domenica 31 agosto 2014

Ci leggi qualcosa?

E' la sera di martedì 26, sono al Meeting. Dopo l’incontro tanto atteso - Davide Rondoni che legge le poesie di Mario Luzi - ancora piacevolmente contaminato dalla bellezza intravista, ascoltata, respirata, raggiungo gli amici al ristorante. Si sono fermati lì a parlare, c’è anche una coppia di tedeschi. Il marito molto gentile si alza per pagarmi da bere, quando arrivo. Qualcuno lo dice, Ma lo sai che Marco scrive poesie? E poi la domanda si gira direttamente a me, la domanda prevedibile, ragionevole, conseguente, Ci fai leggere qualcosa? 

Al di là del momento di imbarazzo (accipicchia: ho appena regalato l’ultima copia che mi ero portato dietro del mio libretto In pieno volo) questo mi fa pensare. Avere qualcosa di proprio, da mostrare, se serve. Avere qualcosa di proprio - soprattutto - da portare con sé. Se uno scrive le poesie è per questo, perché si installino come un ammortizzatore, tra te e il reale. Per levigare gli spigoli, per digerire le circostanze. Dopotutto non è troppo male portarsele appresso, queste poesie.

4853744155 a93869bf48

Ti leggo qualcosa di mio… 

Photo Credit: pedrosimoes7 via Compfight cc

Ma nemmeno sul telefonino? Insiste l’amico, giustamente. No, veramente… e intanto penso che qualche modo tortuoso pur ci sarebbe: dopotutto le cose stanno su Dropbox, ma dovrei arrivare alla cartella giusta, vedere se riesco ad aprire il file pdf o World dall'iPhone, cercare poi una certa poesia dentro il documento… non certo una cosa immediata. 

Corro il rischio che quando sono finalmente pronto se ne sono già andati tutti (e io perdo anche il passaggio in macchina verso l’albergo, cosa assolutamente disdicevole).

Vabbé: albergo a parte.

C’è qualcosa di più.

Perché in fondo scrivere, cos’è?  E' cercare di generare quelle parole (e sequenze di parole)  che cerchi, e che non trovi altrove - o non trovi esattamente come cerchi. E quindi averne compagnia, con tutta le imperfezioni possibili, non è troppo sbagliato.

Le poesie soprattutto: quelle ti fanno davvero compagnia, ti lasciano sempre addosso - a rileggerle - un po’ di quel tentativo di dolce interpretazione del reale, che hai messo in atto quando le hai scritte. Così ne puoi spremere sempre un po’ di succo. E ti riscaldi nei passaggi che trovi riusciti, e non puoi evitare una punta di dolore per le parti che a tuo avviso sono ancora, in qualche modo, incompiute. Ma sempre ti coinvolgono.

Oppure può capitare, appunto, di avere una richiesta da soddisfare. E anche questo è onestà: rispondere di come si è. Sei scrittore se scrivi. E se sei scrittore è normale che ti chiedano. Rispondere alla vocazione, accoglierla: in fondo non ci è chiesto che questo. E non serve alcuna coerenza, alcuno sforzo sovrumano.

Serve solo questo, di volersi bene. Almeno un po’.

Perciò ho iniziato a riversare sul mio account Wattpad le mie poesie pubblicate: parto dal libretto “Anni diVersi”, perché è stato pubblicato ormai alcuni anni fa, e mi fa piacere ripercorrere ora quelle poesie, riguardarle e comprendere cosa è cambiato, cosa invece è rimasto come struttura costante immodificabile,  come architettura portante della mia espressività.

Vabbé ma Wattpad cosa c’entra?

Senza andare sul tecnico (che c’è l’altro blog per questo) direi che questo Wattpad - che io ho scoperto da pochissimo, ma lui esiste da tempo - ha qualcosa, ha una fisionomia che mi piace abbastanza. Si può usare facilmente sia dal computer che da un tablet o perfino da un telefonino; c’è l’applicazione gratuita e funziona piuttosto bene, in verità. Riversando i testi su quella piattaforma, potrò disporne ovunque abbia la connessione.

Mi piace anche che ogni composizione si possa votare e commentare. Un pizzico di interattività non fa male. Mi piace che uno possa “seguire” il mio profilo ed essere avvisato ogni volta che aggiungo del materiale (sì, può accadere che uno sia così disturbato da voler fare ciò). Ho riversato su Wattpad anche le mie piccole storie su Giada, che a dire la verità sono ferme da un po’. Non mi dispiacerebbe proprio avere dei suggerimenti, delle indicazioni sui temi attorno a cui sviluppare le prossime puntate. Perché Wattpad, tra l’altro, si presta benissimo ad una pubblicazione periodica di una serie di episodi.

Beh, una cosa per volta. Anche diventare popolare su Wattpad (sì, sì, mi piacerebbe, non posso negarlo) non è cosa di un minuto. Per intanto, sto mettendo riparo al Ci fai leggere qualcosa… Siccome non giro mai senza qualcosa di elettronico appresso (lo so è quasi una patologia, ma ognuno ha le sue, del resto) siete avvisati che - da ora - se chiedete di sentire qualcosa di mio, potrete ascoltarlo davvero... 

venerdì 29 agosto 2014

Abbraccio vuol dire gioia

Sono stato tre giorni al Meeting di Rimini, da lunedì a mercoledì. Tre giorni scarsi, a dire la verità. Però sufficienti. Decisamente sufficienti per riempire gli occhi e il cuore (gli occhi, e quindi il cuore) di cose belle.

Di cose che fanno respirare.

Non so come fare - ora vediamo - ma soprattutto nel parlare di questo vorrei evitare la ricerca delle frasi belle, scansare per una volta la tentazione della  retorica, la costruzione edificante, la levigatezza del dettato. Non mi soddisferebbe. Non vorrei cadere in questo: “dimostrare" e convincere che il Meeting è una bella cosa, una bella iniziativa, che vale la pena andarci. Non mi interessa particolarmente, ora. Nemmeno mi interessa fare una esposizione sistematica ed ordinata di quanto ho visto (una piccola parte di quanto è accaduto e sta ancora accadendo): preferisco dare due schizzi di colore, cercare una immagine, una sensazione. Parlare del mio meeting. Altrove si troveranno certo tutti i debiti resoconti, più meditati e meno soggettivi.

Piscine

Un momento di pausa tra un incontro ed una mostra, alle piscine

Ulteriore premessa. Non ho voglia, non ho tempo ed interesse, per argomentare con chi ha un suo pensiero bello e fatto del Meeting senza esserci andato. Vorrete perdonare la mia vena blandamente intollerante, ma mi sembra proprio troppo, lo dico dolcemente ed amichevolmente, pensare di poter derivare un pensiero maturo sul Meeting dalla lettura esclusiva del proprio giornale, l’ascolto del telegiornale preferito. Non mi pare un approccio conoscitivo adeguato all'oggetto.

Ora dirai che bisogna starci, eh. Diranno subito "i miei piccoli lettori" Sì lo dico, bisogna starci. 

Andare a vedere. Respirare l’aria.

Sopratutto guardare. Guardare i ragazzi e le ragazze che lo costruiscono, lo lavorano, lo faticano. 

Che poi, nel dubbio, per me è più facile e piacevole osservare le seconde, tendenzialmente. Ma c’è qualcosa di più, della eventuale attrattiva fisica (cosa di cui a volte si dubita, in fondo).

Ma guarda. Fosse solo questo (non è poco, per carità), potremmo restare a casa. Magari fare un giro al parco, o in centro (meglio, se si vuole contrarre gente). No, no. Altro.

Poi uno è così, in realtà uno non decide niente. Pensa di pianificare la sua vita, tutto intento ai suoi calcoli, quando invece al massimo fa ridere i polli. O meglio, fa sorridere gli angeli, che sanno come davvero va il mondo.

Grazie al cielo non si può pianificare nulla.

Tanto meglio. Così uno è guidato, se si lascia guidare, o se si distrae e si perde nei suoi schemi in maniera appena sufficiente a far sì che molli la presa. Pure per sbaglio, pure per un istante, pure per una sospensione momentanea del ragionare. Come quando prendi una cunetta in macchina, la prendi troppo veloce e per un momento lo stomaco ti arriva in gola.

Così succede che i contrasti acuiscano lo stupore. Se parti basso poi l’altezza la percepisci di più. 

Infatti parto basso. Lunedì a pranzo, il momento peggiore è proprio l'arrivo. La selva dei dubbi che premono il cervello. Ma perché sono qui: ma tanto io il meeting lo conosco ormai. Perché stare fuori casa anche solo tre giorni, adesso. Adesso che il mio lavoro è in famiglia, lì c’è da esserci, c’è da fare: lo sappiamo. E questi amici ancora  - per certi versi - nuovi, quanto davvero posso aprirmi con loro? Devo rimanere chiuso, con tutta la fatica che comporta? Non mi va di fare fatica. Non mi va. Voglio andare a casa.

Ecco, lo ammetto. Vorrei stare a casa.

Perché sono venuto? Qual era la scommessa? Ora non la vedo.

La mostra di Millet inizia ad addolcire qualcosa nel cuore indurito, fisso nel suo schema, determinato nel suo proposito di contaminazione appena parziale - finestre sottili attraverso cui passa poca luce, giusto il minimo indispensabile. Però qui ti fregano perché passa il colore. Allora su allarga il cuore, e entra anche Van Gogh di soppiatto, Van Gogh che - scopro - copiava Millet e lo adorava. E la guida appassionata ti infetta, ti infetta della sua passione, senza avvertirti (il tuo cinismo abituale non funziona come vaccino, perde colpi). E quei quadri che illustrano così soavemente il valore profondo del lavoro umile: sono un inno nascosto alla vita. Questo non vale. E’ stupendamente disdicevole.

Bella signora che mi lusinghi citando a memoria le mie canzoni

il tuo divano è troppo stretto perché io mi faccia delle illusioni

Qui tutto ti lusinga, se appena  ti lasci tentare, magari il "divano" non è sempre così stretto come canta Fossati in Chi guarda Genova (che posso fare, è entrato di forza, stava passando nelle cuffie mentre scrivevo, poi mi piace troppo questo verso). Così ancora intontito per tutta l’attività intorno, tu che ancora trattieni qualcosa di casa e non sai bene se sei qui per piena ragione, se puoi lasciar correre il cuore: non lo sai ancora. Sei solo un po’ più colorato per colpa di Millet. Appena uno schizzo di colore che stempera il tuo bianco e nero dell’ultimo periodo. E vabbé.

Con questo tiepido colore addosso, vai al salone dove c’è l’incontro con Aleksandr Filolenko (ma chi è, questo tipo? Che ci potrà mai dire, in fondo, l’ennesimo intervento filosofico?). Diciamolo pure, ci vai solo per fare la brava persona ragionevole, quella che va all’incontro principale della giornata, quello che spiega il titolo del meeting. Senza altra ragione che questa, che poi anche gli amici tuoi ci vanno.

Accidenti, quanto uno non capisce fino a che non ci sbatte il naso.

Arriva questo Filonenko: sì sembra ben piazzato, simpatico d’accordo. Un volto curioso, serio e divertito insieme. La Guarnieri lo presenta. Però, fisico nucleare e filosofo. Mica male. Ma anche questo stupore rischia di smorzarsi. Inizia a parlare dell’Ucraina e tu pensi certo bel tema, molto attuale, ci mancherebbe, anche doveroso, etc… ma pensi pure - tra te e te - che allora puoi anche mezzo ascoltare e mezzo assopirti. Invece stai per sentire una delle cose più significative degli ultimi tempi.

Un momento. Che vuol dire significative

Che per te significano, che mettono in movimento quelle corde che fanno respirare, che muovono il cuore indurito. Questo è significativo, il resto chissenefrega. Non c’è tempo per il resto, il resto ha stufato. Quello che intenerisce, commuove, stupisce: questo mi interessa. Il resto può occuparsene chi non si ricorda che non è immortale. Che deve scegliere. Che un giorno il suo essere fisicamente qui si dissolverà. Chi non si ricorda di dover morire può evitare di mettere le cose in ordine di priorità.

Che vita, però. Che vita già morta senza la morte. Poveretto.

Ma torniamo al punto. Il punto è che la gioia sta facendo un giro lungo e sta per arrivarti addosso, ospite imprevista, dama inattesa. L'intervento di Filonenko, iniziato apparentemente sottile e focalizzato, ora si allarga a ventaglio, assume diversi colori e riempie il campo come la ruota di un pavone. Cavolo, come si allarga. Invece di una frequenza singola si amplia a spettro e inizia a vibrare su diversi autostati, su mille colori contigui. Non capisco ancora adesso come sia stato possibile. Parla della situazione politica dell’Ucraina e improvvisamente - senza avermi preliminarmente avvisato - parla della situazione spirituale ed esistenziale dell’uomo, della mia, cioè parla dell’unica cosa che mi interessa, in pratica. E mi dà una prospettiva. Rimango sbigottito. Ad un certo punto - ecco - sta parlando a me della mia personale situazione psicologica, delle mie fatiche e dei miei disagi  interiori e di come affrontarli. Niente altro mi interessa di più. 

Così allargato il parlare procede e mi ha investito e sono dentro, la stanchezza passa e le antenne si allineano, cerco di cogliere.

Sono così rapito che mi incanto ad osservare l’interprete, la traduttrice. Mi appago del gioco di sguardi e di intesa con Filonenko, osservo come lei esiti, riprenda, scivoli sulla frase, si metta di taglio quando è perplessa, si sistemi i capelli mentre pensa. Poi magari ride e rimane colpita lei stessa, si trattiene e poi si lascia afferrare dalla frase, che le addolcisce il viso, le illumina gli occhi. La sua femminilità inconsapevole dona un tocco di morbidezza ulteriore alle parole, già morbide ed accoglienti. Che poi lei,  forse le parole già le sa, ma la parola la colpisce lo stesso, è evidente, e attraverso di lei, attraverso il suo viso, il suo corpo, l’enfasi con cui restituisce il senso, colpiscono me. 

Mi precipito ad estrarre il tablet dalla borsa e cerco di trattenere qualcosa, se non le parole esatte, una imperfetta ricostruzione, un’ombra che però trattiene la bellezza.

Spesso chiediamo a Dio di essere invulnerabili, dovremmo chiedere di essere fragili, vulnerabili. La Sua potenza si manifesta nella debolezza. È quello che hanno scoperto in Ucraina questa estate. Occorre sconfiggere la paura. La prima definizione della liberta è libertà dalla paura. Chiedere di essere vulnerabili. Il coraggio è una virtù cristiana. Ma è il coraggio della debolezza, della mendicanza. Della vulnerabilità. Possiamo fare opposizione alle circostanze, oppure possiamo cedere, ma san Paolo propone una terza via, il vantarsi delle tribolazioni.. Sapere che in ogni tempesta c'è Cristo, indica la possibilità di vittoria sulla paura. Ed è la pazienza. Attraverso questo cammino la vulnerabilità si trasforma in speranza, ma la cosa più importante è la pazienza. Con la pazienza possiamo trasformare la violenza in pace.La pace di Cristo, che possiamo chiedere essendo disponibili a questo lavoro sulla pazienza...

La chiusa è memorabile.

Il primo compito dell'uomo della periferia è  tornare ad educarsi alla compassione. Ed è educarsi alla capacità di far festa. 

In fondo l’unico problema è la gioia, e l’unica cosa di cui val la pena parlare è la compassione (per questo è bella la poesia, perché ci educa alla compassione). Non chi ha ragione, ma quello che ci serve per vivere. La ragione e il torto sono così antichi, così pesanti, così “uno-punto-zero” che non mette conto soffermarci più. Non in un tentativo di sintesi poetica, perlomeno. Un tentativo, imperfettissimo e zoppicante. Ma poetico nel senso di parlare di ciò che avviene nel cuore.  Di ciò che non divide e non definisce.

Così abbraccio vuol dire gioia, in Ukraino, dice Filolnnko. 

 

E tutta l’attualità pesante - se acquista una chiave interpretativa - non dico che scompare, non si censura nulla d’accordo, ma è come levarsi un peso dal cuore, questo sì. Basta un volto, basta un minuto e poco più. Sì, rimane tutto, ma io torno a respirare un po’ di più. Poi, fate voi. A me questo abbraccio tra Julian Carron e Aleksandr Filonenko mi conforta tanto, mi dice tanto di come posso fidarmi della realtà. Ecco, un abbraccio e non tante parole. O magari anche parole, ma come quelle di Filonenko, parole speciali che sono già un abbraccio. Parole con della carità inclusa dentro, in dosi elevate.

O le parole di Carron, e soprattutto il volto. Che uno dice, perbacco ma non è tutto marcio qui. Si può sperare, si può ancora nutrire entusiasmo, positività. 

Così ci sarebbe tanto da raccontare (e lo potremo pur fare), un turbinìo di cose bellissime e di incontri, persone e “momenti di persone” (penso appena all’incontro con il poeta Davide Rondoni, con il filosofo Massimo Borghesi… e poi Jannacci, Guareschi, Peguy, visti con partecipazione e amore) - ma in fondo, mi viene un sospetto: in fondo, è come se tutto sia una conseguenza. Che derivi tutto dall’abbraccio, da quell'abbraccio di mercoledì. Che questo abbia generato tutto, anche ciò che è successo prima. Che questo sia il fondamento, o un indizio del fondamento di tutto, su cui tutto può fiorire.

Anche il ritrovarsi la sera, al tavolo del ristorante, un bicchierino e gli amici vecchi e nuovi, e ora ci si scambia opinioni e idee senza barriere, ora finalmente c’è appena l’umano che vien fuori. E viene fuori anche con persone appena intraviste, con le quali parli come se conoscessi da sempre. L'umano. Quello che sempre cerchi, che sempre fa star bene.

Questo abbraccio. Il quale deriva da un’altra cosa, non è cosa che ci possiamo inventare con la nostra buona volontà. C’è appena una sovrabbondanza da riconoscere.

Grazie al cielo.

domenica 17 agosto 2014

Dallo stallo, al pieno volo

Ci voleva probabilmente questo. Rimanere fermi in autostrada. Un suocero, un cane, la moglie, due figlie (non in ordine di importanza). Tra Valle del Salto e Tornimparte, per la precisione. Nemmeno questo, nemmeno riuscire ad arrivare al casello, portarsi fuori dall’autostrada.

Per la cronaca, alla partenza tutto a posto. Però l’aghetto della temperatura dell’acqua, dopo un po’, inizia a muoversi spiacevolmente verso le alte temperature. Strano. Sarà il traffico. Allontanandosi da Roma le macchine si sgranano, si cammina più spediti. Bene. Mi aspetto che la temperatura si riallinei a valori più tranquillizzanti. E invece no. Che strano. Mi fermo e rabbocco acqua. Il benzinaio mi rassicura, mi dice di farla raffreddare un po’ e ripartire. Così va tranquillo fin dove deve arrivare.

Prendete nota. Non è sempre bene fidarsi di chi ti rassicura.

Infatti si riparte ma è soltanto, come si suol dire, l’inizio della fine. La situazione precipita, l’acqua bolle come in un pentolone per la pasta (ma la pasta non c’è, il sugo nemmeno), la spia dell’olio si accende pure lei, tanto per fare compagnia e partecipare alla festa.

418802789 338e31e3ba o

Photo Credit: Rossco ( Image Focus Australia ) via Compfight cc 

Ok, non proprio così, ma quasi… ;-)

Siamo in caduta libera ormai. Tocca fare del nostro meglio, subito.

Falling, falling… 

Five miles out

Just hold your heading true

Got to get your finest out

Climbing Climbing

Mike Oldfield, Five Miles Out

Ok, calma. Tra poco siamo al casello. Si esce, ci si ferma, e si ragiona sul da farsi. Dieci chilometri, cinque… l’acqua scalda sempre più. Sudo freddo. Siamo al collasso. Un beeeep beeeep mai sentito prima a bordo, segnala che l’automobile - o la sua parte elettronica - giudica inaccettabile proseguire in queste condizioni, e spegne tutto.

Faccio appena in tempo a mettermi in corsia d’emergenza.

Vi risparmio il seguito. Carro attrezzi, officina, prospettiva di costi esorbitanti, rientro tramite pronto (e generoso) soccorso del cognato. D’altra parte, è una cosa che capita a molti. Peraltro, non è questo che mi preme di raccontare.

E’ quello che è capitato dopo. Il giorno dopo.

E’ domenica. Mi ritrovo inaspettatamente a casa (quando avrei dovuto essere in montagna). Mi ritrovo inaspettatamente senza un programma di cose da fare. Se il mio umore già  il giorno prima non era dei migliori (per varie vicende), quel giorno è a pezzi. Quello che mi preoccupa di più è che non ho nemmeno un fondo di voglia di reagire. Sai quando ti ritrovi a pensare ci mancava solo questa e se uno ti dicesse ma che altro c’è che va male? tu sei pieno di eccezioni e rimproveri verso questo e quello ma in fondo sai che è il tuo atteggiamento che è sbagliato. Dopotutto il guasto ad una macchina non è la fine del mondo. E non si è fatto male nessuno.

D’accordo. Ma sono a terra, comunque. A torto o ragione è così. Lungi dal volare alto, sono a terra.

Volare alto. Volare. 

Got to get your finest out ...

Mi ricordo che c’è un progetto pronto al 99% dentro al MacBook. Al 99%, proprio il momento in cui è più difficile completare, c’è sempre il demonietto bizzarro che ti dice ma non ti esporre, non vale la pena, perché rischiare, se poi non piace… 

Chi scrive lo sa. Chi è artista in qualsiasi modo lo sa. La maledetta paura di esporsi, di svelarsi, di sentirsi dire appena un non mi piace.

Che poi è strano. Almeno per me. Mille mi piace molto non riescono a temperare lo sbigottimento doloroso che provo davanti ad un solo non mi piace. Orgoglio? Probabilmente. Sta di fatto, come ho detto anche alla psicologa varie volte, i complimenti li prendo e metto via, li depotenzio abilmente, con qualche pretesto (mi vuole bene, lo dice per compiacermi, etc…), le critiche - legittimissime, per carità - mi colpiscono e mi affondano come quei cacciatorpedinieri a battaglia navale: non so se avete presente, una volte indovinate due caselle, il resto è inesorabile, come l’inabissarsi.

Ma sto divagando. C’è quel progetto fermo in dirittura d’arrivo. Mancherebbe pochissimo, verificare il file, la copertina, fare il volume e farsi mandare la prova di stampa. Ci siamo, Marco, ci siamo. Non puoi mollare ora. Non puoi abbandonare. E’ solo orgoglio, abbandonare.

Riconoscere i limiti di ciò che facciamo, senza abbandonare stizziti il gioco, significa maturare. Questa è la vera umiltà: tornare ogni giorno sull'opera, perfezionarla, invece di disperarsi perché non è già perfetta.

Marco Guzzi

Allora, inizio.

Mi rimetto all’opera. Dove manca la convinzione, c’è la paura. La paura del senso di nonsenso che arriverebbe inesorabilmente nel rinunciare. Che poi va così. Superata la paura, fatto quel fatidico salto, poi le cose si riallineano. Stai facendo quello che ti piace, Marco, quello a cui ti senti chiamato, e questo sistema tante cose. Sì, perché non ti opponi al flusso, non fai inutile resistenza. 

Smetti di pensare, di sollevare eccezioni. Fai quello che devi. E la ricompensa psicologica è immediata. 

Ti senti meglio. Davvero meglio (e non hai assunto psicofarmaci, come valore aggiunto).

Non sei più in panne. Puoi ripartire. Piano, senza strappi, senza esagerare. Ma riparti.

Vedi, stai viaggiando. Piano piano potrai pensare anche di alzarti in volo. In pieno volo. 

E ti accorgi che lavori tutta la mattinata. E non ti pesa. Così il volume di poesia è pronto. Fatto, sistemato il testo. Trovata la copertina. Ordinato.

Pieno Volo

La domenica è salva, io mi sento un po’ meglio. 

La verità è così sfacciatamente semplice, che io non la voglio mai vedere (perché ci sguazziamo così bene nelle complicazioni?). Se non scrivo non sto bene. Punto. Lo so e non lo voglio sapere. Fosse per me, per la mia endemica insicurezza, scriverei solo dopo avere avuto certificazioni in carta bollata che sono proprio bravo. Non procederei senza le debite autorizzazioni, gli indispensabili permessi. Con il nulla osta di un qualche autorevole comitato. 

Ma è così, c’è poco da ricamare. Non posso decidere.  Devo saltare. 

Così per quella domenica è come se fossi passato vicino ad un abisso di desolazione, e l’avessi scansato per un pelo. Non male come risultato.

E non è tutto qui. Perché dopo qualche giorno, quando inaspettato arriva il pacchettino con il libro, è una soddisfazione profonda dolce e indescrivibile. Toccarlo, aprirlo, leggere. Vedere che sono riuscito a dire quello che volevo dire, riconoscere che (almeno in qualche parte) sì, ci sono riuscito. Quello che rischiava di rimanere per sempre dentro di me è affiorato, ha preso dimora sulla pagina. E non ha perso i suoi colori, ancora li trattiene. 

Questo è commovente, è delizioso, è un bagno di fiducia. Questo fa gioire il cuore.

Così ora è a voi, se vorrete. Io sono sollevato. E’ come se avessi fatto una strada difficilissima e avessi corso il rischio di fermarmi mille volte. Con tutte le spie accese. E il motore in panne, che sbuffa e fuma. Ma è anche come se, quasi miracolosamente, fossi riuscito a ripartire. Prima a camminare, poi a correre. A volte, per qualche attimo almeno, a spiccare il volo. A trovarmi, appunto, in pieno volo.

domenica 3 agosto 2014

Il sogno di scrivere

Una delle belle cose di quest’estate in corso, già la conosco: la lettura del libro di Roberto Cotroneo, Il sogno di scrivere. E’ un viaggio appassionante che, tra mille suggestioni letterarie (e non solo) e tanto sano buon senso, si avvia verso un territorio meraviglioso - secondo me - dove il lettore è portato per mano, senza strattoni, a riprendere confidenza con il fatto che scrivere è perfettamente lecito (lo so che lo è ma sentirlo è un’altra cosa) e sopratutto è cosa assolutamente svincolata dal successo mondano e da cose contingenti come essere pubblicati o accadimenti simili.

SognoScrivere

Intendiamoci. Contingenti non perché non siano importanti, ma perché mettere la propria confidenza su quelle è ultimamente illusorio e rischia di essere molto frustrante. Scrivere è una cosa interna a te, diciamo. E’ tutto nella libera decisione di seguire questo impulso, questo desiderio, questa vocazione. Il resto è puramente accessorio. 

Non è facilissimo. Ci sono un bel po’ di pesi da lasciare per strada. Intanto, l’opinione degli altri:

Gli altri saranno il vostro tormento. E sono tutti uguali. Sono quelli del “bello questo libro”, e sono quelli del “non mi convince”. Sono quelli della frasetta detta a mezza bocca: “lo sai che ha scritto un romanzo?”. E sono quelli che cercheranno di demolire ogni aspirazione. Se per voi scrivere è importante, allora potrete restare indifferenti agli altri, potrete andare avanti per la vostra strada senza timori reverenziali di alcun tipo.

Se volete, un altro modo per dirlo, è quello del poeta e filosofo Marco Guzzi:

Questo è il vero successo: capire cosa ti piace fare, per che cosa sei venuto sulla terra, e farlo, traendone vera soddisfazione, a prescindere dall'approvazione degli altri. 

Tutto questo è reale, molto reale, e chi ha mai provato a scrivere, l’ha sicuramente sentito sulla sua pelle. Ma non dobbiamo incolpare gli altri, per questo. Se l’opinione degli altri ci pesa tanto è perché demandiamo ancora all’esterno una decisione che deve invece essere intima, direi anche più intima di qualsiasi altra cosa possiate pensare (sesso incluso, ovviamente). Come molti sanno - per averlo provato - accogliere questa decisione ribalta la prospettiva del mondo, ci fa sentire decisamente meglio.

Esperimento: permettetevi di essere scrittori, se lo volete. Mollate tutta la cantilena velenosa che vi ripetete sempre non sono capace, non potrò mai… Mollatela, ora. Non è uno di quei mantra che vi conviene, in fondo lo sapete. Dite invece io sono uno scrittore. Si vede tutto in modo diverso. Soprattutto si sta meglio. Non è vero?

Sono grato a Roberto soprattutto per una cosa. Perché pur avendo licenziato un testo avvolto di una magica pacatezza e di una accattivante simpatia, non esita ad essere duro verso certi rappresentanti della casta, verso chi si arroga il diritto di decidere chi deve scrivere e chi no, verso chi dice, per esempio (e l’ho sentito con le mie orecchie, purtroppo) che c’è troppa gente che scrive. Una delle cose che fanno più male, peggio di un’arma impropria. Peggio. Perché  genera gente frustrata, e la gente che ha affogato e represso i propri sogni è facile preda del potere, e della violenza. Ci pensassero meglio, questi esponenti del sistema letterario: il sogno di scrivere è per chiunque lo senta nel cuore.  Questa è la cristallina verità. Ne ha pieno diritto, non deve chiedere permesso a nessuno.

Ovvio, nessuno può pretendere a priori attenzione, pubblicazioni, contratti. Ma se pretende, in fondo, non ha ancora capito. Non ha capito che tutto questo - anche non avvenisse mai - è veramente niente, è appena la spuma del mare. Dove il mare, profondo, stabile, possente, è la vita cambiata dalla decisione di seguire il proprio cuore. Lo dico ancora, la propria vocazione. Come tale è prima di tutto una cosa tra me e il cuore, tra me e l’Eterno, cioè Colui che mi ha messo nel cuore questo desiderio. Gli editori, capite, stanno ad un livello un po’ inferiore...

Non sto eludendo il problema: la riuscita interessa a tutti. A me interessa tantissimo, anche troppo. Ma ora che sto per licenziare il nuovo libro di poesie, In pieno volo, che mi sto autopubblicando (una dignitosa possibilità ampiamente trattata nel testo di Roberto, molto attento alla rivoluzione nella scrittura portata dal web), capisco che la mia vittoria più grande - esito di un combattimento che è durato molti mesi, nel quale ho rischiato seriamente di perdere - è stata la decisione di continuare. Di fidarmi del mio cuore.

Dovesse essere una recensione vera, dovrei parlare di tante altre cose, su Il sogno di scrivere. Del fatto piacevole che rifugga dalla tentazioni tecnicistiche di molti manuali, rivendicando in ultima analisi l’irriducibilità del fatto creativo a tecniche più o meno furbette per vendere un prodotto. Del fatto che lo scrivente si lasci guardare a fondo, rivelando - quando funzionale all’esposizione - particolari della sua vita privata (i problemi matrimoniali, le sedute dall’analista) - così che capisci che ti puoi fidare, che la prima mossa l’ha fatta lui, ha permesso di farsi guardare dentro. Perché la scrittura è appunto intima, e se ne vuoi parlare davvero ti devi anche far leggere nel cuore. 

Dovendo essere una recensione, appunto. Ma non lo è. Piuttosto è una forma mia per dire grazie. Scrivendo, appunto.

Concludo con le parole di Roberto.

E' arrivato il momento di mettervi a scrivere, se lo desiderate. Non è mai abbastanza tardi, non è mai troppo difficile. Dipende solo da voi.