domenica 29 giugno 2014

Leggere, digerire

C’è voluto il passaggio al digitale, in un certo senso. C’è voluto - come spesso accade - il transitare in un altro territorio, per tornare arricchito di una consapevolezza diversa. Che poi, uno nemmeno si rende conto che sia davvero una nuova consapevolezza, o chissà che altro. C’è che una cosa a cui eri abituato, improvvisamente ti sta stretta. 

C’è voluto questo, per me. L’abituarsi alla lettura di ebooks ha comportato un diverso modo di avvicinare il testo. Sì perché il mezzo non è irrilevante, quello che fruisci è tutto un misto tra quello che è davvero scritto e i modo con cui ti arriva. E’ così tutto intimamente legato e non riesci a separare, a dividere i vari fattori. Grazie al cielo. 

12568477564 204b7341ba

Photo Credit: pedrosimoes7 via Compfight cc

Nello specifico, la lettura in digitale mi ha riabituato - senza che lo mettessi a programma - ad un certo lavoro sul testo (quello che dirà è vero principalmente per i saggi, ma non ne sono completamente esclusi nemmeno i romanzi). Il fatto tecnico assai banale, se vogliamo, per il quale si può agevolmente evidenziare un passaggio - senza di fatto alterare o rovinare il libro - mi ha riportato inevitabilmente all’attitudine di leggere sottolineando i brani più importanti, le frasi che più mi colpiscono: insomma, quelle che vorrei ricordare, o perlomeno alle quali vorrei poter tornare, per digerirle meglio.

Il libro digitale ha un grosso limite, comunque, allo stato attuale. E il grosso limite è che non vi si trova tutto: molti libri sono ancora, e forse lo saranno sempre, disponibili esclusivamente in formato cartaceo. Quello glorioso, quello di sempre (la carta, la sua consistenza, il suo profumo.. etc etc..). Non è come per la musica digitale, lì più o meno se cerchi bene, trovi l'emmepitre praticamente di tutto. Qui no. Diversi saggi ed anche romanzi, o libri di poesia - anche di recente pubblicazione - vivono allegramente (e misteriosamente) soltanto nel formato cartaceo. 

Allora, ecco. Se mi trovo a leggere un saggio pubblicato su un libro di carta , ora sento che mi manca qualcosa. Mi manca la possibilità, appunto, di sottolineare. Per chiarire, va detto che io aderivo, fino a poco tempo fa, a quella disgraziata corrente di pensiero per la quale il libro non può essere alterato in alcun modo (facevo eccezione per la firma e la data di acquisizione nella prima pagina, come avevo visto fare da mio nonno materno). Ovvero, a parte un libro di testo, non reputavo ragionevole sottolineare un libro che leggo per interesse.

E infatti comprendo che il motivo è tutto lì. E’ lì il fraintendimento.

Perché in fin dei conti dietro il fatto che il libro debba rimanere intonso il più possibile, c’è l’idea che tu ci debba passar sopra in modalità leggera e non invasiva, come a volo d’uccello, immergendoti in modo elegante e discreto in quello che ha da dire, per poi salutarlo lasciandolo il più possibile senza traccia del tuo passaggio.

Eh no, invece no. La cosa non funziona così.

Il rapporto con un libro è un rapporto carnale, un rapporto in cui i due partecipanti si modificano, si compenetrano, si sporcano l’uno dell’altro. Non si può far finta che non sia mai avvenuto (io? Quel libro? no, no mica l’ho mai toccato… non è come pensi, posso spiegarti tutto...). Perché le idee non le sorvoli elegantemente. No, con le idee ti devi misurare, ci devi lottare, devi permettere che ti saltino addosso, devi respingerle o accoglierle, resistere e poi cedere, oppure cedere subito e poi cambiare idea. 

Così diceva Giorgio Gaber, in una della sue intuizioni più folgoranti, Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione. L’idea va ruminata, andrebbe fatta propria, perfino mangiata, se possibile.  

Così anche mi conferma una frase di un poeta, Davide Rondoni, quando nell'Avvertenza che prelude al bel libro (cartaceo, soltanto) sulle poesie di Ada Negri, Mia giovinezza, mette in guardia, Si legge per crescere in umanità. Leggere fa parte del lavoro.

Così maturo il distacco dalla scuola il libro non si tocca con un senso di sollievo, finalmente. Perché c’è anche la concezione che leggere sia un passatempo, una cosa per riempire i vuoti. No, non sono d’accordo. Leggere è qualcosa che arricchisce, è proprio un lavoro. E questo vale anche per molta letteratura leggera, secondo me. Puoi imparare molto, da come sono messi in fila aggettivi, avverbi, dalla lunghezza delle frasi, dalle situazioni. Leggere accende sempre la mente. Io sospetto che un si impari di più, per dire, da un brutto libro - ma uno scritto proprio male, vorrei dire - che da uno spettacolo televisivo di qualità media (eccezioni ve ne sono e ve ne saranno sempre, ma in media mi sembra sia così).

Beh, tutto questo per dire che ad un certo punto di questa evoluzione (o involuzione, a seconda di come la pensiate) ho guardato con occhi diversi quell’evidenziatore giallo: quello che era qui appoggiato sul comodino, a non far nulla.

Ecco (i puristi smettano di leggere) … l’ho preso, ho preso il saggio che stavo leggendo (Dennis Gira, La scelta che non esclude. Buddismo o cristianesimo), e ho iniziato a sottolineare. Prima con un senso di disagio, come mi guardassi nell’atto di compiere una marachella. Poi con un vero senso di liberazione. Finalmente. 

E poi ancora, emozionato dalla mia trasgressione, invece di smettere e pentirmi, ho continuato. Le altre vittime sono state, per ora, Imparare ad amare, di Marco Guzzi, e lo stesso libro delle poesie di Ada Negri (limitatamente alla parte di Rondoni).

Niente va perduto, niente è sprecato. Leggere fa parte del lavoro (e anche l’evidenziatore giallo  ne fa parte, aggiungo di mio). Che bello che sia così. Che bello che il libro sappia di me, dopo che l’ho incontrato. Vuol dire che se qualcuno viene dopo di me a leggerlo, sarà non appena un lettore, ma un testimone di un passato incontro d’amore. 

Passato, sì: ma sempre rinnovabile.

domenica 15 giugno 2014

In pieno volo

Le ho tenute lì per parecchio. Erano cresciute naturalmente, dopo aver chiuso l’altro libretto, "Per prima è l’attesa”, che per averlo messo insieme un po’ in fretta, si è rivelato capace di darmi soddisfazioni che non avrei osato mai sperare. La gioia più grande - una delle più grandi e più dolci in assoluto, per me - è stata quella di imbattermi in persone  (in rete, ma soprattutto in carne ed ossa) che venivano da me per dirmi quanto avevano apprezzato le mie poesie. Non è una questione di orgoglio o di sentirsi chissà che: non sono certo come Ungaretti, che aveva una chiara coscienza del suo valore e se a suo tempo si proclamava il più grande poeta italiano, per quanto potesse apparire autocelebrativo ed anche un pelo irritante, era probabilmente vicino al vero. 

Bird 298401 640

A che quota volare per superare le nuvole…? 

Ad un certo punto c’è stata anche una fase intermedia che è risultata la più critica. La più insidiosa. Impantanato nelle sabbie mobili del dubbio, rileggevo le poesie ogni tanto e non ero più sicuro, non ero più certo che volessero dire qualcosa, che riuscissero a dire qualcosa, a farsi quel ponte tra le persone che giustifica il fatto che vengano pensate, vengano scritte, che trovino spazio sulla carta o in una memoria di computer.

Insomma, non volavano più, in un certo senso. E io stesso non volavo, o volavo a quota molto bassa. Sul volare a quota molto bassa si è certamente detto e scritto molto, e non vale la pena affrontare qui una esposizione completa ed esaustiva del fenomeno. Per la qual cosa, mi limito a registrare qualche semplice evidenza rimandando, come si dice in questi casi, il lettore a più esaustive trattazioni.

Allora. Una prima cosa, è che a volare basso (dicono) si scappa ai radar. Questa informazione in un buon filmone sulla seconda guerra mondiale, compare sempre. Dunque deve essere vero.  Cioè non ti vede nessuno, non ti identifica nessuno. A prima impressione potrebbe essere una cosa buona. Forse lo è, se sei in missione in un paese nemico con intenti non propriamente amichevoli. Però a ben pensarci, può non esserlo se stai tentando di esprimere la tua voce, la tua personalissima voce, trovarle un posto nel mondo. Devi rischiare di farti trovare, di farti leggere. Di farti anche criticare, persino deridere, in caso. Comunque devi esporti, smettere di nasconderti.

Una seconda cosa è che a volare basso prima o poi si sbatte da qualche parte. Non so, una parete, un’ostacolo qualsiasi. Un gatto addormentato, se voli proprio basso basso (non so perché mi è venuta proprio questa immagine, ma penso che renda l'idea). Insomma non sei libero di muoverti nell’immensità dello spazio, sei guardingo e temi diecimila imprevisti, ogni piccola asperità del terreno è un problema. Non sei sereno, non sei rilassato.

Essermi deciso a far leggere il manoscritto, permettere che vedesse la luce (sia pure per pochissimi occhi, ai quali sono grato) mi ha permesso di uscire dalla situazione di stallo, e riprendere quota. Ho ricominciato a lavorare con più convinzione a queste poesie, e come accade spesso in questi casi, dalla nuova convinzione sono scaturite anche nuove idee, nuovi tentativi, nuovi modi di miscelare queste parole, di renderle più adatte al volo.

Sembrerà curioso, ma l’ultimo ostacolo era il titolo. Quello provvisorio non mi soddisfaceva più (non lo svelo così me lo posso sempre rigiocare un’altra volta…), non era propulsivo quanto basta, non spingeva al salto, al salto da fare nel permettere che queste poesie potessero essere finalmente lette. Soprattutto, non parlava di me come sono adesso, dei miei desideri, dei miei bisogni. Del mio cuore.

PienoVolo

Bruno Liljefors (Swedish, 1860-1939), "Trutar".

Fino a che mi è arrivato in mente il verso di una canzone. Eccolo, eccolo il titolo della raccolta che arriverà, che sta per arrivare: In pieno volo (con il corrispondente hashtag #pienovolo).

E’ lui. E’ quello che cercavo. E’ lui.

Sono appena tre parole, estrapolate da una canzone di Victor Heredia, Ojos de cielo. Oltre ad essere una canzone bellissima, mi è cara per come è stata lanciata alla mia attenzione durante il mio personale volo nella ricerca di ciò che è essenziale. E se è entrata nella mia vita in un momento in cui il senso, il significato di tutto, subisce delle oscillazioni, in cui si avverto un doloroso sfocamento, in cui ricerco con più desiderio la mia personalissima ed unica ragione per vivere, forse non è per caso.

Ojos de cielo, ojos de cielo ,

no me abandones en pleno vuelo

Il fatto che non è più tempo di indugiare o di fantasticare il futuro. A quest’età uno si sente necessariamente in pieno volo. E dunque quando si sente incerto, insicuro, dubbioso, nasce l’esigenza essenziale di trovare qualcosa, qualcuno, degli occhi che lo sostengano proprio ora, proprio adesso: proprio nel pieno del volo.

E il volo è anche quello di abbandonare ogni esitazione e scrivere, con fiducia.

Finalmente.

giovedì 12 giugno 2014

Fare più arte

C'e proprio poco da fare, nei diagrammi a blocchi. Sei abbastanza vincolato, una volta che imbocchi una strada devi percorrerla valutando logicamente le varie domande, regolandoti di conseguenza. Lo vedi bene se sei un po' in mezzo alla faccenda dei linguaggi di programmazione, ad esempio. Lì spesso la prima cosa da fare, prima di scrivere anche solo una riga di codice (insegnano) è quella di stendere un diagrammi a blocchi.

E questo aiuta. Eh sì, perché la mente tende ad utilizzare un approggio fin troppo analogico, vagando da una all'altra possibilità, inventandosi stadi intermedi, possibilità di decisioni ibride, di non decisioni. La mente è specializzata nel ragionamento dove si spalmano insieme tutte le varie ipotesi; spazia in uno stadio di soluzioni intermedie dove a volte la catena virtuosa che dall'evidenza di uno stato di fatto porta ad una azione, viene drammaticamente depotenziata.

Così anche nell'ambito dell'arte, questo non è certamente meno vero. C'è il rischio di rimanere impastati a dar credito a quella insidiosa vocina che ti dice ma lascia perdere, ma cosa vuoi scrivere tu, proprio tu... (chi conosce la trasmissione radiofonica 610 con Lillo e Greg, potrà ricordare il riuscitissimo schetch del demotivatore, al proposito).

Tutto questo per dire che quando ho visto il diagramma pubblicato da Jeff Goins, nella sua splendida semplicità, mi sono sentito immediatamente colpito. Ho sentito che smascherava tante (mie) strategie procrastinatorie, tanti collaudati apparati generativi di scuse e pretesti.

Non c'è ragione per non fare più arte, ecco il messaggio rivoluzionario (perché non bisogna essere così originali per riconoscere che l'arte è comunque rivoluzionaria, combatte una efficacissima battaglia contro le consuetudini e la vita di superficie, così cara ad ogni potere, di ogni tipo e natura).

MakeMoreArt

Sei un artista se produci arte, a prescindere dalla valutazione che ne puoi dare. Chi è uno scrittore? Uno che vende libri? Che guadagna dalla scrittura? No, è uno che scrive. Semplice. Ma essenziale.

E se non trovo alcun errore logico, devo convenire che la risposta è solo una: fai più arte.

Sii più rivoluzionario. Sii un artista. 

Troppo bello per essere vero? No, affatto. Piuttosto, tanto bello che non può che essere vero.

martedì 3 giugno 2014

Durante la salita

Che poi, è quello che ci definisce durante le azioni minime che parla molto di più di tanti proclami o anche di tanti comportamenti “eroici” che possiamo mantenere in determinate situazioni più o meno cruciali, più o meno eclatanti. E’ proprio quando le luci del sipario sono spente (o pensiamo che lo siano) che si vede davvero l’umanità dell’attore. E e azioni minime rivelano molto di noi stessi, di dove appoggiamo il nostro cuore, del posto dove ci abbeveriamo per la nostra sicurezza. Vedersi in azione è scoprire quello che ci fa vivere, è davvero un processo dinamico, un lavoro eminentemente sperimentale, non accademico.

Pensavo stamattina qualcosa così. Pensavo a come sarebbe bello essere definito durante le azioni minime, quotidiane: quella senza una apparente gloria in se stesse, quelle che - per la nostra testolina limitata - fanno appena da ponte per rendere possibili altre azioni, certamente più pregnanti e degne d’esser ricordate. Pensavo ma chi mi vuole bene durante la salita del garage? Una cosa completamente ordinaria: accendi la macchina, giri due curve, apri il cancello con la chiave magnetica (il telecomando, per i più facoltosi) e fai la salita. Una manciata di secondi appena, tutto qui.

Parking deck 238450 1280

 Sì’, d’accordo - dico io - ma chi mi vuol bene in questo momento? Tu dici, ma che ti importa? Stai andando al lavoro, hai le cose da fare, poi torni a casa e certo trovi tua moglie, i figli. Hai gli amici. Insomma non ti manca niente. Sì ma adesso? Insisto io. Chi ha il tempo e la voglia di pensare a me adesso? Io sono fatto così, se credo che nessuno mi voglia bene da morire ora, in questo momento, qualcosa inizia ad andare storto, qualcosa subito appassisce, l’entusiasmo si stempera, le paranoie avanzano. Insomma non mi ci trovo bene a non sentirmi amato da pazzi.

Lo confesso. Normale o no, io ho una fame di amore pazzesca, forse esagerata. Se cerco di mettermi in salvo con una serie di strategie mentali mi stanco e non ottengo quasi nulla. Tutto il repertorio di raccomandazioni moderne e un po new age di imparare a volersi bene da soli va subito fuori giri - come un motore a frizione abbassata - se non c’è Qualcuno che mi vuole bene prima di tutto. 

E anche le azioni minime vanno a pallino.

L’ho ben capito, sono le azioni minime quelle dove rischio di sentire di più il vuoto, di essere colpito da quelle momentanee ma brutali assenze di significato, che mi schiantano e mi confondono. Chi mi sostiene, tra una "grande impresa" e l'altra? Nella vita ordinaria, come me la cavo? E’ anche una questione di non accontentarsi. Di desiderare un amore che ti abbracci e ti accompagni sempre, anche e soprattutto nelle azioni minime. Non essere mai solo anche nelle azioni più piccole, quotidiane. Ma chi mi vuol bene durante la salita del garage? 

Tutto parte dalla consapevolezza di essere amata, quando hai capito quello, è fatta.

Sto leggendo in questi giorni il libro di Costanza Miriano Obbedire è meglio. Mi piace molto, ha uno stile semplice ed accattivante, un sapore di vita in corso. E’ tutto trapuntato dalla convinzione che (contrariamente a quanto ogni persona moderna e “libera" ritiene di dover pensare) essere cristiani conviene. Sì, perché sul fatto che si possa essere cristiani i più ormai non si stracciano le vesti. Dopotutto, dicono, siamo liberi. Ma sul fatto che convenga esserlo, questa è tutto un altra cosa. E’ tutta un’altra pretesa, questa. 

E tra un episodio e l’altro di vita familiare ti imbatti in queste illuminazioni (quasi alla Rimbaud, con le dovute differenze). Perché è così, è lasciarsi andare ad essere amati. Anche quando fai la salita del garage. E allora - nel momento in cui lo capisci, cambia tutto. Fare la salita del garage sapendo di essere amati sempre e comunque è tutta un’altra cosa, dovreste provare (a me a dir la verità capita ancora poco ma quando capita è una festa: mi viene perfino da sorridere ed essere di nuovo amico del mondo).

Nel momento in cui lo capisci. Nel momento. Perché è una cosa dinamica. Non è che te lo metti in scarsella per sempre. Ogni volta devi decidere, decidere se dire di sì. Se starci. 

"La libertà dell’uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni. La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio” (Benedetto XVI, Spe Salvi)

Ogni uomo… ogni momento. Il gioco è iniziare sempre. Perché, secondo me, uno prima di tutto non crede in un Mistero amorevole per un “dovere" o un senso etico. O perché si è convinto leggendo dotti trattati di teologia. Uno si affida (o piuttosto, ritorna continuamente ad affidarsi, appena può, appena si rende un pochino conto) per un senso di convenienza personale, perché si vuole bene. Perché le cose funzionano meglio, i meccanismi girano più oleati. Ed è conveniente lasciare entrare un Amore che avvolge, avvolge e ti corrisponde come un guanto. Tanto che a volte questa convenienza ti brilla così davanti (o magari brilla nei volti di un amico, o anche di un illustre sconosciuto) che ti stufi perfino di resisterGli, e sono momenti benedetti.

"La sostanza della santità è la docilità, mentre vivere secondo la carne è voler controllare tutto.” Costanza hai ragione, accidenti. Finalmente detto in questo modo la cosa mi suona interessante. Perché c’è l'amabile rischio, una buona volta, di rilassarsi un po’. Di affrontare la salita del garage con un sorriso (a costo di farsi guardar strano dai passanti, appena sbuchi fuori).