domenica 26 gennaio 2014

Sinfonia

Ora so che sono necessaria… alla sinfonia

Mi è venuta in mente l'altra sera al concerto questo passaggio della antica e bella canzone di Kate Bush, Symphony In Blue. La posizione, intanto. La posizione è stupenda, in settima fila in platea. Così vicino che veramente il concerto diventa un vero e proprio evento. Cioè, per quanto un concerto dal vivo sia comunque un evento, anche ascoltato dall’ultima fila in galleria, è indubbio che in questo modo si gode di una posizione privilegiata, si fruisce il concerto in modo diverso.

Sarà banale, ma non te ne rendi conto fino a che non ti capita. Non ti siedi davanti e hai tempo di capire, prima che il concerto inizi, quanto sei vicino. Posti così costosi non li avrei mai comprati: è bello che esistano i regali, per questo. E gli amici che te li fanno: ai quali va il mio sincero ringraziamento.

E’ così, è tutto diverso.

E’ diverso nella quantità e qualità di informazioni che arrivano ai tuoi occhi. I componenti dell’orchestra, intanto: partiamo pure da loro. Li vedi, li vedi veramente. Non sono più delle figure in lontananza, sono delle persone vicino a te: dei volti, dei vestiti, dei corpi. Allora sì, li guardi entrare, li vedi prima del concerto, e sono normalissimi (l’avresti mai detto?): si scambiano qualche battuta, magari si grattano il naso, abbozzano un sorriso o fissano curiosi un punto, si mettono a posto il vestito… insomma, persone normali. Sono appunto questo, persone. Se le vedi lontane, sono come compresse in un ruolo, il loro essere persone svanisce, si assottiglia e non lo percepisci più. Sono dei puntini che suonano magari benissimo, ma ti sfugge la loro umanità.

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Non qui, non adesso.

Ci siamo. Entra Antonio Pappano, si porta al centro del palco, saluta, si gira. Un breve istante di sospensione, ed ecco inizia il concerto. E’ solo un attimo, e una magia improvvisa si propaga in tutta la sala, luminosa etera e veloce, iniziando dal primo gesto del direttore. Tutte queste persone - prima come disperse, ognuna seguendo i propri pensieri, i propri desideri, ponderando i propri crucci - ecco tutte, ad un solo gesto, tutte insieme si raccolgono, si ordinano, quasi come farebbero pezzettini di ferrite intorno ad una calamita, seguendo le linee di forza del campo. Come se un’onda invisibile e rapidissima si fosse propagata, dal centro verso la periferia.

Ora sono tutti ordinati, allineati, coerenti. Devono, perché sono necessari alla sinfonia.

Tutti concentrati su un obiettivo, un fine, Una costruzione. Perché la musica sinfonica è un lavoro comune, è un’esempio scoperto di una costruzione corale. Ognuno è necessario e ognuno può contribuire alla migliore riuscita dell’impresa, semplicemente aderendo al suo ruolo. Sia un primo violino o il percussionista, la cosa non cambia, la cosa è quella.

Il concerto per pianoforte n. 2 di Prokofiev, visto ed ascoltato da così vicino, è uno spettacolo assoluto. Grandissimo merito alla pianista, la giovanissima Yuja Wang. Ora, dire che è brava è assolutamente un understatement. Perché la realtà è molto, molto più frastagliata e sorprendente.  Bella, certamente bella la ragazza. Non molto alta, indossa scarpe con tacchi non proprio trascurabili. Ma la sorprese iniziano quando si siede al piano.

Intanto, lo spartito. Lo spartito non c’è.  

Ora, io mi rendo conto che uno possa suonare Tanti auguri a te senza spartito, potrei quasi farlo io. D’accordo. Ma non so se avete idea di cosa sia il secondo concerto per pianoforte e orchestra di Prokofiev. Io anche non ne avevo idea, prima di ascoltarlo. Di sbatterci il muso davanti, dovrei dire. Perché Prokofiev è ispirato ma anche molto muscolare, ti muove delle masse sonore addosso che non puoi facilmente scansarti. Soprattutto, non vuoi farlo, perché c’è della bella ricchezza in quel che arriva alle orecchie.

Comunque sia, è un pezzo di una complessità incredibile. Difficilissimo per il solista… ancora più impressionante che la ragazza abbia affrontato tutto senza dover nemmeno leggere una nota. La bravura è diventata ben presto evidente anche per chi non conosceva la partitura (come il sottoscritto). Ma su tutto, il senso mirabile di intesa, con l’orchestra, con il direttore, una soave e dolce sincronia che rendeva di nuovo lecito indulgere in un senso di armonia universale… 

Così, mentre il concerto si snoda, ho il tempo di scuotermi di dosso la sensazione ottusa di normalità, che troppo spesso mi accompagna. Quella per cui senza dirmelo, ho deciso che in realtà non ci sono molte occasioni per stupirsi. Quello che sta accadendo davanti a me mi costringe, almeno per qualche decina di minuti mi prende per mano e mi costringe, ad ammettere che mi sto sbagliando.

Ecco il senso di un evento. Ti sblocca dalla situazione in cui ti sei messo, ti sgancia dal tuo sistema di riferimento e ti immerge in una prospettiva più ampia, diversa, aperta. Rivoluzionaria, nel senso del sommovimento delle tue consuetudini, dei tuoi rapporti di forza interni… l’arte è sempre rivoluzionaria. E uno può uscire anche più contento.

E non c’è niente di così rivoluzionario, come una persona contenta. 

venerdì 24 gennaio 2014

Viaggio

D’accordo, ci siamo. Finalmente ci siamo. Pur con tutte le esitazioni, le cautele, possiamo dire che il tuo viaggio è cominciato. O meglio, tu sei sempre stato in viaggio, è piuttosto che la meta sta cambiando, è cambiata. Non si va più verso il tentativo di perfezione, ma verso l’accettazione incondizionata di sé stessi. 

Piena, pacata, amorevole, dolce, docile, sorridente…

E’ il primo passo, per qualsiasi cosa, qualsiasi obiettivo. E intanto, ti godi di più il viaggio. Ti godi il viaggio… ecco appena curvato, appena preso questo sentiero, le cose diventano più dolci, le persone, le situazioni… ecco il lavoro da fare, accettare sé stessi, e tu stai lavorando… lo vedi, che stai lavorando, da come cambia il mondo intorno a te. Tornano i colori, gli odori. Tornano le sfumature, le dolcezze nascoste… il freddo viene temperato da uno strano, seducente calore.

Certo, ci saranno tante deviazioni, tanti momenti di salita, tanti momenti in cui ti troverai a terra. D’accordo, mettiamo in conto tutto ciò..  Ma che gioia pensare che il sentiero sia questo… che pace, che semplice letizia nel riflettere su che strada hai finalmente intrapreso (che richiede baldanza, coraggio, fiducia)… probabilmente, ecco, la strada che porta a casa, che davvero porta a casa...

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Ed è un cedere, una resa, in un certo senso. La resa a cui sei chiamato, che rende tutto dolce, saporito, colorato.

Dal male ho ricavato molto bene. Il mantenere la calma, il non rimuovere nulla, il rimanere vigile e insieme l’accettazione della realtà – prendendo le cose come sono e non come avrei voluto che fossero – mi hanno portato conoscenze singolari ma anche singolari energie, quali prima non avrei potuto immaginare. Ho sempre pensato che se non si accettano le cose, esse in un modo e nell’altro ci sopraffanno; ora invece non è più così, e solo accettandole è possibile prendere posizione di fronte a esse. Anch’io voglio partecipare al gioco della vita nell’accettare ciò che di volta in volta mi offrono i giorni e la vita, bene e male, sole e ombra che costantemente si alternano, e così accetto anche la mia natura, con i suoi lati positivi e negativi, e tutti si ravviva. Com’ero pazza, io che volevo forzare ogni cosa ad adattarsi al mio volere!”

(Da una lettera di una paziente a Jung)

giovedì 2 gennaio 2014

500 parole al giorno

Questo mi piace. Se ne sentono tantissimi di propositi, di esortazioni e proponimenti per il nuovo anno. Tanto che uno non ci fa più attenzione, di solito. Oppure lo fa per un  momento appena è poi se ne dimentica. Presto. Presto lascia stare tutti i vari propositi di cambiamento e riprende la vita solita.

Ecco, la vita solita.

Che poi, intendiamoci, niente vieta che la vita solita sia gratificante, appagante, variegata, variopinta. Però c'è il caso che se tu rimani esclusivamente agganciato a cose pratiche e necessarie, trascurando i tuoi sogni, c'è appunto il caso che qualcosa non vada proprio nel verso giusto.

Temevo come la peste l’arrivo di giorni in cui si sarebbe dovuto andare avanti solo per le bambine e per i conti da pagare e magari per mantenere un modo di vita e un insieme di rapporti e cose pratiche che non sapevo nemmeno più come cavolo fossero iniziati. O meglio, sapevo bene che erano iniziati come una fluttuazioni minimale e periferiche di un entusiasmo comunque sovrastante e sovrabbondante, una positività che ci assicurava in ogni caso un riparo e un rifugio dall’aridità in agguato nelle cose stesse. (Da Il ritorno)

Un cassetto può rimanere chiuso a lungo, a meno che non contenga dei sogni. Allora sei fregato. Allora ad un certo punto ti tocca aprirlo, il cassetto. Altrimenti i sogni vanno a male e i sogni non realizzati, non perseguiti, sono davvero un peso duro da portare.

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Photo Credit: lecates via Compfight cc

Faccio una piccola digressione. Ieri sera ho visto un film insieme a mia moglie, Appuntamento da sogno!, un film leggero ma non stupido. Un film romantico - e ogni tanto (mi) ci vuole. Ad un certo punto ho ascoltato una frase che mi ha così colpito che ho dovuto acchiappare di corsa l’iPad per appuntarmela subito, tanta era la paura di perderla.

Se desideri tanto qualcosa, e non fai tutto quello che è in tuo potere per ottenerlo, in pratica stai prendendo a schiaffi la vita.

Così quando l’altro giorno ho aperto il mail con la newsletter di Jeff Goins pensavo vagamente a qualcosa di quelle che si dicono sempre, per il cambio di anni. Magari detta bene, detta in modo inusuale, convincente: Jeff è bravo in questo. Pensavo di essere in qualche modo preparato, anche (purtroppo) a leggere eventuali esortazioni con sguardo cinico e disincantato. E invece mi ha fregato - sono rimasto davvero spiazzato.

This is the year you become a writer.

Ecco otto parole di fila che mi hanno colpito come poche altre. Hanno svelato cosa volevo, cosa vorrei, cosa cova sotto la cenere, cosa mi fa respirare se non la soffoco, non la comprimo. Hanno indicato cosa volevo dal nuovo anno, e avevo perfino paura di articolare tale domanda, delineare tale desiderio. Questo è l’anno in cui tu diventi uno scrittore. 

E questo avviene in maniera semplice, a piccoli passi, con applicazione costante. Così accetto assai volentieri la sfida che Jeff lancia dalla sue pagine: 500 parole al giorno per tutto il mese di gennaio. Io ci sto. Perché ha ragione lui, ancora una volta:

...what do writers do? They write, of course.

Perché essere uno scrittore non dipende dal fatto che si è pubblicati qui o là, non è una decisione esterna. Non dipende dalle circostanze. Dipende in primo luogo da se stessi, da una azione che non coinvolge che se stessi e solo dopo -semmai - si allarga al mondo: dipende dal fatto semplicissimo di scrivere. Sviluppare l’abitudine di scrivere e mantenerla nei giorni, con tranquillità.

Questo mi piace. Questo mi serve.

A questo, io voglio esserci.