martedì 15 dicembre 2015

Colazione... rinviata

A volte capita, a volte anche le colazioni debbono essere rimandate. D'altra parte gli imprevisti sono fatti così, sono cose che arrivano (per definizione) senza che tu le possa programmare. E' quello che rende la vita sempre un po' irriducibile ai nostri piani. Ultimamente, quello che rende la vita interessante. Sempre un po' più grande dei nostri modelli, anche dei modelli più acutamente pensati, più arditamente creati. 

Alla fine la vita interessante è questa. Le altre le ho già pensate, le ho già capite. E se anche il rinvio di una appetitosa colazione (radiofonica) me lo può ricordare, va benissimo (fermo restando che - come è noto ai più intimi - io non mi trovo bene a saltare la colazione, dunque è soltanto un rinvio).

Ringrazio ancora Alessandra per l'invito, auguro pronta guarigione ad Azzurra. Ai miei venticinque lettori, rinnovo la proposta di partecipare alla colazione, che è soltanto spostata un po' più in là.


Cari amici di "Colazione da Alessandra", vi comunico che la puntata prevista per giovedì 17 dicembre, su Radio G, sarà...
Posted by Alessandra Angelucci on Martedì 15 dicembre 2015

lunedì 14 dicembre 2015

A colazione da Alessandra

E' questione di cortesia elementare, potremmo dire. Un invito a colazione non si rifiuta senza valide ragione. Per di più se chi ti invita è una persona che ti piace frequentare, con cui ti trovi a tuo agio, con la quale puoi finalmente parlare di cose significative, abbandonando  - una volta tanto - i discorsi di superficie, quelli tristemente riempitivi, fatti appena per scongiurare il silenzio, per evitare (chissà poi perché) di cascarci dentro...

Per quanto ci siamo visti ancora (troppo!) poco, Alessandra Angelucci è una persona che sento amica e vicina nella mia ricerca "di senso". E' dunque con grande piacere che ho accolto l'invito alla sua colazione radiofonica, che si terrà questa settimana, giovedì 17 dicembre alle 10 prossimamente sulle frequente di Radio Giulianova, e poi anche in streaming.

Appena due parole su Alessandra. Giornalista, è critico d’arte per il quotidiano di Teramo «La Città», e per le riviste «Exibart» e «Contemporart». In passato ha diretto il mensile d’informazione «Lo Strillone» ed è stata conduttrice per l’emittente TV6. Nel 2012 ha pubblicato la raccolta di poesie Mi avevi chiesto di fermarmi qui (Duende Edizioni, Premio Roccamorice). Oltre a numerosi cataloghi, ha curato il volume di Fathi Hassan Un africano caduto dal cielo, apparso nella collana Fili d’erba che dirige per la casa editrice Di Felice. Ha curato mostre sia in Italia che all’estero. Collabora con la Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture di Castelbasso. Per l’emittente radiofonica Radio G di Giulianova cura la rubrica d’arte Colazione da Alessandra. E' la curatrice della mostra "CORDIS, del cuore" di Alice (Palazzo Pardi di Colonnella, provincia di Teramo, fino al 6 gennaio 2016). Collabora inoltre con il sottoscritto alla pagina Facebook di arte e letteratura Il ritorno.

Propongo pertanto assai volentieri il testo che Alessandra stessa ha diffuso via Facebook, per annunciare la nostra "colazione". Colazione che, oltretutto, ho l'onore di condividere con un artista quale Gian Ruggero Manzoni (in maniera alquanto immodesta, devo dire che sono assai onorato per l'accostamento), e con la giornalista Azzura Marcozzi.

Vi lascio dunque alle parole di Alessandra, aspettando di poter... aggiungere le mie. A colazione, s'intende!

Cari amici di "Colazione da Alessandra" sono felice di annunciarvi i nomi dei prossimi protagonisti della rubrica d'arte che ho il piacere di curare su Radio G Giulianova: GIAN RUGGERO MANZONI, pittore e teorico d'arte, drammaturgo e performer; MARCO CASTELLANI, ricercatore astronomo presso l'Osservatorio Astronomico di Roma dell'INAF, autore, fra i tanti libri, della silloge poetica "In pieno volo" e del romanzo "Il Ritorno", di recente pubblicazione. Con me in studio la giornalista Azzurra Marcozzi. 
Appuntamento giovedì 17 dicembre, da definirsi per l'inizio del prossimo anno (vi farò sapere), ore 10, Radio G. Replica ore 15.30: frequenze 90.70 oppure 100.20; anche su streaming www.radiogiulianova.net.

GIAN RUGGERO MANZONI è nato nel 1957 a San Lorenzo di Lugo (RA), dove tuttora risiede. È poeta, narratore, pittore, teorico d’arte, drammaturgo, performer. Ha pubblicato, fra le tante case editrici, con Feltrinelli, Il Saggiatore, Scheiwiller, Sansoni, Skirà-Rizzoli. La sua formazione di pittore è avvenuta in Italia a fianco degli esponenti della Transavanguardia; in Germania, a Monaco di Baviera e a Berlino, negli ambienti del neoespressionismo e della neofigurazione tedeschi, in Inghilterra vicino ai graffitisti e fumettisti della Generazione X. Insegna Storia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino dal 1990 al 1995. Partecipa ai lavori della Biennale di Venezia negli anni 1984 e 1986, edizioni dirette da Maurizio Calvesi. Ha al suo attivo oltre 50 pubblicazioni e 70 mostre pittoriche. Ama abitare in provincia e, come di solito dice, “dell’uomo di provincia possiede tutti i difetti, ma anche tutti i pregi”.

MARCO CASTELLANI è un ricercatore astronomo e lavora presso l’Osservatorio Astronomico di Roma dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica). Si occupa di evoluzione stellare e fa parte del team scientifico del satellite GAIA dell’ESA, nel quale svolge l’attività di ricerca di algoritmi per ricostruire i profili stellari restituiti dal satellite con la massima accuratezza possibile. Ha al suo attivo più di 60 pubblicazioni scientifiche, di cui circa la metà su riviste con referee internazionale. Ha aperto diversi anni fa il blog di divulgazione scientifica GruppoLocale.it (listato nella pagina istituzionale Media INAF) e il blog SegnaleRumore.it per esplorare come la tecnica si rapporta al nucleo più autenticamente umano palpitante in ognuno di noi. E’ stato scelto questa estate per tenere un corso di astrofisica a un gruppo di selezionati studenti universitari a bordo di “Mediterranea”. Marco ama molto scrivere, sia racconti e poesie, sia considerazioni “di cammino” che pubblica sul suo blog personale (cioè questo, ndr). Tra le sue pubblicazioni recenti ricordiamo il romanzo “Il ritorno, le raccolte di poesia “In pieno volo” e “Per prima è l’attesa”. Attualmente sta lavorando su libri a carattere scientifico divulgativo, di prossima uscita, e sta preparando un libro di racconti per ragazzi a sfondo scientifico, di cui alcuni sono stati anticipati con ottimi risultati ai ragazzi di una scuole nazionale. E’ sposato dal 1991, ha quattro figli.

martedì 8 dicembre 2015

La fisica del buco

Che poi, la cosa mi sembra questa, e anche abbastanza semplice, dopotutto. C'è questo buco, questo enorme buco dentro di me. Ora, il fatto è che - detto in maniera spiccia, saltando i passaggi - solo Cristo riempie questo buco. Non è questione qui di coerenza o di essere all'altezza o di tutti gli sbagli che si fanno, e cose così. E' una questione semplicemente - con tutti gli sbagli possibili - di "fisica del buco", diciamo. 


Voglio accogliere questo annuncio, almeno come ipotesi di lavoroSolo Lui riempie questo buco, attraverso la modalità storica concretissima che ha scelto per raggiungermi. Se questo, detto così spiccio, è vero, si capisce che accettando questo, accomodandosi in questo (con tutte le mie imperfezioni, le ben note reiterate defezioni, etc...) si inizia a trovare un po' di pace, e si vedono le cose in modo diverso e più libero. 

Più libero, proprio: perché rifiutando questo si rimane con il problema di riempire il buco (luce rossa lampeggiante sul cruscotto, in pratica), e non c'è da illudersi tanto, perché per quanto ci possiamo pensare più liberi, in realtà siamo molto molto condizionati - perché il nostro primo e direi unico obiettivo sarà inevitabilmente quello di riempire il buco, di trovare qualcosa o qualcuno che riempia finalmente questo enorme buco, che sani questa ferita sanguinante. Così per paradosso pensando di essere più liberi, va a finire che lo siamo molto molto meno.

Certo c'è da mettere in conto la resistenza egoica contro questa cosa, perché il buco viene riempito non secondo un nostro progetto, una nostra costruzione, una nostra sapienza. Viene riempito essenzialmente da una nostra resa. Da un nostro che umilissimo riecheggia quel Sì che la tradizione cristiana proprio oggi festeggia.

Siccome c'è questa resistenza non basta assentire a questa linea di pensiero, ci vuole un lavoro attivo, quotidiano. Che comprende le declinazioni pratiche che già conosco, come la Scuola di Comunità,  e il percorso di Darsi Pace. Cose che non ho scelto per mia profondità di visione, beninteso: cose in cui sono stato guidato. 

E può darsi si tratti perfino di dire ad un percorso psicologico, perché non si sia tentati dallo spiritual bypassing, ovvero di coprire problemi irrisolti - sui quali invece si può e si deve lavorare - sotto un rigido cappello devozionale. Una sorta di tentazione di impazienza dalla quale mette in guardia anche un monaco come Anselm Grun (da lui ho preso il termine, che mi sembra molto efficace).

E certo comprende anche la meditazione, la preghiera. 

Senza scandalo, è necessaria una continua ripresa. Coraggio, pazienza, umiltà, perché non si tratta di incantesimi strani, si tratta di materia lavorabile, malleabile. Addolcibile.

lunedì 16 novembre 2015

Silenzio (qualcosa riprende a respirare)

Forse la cosa che più è decisiva, per le nostre sorti e per quelle del mondo, è il silenzio. Dopo fatti come questo, dovrebbe esserlo. E' sconfortante in un certo modo vedere come i social network si animino nei confronti tra teorie avverse e speculari su come sconfiggere il terrorismo, una volta per tutte. 

Se allora scrivo qui è soltanto per approfondire questo silenzio, benché appaia paradossale. Cerco parole che non aggrediscano questo silenzio necessario, ma possano accomodarvisi dentro, trovare spazio nella riflessione. Trovare un nido.


Sgombro il campo da equivoci. Non voglio dire cosa fare. Veramente, il lunedì ci svegliamo tutti allenatori. Questa volta ci siamo destati nientemeno che come esperti di politica internazionale. 

Quello che so come uomo, quello che sperimento, è l'esigenza di un senso più profondo, di una appartenenza più radicale. Per sconfiggere la paura, esattamente. La paura io la riesco a sconfiggere, a mitigare, soltanto in una relazione. Le forze non le trovo da me stesso: le mie sempre emergenti pretese di autonomia mi lasciano appena sensazioni di impotenza e strascichi di angoscia. La relazione con l'altro (affettiva, terapeutica, spirituale) mi rimette in pista, benché acciaccato. Ancora e di nuovo in corsa per una ipotesi di senso, di significato.
Cercare una risposta adeguata alla domanda sul significato della nostra vita è l’unico antidoto alla paura che ci assale guardando la televisione in queste ore, è il fondamento che nessun terrore può distruggere
In questa frase di Juliàn Carròn sento emergere una verità che preme perché io la riconosca. Che io la accolga come ipotesi di lavoro. Nella confusione totale, che ci fa tutti un po' più infelici e rischia di farci anche diventare più cinici, è quello che sento contenga un punto di partenza reale. Di ripartenza

Da Parigi, Maddalena scrive "Ho bisogno di capire come stare di fronte a questa realtà che mi è data adesso, in questo momento in cui la mia priorità era riposare. Di una cosa sono certa, che questi fatti mi sono dati da guardare ora, proprio a me che pensavo di starmene tranquilla" 

Ecco, più che di analisi geopolitiche, ho prima di tutto lo stesso bisogno di questa ragazza, di capire come stare di fronte a questa realtà.

Riconoscere questo bisogno, riconoscere il mio immenso bisogno di tutto, può essere il mio primo passo, perché il senso si riaffacci sull'orizzonte terso delle cose, nella purezza di un desiderio su cui appoggia il mio cuore. Perché io possa tornare a prendermi cura (di me stesso, delle cose nel mondo, delle cose del mondo)La cura è anche riconoscere che il pensiero ragionante che si concepisce autonomo da tutto (quindi solo) non è palcoscenico neutrale, ma è forse già una scelta di campo, come diceva bene un certo Eugenio Montale già nel 1975:

Terminare la vita
tra le stragi e l'orrore 
è potuto accadere per l'abnorme sviluppo del pensiero
poiché il pensiero non è mai buono in sé.
Il pensiero è aberrante per natura. 
Era frenato un tempo da invisibili Numi, 
ora gli idoli sono in carne ed ossa
e hanno appetito.
Noi siamo il loro cibo. 
Il peggio dell'orrore è il suo ridicolo.
Noi crediamo di assistervi imparziali
o plaudenti e ne siamo la materia stessa.
La nostra tomba non sarà certo un'ara
ma il water di chi ha fame ma non testa.

Non si tratta qui certo di darsi croci addosso, ma di capire cosa possiamo fare per essere più felici. Così Marco Guzzi può scrivere quello che noi tutti spesso dolorosamente avvertiamo, nella vita ordinaria...

Siamo una civiltà che non ha più la testa. E da tempo ormai. Sballottata tra orrore e pubblicità..

E vi ritrovo pienamente abitante in queste parole il grido di senso di Maddalena, la domanda accorata di capire come stare di fronte a questa realtà.

E' qualcosa di sommesso, a cui fare appello ora. E' un silenzio che ritorna, che può tornare. Perché questo sangue non sia stato versato per nulla - ora lo dico - dobbiamo essere molto fermi e decisi: dobbiamo riprendere la poesia del mondo. E' una ipotesi di un ritorno ad un modo diverso di guardare, di respirare. Di vivere, di dormire, di amare.

Qualcosa è già in opera, per questo, forse. Non si tratta allora di inventare qualcosa, ma di riconoscerlo già operante. Non dobbiamo essere cinici, ma aprici a qualcosa che forse già si muove. Qualcosa che deve essere poetico e risanante insieme. Risanante perché poetico. Chiude sempre Marco il suo intervento su Darsi Pace, con una frase che mi risuona dentro piacevole e delicata come un verso, un anticipo di questa poesia che deve venire, per la quale posso - forse - lavorare...
Altrove qualcosa di vivo riprende di notte a respirare... 

mercoledì 14 ottobre 2015

Tuona di già…

Non c’è niente da fare. Oggi mi rientra nei neuroni continuamente. E’ quel grumo di note e parole che definisce la mia giornata, la identifica e la separa dalle altre.



Complice il tempo che su Roma è veramente di diluvio accentuato, complice anche il fatto che l’ho risentita stamattina in automobile, venendo al lavoro.

Complice soprattutto il fatto che, sotto la scorza un po’ difficile, come quella tipica delle canzoni del Battisti “secondo periodo”, si schiude dopo qualche ascolto una tenerezza bellissima. E si rivela per quello che è, una stupenda ed appassionata canzone d’amore.


Così un amore, un fatto apparentemente privato, assume una rilevanza immediatamente cosmica, totalizzante.

Perché un amore non può assumere nessun’altro tipo di rilevanza, dopotutto.

Altrimenti non è niente.

“Tuona di già / stai buona…”

martedì 13 ottobre 2015

Ripartire dalle emozioni

Due cose mi vengono in mente, dopo aver assistito alla proiezione di Inside Out. Due cose diverse ma abbastanza congruenti, assolutamente compatibili. Una più generale, ed è posta alla  radice stessa - mi sembra - del percorso di realtà come Darsi Pace: quel "ripartiamo dalle emozioni" che segna tanto il primo paragrafo dell'omonimo testo di Marco Guzzi, quanto percorre in sottotraccia tutto l'arco di questa deliziosa pellicola. Ecco, ripartiamo dalle emozioni, e ripartiamo da tutte le emozioni. Senza censurare nulla. 

Così mi pare che il messaggio di Inside Out sia duplice, essenzialmente. Non solo ripartire dalle emozioni, ma anche, non escludere niente a priori. Tutto ha la sua funzione: perfino la tristezza. Addirittura la rabbia, serve, è utile. Senza voler svelare nulla, possiamo senz'altro dire che è piuttosto scoperto il ruolo che queste emozioni apparentemente "negative" (dalle quali fuggiamo in ogni modo, appena si può) rivestono nel cooperare affinché la gioia di vivere possa ritornare ad avere dimora stabile nella mente dell'uomo (della piccola Riley, in questo specifico caso). 

Rabbia, disgusto, gioia, paure e tristezza... tutto serve, se ben composto.

E' vero che le emozioni non sono tutto. D'accordissimo. L'ideale sarebbe un interscambio virtuoso tra ragione ed emozione, un dialogo continuo ed amichevole che informi e guidi la percezione del mondo e le scelte conseguenti. E' pur vero, però, che veniamo da un lungo periodo in cui, direi tristemente, si è posto molto l'accento sul razionalismo anche in molti processi conoscitivi e segnatamente scolastici. Identificando totalmente l'essere umano con la sua parte logica, raziocinante, spesso (con molte virtuose eccezioni...) trascurando o anche censurando la sua parte emotiva, si è proceduto - spesso senza intenzione - a produrre delle persone fragili, essenzialmente impaurite dal proprio oceano emotivo interiore, rimasto alla mercé di sé stesso, assolutamente ineducato.

Avverte Marco Guzzi, in apertura appunto del libro Darsi Pace, come "dal punto di vista emotivo la nostra umanità sembra sempre più fragile e infantile, sembriamo spesso inconsapevolmente posseduti da flussi emotivi, da passioni mai seriamente indagate, come diceva Jung, che possono diventare tempeste collettive quando si scaricano sui teatri ormai planetari della storia."

Ben venga dunque un richiamo a riprendere familiarità con i nostri stati emotivi. A cercare di riprenderli, riabilitarne la dignità, comprendere come servono alla vita, alla vita vera. Un primo atto di riconciliazione con sé stessi, che è anche inevitabilmente un atto sociale e politico, nel senso che incide radicalmente nella percezione che abbiamo di noi e degli altri, e dunque inevitabilmente sui rapporti più risanati che diveniamo capaci di intrecciare.

Una seconda cosa che mi è tornata in mente, in relazione al film, è un passaggio della bella canzone Fango di Lorenzo Cherubini, "L'unico pericolo che sento veramente, è quello di non riuscire più a sentire niente..." Ecco. Questo nel film è palese, scoperto, manifesto. Il momento più terribile, direi quasi orribile, non è affatto uno di quelli nei quali la simpatica protagonista agisce dominata da una emozione magari "sgradevole" (rabbia, disgusto, paura, tristezza). Assolutamente no. E' invece quello in cui lei stessa perde il contatto con le sue emozioni. Di qualsiasi tipo possano essere.

Scrive assai lucidamente Claudio Risé, in un articolo su Tempi, che " ...il guaio oggi non è lo strapotere delle emozioni, ma il fatto che non ci siano quasi più. Nessuno che prenda a pugni un tavolo come fa Rabbia (rosso, basso e inquartato, grande casinista), o che sia gioiosamente pazzoide come Gioia, radicalmente pessimista come Paura (che a un certo punto esclama: «Ottimo, oggi non siamo morti»), schifato come Disgusto davanti al broccolo, esausto e contagiosamente melanconico come Tristezza (che quando tocca un bel ricordo, lo rompe). Tutti neutri, beneducati, che non si capisce cosa pensino. Un vero guaio, anche per la psiche. Che senza emozioni si spegne."

E' quello il momento davvero pericoloso. E' lì che si perdono i colori del vivere. Per il resto mi sono accorto che sono uscito con un senso di pace. Come se già riconoscere le emozioni, accettarle, fosse già una azione, una minima azione, terapeutica.

Riconoscere che la salute mentale è anche nel permettere l'avvicendarsi delle emozioni (senza "bloccare" per forza quelle che non ci aggradano) vuol dire essenzialmente volersi bene.  E' l'inizio di una insurrezione benefica, un cammino nuovo di amicizia con la vita, dopo tanto freddo esercizio di logica. Eccole qui: rabbia, disgusto, tristezza, paura, gioia. Le prime quattro le bandiresti dal tuo orizzonte interno, potendo. Vorresti essere un uomo migliore, una donna perfetta: concederti queste passioni non è bene, non è adulto. Non si fa... Eppure sono proprio loro che  - in uno splendido gioco di squadra - renderanno possibile il ritorno della gioia nella vita di Riley.

Davvero tutto coopera a rendere colorata la vita, a vivere sempre intensamente il reale (per riprendere una bella frase di Luigi Giussani), se davvero niente si censura, nulla si esclude.

lunedì 14 settembre 2015

Diario di bordo

Scoprire, e riscoprire. Scoprire territori nuovi, muoversi in acque inesplorate. In ogni senso. Capire istantaneamente che c'è di più di quanto sei abituato a vedere, che l'universo osservabile è davvero molto, molto più ampio di quanto ormai pensavi. Di quanto ti eri abituato a pensare, per colpevole pigrizia. Ma è semplice, del resto. Basta solo che ti metti in gioco, che torni a fare il tuo mestiere, in pratica: che torni davvero ad “osservare”.

E l'universo se ne accorge, ti vede. Così ti trovi nei mari della Turchia, con cinque ragazzi ai quali racconti la storia delle stelle e dello spazio, per come le sai. E pian piano ti accorgi di una cosa così strana, così profonda, che supera l'ampiezza possibile di ogni mare, di ogni oceano che puoi fisicamente percorrere. Ti accorgi che in realtà, attraverso diagrammi ed equazioni, stai raccontando la tua storia. Perché, inevitabilmente, non puoi che fare questo, non puoi che raccontare, sempre e comunque, la tua storia.


E le domande che i ragazzi ti rivolgono - tu lo capisci - inevitabilmente, quasi impudicamente, rimbalzano la loro, di storia. Te la svelano davanti agli occhi, sorpassando ogni eventuale reticenza. E le domande in pochi attimi superano il contesto scientifico e affiora il cuore: ma tu lavori, cosa fai, in cosa credi. In pratica, dove riponi la tua consistenza: domanda che fa tremare i polsi e che esige una risposta sincera, davvero da cuore a cuore. Dove rimetti in gioco te stesso.


Allora non è che appena svolgi un ciclo di lezioni in barca, cosa di per sé già molto intrigante. No, è assolutamente di più. È un confronto di storie in cui ti immergi, una collisione virtuosa di diverse umanità. Una riposta deflagrazione cosmica, la cui energia prodotta è un arricchimento comune, quel di più di umanità che ti porti a casa, la più preziosa fra le ricchezze. Del resto, l'unica che vale. Per questo ti dico grazie, Mediterranea. Perché venuto qui per insegnare, ho in realtà imparato tanto. Per certo, molto di più di quanto avrei potuto prevedere.


(Scritto su Mediterranea nel pomeriggio del 4 settembre, Canakkale, Turchia)

venerdì 14 agosto 2015

Propositi per il nuovo anno

No, no, state tranquilli. Non è che mi si è mischiato il blog ed è spuntato in superficie un post dello scorso capodanno, o addirittura è stato pubblicato per sbaglio un post già programmato per la fine del 2015 (programmazione così estesa, d’altra parte, essendo alquanto improbabile in questo mio spazio).

Insomma, niente di tutto questo. E’ che per me il vero punto di svolta, il vero momento - se ce ne deve essere uno - in cui ci si può utilmente permettere di guardare ai dodici mesi passati, fare consuntivi, elaborare correzioni di rotta (almeno, tentativamente), è questo. I giorni intorno a Ferragosto, appunto.

Io proporrei una leggera riforma del calendario. Una cosa da niente, diciamo: l’anno nuovo inizia il 15 di agosto. 


Se cielo e terra fossero più in contatto di quanto pensiamo di solito…?

In piena estate, appunto. Ovvero, l’unico momento in cui - se sei fortunato - la pressione delle cose da fare e di compiti da terminare di fare è un pochino allentata. In cui sei, magari, un attimo fuori dalla tua stessa vita, quel tanto che basta da darne un giudizio spassionato (o quasi). O perlomeno, a coltivare l’auspicio di un esame più distaccato del solito. Vi dico: a me viene bene in questi momenti. Non certo dopo Natale che sei già, comunque, ricatturato dalle cose in cui tu stesso hai scelto di metterti, cose che poi normalmente si autoalimentano, vanno avanti in splendida autonomia senza chiederti -magari - se sei ancora d’accordo.

In questo giorno in cui chi crede celebra la assunzione al cielo di Maria (carne ed ossa, ragazzi: niente di spiritualistico, tutte cose molto concrete, come sempre nel cristianesimo), lei che secondo Dante, è “di speranza fontana vivace(espressione che piaceva moltissimo a Don Giussani), possa essere facilitato il mio compito nel guardare alla vita trascorsa finora con più speranza e meno pessimismo  di tante altre occasioni.

Ecco. Al di là degli errori commessi, degli sbagli, per me emerge - adesso - una domanda più sostanziale. Se ho amato abbastanza, se mi sono amato abbastanza, se ho vissuto le cose  con la dolcezza e la pazienza necessaria alla mia crescita. Se mi sono permesso davvero di credere, come dice Eraclito, che l’armonia nascosta è molto più potente dell’armonia manifesta. Se mi sono permesso di credere che c’è realmente molto altro oltre l'aspro determinismo con cui la mia parte egoica continua a voler vedere l’Universo. Se mi sono permesso di credere che, per il mio cuore, per la mai carne, quello che non si vede conta molto di più di quello che si vede. Se mi sono concesso - anche -  di essere fallibile, se ho iniziato a guardare con compassione i miei fallimenti, le mie frequenti cadute. Se ci ho parlato, con loro. Se ci ho dialogato, le ho ascoltate, ho permesso loro di esistere, se ho fatto loro spazio. 

Lo so, loro vogliono essere ascoltate, hanno qualcosa da dirmi. Reprimerle vuol dire farle incattivire, perché poi invece di sussurrare, dovranno urlare, esasperate perché io non le ascolto, mi turo le orecchie. E invece, intuisco, loro hanno un messaggio, un messaggio importante per la mia vita.

Per come la vita può riprendere, diversa e magari migliore, il prossimo anno (cioè da adesso, secondo il mio calendario interno e, per ora, personale).

E per come, in verità, può riprendere ogni giorno. Ogni istante. 

Perché la decisione per l’esistenza e per la sua indomita positività è di ogni istante. E’ rinnovata ogni momento.

A pensarci, non serve nemmeno un capodanno ad agosto, grazie a Dio.

Serve la consapevolezza di avere comunque un appoggio, di essere amati comunque. Sì, anche lassù.

giovedì 13 agosto 2015

Sepolcro

E’ una parola abbastanza imbarazzante. Non è di quelle che si producono abitualmente in società, potremmo dire. Eppure mi chiedo se uno possa desiderare di più. Se uno onestamente, sinceramente, possa desiderare più di questo. 

Orbene, è certo che molta gente oggi è scettica. E’ disincantata, è cinica. 

Qui non verrei azzardarmi in una ennesima analisi sulla crisi della fede, oggi. Per certo, non ho le competenze e la profondità necessaria, mi manca l’ampiezza di vedute e la conoscenza storica. Vorrei rivoltare la cosa come un calzino, invece.



Perché bisogna avere il coraggio di scoprirsi. Di scoprire i propri desideri, senza censuarli anzitempo. Senza ammazzarli, avvelenarli nelle solite obiezioni. Delle quali dico subito che la peggiore, in termini di danno psichico, è certamente quel è troppo bello per essere vero.

Ecco. Onestamente, io non so quanti danni abbia fatto, nel tempo, una frase di tal genere. Cosa rivela? Un pessimismo di fondo di portata cosmica, una rinuncia preventiva all’azione, alla vera speranza. Al desiderio di cose grandi. 

Prendendo questa frase terribile sul serio, ecco, uno non si muove più. 

Poi, oltre questo, come scienziato mi fa anche girare un po’ le scatole, per la sua palese illogicità. Di cui, sembra, la gente non si accorge. Lo confesso, in questo casi viene fuori il polemista dentro di me. Ma che vuol dire che è troppo bello? Perché “troppo”? Troppo rispetto a che, per esempio? Alla nostra immaginazione asfittica? Al nostro malinteso senso di essere adulti, con i piedi per terra? Alla nostra disperata paura di sognare? 

Se ad esempio faccio l’esercizio di pensare al sepolcro, alla possibilità che qualcuno ne venga fuori in carne ed ossa, al fatto che magari Qualcuno lo ha già fatto, scopro che ho paura di lasciarmi andare a crederlo davvero. Con tutto che (ogni tanto) mi dico “cristiano”, se arrivo a questo fatto, al nucleo pulsante delle faccende della mia fede, quel nucleo senza il quale tutto crolla (tutto! Che tentativo triste quello di tenere su la cultura, i "valori cristiani", senza questo nucleo pulsante, senza questo “scandalo”), mi prende paura.

Una paura strana. 

Ma se buco un attimo la paura, ci passo oltre, scopro anche che è la cosa che desidererei di più. Che desidero di più. Che questo sia, appena, vero. Perché anche se sono cristiano, c’è come un pensiero in background, una formulazione di pensiero, un ambiente di pensiero, che mi ripete continuamente lascia perdere è troppo bello, lascia perdere… 

Ma il desiderio che sia vero c’è. Accidenti. Gli altri desideri che mi attanagliano, che mi tormentano, al confronto non sono nulla. Perché se fosse vero questo metterebbe veramente tutto in un’altra luce. Le gioie sarebbero ancor più gioie. Perfino le peggiori sofferenze potrebbero venire un po’ attenuate.

Quindi, è un po' come se tutta la vita potesse essere interpretata - e nuovamente reinterpretata, ad ogni istante - nell'atteggiamento che abbiamo davanti a questo. Ad un sepolcro. Se è la fine di tutto o una scommessa pazzesca e totalmente fuori scala, per un nuovo inizio. Per un inizio senza fine. 

Capisco che siamo strani, in un certo senso. Ma forse è la portata della cosa, che ci fa un po' paura. Ma di fatto è questo, è così. Siamo capaci di disquisire per ore su quanto ha detto un parroco di campagna, magari finito inavvertitamente sui media per qualche dichiarazione improvvida. Grande interesse hanno in ogni ambiente le discussioni sulle prescrizioni della Chiesa, soprattutto in ambito di morale sessuale. Ancora, la coerenza (o più spesso, la sua mancanza) di tal porporato od ecclesiastico riveste sempre una decisa attenzione e normalmente genera sapidi commenti.

Niente da dire, in fondo. Però, capitemi. Ho la sensazione, trovandomi spesso coinvolto in queste discussioni ("Ah, tu che sei cristiano, che ne pensi del fatto X [dove X = beni della Chiesa, controllo delle nascite e fame nel mondo e/o AIDS, ICI per gli istituti religiosi, etc…], del comportamento del cardinal Y, delle recenti dichiarazioni del Vaticano in materia di XYZ…") ho la sensazione, non dico che siano giuste o sbagliate, non appena questo. No, ho la sensazione, come dire, che ci si stia concentrando accanitamente su dei particolari molto periferici, per trascurare l'essenziale. Cioè cosa è veramente, empiricamente, storicamente successo in quel sepolcro, un paio di millenni fa.

Che poi diciamolo, se in quel sepolcro non fosse successo nulla di particolare, ogni altra preoccupazione sui pronunciamenti di questo o quello, su cosa dice la Chiesa in materia di questo o quell'altro (perfino sull'accesso ai sacramenti per i divorziati, per dire), sarebbero totalmente inutili. Fiato sprecato. Perché non avrebbe senso niente, non avrebbe senso la Chiesa, i preti, i vescovi, i cardinali. Il Papa.

Se quello fosse stato appena un normale sepolcro, di una persona magari storicamente importantissima, magari un grande dell'umanità, ma insomma, sempre dopotutto un normale sepolcro, ebbene, non avrebbe senso nulla, di quello che stiamo trattando.

Come dice la canzone di J. Breil…

Ditemi se è vero,
Se è vero tutto quello che hanno scritto Luca, Matteo
E gli altri due,
Ditemi se è vero,
Se è vero il portento delle Nozze di Cana
E il portento di Lazzaro

Se fosse vero tutto questo
io direi sì
Oh certamente direi sì
Perché è così bello tutto questo
Quando si crede che è vero


Mi rendo conto, che siamo capaci di passare una intera vita (e se potessimo, anche di più) nel ragionare - per dire - su torti e meriti della Chiesa, senza osare arrivare al fondo della questione, al fondo pulsante. Se lì è avvenuto qualcosa, qualcosa di strabiliante, oppure no.

Il senso di ogni istante, di ogni minuto, viene investito dalla nostra decisione in merito. Luigi Giussani parlava, giustamente, di decisione per l'esistenza.

Il fulcro è quello. Se davanti ad un dolore, ad una sofferenza -  ma anche davanti al vuoto che tante volte si affaccia nella nostra vita, possiamo avere il conforto di una Presenza, vivente, vicino. 

Insomma, qualsiasi posizione possiamo avere, il punto cruciale è quello della canzone citata: ditemi se è vero

Il resto son davvero conseguenze, molto molto più a valle.

mercoledì 27 maggio 2015

Ferita

Il sole è ormai alto, entra nella stanza, forte, dichiarativo.
Ti devi svegliare
Apro gli occhi. Un occhio, poi l'altro
Sono qui. Sono io.

... bum! 

Eccomi, di nuovo. Sono in questo corpo, sono qui dentro. Eccomi come sono. Ora mi sento, avverto il peso. Gli entusiasmi e le pesantezze fanno subito a botte. Ma le pesantezze le sento tutte. Anche la tensione. Vorrei quasi essere un altro.

Essere diverso. Essere secondo il mio progetto.

Il mio progetto è un bel progetto, sulla carta. E' molto ragionato (perfino troppo). Si parla di  un individuo pieno di buon senso, capace di risposte pacata e sagge, capace di pazienza. In breve, una sicurezza per  chi gli è intorno. Anche - quasi dimenticavo - capace di gestire con savia tranquillità i suoi interessi, i desideri, e sopratutto le sue pulsioni. Capace di presentare un profilo amichevole e riconoscibile verso l’esterno. Un profilo insomma, in una parola, affidabile.

Insomma, in poche parole, un individuo senza la ferita.



La mattina è impietosa, in questo. La mattina soprattutto, mi accorgo di come sono anni luce lontano dal mio progetto. Vorrei essere così, senza la ferita, senza quel senso di sbandamento che mi porta fuori strada, mi confonde. Essere preciso e puntuale, rispettato e rispettabile.

Quindi, in ultima analisi, sto cercando in tutti i modi di non essere me stesso.

Quindi, perdere la mia unicità. Ciò che mi è più prezioso. Ciò che mi fa me.

Ce ne vuole di lavoro, per capire che la ferita è la cosa più importante che ho. Per capire che il tempo e l’energia che impiego per tentare di allontanare i disagi sono tempo ed energia perse. Perché vanno nella direzione sbagliata.

Se guardo dentro i miei disagi, se oltrepasso l’istintiva ripugnanza, vedo qualcosa che mi interessa, qualcosa che brilla. Trovo una parte di me che mi è più cara di me stesso.

Questa parte non si trova in direzione opposta alla ferita, ma si trova assolutamente dentro di essa. E' buffo, ma la vita è così. Devo cercare proprio nella direzione che più mi ripugna. Devo cercare la pietra preziosa, ma non posso trovarla dentro una teca sapientemente illuminata, deodorata, depurata, asettica. 

Non c'è verso. Finche non mi ci arrendo prenderò botte su botte.
Devo cercare la pietra preziosa mettendo le mani nel fango. 
Affondandole nel fango.

Mi devo sporcare. Me lo ripeto: mi devo sporcare.

Qualcosa di simile ci dice l'abate André Louf,
Spontaneamente pen­siamo che la santità va ricercata nella direzione opposta al pec­cato e contiamo su Dio perché il suo amore ci liberi dalla debo­lezza e dal male e ci permetta così di raggiungere la santità. Ma non è così che Dio agisce con noi: la santità non si trova all'op­posto bensì al cuore stesso della tentazione, non ci aspetta al di là della nostra debolezza ma al suo interno.
Come molta mistica, questa densissima intuizione dice qualcosa di profondo sul reale. Getta davvero una luce penetrante nel mistero dell'Essere. Tanto che, qui come altrove, non è nemmeno sufficiente tirarsene fuori affermando di non credere in Dio. Eh no, temo di no. Si parla qui della stoffa del reale, della struttura intima dell'esistente, della modalità con cui questo interagisce con me. Qualcosa con la quale tutti, a prescindere dalla fede, devono fare i conti. 

Ecco. Ci vuole molta strada, molta vita, per capire che la ferita nasconde un tesoro. Ma sono di quelle acquisizione che, capisco, possono ribaltare la percezione del mondo in maniera totale. 

Che ti possono far respirare, di nuovo.

domenica 5 aprile 2015

Pasqua, una rinascita

Oggi preferisco lasciare da parte le mie parole, e lasciar parlare qualcuno dei miei maestri, delle persone che, prima ancora di indicarmi una via, mi rassicurano continuamente e dolcemente sul fatto che esiste una via. 

Perché questo fa tutta la differenza del mondo. 



La via può essere lunga, tortuosa, ripida, sdrucciolevole quanto si vuole. Si può cadere mille, diecimila volte al giorno. Ma nessuna caduta è vera obiezione al fatto che la via c'è, esiste. In fondo, al mio cuore non interessa troppo indagare la lunghezza della strada, interessa soltanto sapere che c'è. 

Non è una conoscenza intellettuale. 

Nessuna conoscenza intellettuale potrà mai scaldarlo, il mio cuore. Ormai lo so. Quello che cerca, che ogni tanto già timidamente avverte, è il dolce riverbero di una conoscenza affettiva. Credo che la risposta definitiva alle paure (soprattutto quella terribile di morire, di disperdersi, di svanire - da cui figliano le altre) non possa essere intellettuale, ma debba infatti essere di tutt'altra pasta, debba essere un amore.

Dal sentirsi amati - soltanto da qui - potrà partire la vera rivoluzione. 
...oggi il moto rivoluzionario torna ad essere il dinamismo della storia, purificandosi da tutte le distorsioni moderne, e ricollegandosi alla radice della più radicale di tutte le Rivoluzioni, quella per davvero permanente, quella che sta rovesciando da 2000 anni tutti i potenti dai loro troni imbrattati di sangue, e che i cristiani celebrano come la Pasqua.  
Marco Guzzi (poeta, filosofo, creatore dei gruppi Darsi Pace)
E niente è fissato, fermo. Tutto può cambiare. 
Dal giorno in cui Pietro e Giovanni corsero al sepolcro vuoto e poi Lo videro risorto e vivo in mezzo a loro, tutto si può cambiare. Da allora e per sempre un uomo può cambiare, può vivere, può rivivere. 
Luigi Giussani
E i dubbi, terribili, tremendi. I dubbi che inchiodano. Ebbene, quelli non vinceranno!
...la realtà, insieme al cuore, è la nostra grande alleata. Alleata contro noi stessi quando ci lasciamo prendere dalle nostre paturnie e dalle nostre paure. Per fortuna la realtà è testarda. Ed è più reale dei nostri dubbi. Si impone nelle nostre giornate –qualunque sia il nostro stato d’animo − senza chiederci il permesso. Lo vediamo quando ne sentiamo tutta l’attrattiva imbattendoci in un volto amato. Per questo, negare la sua evidenza è da pazzi. Negarla è come negare se stessi.
Juliàn Carron (presidene della Fraternità di Comunione e Liberazione)
E la Risurrezione ha un riverbero immediato, si può mappare in un personalissimo percorso..
Risurrezione è liberarsi dalle catene (psichiche) e vivere senza blocchi (interiori)
Anselm Grun
Fino a percepire che la strada che mi si profila davanti, che è bello percorrere, è anche e sopratutto  (come ogni vera avventura) una strada che corre verso l'interno di me. Il Mistero allora mi si fa vicino per offrirmi aiuto, nel viaggio affascinante della scoperta di me stesso. La strada per la quale io - credente o non credente (o più realisticamente, oscillante tra questi stati) - possa tornare ad essere semplicemente ciò che devo essere, un uomo.
Ciò che la natura richiede al melo è che produca mele e al pero che produca pere. Da me la natura vuole che io sia semplicemente un uomo, ma un uomo cosciente di ciò che è e di ciò che fa. Dio cerca nell’uomo la coscienza. È questa la verità della nascita e della resurrezione di Cristo dentro di noi. Quando sempre più uomini pensanti arriveranno a questa verità, quella sarà la rinascita spirituale del mondo. Cristo, il Logos: cioè a dire, la mente, l’intelligenza, che risplende nella tenebra. Cristo rappresentò una nuova verità sull’uomo 
Carl Gustav Jung

Tanti auguri di Buona Pasqua.

Tanti auguri di un paziente e sereno ricominciamento.

sabato 4 aprile 2015

Silenzio

Ciò che mi avvince di più di questi due giorni che precedono la Pasqua, è che sono i giorni del silenzio. Il silenzio è spettacolare, per me. Semplicemente spettacolare. Più vado avanti nella vita più sento che il silenzio è uno spettacolo. Più cresco più avverto il silenzio come confacente al cuore.

E' proprio strano. A volte ciò che mi fa più paura e ciò che mi fa bene coincide, viene a sovrapporsi. Il silenzio è una di queste cose. Sì il silenzio fa paura, siamo abituati a temerlo. Nel flusso continuo di informazioni che proviene dai media, non c'è ormai più niente che possa preoccupare davvero, che possa imbarazzare, che possa agitare. Tutto quello che fluisce in televisione, in radio, su Internet, viene immediatamente scansato, sovrastato da quello che passa un momento dopo. Tutto si dimentica, ogni scandalo, ogni eccesso, ogni apparente trasgressione. Tutto.



Tutto, certo, tranne il silenzio. 

L'unica regola, lo sappiamo, è che il flusso non si può interrompere. The show must go on. Questo è l'unico vero problema, l'unico vero scandalo. Il resto passa. Il resto è spesso tristemente funzionale al mantenimento dello status quo, anche quando si ammanta di pretese sovversive o rivoluzionarie.

Dico ciò, sia chiaro,  non per indulgere nella critica della cattiveria dei tempi, perché questi sono tempi per molti versi immensamente migliori di tante altre epoche, e di questo dobbiamo essere grati. Lo dico piuttosto come tentativo di uno sguardo onesto sulla realtà, uno sguardo amichevole ma onesto.

Perché mi rendo conto che nell'epoca attuale l'unico scandalo è il silenzio. L'unica cosa completamente altra rispetto alla trama ordinaria della comunicazione globale. Nell'epoca della globalizzazione informatica, la rivoluzione è l'assenza di segnale, il silenzio.

Tolta la pressione esterna, può avvenire il riequilibrio. Interrotta la bulimia informativa, quella che trattiene inesorabilmente in superficie, riparte quasi spontaneamente la connessione con strati più profondi.

Avviene, riprende almeno come possibilità, il lavoro interiore, l'ascolto di sé, la ricerca di senso. Pervade il cuore la dolce possibilità di un ricominciamento. Quel lavoro su di sè che davvero rende giovane l'anima, accende qualcosa che palpita e riscalda da dentro, profondo e robusto.

Qualcosa di fragile, fragilissimo, che va coltivato amorevolmente, perché anche un poco di questo lavoro umile, questo affondare le mani nel (proprio) terreno, subito ripaga. Così ci si può accorgere che il silenzio, l'attesa, riverbera la possibilità inesausta di fare pace con sé stessi, di darsi pace.

Che poi è l'unico vero importante lavoro della nostra vita. Questo paziente lavoro sull'anima - più di tanti proclami e roboanti risoluzioni - è quello che davvero può cambiare la vita, può innescare la vera, unica rivoluzione.

Può veramente assumere un riverbero pasquale, può veramente rimetterci in vita. 

Questo post rappresenta il mio secondo contributo al sito Darsi Pace. 

giovedì 12 marzo 2015

Lavorare la crisi

Sono io in crisi con la religione o è la religione stessa ad essere in crisi? Bella domanda. Del resto, l’osservatore influenza il fenomeno, me lo dice la fisica. 

Ma la crisi c’è, su questo non posso barare.

Non basta ripetermi “Dio mi ama, Gesù è morto per me” perché tutto vada a posto. Luigi Giussani diceva anni fa come “Quello che manca nella Chiesa non è tanto la dizione letterale dell’annuncio, ma l’esperienza di un incontro…” e la verità di queste parole mi brucia aspra sulla pelle.

Siamo sofisticati, oggi. Non mancano certo le offerte spirituali, nell’odierno mercato globale. Né mancano variegate proposte di percorsi psicologici, le innumerevoli ginnastiche, o le offerte culturali, quelle letterarie o specificamente poetiche. Ogni proposta sul “mercato” è sovente capace di andare in grande dettaglio in quello che propone, affondare “in verticale” su un determinato e ben specifico segmento. Ma rimane come chiusa in sé stessa, slegata da tutto il resto. Quello che non trovo, è una visione forte che garantisca una unificazione armonica di tutto questo. Che sia necessaria e non appena un anelito culturale o estetico, me lo dice – assai concretamente – la mia sofferenza. C’è un vuoto, che fa male. «È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?» si chiedeva realisticamente Giussani, citando Eliot. C’è una ferita da abbandono, comunque, da sanare.
Credit: Hubble: NASAESA, & D. Q. Wang (U. Mass, Amherst); Spitzer: NASAJPL, & S. Stolovy (SSC/Caltech)

Darsi Pace può essere un approccio utile per lavorare (in) questa crisi. Arriva come ipotesi di risposta ad una ricerca che avevo dovuto avviare, non certo per motivi di erudizione, bensì spinto da un malessere sempre più pungente. Il malessere che mi ha spinto, più di un anno fa, a vincere paure e resistenze e cercare aiuto da un terapeuta. Quel malessere che mi ha portato a leggere di psicologia, iniziando a comprendere che c’è molto di più dell’ambito asfittico in cui vedevo avvizzire la stessa scienza e il mio lavoro di astrofisico, e che “quello che non si vede” ha una influenza decisiva sul benessere dell’anima. Quel pungolo che mi porta a frequentare la poesia, che trovo sia ormai l’unico modo di esprimersi totalmente “non retorico”. Oppure ad interessarmi ai filosofi orientali e allo Yoga, superando le mille resistenze interne ed esterne (“ma è robba da cristiani? E’ peccato? ma non te stai a sbajà? E se poi perdi la fede? Se mi diventi buddista, induista?”).
Questa crisi mi ha portato a sentire spesso la fede come drammaticamente scollegata dai miei entusiasmi, dalle mie pulsioni: sovente – nelle pratica di vita – tradotta quasi esclusivamente in una serie di gabbie morali contro cui covava e cova (con imbarazzo e sensi di colpa) un forte ed indistinto risentimento. In questo senso, nell’approccio di Darsi Pace ho intravisto una possibilità percorribile di tenere la fede e tutto il resto, insieme, in armonia.
Nessun’altra proposta psicologico-spirituale che finora ho incontrato mostra di prendere sul serio tutto quello che il mio cuore mi indica come valido, dalla meditazione orientale ai testi di Jung, alla poesia. Nessun’altra proposta mi dice così chiaramente che se spesso non avverto la divinità come amore ma come severo giudice non è perché sono sbagliato (…e via con altri sensi di colpa!) ma è solo perché devo fare un percorso, devo guarire.
Il malessere adesso assume parvenze più lavorabili. In darsi pace ho una ipotesi di lavoro in più. Un luogo di salutare ricominciamento. Una possibilità di fare un cammino, o meglio, di integrare ed inverare il cammino spirituale che già faccio, psicologico (con la terapeuta) e culturale (nel mio lavoro di astrofisico) e artistico (nella mia vocazione per la scrittura, che mi ha sempre accompagnato, anche se non sempre l’ho voluta riconoscere). La scoperta, per me, è che questo nuovo e urgente lavoro non sostituisce niente, nemmeno le altre mie appartenenze – ecclesiali e non – ma le rende tutte più vere. Sorprendente, a viverlo.
Nell’ambito di Darsi Pace capisco che se sto male non è solo un problema mio personale, ma è legato ad un travaglio universale, cosmico. Così la domanda di partenza inizia ad ammorbidirsi, gemmano possibili traiettorie di risposta. Che differenza vedere i miei personalissimi disagi – che iniziano a diventare più morbidi – sotto questa luce!
Già, ammorbidire il disagio, lavorare la crisi, senza più scandalo. 
«Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la vostra forza» (Isaia, 30, 15)
E' questo il motivo per cui darsi pace, ora, è diventato così importante nel mio percorso.

La foto rappresenta un’immagine astronomica del centro galattico, sede di intense trasformazioni e di un ‘travaglio cosmico’ veramente impressionante Se guardiamo al cielo, scopriamo che – a differenza di quanto si pensava un tempo – l’Universo stesso è in subbuglio e in furiosa trasformazione, non è mai stagnante: l’astronomia moderna ce lo mostra continuamente, suggerendo evocative connessioni con il palpito del cuore dell’uomo moderno. In particolare, la zona centrale della Via Lattea è un posto dove bellezza e violenza convivono fianco a fianco, intarsiato di zone dove nascono tumultuosamente nuove stelle, dove cioè il nuovo si origina in una sorta di continua nascita, mentre il vecchio viene spazzato via e fagocitato dal buco nero di grande massa, che vi si trova al centro.
Questo post è la leggera rielaborazione (con link aggiunti) di un mio contributo al sito Darsi Pace.

lunedì 2 marzo 2015

Dopo Parigi...

A volte nella confusione della grande quantità di rumori, di innumerevoli strategie interpretative di ogni cosa, emergono segnali in fase, segnali concordanti. Che si rinforzano in una sintonia virtuosa, per cui inizi a maturare degli indizi di una possibile certezza. A covare questo senso caldo e inconfessabile di comprensibilità del reale. 

Può accadere per le piccole cose, per gli affetti personali, e anzi quando accade è un conforto grande. E può accadere per avvenimenti “esterni”, che comunque  si presentano alla coscienza e la interrogano. Chiedono uno schema interpretativo (ultimamente) positivo, aperto e lavorabile.

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Ecco, ritrovo una confortante unità di accenti, qualcosa che mi rassicura e mi fa pensare di essere sulla strada giusta. Di essere, appena, sulla strada. E’ quello che penso leggendo l’intervento di Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, che interviene sui fatti di Parigi. Sì, perché leggendo non posso fare a meno di ritornare a quello che scrisse “a caldo" Marco Guzzi, proprio all’indomani della strage. Ed è come se leggessi la stessa cosa, appena incarnata in una sensibilità diversa. Come lo stesso oggetto, descritto attraverso due vocabolari, due sistemi di riferimento, differenti solo all’apparenza. Non conflittuali, peraltro: anzi, felicemente complementari.

E’ quello che mi conforta di più. Prendo dallo scritto di Juliàn Carron,

Questa situazione storica è un’opportunità eccezionale per tutti: anche per i cristiani. L’Europa può costituire un grande spazio per noi, lo spazio per la testimonianza di una vita cambiata, piena di significato, capace di abbracciare il diverso e di destare la sua umanità con gesti pieni di gratuità. 

Ritorno allo scritto di Marco, e leggo

Questo è il tempo della nostra conversione, della conversione dell'Occidente ai propri stessi principi, altrimenti anche libertà, fraternità, e uguaglianza, saranno morte parole, che già infinite volte sono state utilizzate per schiavizzare popoli interi e imporre ingiustizie e stragi in tutto il pianeta, a partire proprio dalla rivoluzione francese e dall'arroganza della sua ragione totalitaria.

In entrambi gli interventi ricavo questo senso di opportunità, questo leggere attraverso eventi anche dolorosi, tragici, per vedere cosa di positivo possiamo trarre. Perché allo sbigottimento, del tutto comprensibile, non segua l’inattività del cinismo e del freddo disincanto, ma ci si possa mettere in cammino, con una prospettiva buona.

Apro una parentesi personale. Quando ho iniziato il cammino di Darsi Pace, nell’ottobre dello scorso anno, ho allo stesso tempo dato - inevitabilmente - inizio anche un lavoro di raccolta di evidenze, di concordanze, ho insomma esteso la mia richiesta di unità delle cose e dei punti di vista a tutto ciò che adesso interessa la mia vita. Non è certo una indagine accademica: è piuttosto un lavoro di portata esistenziale, pregnante per la vita quotidiana, per la coscienza di me stesso, al quale non posso sottrarmi. Fa parte del mio lavoro di essere uomo. 

Questo non so se interessi davvero il lettore, ma è  quanto mi riguarda più da vicino. Del resto, l’osservatore è parte del fenomeno osservato, ci insegna la fisica moderna. E’ inseparabile da esso.  Così che per parlare di come vedo il mondo (in fondo è l’unico argomento valido di un blog) bisogna che parli anche un po’ di come sono io. Oltre a tutto questo, che potrebbe sembrare ovvio, se ne scrivo qui è perché credo che qualche semino di concordanza possa interessare chi non è direttamente implicato in questi cammini, ma sia semplicemente mosso da un desiderio onesto di comprendere, e di stima verso posizioni che - pur con registri espressivi diversi - esprimono pacatamente una interessante sensazione di urgenza.

C’è qualcosa che ben travalica il senso di appartenenza a questo o quel movimento, la nostra prossimità a questo o quell’ordine di idee.  Che ben si presta ad un confronto in campo aperto, da uomini liberi (libertà che, detto di passaggio, non è in alternativa ad appartenenza, anzi…). Come ben dice Luca Doninelli in un pezzo di pochi giorni fa, "Le prime due volte - una da solo e una in compagnia - l’ho letto perché l’aveva scritto Carrón. La terza volta l’ho letto e basta, e solo in quel momento mi sono accorto della sua importanza.”  

Il pezzo di Luca è bello, perché schiva lesto le posizioni ideologiche ed astratte, e va piuttosto a cercare l’odore della realtà, con esempi vivi di questa umanità nuova che fa del dialogo il suo strumento espressivo privilegiato e direi quasi irresistibile.

Leggetelo.

Così, non dovrei aggiungere altro, se non che scommettere su questa umanità del dialogo, su questa nuova umanità mi pare la prima cosa e comunque la più urgente. Ed è, come dice il sottotitolo del testo di Marco, un progetto politico e spirituale. Ogni progetto ormai è politico e spirituale insieme, ovvero vede come indispensabile premessa ad un lavoro tra gli uomini il lavoro dentro gli uomini, dentro se stessi, nel farsi docili, nel farsi pane, al fremito di uomo nuovo che vuole sbocciare anche in noi.

Un uomo nuovo, che non si riconosce più negli steccati e negli schieramenti ideologici elaborati nello scorso millennio. Elaborati per separare, per dividere. In ossequio al nostro io belligerante, che si riconosce quando si ritrova in opposizione a qualcuno.

Sembra assurdo dirlo a ridosso di questi avvenimenti, ma forse possiamo ormai fare un passo in avanti.

E’ stato detto autorevolmente molti anni fa. E’ stato gettato un seme… "Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna…” (Galati 3,28). E’ una prospettiva ancora da far nostra, ancora da far sbocciare, in senso compiuto. Ci viene più facile distinguerci in persone di destra, di sinistra, credenti, atei… così che l’uomo in relazione - che è definito appunto dalla relazione e non dalla separazione - deve ancora sbocciare. 

Ma i tempi sono prossimi, ormai: le doglie del parto le avvertiamo già.

Possiamo fare una cosa, intanto. Da subito.

Possiamo lavorarci.

lunedì 16 febbraio 2015

Imbrigliarti tutta

Pomeriggio, interno domestico. Sono lì sul divano. Sto leggendo una rivista di poesia  sull’iPad, quando rimango colpito da un componimento breve. La sua forza - e certo anche il tema - sono complici acché io non rimanga distratto. Anzi. Rimango colpito non soltanto dalla poesia in sé. C’è un fattore aggiunto, c’è che mi ricorda qualcosa. Nel mezzo della lettura mi viene in mente qualcosa. Qualcosa - tra l’altro - di molto più recente della poesia stessa. 

Di più recente ma di straordinariamente simile.

Ma perché io non proceda troppo chiuso… intanto, eccola.

Cavallina brada, perché sbirci me con l’angolo degli occhi

assassini e corri via? Non avrei doti, io, per te?

Attenta! Saprei perfettamente conficcarti il morso,

imbrigliarti tutta, farti fare la curva a fine giro

Vivi la prateria, scarti ariosa. Puledra, non hai 

chi ti pesa addosso, e che sa tutto di cavalle.

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Bene, bisogna dire subito che è una poesia antica,molto antica.  E’ stata scritta da un tale di nome Anacreonte, un poeta greco che visse ben cinque secoli prima di Cristo. La poesia mi colpisce per la metafora decisamente scoperta e (a parer mio) molto efficace. Vedete, ha qualcosa di decisamente moderno, nonostante i secoli che ci separano dal momento in cui fu composta. Come certi componimenti di Saffo, questa poesia risveglia la mia sensibilità con un accento integralmente contemporaneo. Non devo da fare alcuno sforzo per immedesimarmi, per attraversare i secoli.

La poesia è di adesso, accade ora. Del resto, tutto ciò che non accade ora in fondo non interessa, in fondo non esiste.

Ma dicevo, mentre leggo la poesia, un altro materiale mi viene a cercare. Degli altri versi mi risuonano in testa. La mente aggancia una analogia, trova una  corrispondenza, verifica spontaneamente  un intreccio. 

Così mi tornano in mente quelle parole. La canzone è breve, e possiede quella stupenda accorata introduzione che scende subito nel punto. Non c’è tanto da fare accademia, o indulgere in disamine filologiche del testo (come nella poesia di Anacreonte, peraltro), quanto di esprimere un desiderio, anzi - potremmo dire - un bad desire… Qualcosa che tiene sulla graticola, che scotta. 

Hey little girl is your daddy home

Did he go and leave you all alone

I got a bad desire

Oh, I'm on fire

Qualcuno l’avrà riconosciuta: è I’m on Fire, di Bruce Springsteen. Non sono un particolare fan del Boss, ma sono un fan sfegatato di questa canzone. Così diversa e così sincera, ha un taglio intimistico affascinante.

Ma quello che mi colpisce adesso è la strofa successiva

Tell me now baby is he good to you

Can he do to you the things that I do

I can take you higher

Che potremmo ardire di tradurre  come

Dimmi bimba se lui è bravo con te

Se può farti quel che ti farei io

Io posso portarti più in alto

Che ricalca - in pratica - qualcosa scritto appena 2500 anni prima….

Saprei perfettamente conficcarti il morso,

imbrigliarti tutta, farti fare la curva a fine giro

Che possiamo dire. La modulazione dei sentimenti umani è quella. Cosa aveva l’uomo di due millenni fa uguale a quello contemporaneo, se non il fatto stesso di essere uomo, quel nucleo di speranze e desideri, bisogni ed evidenze elementari dai quali ultimamente si riconosce e che la letteratura elabora e rispecchia? E la poesia è come schianto che percorre i secoli, i millenni. Ed è sempre e continuamente moderna. 

Poesia è il dire anti-retorico per eccellenza. E’ il dirsi sincero e perennemente rivoluzionario. Anche quando parla di amore, anche quando alza il velo sui bad desires. Sulla poesia la retorica non prende: scivola, slitta via, non fa presa. Le poesia celebrative di quel partito o di quella ideologia sono poesie - prima di tutto  - brutte. Sono versi violentati. Forzati a qualcosa che non vogliono fare. A qualcosa che non possono essere. Ad un giro che non vogliono e non possono compiere.

La parola spurgata dalla costruzione retorica torna al suo alveo originale. E’ parola che guarisce. Che sfida e converte ogni costruzione egoica iniettando un devastante siero che richiama tenacemente l’uomo a (ri)scoprire se stesso, la sua umanità. Lo costringe a lasciare la presa, lo prende di sorpresa, sbriciola la sua inesausta pretesa di costruirsi una sua sicurazza, di fabbricare un proprio idolo, di formularsi autonomamente uno schema di salvezza. Per riconsegnarlo, spogliato di tutto ciò che non è essenziale, alla sua profondità infinita, al suo infinito bisogno.

E’ davvero un ricostituente planetario, come indica Marco Guzzi nella bella poesia Dal parlatoio.  

Credimi!
E’ forte la parola che ti mando.
La guarigione
Passa per gocce
Medicamentose, per idee.
Scrivile
Tu.
E’ il ricostituente
Planetario.
Non c’è armamentario
Che ti serve. Va’ come sei.
Spargi il mio contagio.

Per questo la poesia non è di questo mondo: è in questo mondo ma non appartiene alle strutture di questo mondo. E’ sempre rivoluzionaria e perennemente guaritrice. E’ qualcosa che scalpita dentro ogni architettura precostituita e perciò stesso già stantia: qualcosa che non puoi domare, non puoi imbrigliare. 

Ma dalla quale, se appena ti lasci prendere, appena inizi a darti pace, sei imbrigliato.  

Cioè, sei liberato