sabato 24 maggio 2014

Condividere un dono

Scrivere è un’attività solitaria, siamo d’accordo. Esige un certo grado di concentrazione, esige soprattutto la volontà di osare, di metterle giù quelle parole, una dopo l’altra. Esige la fiducia pazza e irragionevole che il mondo complesso e screziato che  hai nella testa possa ammettere una (parziale ed imperfetta) traduzione in frasi, possa incarnarsi in qualche modo in una linea di inchiostro, in una sequenza di caratteri. La fiducia che il tuo universo interno così luccicante, incostante, liquido, possa essere comunicato al di fuori di te. Possa essere, in qualche misura, condiviso con altri.

Posso forse immaginarne il motivo. Se scrivere è un dono, un talento che (in misura che ora qui non discutiamo) ci è stato regalato, io penso pure che ci sia stato regalato con un motivo. Cioè che vi sia un solo modo corretto di accogliere questo dono. E il mondo è quello di condividerlo. Condividere, intendo, il frutto che direttamente da questo dono sgorga, o vorrebbe sgorgare: le parole scritte. 

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Apri le mani, lascia pure che siano gli altri a vedere se c’è qualcosa di dolce… 

Photo Credit: włodi via Compfight cc

Intendiamoci: scrivere per se stessi, in un certo grado, va bene. Va benissimo. Ad esempio tenere un diario personale. Perfetto.Totalmente OK. Io lo tengo (su DayOne), anche se la frequenza di aggiornamento è squisitamente irregolare, dipendendo spiccatamente dal periodo e dal mio umore medio. Perché non è egoistico? Perché scrivere per se stessi è sempre e comunque una palestra, un modo per raffinare le proprie capacità. Perché non è infrequente che le cose che si scrivono per se stessi, in un secondo momento, possano rientrare in larga parte in cose che si scrivono (anche) per gli altri. A me è capitato di riprendere ampi brani del mio diario e - tolte (ehm…) le cose più imbarazzanti - proporle nel blog o altrove. Potremmo anche ricordare che scrivere per se stessi permette di sperimentare senza troppa paura, permette altresì di stendere una linea di parole sugli avvenimenti personali più intricati, perciò stesso - per il potere della scrittura - orientandoli verso la possibilità che vengano compresi, dipanati.

Dunque scrivere è un dono che va condiviso (affrontando - o meglio accettando - tutta la paura e i dubbi che questo inevitabilmente comporta). Per inciso, è questo anche il motivo per cui - a mio avviso - scegliere di non scrivere non è mai una buona idea. (Invia su Twitter) Eh no, mio caro, non te la cavi così (dico a me, prima di tutto). Se hai questo impulso, questo desiderio di scrivere, se niente può farti sentire così a posto come quando scrivi, a posto nel senso proprio che ‘stai facendo il tuo dovere’… non te la cavi mica a buon mercato rifiutando la lotta, evitando di scrivere. No no, caro mio: ti stai facendo del male, stai comprimendo dentro di te un dono, un qualcosa che ti è dato per essere elargito, elargito a piene mani. Ecco, invece lascia fluire questo dono: offrilo agli altri. Lasciati andare, lascia che il tuo nero inchiostro fecondi la pagina bianca, facendo germogliare senso e significato.

Ribadisco. Qui non è affatto questione di quanto si è bravi. La questione è molto più profonda e meno egoistica: si tratta in realtà di onorare il dono ricevuto. E’ la direzione dentro la quale, poi, la vita scivola meglio, va più fluida: non ci possiamo fare niente, l’universo è fatto così. Non è saggio mettersi di traverso alle linee di forza, per così dire. Meglio riconoscere la struttura del reale e accoglierla, adeguarsi, allinearsi. Se tu sei un punto dell’universo per il quale esso si ricomprende nella scrittura (o in qualsiasi altra arte), se sei qui per questo, se questo è stato deciso per te, non è saggio opporsi. Molto meglio mettere da parte l’orgoglio (proprio quello che ti fa dire ma non sono bravo abbastanza, quello che non ti fa impegnare se non sei certo di produrre il capolavoro) e dire di sì. Sospetto una cosa: che aumentino decisamente le probabilità - in questo modo - di essere autenticamente felici. 

lunedì 5 maggio 2014

Bersani nella nuvola (numero nove)

Non sono mai stato un seguace molto accanito di Samuele Bersani, devo dire. Anzi si può dire che praticamente non l’ho seguito per niente. Sì, d’accordo, ho ascoltato occasionalmente qualche canzone, principalmente attraverso la radio, che mi faceva dire però mica male questo qui… senza sapere nemmeno chi fosse colui che cantava.

Devo subito palesare un pregiudizio. Sono cresciuto in un’epoca in cui la musica italiana era rappresentata dai vari De Andrè, De Gregori, Guccini, Vecchioni, Bennato e (per taluni, me incluso) Branduardi. I più giovani, quello che si affacciavano alla musica un po’ dopo, li guardavo invariabilmente con sospetto, sostanzialmente diffidente sul fatto che potessero fare delle cose veramente valide (anche se col senno di poi, devo dire che spesso la musicalità di questi mostri sacri era ridotta all’osso, compressa sotto una pesante architettura di serietà - ideologica o meno - probabilmente assai spesso fuori luogo per una canzone).

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...è una mattina in cui le nuvole battono i taxi in velocità… (da Desirée)

Samuele però la sapeva lunga, e semplicemente (mi) aspettava. E scriveva.

Inciso: aspettare e scrivere sono due attività che si intrecciano piuttosto bene, tra le altre cose.

Poi sarebbe arrivato, sarebbe arrivato fino nel mio cuore.

La tua voce in pace… Sì. Samuele per me è appiccicato a certe atmosfere del film Chiedimi se sono felice, certe atmosfere che ricordo con una punta di dolce, struggente nostalgia; colori, ambienti, scorci cittadini che si agganciano mirabilmente con la sua musica. Difficile separare il film dalle canzoni. Quel film ha qualcosa... c’è una lievità ed una delicatezza che ti rimangono addosso,  e la musica fa parte integrante. Se mi torna in mente l’incipit agrodolce Il caso vuole che io non sia capace di assorbire la tua voce in pace mi viene da pensare al celebre trio, alle biciclette… Poi se pure mi stacco dal film, ecco che mi piombano addosso loro:  le parole ed il ritmo incalzante di Giudizi Universali,

Troppo cerebrale per capire che si può star bene

senza calpestare il cuore 

ci si passa sopra almeno due o tre volte i piedi

come sulle aiuole 

Quindi alla fine è arrivato, alle mie orecchie. Ecco, era per dire solo questo.

Peraltro, fino a poco fa il viaggio con Samuele è stato così, occasionale, con contatti appena sporadici. Come due persone su di un treno che occupano lo stesso scompartimento ma interagiscono poco, si fanno sostanzialmente i fatti loro (nel dettaglio, uno giocherella con l’iPhone e l’altro legge un libro). Poi magari uno fa un commento su qualcosa, qualcosa che passa davanti al finestrino, e i due si mettono a parlare.

A parlare. Perché ogni attrattiva è come uno scambio di particelle, un rapporto, non c’è un parte passiva, è sempre una mutua interazione. Non puoi stare dentro un sistema senza parteciparvi, te lo dice - in caso ne dubitassi - perfino la meccanica quantistica.

Ma non divaghiamo troppo.

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Ecco io ho iniziato a parlare con Samuele più o meno quando l’ho visto per caso da Fabio Fazio, in televisione, presentare il disco Nuvola Numero Nove. E siamo praticamente al passato prossimo (poco passato, molto prossimo). Mi sono scoperto così, interessato alla canzone, En e Xanax, e interessato alla chiacchierata con Fazio. Allora mi è stato chiaro un pensiero: stavolta devo andare a vedere quello che dice questo qui.

Ho scovato il disco su Rdio e ho iniziato a digerirlo. Ha retto bene: tutte le canzoni sono belle, alcune sono veramente molto molto belle. Mi piace il modo tutto suo che ha di intrecciare le parole con la musica, quelle pause e riprese così caratteristiche, che capisci che è lui. Già, gli artisti hanno questo. Capisci che è lui da subito, anche se non conosci il pezzo. E poi in questo disco c’è delicatezza, ironia, inventiva. Ci sono giochi verbali e musicali che attestano una freschezza di ispirazione, una felicità inventiva, una felicità tout-court del compositore, come sembra attestare lo stesso titolo dell’album (parentesi, sono andato indietro spinto dall’entusiasmo, ma il disco precedente Manifesto Abusivo sembra tutto un altro Samuele, decisamente meno solare, perlomeno nelle canzoni che ho ascoltato). 

Dicevamo della felicità.

La felicità in effetti stimola la creatività, e viceversa. In un giro virtuoso che sembra prendere energia dal nulla, o forse prende energia dalla parte profonda di se stessi, prende energia dall’assenso profondo che diamo a noi stessi ed al nostro stare nel mondo quando assecondiamo le nostre spinte creative (questo non me l’ha detto lui, l’ho pensato io). 

Complimenti è un pezzo divertito ed ironico ottima introduzione al tono generale dell’album, con appena qualche accenno ad un passato diverso e forse meno spensierato. En e Xanax ha una delicatezza nell’affondare perfino il tema del disagio psichico e anche una benevolenza di sguardo, che rassicura. Chiamami Napoleone è un altro riuscito divertissement fresco e pieno di brillanti giochi di parole ma che non rinuncia a qualche profondità 

...chiama anche me, “ciao, come stai?”

ho trovato occupato e ho pensato non ci parliamo mai...

 D.A.M.S. è un ritratto riuscitissimo di uno studente fuori sede a Bologna, che diventa quasi un abbozzo di condizione umana, con delle notazioni che colpiscono per come centrano il bersaglio

Analfabeta dell’amore

e grande esperto di pornografia

fra astinenza e abuso (…)

Analfabeta in religione

e grande esperto  di scaramanzia

in dosi monouso

Quello che vieppiù mi affascina è il misto tutto bersaniano di descrizione analitica e partecipazione affettuosa: il quadro è certamente desolante ma l’atteggiamento di chi lo tratteggia non è distaccato e severo ma vicino, si avverte perfino una sorta di empatia.

Avrei dovuto immaginarlo prima che un giorno al posto del futuro mi sarei trovato un tanfo di presente vecchio e già scaduto. Ho da telefonare a casa, dovevo farlo senza nostalgia invece ho chiesto aiuto e... mi son venuti a prendere...

Ultima chance è dolce come un perdono vissuto e sentito sulla propria pelle. E un manifesto divertito e leggero di una libertà psicologica e una certa fortezza che personalmente tenderei soltanto ad invidiare.

Settimo Cielo Reazione Umana sono belle canzoni anch'esse, forse non tra le più memorabili dell’album. Tuttavia la seconda ha un inciso che mi ricircola addosso

Vivere in emergenza anestetizza l’anima, le toglie il senso del pericolo mortale

in questo stato di indifferenza acuta  è una novità provare un brivido  ma forse è già un segnale

Desirée è una cosa particolare. E’ una avvincente microstoria di vita quotidiana tutta trapuntata di annotazioni affettuose  (ma non smielate). La lei di Samuele è seguita attraverso le azioni comuni della giornata che vengono viste come una sorta di avventura, tra prosaica realtà e costruzioni della mente. In un realismo più estremo di ogni tentazione verista, vorrei dire, perché la vita quotidiana nel suo aspetto più concreto è esattamente questo, un’avventura (La vita quotidiana è la più romantica delle avvenutrae e soltanto l’avventuriero vero lo scopre” recita una frase attribuita a Chesterton). Ha qualcosa che mi fa pensare al Battisti secondo periodo (nello specifico, l’attenzione così analitica verso microcosmo di sensazione avvertite dalla figura femminile), pur nella innegabile diversità stilistica.

Spia Polacca è divertente ma non è superficiale (chi non si è sentito mai di essere legato ad una specie di spia polacca…, quanto siamo in certa misura estranei l’uno all’altro...), Samuele esplora un registro quasi letterario e mette a segno qualche interessante annotazione esistenziale. La metrica tiene bene l’incalzare del ritmo e la chiusa rimane impressa anche per la felicità del gioco verbale...

Fai molta attenzione che io so quel che dico

ho raccolto le prove, ne ho un elenco infinito

Ti potrei rovinare con un semplice invio

ma nelle inquadrature ci sono sempre solo io

Attenzione che si chiude in bellezza. Il re muore è uno dei brani più profondi ed ha un carattere agrodolce che rimane appiccicato addosso, sarà pure perché appunto è l’ultima canzone. Ma deve essere l’ultima canzone. Mi sembra che qui si punta a dire qualcosa di impegnativo, in qualche modo. A rischiarsi anche di più, abbandonando il fraseggio divertito delle altre canzoni, peraltro piacevolissimo, per pescare un attimo ancor più sotto.  Ogni rinnovamento comporta una perdita. Questo anelito di cambiamento, questo buttar via le cose che pure ci sono servite e non servono più. Smascherarne la loro falsità, quando diventano false per il nostro cammino. E questa operazione non è senza prezzo, non è senza dolore - questo nella canzone si avverte bene. E non è cosa che si possa fare - ahimè - senza accettare una certa dose di solitudine 

Saprò restare solo

nei miei occhi le luci del mondo

le guarderò attraverso

senza chiedermi dove né quando

mi sorprenderò ridendo

a non riconoscere il sole che un tempo splendeva e che adesso muore..

Però d’accordo, messo così sembra triste, ma invece se l’ascoltate non lo è, è come un continuo passaggio tra il lieto e il doloroso, una sequenza di rimandi tra le due polarità fondamentali. Lieto perché è un crescere, doloroso perché anche crescere comporta l’accogliere un certo grado di dolore, e le cose lasciate in qualche modo generano un senso di perdita. Perché siamo fatti così. Siamo spaventati per ogni cambiamento. Vorremmo quasi non crescere, non progredire, non modificarci in nulla. Aneliamo ad uno stato stazionario, nell’illusione che metta a posto tutto, perpetui un improbabile presente. Ma le nuvole, lo sappiamo, non sopportano di stare ferme.

Si muovono, e scoprono sempre nuovi cieli.