altri cani. E dei loro padroni. 

Dopo un po’ che percorri il parco con il cane, la tua mappa di sensazioni e attenzioni è mutata. Mentre cammini sondi l’ambiente per capire se e dove sono altri cani, a che distanza, se sono legati oppure liberi.

Progetti il percorso in funzione delle mutue distanze.

Di solito io cerco un percorso che renda massima  la distanza dagli altri cani. Tanto per non avere problemi. Ma dipende anche dal padrone del cane, dal grado di piacevolezza racchiuso nell’ipotesi di avviare una conversazione: le giovani donne si possono anche intercettare, ad esempio (non vi sto a spiegare perché, ma come potrete capire, sono motivi squisitamente filosofici).

Se il cane in vista è uno solo è facilissimo. Se sono diversi, la soluzione può essere complessa o anche impossibile.

Ovvero si può dover violare la DiMiNoI. La Distanza Minima di Non Interferenza è una nozione introdotta da me stesso (esattamente, in questo post), e si può definire come la distanza minima sotto la quale il cane A (il tuo) e il cane B (presente nel parco) smettono di agire come elementi isolati e reagiscono in funzione uno dell’altro. La valutazione esatta della DiMiNoI dipende da una serie complessa ed articolata di fattori biologici e geografici, tra cui posso citare - in modo certo non esaustivo - tipo di cane e sesso del medesimo, condizioni meteorologiche e segnatamente del vento, momento del giorno, stato emotivo e ricettivo del quadrupede, condizioni del terreno, presenza di rumori estranei, etc...

Nel complesso, però, l’attività di portare il cane è essenzialmente meditativa. Perché per molto tempo siete voi due insieme (e lui non parla molto). Sei lì nel parco e col il fatto di portare il cane hai il permesso di essere lì, ne hai una giustificazione di fronte a te stesso e agli altri. Il cane va portato, non c’è verso. E quindi ti ritrovi di colpo con uno spazio per camminare, pensare, osservare. Uno spazio tutto per te. 

Così inizi anche a capire che aver finora rinunciato a questo spazio tutto per te, questo spazio meditativo, nell’illusione di fare più cose, non è stato affatto un guadagno, ma una perdita. 

Capisci che - qui o altrove, con il cane o senza - questo spazio ci vuole. Se l’abbiamo perso, bisogna riprendercelo, difenderlo, proteggerlo.

Qualcosa da fare per stare meglio noi. Dunque essenzialmente altruistica, perché va direttamente a beneficio di tutti quelli che ci stanno intorno. 

Incluso il cane, ovviamente.