sabato 22 marzo 2014

La città di Londra (e il parco)

Lo sai che più si invecchia / più affiorano ricordi lontanissimi canta Franco Battiato nella stupenda Mesopotamia (qualche anno fa, per l’appunto). E chissà, chissà se è questo il motivo, od altro. Comunque nel godermi i miei quindici giorni di prova di Deezer (no grazie, penso che rimarrò su Rdio, soprattutto perché, cari miei, non avete lo stupendo catalogo di musica classica Naxos, una autentica delizia), dopo il quasi obbligatorio (per me) Man on the Rocks, mi sono scaricato per l’ascolto offline, anche London Town. Così, cercando cosa mettere sull’iPhone, mi è venuto da scegliere quello.

Lo so, lo capisco. I più giovani tra voi non avranno assolutamente idea di cosa stia parlando. Ebbene, London Town è un disco dei Wings, la formazione di Paul McCartney post-Beatles. McCartney, un tipo che occhio e croce ha fatto un buon pezzo di storia della musica popolare nel secolo scorso.

MarzoLondra

Non era proprio ben tempo, quei giorni di marzo dell’anno scorso, a Londra...

Ora, è evidente, c’è qualcosa davanti alla quale dobbiamo fermarci. Tutti.

C’è il fatto che dopo i Beatles non ci sono state opere così assolutamente magnifiche, coeve, meravigliose, brutali e compiute come quelle, da parte dei componenti del quartetto. Palesemente, non c’è stato un altro Abbey Road. Pur realizzando cose interessanti, belle, fighe, nessuno degli ex Beatles vi si è nemmeno avvicinato.

Non state ad eccepire. Sono abbastanza sicuro che sia così, oggettivamente.

Ma non sarebbe stato comunque facile avvicinarsi di nuovo ad un assoluto di tale meraviglia.. Penso, sono cose che ti vengono concesse una volta nella vita, forse.. quando tutti gli ingredienti - momento storico, momento personale, creatività, frustrazioni, situazione sociale, favore del cielo - congiura perché si arrivi a questo. Ad impastare il banale per farne il sublime. 

Che poi, in ogni caso, le registrazioni di London Town iniziano proprio ad Abbey Road. Guarda tu.

London Town non sarà un capolavoro. D’accordo. La parola la riserviamo ad altre cose, a ben altre opere. Epperò si deve almeno dire che pesca nella bellezza melodica e ci pesca a piene mani, senza lesinare. Me ne accorgo, come sempre, quando corro. Allora la percezione della musica è più vivida, meno velata. L’altro giorno correvo con la città di Londra nelle orecchie ed ero in mezzo al Parco di Aguzzano immerso nel verde preprimaverile, con tutte le sue seduzioni, ma ero anche - potenza della musica - catapultato a respirare gli odori e gli umori di Londra. Di una Londra che ancora mi parla, rivista pochi mesi fa, pur se di sfuggita, assaporata proprio… di corsa. 

Ora, sarà banale dire che ogni luogo è un luogo del cuore, è come una categoria. Nasconde un assoluto. Un modo specialissimo ed unico e fragrante di intendere le cose e i rapporti. Come se tutte le cose, tutti i significati, vengano segretamente rinegoziati in ogni specifica posizione del globo. Sì, ovvio, i nomi delle cose son gli stessi. Ma l’essenza delle cose prende un tono, un colorito, diverso, specifico. Ecco perché viaggiando si impara sempre molto. 

Corro nel parco ma anche su una banchina del porto di Londra (la sinistra, per la precisione). Complice il lavoro che in pieno accordo con il titolo, presenta in apertura una coppia di canzoni squisitamente geografiche, e musicalmente magnifiche, come appunto London Town, la title track, e Cafe on the Left Bank. Non conosco molte canzoni geografiche riuscite, ma queste senz’altro lo sono. Del resto il baronetto McCartney è inglese fino al midollo, e il suo gruppo è perfettamente credibile nel dipanare questo materiale verso le mie orecchie. 

E allora sei nel clima di Londra, puoi sentire la pioggia d’argento cadere sul  selciato sporco di Londra, oppure ti trovi di botto in un Cafè sulla Left Bank, sorseggi un vino comune, “toccando con gli occhi tutte le ragazze” (a volte capita, eccome se capita, siamo fatti di carne, dopotutto). Curioso, il senso di Londra mi arriva anche se non comprendo tutte le parole: è la musica, il tono di voce, gli attacchi e i ritornelli, è l'insieme che me lo porta. 

E’ nel mezzo di I’m Carrying (come Yesterday, come certo Battisti, ha bisogno di una chitarra e basta per rivelare la sua innervatura di semplice meraviglia) che mi prende come una folgorazione. Correndo mi si appiccica addosso una frase, che non avevo mai ascoltato bene

And if my reappearance lacks a send of style...

e invece stavolta mi colpisce come un’ombra poetica, come quando le parole si incastrano bene per evocare il mistero che sempre c’è dietro e che spesso la banalità del parlare uccide. Quello davanti al quale il cuore si calma e si meraviglia insieme.

Continuo a correre, alternando corsa vera e propria a passeggiata. Di solito nelle canzoni più belle riesco a correre di più, non sento la fatica.

London Town scorre e Children Children è un piccolo incanto che mi porge, una favola delicata cantata dal miglior affabulatore: dice che c’è spazio, c’è ancora spazio per la magia, per l’imprevisto, per la dolcezza trasversale nelle cose.

Girlfriend è easy listening di alta fattura (intanto sono arrivato al bordo del parco, dalla parte di San Gelasio, giro e torno giù), elegante e patinato anche se non pesca molto in basso, si accontenta di una navigazione di superficie. Si può anche ascoltare, con un sorriso.

Dopodiché le cose cambiano, improvvisamente. Attenzione, se siete arrivati fin qui, ecco il meglio. 

Qui le cose cambiano.

Famous Groupies e subito dopo Deliver Your Children sono un brivido continuo, una condizione estatica prolungata su diversi minuti. Grandissima arte, mestiere, perizia. Gioia delle note, gioia di fare musica. Li percorro correndo, bevendomi la musica che entra dagli auricolari, viene processata, va subito in circolo, allenta la tensione dei pensieri, scende nei muscoli, scioglie l’indecisione e contrasta il dubbio che avvelena, riporta energia negli arti. 

E’ pazzesco, a pensarci, che dopo le vette di Deliver Your Children arrivi un puro divertissement - esilissimo e divertito - come Name And Address. Non è certo ricco di sfaccettate profondità, il testo.. 

If you want my love, leave your name and address

Ma va bene, è un viaggio non solo dentro Londra, ma tra il sublime e il banale. Come in un vero viaggio, devi essere disposto ad incontrare tutto. Anche canzoni come queste sono comunque riscattate dal fatto che senti che si divertono, questi suonano e si divertono - e questo divertimento arriva fino a te, è contagioso.

Don’t Let it Bring You Down è una ballata dolce e suadente, quasi accorata nella sua dolce, insistente perorazione...

When the price you have to pay is high

Don't let it bring you down

Ecco a questo punto accetto tutto, anche Morse Moose And The Grey Goose che chiude il disco, per dire. Beh se vogliono fare un pezzo così, vorrei dire, ne hanno facoltà. 

Io intanto smetto di correre, è ora di rientrare a casa. Lascio il parco dietro le spalle. Il parco che oggi era collegato con Londra, per questi misteriosi canali spaziotemporali che si aprono e chiudono continuamente.

Bizzarrie di un universo, come il nostro, ordinario solo in apparenza.

 

 



domenica 9 marzo 2014

Sailing

Salpare. Smetterla con questa vista già ben saputa, di barche ormeggiate al porto: alzarsi ogni giorno, colazione e quotidiano e chiacchiere per convincersi che no, oggi forse fuori c’è maretta, meglio non muoverci. Aspettare, non rischiare più di tanto, rimanere in porto…. Invece no. Salpare. Andare in mare, perché la barca è fatta per questo. Vivere ogni situazione fino in fondo, vivere sempre intensamente il reale (L'unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre intensamente il reale, senza rinnegare e dimenticare nulla dice Don Giussani, e quanto viene dimenticato quando non fa comodo al nostro gioco di sponda, di piccole infelicità covate, di quieta invidia per una vita piena).

Sea 67911 1280

Vivere sempre tutto, anche gli sbagli viverli - quando capita di sbagliare - e poi si può comunque tornare indietro a chiedere scusa, a chiedere perdono. Non siamo perfetti non pretendiamo da noi stessi la perfezione. Smettere di stare a valutare la robustezza dello scafo, a fare conti sterili su quanto e dove potrebbe portarci se solo ci decidessimo. No no, invece partire salpare prendere il largo. Onorare la vita che ci chiede di vivere. Sentire il vento sulla faccia lo spruzzo dell’acqua fredda e salata che ti urta ma ti fa capire ti fa sentire che sei vivo e che stai facendo quello che devi fare, vivere. 

Cast the lines away

From the dock at the harbour bay

All those cares and worries and woes

You can save them for another day

Because we're sailing, sailing

Yes we're sailing, sailing

(Mike Oldfield, Sailing)

Lasciamo la paura di sbagliare dietro, lasciamocela scorrere sulla pelle e disperdersi nel vento. Paura di sbagliare? Ma  certo che sbagliamo, come possiamo evitarlo? Io ho sempre fatto solo sbagli ma uno sbaglio che cos’è cantava Lucio uno dei grandi della nostra canzone (uno dei due grandi). E anche un tipo che magari non è stato sempre nelle mie preferenze musicali, Noi siamo liberi, liberi, liberi di sbagliare siamo liberi liberi di volare… Che poi uno che ha scritto una canzone come Sally e soprattutto l’ha affidata alla Mannoia, che gli vuoi dire… 

Ora stavo pensando comunque che la frase di Vasco liberi di sbagliare mi piace molto molto di più di una frase che uno potrebbe dire liberi di far ciò che vogliamo … Sì la seconda mi sembra più fredda, liberatoria solo in apparenza. Perché nella prima si sente la presenza di un sistema di riferimento, nella seconda, nell’apparenza di una permissività globale, in realtà c’è il triste segno di un nichilismo sconsolato, per dire alla fine è tutto uguale, siamo soli… Orribile a dirsi, orribile e invalidante solo a pensarsi. Lo sbaglio è più dolce della tentazione dell’autonomia perché c’è qualcuno (o Qualcuno) che ha cura di te, non è tutto freddo e uguale, c’è una strada. Come dire, vivere e (anche) sbagliare sapendo che c’è comunque un papà che ti guarda, che ha cura di te, non è la stessa cosa che far quel che ci pare perché tanto a nessuno importa di ciò che fai (purché non lo disturbi). Io la leggo così. 

Comunque questo è anche per salutare il ritorno di un mio vecchio amico, uno di quelli con cui ho condiviso tanti anni. Uno di quelli che quando serve è sempre lì, a volte non sai cosa dire ma non fa niente, lui non ha bisogno di parole ti offre la sua musica e tu lasci che sia lei a parlare, lasci che sia il suo ritmo a scaldarti il cuore quando sente freddo (I let the drums do the talking, cantava Nik Kershaw tanti anni fa, in uno splendido pezzo). Come un riepilogo veloce - quando ne avessi bisogno - del fatto che le cose belle ci sono, esistono

Mike Oldfield è così. Uno di quelli che ha fatto sempre musica della più varia possibile, dai pezzi sinfonici alle suite progressive fino alle canzoni più commerciali. Ma l’ha fatto e lo fa a modo suo, personalissimo (come ogni vero artista) e io riconosco e leggo e avverto il codice sottotraccia che attraversa tutta la sua produzione, dai pezzi ambiziosi e folli e fantastici come Amarok alle canzoni - se vogliamo - più radiofoniche come quelle di Man on The Rocks. Il messaggio di speranza  (parola forte eh) che passa in tutta la sua produzione, mi arriva nelle cellule, le riorganizza, riattiva le dinamiche virtuose sopite, mi rimette in assetto, mi restituisce un po’ di allegra baldanza.

E’ musica - finalmente! - non intrisa di relativismo o nichilismo, è musica che dice quello che il tuo cuore cerca, esiste e lo dice in ogni nota, lo dice in una canzonetta con voce e chitarra o in un pezzo complicatissimo e progressivo. Ti dice che puoi navigare, che è bello navigare, perché la vita in fondo è buona. Ti dice che in fondo vale la pena. E’ semplice, non so come è, ma l’avverto subito. Ascolto due o tre note in fila, la sua chitarra, e avverto sempre questo messaggio, vale la pena. E così lo avverto in questo ultimo lavoro. D’accordo, sono canzonette (ma di che qualità, comunque), se proprio volete dir così. Ma la struttura interpretativa del reale che trasmette, è quella che più mi fa bene, mi costruisce, mi fortifica. 

Bentornato.