domenica 18 gennaio 2015

Economia (ex rivoluzione)

“Per uscire dalla crisi non basta una correzione alla finanza” dice un interessante articolo apparso sul sito PiccoleNote.it. E’ piuttosto emblematico ai miei occhi, perché già stabilisce un ponte, un collegamento. Una ipotesi di relazione. Con qualcosa che vive al di fuori dei meccanismi economici-finanziari.

Già stabilisce, in poche parole, come l’universo dell’economia non sia chiuso in se stesso ed in sé completo, autoreferenziale. Che in esso trovi le regole e che possa interamente giocare la partita per il risanamento senza scomodare altri ambiti, non è più dato per scontato.

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C’è la percezione ormai diffusa che questo non sia vero. Che cioènon basti mettere insieme - magari con accortezza e bravura - dati dalle pagine Affari & Finanza dei vari giornali, per far tornare i conti. Che framework del tutto distanti possano giocare un ruolo. Anzi, che possano essere (ri)scoperti come attori indispensabili e fermenti ineludibili, per questo compito.

E non è banale, tale acquisizione. Almeno secondo quanto vedo, quanto sento.

E’ una cosa dell’aria.

E’ questione dell’aria che respiri, non so se hai presente. Tu non è che devi argomentare qualcosa, decidere qualcosa di particolare. Ragionare su un insieme di problemi, di relazioni, di priorità. C’è qualcosa che respiri nell’aria, che informa le cose e i rapporti tra le persone, suggerisce in maniera sottilmente ipnotica una scala di valori. Qualcosa che cambia nel tempo, e magari nemmeno te ne accorgi. Non te ne accorgi e segui. Perché seguire il flusso è la cosa che ti fa fare meno fatica. Segui pensando di essere originale, addirittura. Invece immetti solo una tua debole modulazione su un segnale portante, che viene fuori da te, e tende prepotentemente a pilotarti. 

E’ una tendenza messianica deviata, se dovessi proprio dire cos’è. Un anelito di assoluto, che per una tensione di impazienza, cerca di declinarsi in una modalità interamente conosciuta e conoscibile. Interamente razionalistica. L’inganno può durare un tempo limitato, comunque. Cosicché sottilmente sfuma, ad un certo punto, ed ecco che subentra un’altra cosa: sorge un altro miraggio, un altro orizzonte, un’altra fraintesa percezione di salvezza.

Se affondo la memoria del mio poco più di mezzo secolo di vita, arrivo fino agli anni ’60 e ’70. L’aria era allora  davvero satura di questa vibrante aspettativa di rivoluzione. Era quello il nuovo, era quello che sembrava rilucere di promesse. Le cose che non andavano erano semplicemente contro la rivoluzione. Era difficile scappare da questo sistema di pensiero, che innervava profondamente la cultura la scuola, i libri di testo (anche più della politica realmente esperita). 

Poi, è cambiato. Il vento è cambiato. La tanto attesa rivoluzione del popolo - sanguinosamente smentita dagli eventi - ha smesso di essere la salvezza per gli uomini colti e gli intellettuali, ed è rimasta opzione valida (nella sua forma originale) appena per qualche nostalgico affezionato. Comunque sia, ormai fuori dal mainstream. 

Un altro idolo si affacciava ormai alla coscienza collettiva.

E ad un tratto era lei, l’economia. Era il reale. Il resto erano orpelli, sovrastrutture. L’economia era il nucleo. Era lì dove avvenivano le cose: il resto erano - appena - bei discorsi. 

E se l’economia si ammala, il problema in questo quadro è del tutto economico. E’ qualcosa che rivela una malattia all’interno e dunque - secondo tale logica - si deve poter risolvere parimenti dall’interno. Muovendo priorità, definendo procedure, architettando vie di soluzioni. Senza andare al di fuori, espandere. Rendendo il modello inossidabile e completamente blindato all'imprevisto.

Dice Luigi Giussani che “l'attesa dell’imprevisto è la nota dominante di tutta la storia della coscienza umana.” Se questo è vero, la rimozione della categoria di imprevisto (in questo caso, dalle analisi politiche ed economiche) - come ogni rimozione psicologica - non è senza conseguenze.

Notate come, fino alla fine, l’idolo tende comunque ad autoorganizzarsi. Un tempo, davanti alle rivoluzioni finite nel sangue, si diceva che erano state rivoluzioni sbagliate. Ovvero non si cercava al di fuori del paradigma. Semplicemente, si diceva che il paradigma era stato applicato male, era stato tradito. 

Con la piccola imbarazzante evidenza (per uno che appena ragioni) che il paradigma diventa così totalmente non falsificabile. Può resistere a qualsiasi evidenza storica. A qualsiasi devastazione, qualsiasi quantità di sangue versato, di libertà tolte, di diritti umani violati. 

Questo gioco si realizza anche per l’economia, come possiamo facilmente vedere. Persiste la tentazione di cercare all’interno del gioco dell’economia stessa gli strumenti correttivi che comunque, per convergenza universale, si rendono necessari.  

L’articolo citato in apertura è interessante perché denuncia una industria malata di finanziarizzazione. Ancora più interessante la nota a margine, dove leggo 

… resta il dubbio se sia possibile che la risposta a questa situazione globale possa venire da un ambito, quello economico, che ha manifestato  in questi anni tutti i suoi limiti strutturali, che tra l’altro hanno impedito a quasi tutti gli “esperti” del settore di allarmare il mondo sui rischi prodotti dalle derive economiche degli anni pre-crisi (e oltre).

 Qui la necessità di allargare lo sguardo viene introdotta nel discorso - sia pure a livello di ipotesi -  come elemento cardine. 

Non c’è nulla di sbagliato nell’economia (come nell’anelito all’uguaglianza, peraltro). E’ che vanno trattati, azzardo, non dimenticando altri fattori. Altrimenti diventano parzialità impazzite di un tutto la cui organicità corre il grave rischio di disperdersi sempre di più.

Leggo dal libro di Marco Guzzi, “La nuova umanità”

Dovremmo comprendere che in realtà è la carenza di idee adeguate alla sfide del tempo che rende, per esempio, la nostra Europa cos’ stagnate e depressa anche da un punto di vista economico. La fecondità e l’autentico sviluppo economico, infatti, quello cioè che non distrugge ma arricchisce l’umanità corrispondendo a tutta la complessità dei suoi bisogni, dipende e discende dalla vitalità inventiva e creativa dei popoli, non la produce

Dunque bisogna guardare più alto. Unificare e non parzializzare. Ricongiungere e non segmentare, dividere e distinguere in una fuga infinita di saperi impazziti nella loro stessa parzialità. L’economia da sola non si spiega, non si comprende: rimanda ad altro. 

C’è un uomo nuovo da creare, una nuova umanità, appunto.

Siamo appena sulla soglia. Eppure da qui, dal formarsi di persone con questa consapevolezza, può forse (ri)partire tutto…  

martedì 13 gennaio 2015

No, io non sono Charlie

No, io non sono Charlie. Posso dirlo? C’è qualcosa che non mi va giù in questo appiattimento, in questo gridare degli slogan, in questo opporre una linearità concettuale spiacevolmente povera di fronte alla violenza efferata ed ingiustificabile. Cosa è che non mi va? Cerco di capire, cerco di guardare dentro questo istintivo sentimento di disagio.

Ecco, intanto c’è che mi sembra una mossa meramente difensiva, invece che propositiva. Sembra una mossa che non riveli un territorio di ricchezza, ma di povertà. Povertà scaltrita e soffice (alle volte, non sempre), ma povertà. 

Voglio intercalare qualche povero pensiero con quello che ha scritto Marco Guzzi oggi, perché è probabilmente l’analisi più ricca e lucida nella quale mi sia imbattuto. Ricca, in termini di sviluppi e approfondimenti, in rimandi e possibilità. Lucida, perché non ambigua, non compiacente.

Di fronte agli assassini dobbiamo certamente stare sempre dalla parte delle vittime, e pregare per loro, identificandoci con il loro dolore.

Questo è doveroso. Non servirebbe ma è chiaro che i fatti di Parigi sono di una violenza orribile e vergognosa. 

Però questo coro mondiale mi sembra un grido di disperazione: Io sono Charlie, perché non so proprio più chi sono.

Questo è il punto. Io non so chi sono. Tutte le mie identità sono sbiadite. Non credo più nemmeno in quello che ho ereditato, credo solo nel disincanto globale. Il credere a qualcosa mi sembra un passo indietro, non mi sembra moderno.

Di conseguenza, ciò che ci illudiamo sia una costruzione fiorente ed elaborata è ormai sono un involucro, un guscio di retorica e parole inutili, un grande sforzo per coprire un vuoto. Un vuoto che sentiamo drammaticamente su una molteplicità di livelli, da quello sociale e politico a quello psicologico, personale e di rapporti.

La cosa buffa è che questo vuoto è la conseguenza di una scelta, di una opzione culturale, non è che un nostro modo di vedere il reale. Ma non ce ne rendiamo più conto quasi mai.

Allora devo dire, io non sono Charlie. Il diritto di satira è sacrosanto, nessuno lo mette in discussione. Ma io rivendico uno spazio più articolato, meno ideologico, dove si possa dire che Charlie non mi esalta. Ovvio, devo poterlo dire senza che qualcuno pensi che avanzi anche un inizio di giustificazione di un gesto così efferato. No, nella maniera più assoluta.

Chiarito questo, la satira sul sacro - qualunque cosa si creda - mi sembra che riveli più di molto altro, quella posizione tristemente nichilista che ormai ci contraddistingue. Mettere in ridicolo un credo è relativizzare tutto, è dimenticare quell'angolo sacro del cuore, come lo definisce Fossati in una bella canzone.

Allora il punto è capire perché siamo approdati al nichilismo, al nichilismo mercantile nella bellissima definizione di Guzzi, e come invertire il moto, come avviare una ripresa.  

Io figlio di un profluvio di chiacchiere, di nichilismo mercantile, di egoismo narcisistico, di pubblicità e diritti individuali sempre più paranoici e assurdi, Io schiavo di Wall Street e di Bruxelles, di fronte all'offensiva jihadista non so far altro che innalzare la bandiera del diritto alla blasfemia!

Perché la situazione è questa. Ridere è bello, è salutare, ma ridere di tutto è invece tristissimo. Perché vuol dire che alla fine non c’è niente oltre, vuol dire che è tutto parola, è tutto retorica, è tutto - al massimo - una arguta flessione del discorso.
 
Ridere di tutto vuol dire che stiamo coprendo un immenso vuoto, che si allarga tra noi e dentro di noi. 
 
Mi viene in mente il bellissimo dialogo - di una lucidità impressionante - che c’è nel libro La storia infinita di Michael Ende, che molti conoscerete. Artreiu, il bambino eroe, il simbolo del movimento di rinascita, di nuova freschezza, si confronta drammaticamente con Kmork, una entità nera, organico al processo di disfacimento globale
Atreiu: “Che cos’è questo nulla?”Kmork: “È il vuoto che ci circonda, è la disperazione che distrugge il mondo e io ho fatto in modo di attrarlo.” Atreiu: “Ma perché!” Kmork: “Perché è più facile dominare chi non crede in niente e questo è il modo più sicuro di conquistare il potere”.
Nel libro il regno di Fantasia letteralmente crolla di fronte a questo nulla, apparentemente impotente di fronte ad un nemico interno. Ed è il nulla che prende forma negli slogan e nell’identificazione forzata e povera di ragionamenti, oltre che quello giustissimo di aborrire la violenza. Il problema è che un pensiero debole e non  elaborato prima o poi genera violenza comunque. 
 
 
C’è necessità di una rinascita. Come nel regno di Fantasia, così qui. Non è facile, non è immediato. In noi c’è Atreiu, ma c’è anche Kmork. C’è la voglia di riscatto e rinascita, e c’è l’acquietamento pigro e sottilmente disperato, allo stato delle cose attuali (basterebbe pensare a tanti discorsi che facciamo e che ascoltiamo). Ecco perché è necessario lavorare su noi stessi, per fare prevalere il primo sul secondo.
Questo è il tempo della nostra conversione, della conversione dell'Occidente ai propri stessi principi
Questo è importantissimo, è decisivo. Dobbiamo lavorare su noi e tra noi perché non debba scorrere altro sangue, perché ogni vittima è un segno di quanto stiamo tardando, in questo processo...
...altrimenti anche: libertà, fraternità, e uguaglianza, saranno morte parole, che già infinite volte sono state utilizzate per schiavizzare popoli interi e imporre ingiustizie e stragi in tutto il pianeta, a partire proprio dalla rivoluzione francese e dall'arroganza della sua ragione totalitaria.
Ci serve veramente un nuovo inizio, un ricominciamento
Dobbiamo cioè riscrivere la nostra storia per ridare al mondo un nuovo inizio, uscendo da questo impasto di risate isteriche e di pianti senza fine.
Un lavoro che deve svolgersi dentro di noi prima di tutto, perché siamo ancora troppo impastati dell’uomo vecchio, l’uomo del secolo scorso (che si sia magari detto laico, o cristiano, o musulmano, o rivoluzionario...), capace di ragionare solo per opposizione, definito dalla necessità di trovare un nemico: tristissime tutte le chiamate alle guerre di civiltà o di religione a cui si assiste in questi giorni - tristi e pericolose.
 
C’è proprio bisogno di un nuovo modo di vedere il mondo, un nuovo modo di darsi pace. 

E’ un lavoro lungo, ma sono proprio fatti come questo che ci devono convincere che non è più dilazionabile. Va iniziato subito, adesso.

Per riprendere ancora le parole di Marco Guzzi, nel volume “La nuova umanità”, "le culture moderne (…) compresa quella laica e scientifica, sono chiamate a rinnovarsi riscoprendo la prole sorgenti spirituali tuttora vive e aperte, ed è proprio questo processo di riconiugazione vicendevolmente purificativa tra cultura moderna e tradizione ebraico-cristiana che costituisce il grembo vivo delle cultura dell’umanità nascente, entri la quale perciò si vanno già relativizzando fino quasi a sfumare i confini tra credenti (cristiani) e non credenti (occidentali)…"