domenica 27 aprile 2014

Mahler #6 (rivoluzione inclusa)

Sono sempre più persuaso che la rivoluzione vera cominci dall’interno. Dall’interno di noi stessi parte un rinnovamento che poi investe il modo di rapportarci con le altre persone, con il mondo. La rivoluzione di oggi comincia dalla persona. Ed è certamente la più complicata: comporta infatti un lavoro su se stessi. Comporta l’abbandono dell'ego violento e l’inizio di un modo nuovo di vedere se stessi e il mondo. E’ un lavoro prima di tutto di sapiente costruzione, non di pura distruzione.

A proposito di rivoluzione Mentre sono all’Auditorium per la sesta di Mahler, mi viene in mente un post di qualche tempo fa. Sì perché qui avverto serpeggiare istanze di sovversione dell’ordine stabilito, più sottili ma più efficaci di quelle magari altrove esplicitamente proclamate. 

I tempi stanno cambiando. Vero. Eppure. Ci sono modi e modi di portare una nuova coscienza dei tempi.  C’è un modo che è pure dirompente (il nuovo è nell’aria, non lo puoi fermare: la stasi è velenosa, mortifera) ma insieme pieno di rispetto e di amore per la tradizione con la quale sei cresciuto. Il materiale sonoro della sesta è così, così nuovo e insieme così radicalmente innestato nella tradizione.

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Foto di Gaia Cilloni. Licenza fotoAttribuzioneNon commercialeCondividi allo stesso modo Alcuni diritti riservati 

A pensarci è una cosa incredibile, impressionante. Questo è ciò che fa Mahler, usa degli strumenti espressivi che ha ricevuto, che ha studiato, che ha imparato a maneggiare. Che ha amato ed ama. E li porta, seguendo le regole interne alle estreme conseguenze, quasi fuori da loro stessi, in un processo di straniamento ed insieme di novella illuminazione. Così sono le stesse regole formali a mostrare i limiti, ad essere forzate ad aprirsi alla novità, senza che si debba rinnegare niente di quello che è stato fatto fino ad ora.

Quello che in questo approccio manca totalmente - ascoltando Mahler uno se ne rende conto bene - è l’ansia di fare tabula rasa per ripartire con il nuovo. Niente di questo, nella sua Sesta. Si avverte invece un grande rispetto per l’esistente: ti dice vedi fin dove ti posso portare lungo questa strada… Ci vuole sapienza per allargare la strada, padronanza di mezzi e confidenza per imboccare sentieri nuovi con l’equipaggiamento consueto. Ed è una vera rivoluzione, perché crescendo lo capisci, la rivoluzione vera non passa solo per il messaggio ma deve abbracciare la forma. Perché non si tratta di un ulteriore contenuto mentale da immagazzinare, da assommare agli altri, ma è una forma di sentire diversa. Non è infatti una accumulazione, è una conversione. Ecco, forse qui può aprirsi il contatto con quel lavoro su se stessi, di cui si diceva in apertura.

La rivoluzione quando è vera? Quando si innesta nei cuori, lascia traccia, crea un luogo dove si può tornare, si può tornare a frequentarla ed appare comunque - anche a distanza di tempo - piena di ragioni. Per rimanere a Mahler, oggi si può ascoltare la Sesta, la deliziosa Quarta, la intrecciata e mirabolante Quinta, la struggente e misteriosa Nona (per non parlare di quella avventura emozionante che nasce dalla ricostruzione degli appunti della Decima, la cui vera prima deve essere avvenuta davanti al Mistero) e deliziarsi del fatto che questa musica ancor oggi è tutta piena di ragioni. Ovvero, è piena di risonanze con l’intreccio doloroso e misterioso ed emozionante della propria interiorità. Risonanze che scendono e vanno negli strati profondi: come pesciolini di profondità, i grappoli di note illuminano zone che sembravano nascoste, celate. Ed è una procedura salutare, come sempre l’arte. Ricompatta, rende ordinati, più robusti, più pazienti, più capaci di stare saldi, con i piedi per terra.

Attenzione dunque: Mahler #6 ha la rivoluzione inclusa. Di quelle non violente. Di quelle che fanno respirare.

sabato 19 aprile 2014

Se accade qualcosa

Rileggendo le bozze per un piccolo libretto di poesia che vorrei finire di compilare nei prossimi giorni, mi sono imbattuto in un verso

"Se accade qualcosa mi placo: / la guardo soltanto accadere"

che mi sembra descriva adeguatamente questo momento, questo momento personale e questo momento anche a livello più ampio, sociale.

Così scorgo in fondo al mio cuore, palpitante, il desiderio che accada qualcosa capace di strapparmi al tappeto consolidato di pensieri e di auto-osservazione. Che accada qualcosa che mi strappi da me stesso, dalle mie furbizie consumate e dai bilanciamenti usati per tirare avanti. 

Ricordo. Da bambino c’era il senso forte dell’attesa di qualcosa. Un regalo, il ritorno di un genitore, un ritorno a casa. C’era un senso di una possibile svolta in ogni istante.

“I bambini stanno bene / per loro ogni giorno è differente” canta Fossati ne Il rimedio ed è una intuizione geniale.

Ora se spesso non troviamo niente per cui stupirci, da una parte sembriamo adulti (per quanto in una accezione un po’ triste) ma dall’altra ci muoviamo intorno come bambini insoddisfatti. Ma l’ultima cattiveria che possiamo farci, in questa condizione (tutti, credenti o non credenti), è impedirci di pensare che qualcosa di radicale possa ancora avvenire. Che possa esseri un punto di svolta, un punto di valore. Di dolcezza, soprattutto. Una dolcezza infinita è quello che il cuore attende per riposare, niente di meno.

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Un punto di dolcezza, di tenerezza che possa agire facendo sciogliere le resistenze dentro di noi, liberare il nostro potenziale creativo. Se non si è creativi si soffre, si soffre da morire. Creatività è forse semplicemente disponibilità ad un disegno sulla nostra vita, che siccome è unico perciò stesso ci rende unici, ci rende speciali e insostituibili.

Perché impedirsi di pensarlo? E’ ragionevole? Rispondo per me, dico di no.

Ma se lo dicessi in forza di una mia forza, mentirei. Crollerei. Se lo dico in forza di volti, di “persone e momenti di persone” attraverso cui vedo un Destino più grande, forse posso essere sincero.

Forse “Cercate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi” (Didaché) vuol dire questo. Per me, adesso, vuol dire guardare fuori di sé e vedere persone amiche, volti, fare memoria di brani di conversazione, di persone che ci hanno guidato e sono in cielo (come Don Giacomo di cui oggi ricorre l’anniversario della morte), altre che ci guidano ora, con cui è possibile continuare un cammino.

Per tutto questo, mi dico, è ragionevole sperare. Anche avessi visto una sola volta questi volti, è ragionevole sperare. Per tutto questo, non si tratta di forzare un ottimismo, ma cedere ad una Presenza. Da cercare ogni giorno. Per riempire il cuore, e così poter sorridere alla moglie, ai bimbi, agli estranei. O se oggi magari non si sorride, per capire che si potrà sorridere comunque, domani.

Buona Pasqua.

mercoledì 9 aprile 2014

Vorrei tu fossi qui

Wish you were here. Era uno dei primi dischi che provammo con il lettore CD. Faceva tutta la differenza del mondo. Quella intro di chitarra, lucidissima che si staglia sopra il tappeto di rumori. Il contrasto è già luminoso nel vinile. Ma ascoltato sul CD è tutta un'altra cosa. Completamente diverso.

A pensarci bene, i Pink Floyd si prestavano perfettamente ad accogliere la nuova tecnologia. Era veramente un salto quantico. Una cosa impressionante. Qualcosa che le generazioni più recenti non avranno mai l’opportunità di provare: il passaggio dall’analogico al digitale, una volta avvenuto, non ammette ritorni indietro. Una prima volta che separa due epoche, due modi di vivere, di sentire. 

Così si potrà proseguire soltanto nel raffinamento della tecnologia, ma un salto così grande è difficile possa essere effettuato di nuovo. C’è qualcosa che si è perso, per sempre. C’è, paradossalmente, una sorta di fisicità che non potrà più essere recuperata.

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Perché il vinile era ancora abbastanza umano. Nel senso, permetteva una interazione tra uomo e macchina, tra uomo e tecnologia. Intanto era perfetto per essere ammirato e catalogato, con la sua forma ampia e piatta, gustosamente flessibile. Compravi un 33 giri e ti portavi a casa la promessa di entrare in un mondo, un’avventura visuale ed acustica insieme.

Partendo dalla cosa più evidente: la copertina.

Eh sì, la copertina rappresentava già una sorta di primo impatto decisivo. Un primo contatto denso di possibili rivelazioni. Perché la dimensione conta, almeno in questo ambito (in altri non azzardo pronunciamenti). Eh sì, a volte ti trovavi tra le mani pezzi d’arte veramente notevoli. Che solo la copertina valeva il prezzo. Grande abbastanza da lasciarsi ammirare, da riempire sufficiente spazio fisico per poter dire, finalmente, guardami. Non come il CD, piccolo rinserrato nella sua così moderna parziale occupazione di spazio e di importanza.

C’era per l'appunto il mistero sempre da esplorare della (possibile) relazione tra copertina e contenuto. Tra disegno e suono, tra grafica e vibrazione d’aria. A cui aggiungere, come ulteriore informazione, il tipo di cartoncino scelto, la sua consistenza, il suo spessore. Cosa può dire la copertina (che valuti prima dell’acquisto, ovvero prima di esserti compromesso) con il contenuto (che diventa tuo soltanto dopo un tuo libero atto di coinvolgimento) ? E’ ovvio che uno cerca di ricavare un’idea dei possibili benefici prima di impegnarsi: è umano. Al proposito da ragazzo avevo un assioma (ovvero, una proposizione assunta come vera perché evidente), che credo abbia retto abbastanza, nel tempo: un disco con una bella copertina non sarà mai brutto, anche se può darsi il caso di un disco bello ma con una brutta copertina.

E poi, superando la copertina, arrivavi finalmente al cuore, al vinile. Se la visione della copertina era come un primo saluto di circostanza, un rapporto con l'oggetto più largo ed esteso, ma anche periferico, qui arrivavi a svelare la promessa di un contatto intimo, spesso personale. Potevi cullare l’aspettativa di una gioia, vicina. Venendo al lato squisitamente musicale, c’era poi questa altra faccenda… Ecco, c’era ancora - da compiere - una ulteriore analisi preventiva del materiale: perché con gli occhi potevi avere informazioni sulla qualità musicale di quanto avevi acquistato.

Eh sì. Prima di mettere il disco sul piatto, già ti facevi una idea.

Prima cosa, dalla distanza dei solchi più lisci ricavavi facilmente una buona stima della durata  dei vari pezzi. Per me e mio fratello, ad esempio, innamorati di rock progressivo, vedere uno o più pezzi abbastanza lunghi - solchi lisci più distanziati - era subito da intendersi come un buon segno: abbiamo fatto bene a comprarlo, ci dicevamo soddisfatti. Di converso, molte tracce troppo fitte e regolari veniva da noi decifrato come indizio di un disco eccessivamente commerciale, probabilmente (per la nostra inclinazione) “troppo" compiacente alle logiche di mercato.  

La seconda parte dell’analisi preventiva contemplava l’esame della riflessività relativa del vinile. Si imparava ben presto che le parti con una maggiore dinamica avevano una riflessività molto variabile, in poco spazio. Un insieme disordinato di solchi affiancati di diverso spessore era per noi, dunque,  un altro indice affidabile di brano interessante. 

Dunque l’esame del vinile era un processo importante, un momento ineludibile e necessario, prima di mettere finalmente il disco sul piatto, e avvicinare la puntina sul primo solco. In qualche modo, inevitabilmente, alla musica fruita arrivavi per gradi, in un processo di continua scoperta, in un complicato rimando tra aspettative preliminari ed evidenze sensibili e  poi ancora sensazioni, con un coinvolgimento di quasi tutti i sensi: delicato e progressivo come un innamoramento, insomma.

E il disco non era lo stesso ogni volta. Il fruscio che si aggiungeva pian piano era tutta una storia. Parlava dei ripetuti ascolti e ti metteva in rapporto con una cosa familiare, che cambia nel tempo. Come cambi tu. Come cambiavano le circostanze, i rapporti, le amicizie. In fondo, il tema dell’album.

Vorrei che fossi qui suona meglio in formato digitale, innegabile. La chitarra limpida e luminosa avvolge le onde di malinconia tiepida della mancanza dell’amico, del ricordo agrodolce e pacato dei tempi passati. Ma l’esperienza del vinile, oso dirlo, rimarrà sempre ammantata di una sua magica unicità. Come un rapporto con un amico, un rapporto speciale, ormai lontano.