domenica 28 dicembre 2014

Disordine

Esiste una forma di disordine che è benefica, che è pulsione vitale. C'è quel senso di apertura, di salutare provvisorietà di forme e di situazioni, che fa respirare. Quel margine quasi sacro di imprevedibilità che ti porta a pensare non è tutto qui, c'è altro. 

Come se ci si trovasse di fronte non ad un fenomeno composto ed in sé compiuto, ma ad un segnaposto per la realtà, segno di qualcosa che la attraversa in verticale, che la salva dalla terribile comprensibilità di essere senza sfumature (interamente comprensibile, e dunque, limitata). 



Altrettanto chiaramente esiste un ordine che è malato, deficitario, segno di mancanza. Quell'ordine che riduce il reale alla presentazione razionale ed anzi razionalistica degli enti (appunto) ordinati, che manca di quel guizzo di creatività e mistero per far intuire qualcosa ma non pienamente.

Certe figurazioni psichiche malate possiedono un ordine apparente superiore del disordine fisiologico dello stato più sano. Certi stati fisici di massimo ordine (come i cristalli) sono segno di qualcosa di fermo, di bloccato, di statico: di morto, in ultima analisi. Mentre il disordine, il caos, può essere tipico di sistemi in movimento, in evoluzione. Non lineari, ovvero di difficile prevedibilità. Non li inquadri con un pensiero pigro, non li incaselli facilmente in qualche tua categoria bella e pronta: ti sfuggono da tutte le parti. Ci vuole una grande quantità di informazione (potrei dire, di fatica, di attenzione) per descrivere un sistema di questo tipo, ce ne vuole pochissima per descrivere uno stato di massimo ordine.

A volte quando tutto è troppo al suo posto mi sento a disagio, mi viene una misteriosa stretta al cuore. E' tutto a posto, va bene, però manca un punto di fuga, un margine di evasione, uno spazio per dire, per pensare, che questo possa essere appena il bordo, la rappresentazione di altro.

A volte un ordine è come per dire non c'è niente oltre questo mentre a volte è proprio per dire il contrario, per dire siccome c'è qualcosa di bello posso farlo riverberare anche con l'ordine. Che buffo.

Dunque un ordine è bello se funziona come apertura a qualcosa, se attraverso la bellezza richiama ad un ordine più profondo (abbastanza profondo che sfugga alla piena comprensione e catalogazione). E un disordine è bello se non è chiuso in se stesso, ma perfino nella sua provvisorietà, nella sua scomodità, rimanda ad una domanda, ad un grido.

Ha avuto una vita disordinata, si dice a volte. Forse il disordine è per questo, è un tentativo graffiante  -scomposto, se volete - di cercare un ordine nelle cose, rilevare un segno luminoso, stanare una pista. Cercare una strada di percorribilità al reale.


martedì 23 dicembre 2014

Natale. La rivolta contro il nonsenso

Vado dritto al punto. Non è la cosa più pesante del mondo, una vita priva di significato? Trovo che sia curioso come tanto spesso, tutti quanti, ci mettiamo con dedizione certamente degna di miglior causa, a scansare le domande fondamentali, ci compiacciamo di indulgere in regolamenti, in normative, in analisi di coerenza di questo e quello, nell’analisi bilanciata delle cose piccole, tanto minuziosa quanto splendidamente inutile. Perché a volte sembra che tutti, credenti e non credenti, non si interroghino sulla portata straordinaria di una proposta. O meglio, di una pretesa, come quella cristiana.

Così il rischio è che tanta gente, tanti di noi, si augurino buone festività  e passino il periodi di Natale senza capire cosa stanno festeggiando. O peggio, smettendo di chiederselo. 

Seguitemi, che prendo la cosa da un altro angolo. Facevo pensieri in questi giorni, non mi davo pace. Ci deve essere qualcosa che ci unisce, qualcosa che una volta almeno faccia piazza pulita delle barriere, degli steccati, dei distinguo. Che per carità, hanno pure la loro ragion d’essere, nessuno lo nega. Ma ci deve pure essere qualcosa di altro, qualcosa che si muove in uno spazio diverso, in un altro ordine di rapporti. 

Ecco, anche il Natale. Non si tratta certo di svuotare una festa del suo significato “scomodo”  per renderla palatabile a tutti. Certo no. Si tratta piuttosto di vedere come una cosa enorme debordi e interroghi, travalichi i pensieri pigri. Si imponga.

Ci deve essere - c’è - una nostalgia del cuore che unisce tutti. 

Cosa è il Natale se non una sfida lanciata contro il nonsenso, quella disperazione quieta che conosciamo fin troppo bene? Quel senso di andare avanti senza un obiettivo chiaro, ma sopratutto grande, enorme. Qualcosa capace di rendere ragione di tutto, di tutto. 

Accidenti. Messa così, c’è ancora qualcuno che può dire di non essere interessato? 

Piccolo U-Turn (con rientro in corsia)Pensando a questi anni, vedo questo. Siamo ancora come un esercito in ritirata. Dopo le grandi esaltazioni ideologiche, siamo rimasti scottati. Siccome una rivoluzione collettiva non è riuscita - o è riuscita solo a spargere sangue di nostri fratelli - ci siamo fatti furbi. Per così dire. Ci siamo rinchiusi. Se abbiamo capito che la salvezza non viene dall’imposizione di un nuovo ordine politico e sociale (come era nell’aria anni fa) abbiamo cominciato a credere che possa venire - semmai -  da un ambito più privato. Da una certa modalità di rapporto, dei rapporti.

E ci siamo tutti, in questa barca.

Il sentire comune permea chi crede e chi non crede. E poi anche credere non è mettersi una tessera in tasca e dire “ora sto a posto”. Tutt’altro. E’ partire per un’altra avventura. Dinamica. Non è un punto di arrivo ma di partenza. Dirsi credenti - normalmente - non mette al riparo dalle prove, dallo sconforto, dai dubbi.

Non è diventare automi. Si rimane uomini, grazie al cielo. Anzi, si dovrebbe diventare più uomini (se non si guadagna in umanità, la cosa inizia a rendermi perplesso…). 

Per questo mi sembra che quello che ci unisce, che ci può unire, è una sfida alla ricerca di senso. Una sfida, da qualsiasi posizione pensiamo - o ci raccontiamo - di partire. Quella che affrontiamo tutti i giorni, che può trovarci attenti, che ci fa ribellare ad una vita automatica. 

Propongo un breve video di Jung, qui di seguito, inserito poco tempo fa nella pagina Facebook di Darsi Pace. Jung mi piace perché si muove in uno spazio complesso, articolato, direi sano. Mentre lo spazio delle nevrosi è sempre scarno e privo di sfumature, è una verità impazzita, è tutto un bianco/nero ideologico senza toni di grigio, senza modulazioni.

Ecco. C’è una vera rivoluzione che va condotta, finalmente, ed è la rivolta contro il nonsenso. Una rivoluzione che volge all’esterno come all’interno di noi stessi. O meglio, volge all’interno per poter cambiare l’esterno. Basta poco per capire che non è minimamente in questione una qualche coerenza etica, non si parla punto di “essere più buoni”: si va davvero al di là, perché se anche la bontà o l’impegno non è recuperato nell’ottica di un senso più grande, più esteso, niente ci salverà dal cedere al cinismo, prima o poi.

Ebbene. Non so voi, ma io per Natale chiedo questo. Chiedo di capire, ma no…  di sentire, con la testa, il corpo, la pancia, le mani, le gambe, il sesso, i piedi, il respiro... che la vita ha senso, chiedo di avvertire che la mia esistenza in questo punto dello spazio-tempo non è un mero accidente casuale, un evento freddamente atomico e molecolare di uno spazio fisico in movimento perpetuo insensato ad evoluzione casuale, ma è un qualcosa di profondamente significativo per l’Universo stesso e per tutto il reale. Che attraverso di me si deve realizzare qualcosa e che nella libertà di adesione a questo io posso realizzarlo - o meglio, posso permettere che si realizzi, posso essere non artista ma appena strumento. 

Chiedo di capire che ho un ruolo e che la mia vita ha un fine.

Che posso realizzarlo, dicendo  - sussurrando appena - il mio “sì”.

Questo è il regalo che chiedo. Niente di meno. Non so come e quando arriverà e in che forma, in che pacchetto, con che bigliettino sopra, ma in fondo non è un mio problema. 

Il mio problema è appena un altro, e sta nel non dimenticarmi di chiederlo.

Questo auguro anche a voi, di cuore. Buon Natale.

domenica 16 novembre 2014

Vedere la poesia

Vi sono diversi modi per fruire la poesia. E’ vero che da sempre la parola scritta ha ammesso ed anzi incoraggiato una serie di possibili ibridazioni e contaminazioni, nella tensione ad esplorare sempre nuove potenzialità espressive.

A mostrare nuovi colori, indicare nuovi sapori, rinnovate suggestioni. 

Tutto questo è stato comunque improvvisamente accelerato dall’avvento di Internet e del relativo globale rinnovamento, del nuovo inizio che ha portato nel mondo della comunicazione. In questo senso il primo Internet (1.0 diciamo), ha fatto del testo, della parola, la sua vera chiave di volta. Le immagini erano poche ed anche piccole, perché le velocità di trasmissione e le potenzialità tecnologiche di reti e computer non permettevano certo di sbilanciarsi sul fronte della multimedialità. Chi scrive se lo ricorda, per  averlo vissuto: è stato davvero un Internet della parola (scritta).

Una stagione con delle proprietà caratteristiche, ben definite. Che è ormai definitivamente tramontata.

Ora nelle nostre reti viaggiano - con pari rilevanza e dignità - parole e suoni, luci e rumori, immagini e filmati. Ma la parola ha sempre in Internet un suo ambito privilegiato: blog (come questo), email, social network… un ampio e articolato ventaglio di possibilità. Pensate a quanto passa ancora - nonostante il diluvio di immagini e filmati - attraverso la parola. A quanto sempre sarà la parola a trasportare la possibilità antichissima e sempre nuova di modulare, di comunicare, sul livello delle emozioni. Quel livello senza il quale la comprensione stessa della realtà (a quanto ci dicono anche studi psicologici rigorosi) è al più incompleta, parziale, inefficace. 

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Vedere quindi il tempo che si dipana / nel respiro dell’acqua / con una pazienza che non è la mia

Pure, la parola si può cercare di ibridare, di sposare, con ciò che è diversa da lei. Del resto, la parola evoca sempre immagini, sempre rimanda a qualcosa altro da lei. Quando leggo un romanzo la mente lavora, elabora colori, forme, decide paesaggi, crea delle stanze, abita delle situazioni. Mentre leggo, si può dire, la mente “riceve” la sceneggiatura e costruisce il suo film. Con tanto di colori, sensazioni, sapori, immagini. A volte lo fa anche meglio dei professionisti del settore. E’ quello che nasconde lo scambio di battute che avremo sentito tutti, prima o poi: “Ti è piaciuto il film?” “Sì, ma era meglio il libro”. Tradotto, vuol dire era meglio il film che ho costruito io rispetto a quello che ho visto al cinema. 

Giocare con queste possibilità vuol dire entrare in un campo aperto ed accessibile a chiunque.

Come scrittore, rimango curioso di come il verso possa intersecarsi ed ibridarsi con le immagini, di come insieme si arricchiscano e formino qualcosa di diverso: non appena una traduzione o al limite un tradimento dell’intento poetico originale, ma proprio una cosa nuova, che vive in un territorio altro, che è simile ma differente dalla poesia. 

Questo che vado a descrivervi è appena un esperimento. L’idea è mescolare le mie parole con delle immagini, per vedere - come diceva Jannacci - l’effetto che fa. Enucleare qualche verso, una breve sequenza, una minima scansione del testo, e accostarla ad una foto. Azzardare una suggestione, un possibile percorso interpretativo. 

Per questo esperimento ho scelto Pinterest, il social network che consente di pubblicare immagini con brevi commenti, organizzate tematicamente. Ho aperto un board dedicato, dove ho iniziato ad inserire dei pezzettini del mio recente volumetto di poesie “In pieno volo”. Ogni pezzettino, ogni brano, è accompagnato da una immagine. E’ appena una scelta, tra le diecimila che si potrebbero fare. Arbitraria e suggestiva e opinabile e godibile come ogni scelta. 

Follow Marco's board In pieno volo on Pinterest.

Spero che questo spazio possa suggerire ipotesi di lettura intriganti, che possa magari spingere qualcuno ad incuriosirsi del volumetto, a decidere di leggerlo. Oltre a ciò, quello che mi piacerebbe è aprire anche ad altri la stessa possibilità: fare di questo spazio un ambito comune. Mi interesserebbe molto vedere che immagini e che brani del libro altri potrebbero selezionare. In un gioco di incastri potenzialmente illimitato, dove può essere il lettore - perché no - che fa scoprire qualcosa all’autore, che lo stupisce.

Che gli suggerisce risonanze ed evocazioni che lui, scrivendo, non aveva pensato.

Ma questa è la magia della scrittura. Non è una cosa a senso unico, una freccia che parte dall’autore e si ferma al lettore. E’ un gioco intrecciato di rimandi, è un processo creativo a molti poli. Dove ogni persona coinvolta apporta qualcosa.

Se volete, se avete letto il libro o lo leggerete, vi invito fin d’ora ad accompagnarmi attivamente in questo  progetto. Commentate il post o contattatemi su Facebook, vi abiliterò l’accesso al board. Scegliete dei versi da In pieno volo e condite con una immagine di vostra scelta. Sarò curiosissimo di osservare gli accostamenti. Di imparare qualcosa di nuovo dalla vostra creatività, e (anche) dai miei stessi versi.

domenica 9 novembre 2014

Ripartire dalle emozioni


Sogno un mondo dove
arte e scienza
non sono nemiche o
indifferenti
un mondo dove la poesia
è compagna della fisica
e dell’astronomia
e la biologia e l’arte
vanno a braccetto
e ogni cultura ogni
curiosità e voglia
di sapere 
e di sapersi
è di nuovo unica
di nuovo unita
e pacificata
e l’uomo
è al centro -
le sue emozioni
sono al centro
sono il fulcro
il punto focale
la base e sempre
il ritorno.
Sogno di dedicare
la vita a questo
di vivere
da ora in poi
di vivere
per questo.


venerdì 17 ottobre 2014

Un luogo di ricominciamento

Pazienza, perseveranza, umiltà e coraggio… L’ho segnato sul mio tablet, domenica mattina, cercando di trattenere qualche “indicazione operativa” per avviare il lavoro personale.
L’entusiasmo dell’inizio infatti, so bene come è, è bello e confortante - il luogo del ri-cominciamento ha qualcosa di magico e brillante, al suo interno - ma va nutrito e rinfocolato ogni giorno, altrimenti darsi pace rimane un bellissimo anelito ma il lavoro concreto rimane sempre “dietro”: dietro a qualcosa che appare sempre più urgente, foss’anche “girare il sugo” come diceva Marco (quando del resto s’era ormai fatta ora di pranzo…). Del resto con quattro figli, una moglie, un lavoro, uno gli impegni non se li va a cercare. Ti trovano loro: puoi stare tranquillo. 
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Come un possibile ritorno...
Lunedì mentre la mia Paola si sottoponeva al suo piccolo intervento in day hospital (tutto bene, grazie al cielo), ero lì in sala d'attesa: sotto di me una meravigliosa veduta di Roma che si svegliava pigramente alle prime luci del sole, accanto a me il mio volume Darsi Pace, rispolverato per l'occasione (vuoi vedere che stavolta il lavoro si fa veramente?), un po' di sonno per l'alzataccia, ma tanta voglia di mettersi all'opera. E un senso sottile me piacevole, confortante: come di una nuova nascita. Come di un possibile ritorno.
Più riguardo a Darsi pace
Ritorno. Marco Guzzi l’ha scritto sulla lavagna, domenica mattina, come prima cosa: sulla lavagna della sala Zatti dell’Ateneo Salesiano. Primo incontro della prima annualità dei gruppi Darsi Pace. Così, La via del ritorno. E mi ha colpito subito, come fosse un messaggio personale, un codice cifrato rivolto specificamente a me. Il mio tentativo letterario più ambizioso, il mio romanzo, l’ho proprio chiamato “Il ritorno”. Non ci credo alle coincidenze, non ci credo più. Tutto ha un senso. Non in generale: un senso per me, adesso.
Il sole è ormai alto, Roma è sveglia. Da qui, da questa collina, è come se si abbracciasse tutta quanta. Si potesse quasi amare tutta, lei e le persone che la abitano. E lo stato di forzata attesa, favorisce quest’idea della lettura meditativa. Passare e ripassare sulle stesse frasi, fino a farne uscire il succo, a sentirne il gusto, percepirne – almeno un po’ – la carica terapeutica.
Passare e passare sulle stesse pagine: ma perché? Per una cosa di pura esperienza, perché in questo momento mi fa bene. Esperienza: di discorsi – anche giusti, soprattutto giusti – ne ho a sufficienza. Basta, basta per carità. Che poi uno sperimenta l’amarezza dello scarto tra i discorsi “edificanti” e il tono generale della vita, o di tanta vita. Basta discorsi. Esperienza, ci vuole. 
E l’esperienza di avere questo libro vicino, da prendere e riprendere, durante l’attesa, è buona. Conforta, riscalda. Dona una prospettiva di senso, anche se ancora potenziale.
Poi l’attacco dei dubbi (lucidamente preannunciato da Marco) avviene, strisciante ma concreto: sono troppo vecchio, troppo giovane per questo lavoro? Sto troppo male (che direbbe la mia psicologa...), troppo bene? E il più destabilizzante, “ma quante complicazioni: non basta pregare?” Dubbi che mi trovo ad affrontare anche nel lavoro proposto dal movimento al quale mi sento prossimo, quel  luogo dove - nel lontano 1984 - ho inaspettatamente scoperto che la fede può essere una cosa interessante, e perfino conveniente. 
Lavoro, che mi appare così, ora: vicino e compagno di quello indicato in Darsi Pace
Una possibilità, l'inizio - appena - di una verifica, che andrà fatta nel tempo. Del resto, tutto richiede una verifica empirica, nei giorni: niente è acquisito una volta per tutte, niente risparmia dalla condizione di ricerca. Anzi ogni evidenza, ogni luce nel cammino, di solito fa questo, rilancia...

Un possibile ricominciamento. Datato domenica 12 ottobre, anno di grazia 2014.

mercoledì 8 ottobre 2014

Uomo e donna (in fila al casello)

Mentre sto per uscire dal casello, noto la fila dall’altro lato. Come a volte accade all’ingresso Telepass, una macchina ha problemi ed ha bloccato la fila. Un coro di clacson splendidamente  strutturato e denso, armoniosamente compatto, arriva spavaldo e perentorio alle mie orecchie. Proprio mentre sarebbero occupate ad ascoltare la splendida versione di Blood of Eden di Peter Gabriel interpretata in modo attrattivamente personale da Regina Spektor, nel disco - ruvido, imperfetto, tenero, bellissimo - And I’ll scratch yours, .

Ebbene, per qualche motivo il contrasto così eclatante tra lo struggimento per la ricerca di una profonda armonia - che è poi l’oggetto della canzone - e la rabbia veicolata dalla nota strutturata dei clacson sovrapposti mi colpisce, come evidenza solare. Mi fa balzar fuori da quella sorta di fastidioso inganno in cui abito per la maggior parte del tempo. Quello che mi dice che tutti sono felici e soddisfatti a parte me. Che solo io ho momenti di frustrazione, insoddisfazione, di misteriosa tensione, di dubbi esistenziali, laddove quasi tutti (ammetto solo piccole eccezioni) continuano tranquilli e paciosi nel lavoro dell’essere appagati dal loro stile di vita, senza più perplessità o problemi, salvo palesi avvenimenti esterni che arrivino a perturbare tale stato (lavoro, salute, etc).

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Siamo come bimbi in cammino, dopotutto...

Eh già, perché qualcosa non mi torna. Stavolta, lo devo ammettere. Se siamo tutti contenti e soddisfatti (a parte me, sempre in cerca di qualcosa che a volte non so neanche definire) come mai ci arrabbiamo tanto facilmente?

I saw the darkness in my heart

I saw the signs of my undoing

Forse non sono così solo nella mia condizione. E pensarlo mi fa bene. Non sarà - mi dico - che già il fatto di ammettere che uno possa stare così così, riconoscerlo senza drammi, già questo aiuta a vivere meglio? Se non essere sempre felici non è un problema, magari ti rilassi e intanto questo fa bene.

Siamo d’accordo, poi lo struggimento di certe parole non ti aiuta, nell’acquietarti. Regina le canta in maniera molto diversa da Peter, quelle parole, ma attraverso la sua ugola acquistano una limpidezza nuova, una evidenza quasi lancinante...

In the blood of Eden lie the woman and the man

With the man in the woman and the woman in the man

In the blood of Eden lie the woman and the man

We wanted the the union oh the union of the woman, the woman and the man

E così lo struggimento rimane e avverto anzi uno scarto formidabile tra quello che avviene intorno e quello che ora Regina sta cantando. E non posso farne a meno, mi domando come mai. Chi dei due stia sbagliando. O quelli in fila al casello - fatta da tanta gente come me - o lei che canta di una armonia così dolce, che sembra quasi una armonia perduta. Irraggiungibile, forse. Che non riusciamo più ad afferrare… 

My grip is surely slipping

I think I've lost my hold

Yes, I think I've lost my hold

I cannot get insurance anymore

Allora? Allora mi accorgo semplicemente che non riesco a tenere insieme le cose, non riesco a salvarne una o l’altra. Non riesco a decidere chi ha ragione, e chi invece me la sta raccontando. 

A meno che …

… a meno che non possa riuscire a salvarle entrambe. A salvare l’impazienza dell’uomo, la mia impazienza, guardandola con un nuovo, rinnovato moto di simpatia. Facendomi prendere dall’affetto per l’umano e per tutte le sue manifestazioni, che poi - in fondo in fondo - sono proprio le mie. Ecco, finalmente. Perlomeno capisco quello che ci vuole. Lo sguardo affettuoso sopra tutte le tensioni e le imperfezioni, che sono completamente le mie.

Cioè, invece di tentare di essere al di sopra di tutte queste cose - tipo, le gente che suona il clacson e  la gente impaziente e incoerente e che va avanti piena di errori e difetti… riconoscere di esserci dentro, di esserci dentro fino al collo. E dunque, intanto, smettere di agitarsi per uscirne fuori. E iniziare, invece,  a guardare questa cosa - questa dolente fragile coloratissima umanità che ho dentro ed intorno - con calore e con simpatia. Con affetto.

Oggi, più che mai forse nella storia, la certezza di cui l’uomo ha bisogno non è appena una comprensione intellettuale, dogmatica delle cose, ma (…) una conoscenza affettiva della realtà (Davide Prosperi, in “Non sono quando non ci sei”, Giornata d’inizio anno degli adulti e degli studenti universitari di CL)

Perché l’umano è veramente una cosa grande, una cosa meravigliosa. Le nostre imperfezioni sono gemme. Sono gemme perché siamo voluti bene, che è l’unica ipotesi ragionevole, che è l’unica cosa che conta. Perfino l’incoerenza può sfavillare, se siamo voluti bene.

Perché poi, appena me ne accorgo, anche il dolore per questa misteriosa rottura di simmetria, penetra nella canzone e ne informa di sé la melodia, le parole

Is that a dagger or a crucifix I see

You hold so tightly in your hand

And all the while the distance grows between you and me

I do not understand

Che a volte la distanza cresca tra te e me, nonostante tutto lo sforzo che noi persone civili possiamo produrre, personalmente lo prendo come la sconfitta esistenziale di Cartesio (mi perdoni l’esimio filosofo).

Battuto, non serve nemmeno la moviola in campo: è plateale, la sconfitta.

Cioè che basti indagare e quantificare a sufficienza le cose (immergere tutto in un bel sistema di assi cartesiani, appunto) per fare chiarezza, sistemare le cose come se fosse semplicemente un problema di sapere di più (la sottile tentazione della manualistica, potremmo dire). Essere analitici, scientifici. Mentre invece di ottenere chiarezza - paradossalmente - va a finire che le incomprensioni crescono, le distanze esplodono. Mi ricorda qualcosa come la Torre di Babele. E quello che è peggio, cadiamo nell’errore di ridurre questo a fatto privato, a chiederci cosa non va...

Un grandissimo errore della cultura del nostro tempo, fonte di un notevole aggravio della sofferenza individuale, consiste proprio nella privatizzazione delle problematiche esistenziali, nella loro riduzione psicologistica a fatti privati appunto, privati del loro sfondo umano, che è sempre universale, ampio, comune e condiviso, come il tessuto delle nostri carni, fatto del filo delle medesime sostanze di cui sono fatti la terra, i cieli, e le stelle. (Marco Guzzi, Lettera ai miei figli sulla bellezza del matrimonio)

Smarrito lo sfondo globale, è ancora più facile perdere chiarezza… 

I do not understand...

Così il non capisco guadagna strada e la mancanza di una connessione emotiva lacera dolorosamente ogni tentativo di ricomposizione. Il non capisco cerca una soddisfazione razionale quando una strada per la risposta viene da altro, sospetto, da qualcosa di inedito, come una nuova tenerezza.  Più che necessaria in questo tempo.

E’ un’opzione, in ultima analisi. Un’opzione del cuore. Da questo dipende la mia percezione, di una violenza o una tenerezza. Intorno a me, sul tuo volto. Nelle tue stesse mani. Se sei qui per farmi del male o per amare. Per una lista di torti e ragioni che ultimamente mi inchioda, o per una tenerezza. Dipende ciò che vedo, da come lo vedo, perché delle mille possibili rifrangenze interpretative della realtà, mi riviene addosso quella che risponde al mio atteggiamento del cuore.

L’osservatore non è mai neutro, è sempre coinvolto. La fisica l’ha scoperto relativamente da poco, la saggezza umana lo sa da sempre.

Cosa tieni in mano: una lama, o un crocifisso. O meglio, cosa vedo (I see) nella tua mano?

Is that a dagger of a crucifix I see

E guardare con affetto allo stato di devastazione emotiva che a volte sento dentro di me, iniziare a guardare proprio con tanta tenerezza allo iato tra quello che sono e quello che correi essere, è veramente una conversione piacevole e necessaria, un lavoro che rende di nuovo la vita interessante.

Sì, è un lavoro, che può essere lungo, che chiede pazienza. Che chiede di riconoscere ed accogliere la propria ferita, risalendo - meglio se con un aiuto esterno, psicologico, spirituale - al punto in cui il dolore è più forte. Al punto in cui siamo stati davvero feriti. Scavando pazientemente fino a ritrovare quel punto infiammato, riconoscerlo, accoglierlo, e avviare un risanamento. Mettersi in cammino.

La vera rivoluzione è apprendere la tenerezza (prima di tutto verso noi stessi).

Così torno a giocare e mi piace la musica e Regina canta di qualcosa di cui finalmente posso concedermi la tenerezza, la tenerezza che ogni momento potenzialmente porta con se, se solo accetto di essere in cammino (troppo rivoluzionario questo pensiero, dovrò accontenterai di capirlo piano piano, semmai). E così riesco a salvare tutto quello che accade, la canzone e l’accordi di clacson multipli.

Che poi - ve lo posso confidare - per un istante hanno suonato quasi in armonia con le note della canzone, creando un effetto incredibile ed inaspettato. Davvero, ve lo assicuro: come se melodia e rumore si fossero accordati in un unico momento di perfetta consonanza.

Vorrà pur dire qualcosa.

domenica 21 settembre 2014

Fede

La fede cristiana ci riporta cioè ad una esperienza del tutto ordinaria, quella in base alla quale noi nasciamo e cresciamo attraverso la parola umana, e specialmente quella parola benevola e amorevole che dice Bambino mio, quanto ti voglio bene e se non ce lo dice con pieno affetto noi soffriamo da morire: Questo è il rapporto di Dio con l'uomo: DIo parla con l'uomo bene-dicendolo, e parlando con lui con amore incondizionato gli forma una identità spirituale libera, lo risana da tutte le male-dizioni familiari e storico-culturali che lo hanno ferito... 

(Marco Guzzi)

Così la fede calma e soddisfa il bisogno di amore e protezione che ti porti dentro, viene a levigare quella ferita che segna i rapporti con le persone, con le cose. Quella ferita originata tanto tempo fa, che ti porti ancora appresso, che segna i rapporti con il mondo e con le cose. Non è niente di automatico: è’ una sfida, per cui ogni volta bisogna ripartire. Ogni volta e sempre si può ripartire. Ogni mattina si può dire di no (anche se magari gestiamo diecimila attività parrocchiali o di gruppi cattolici, movimenti) oppure dire di sì. In fondo, mi dico, quello che conta - quello che ora serve - non è tanto l’enunciazione teoretica di alcune verità, ma il lavoro che facciamo su queste.

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Per guardare il mondo con amore, serve questo, appena questo, sentirsi amati...

Così vedo le cose, e  possiamo ben dire che non è la prima volta che su questo blog si ragione intorno a questi argomenti. Eppure ogni volta che ci ritorno, mi sembra di illuminare la cosa da un angolo leggermente diverso (come il satellite GAIA, che vedrà una stessa stella anche settanta volte, ogni volta portando nuovi dati, così possiamo fare qui, per quello che ci preme di più… )

Queste cose le scrivo qui per me, in fondo, e fanno parte di qualcosa non sistematizzato, ma in perenne ebollizione interiore. Le scrivo per me per coltivare e far crescere un luogo dove io possa riflettere su me stesso e sentirmi a mio agio. Un luogo che penso in questo modo, morbido e conciliante. Un luogo dove le parole non servono a ferire, a distinguere, a separare: ma servano innanzitutto per guarire. Sempre da Marco Guzzi, prendo in prestito un’altra frase: 

.. La scrittura, infatti, possiede di per sé un'incredibile potenza di autoconoscimento e di guarigione.

Ci vedo dei colori pastello, leggeri. Ci vedo l’idea di un tranquillo pomeriggio di sole, vissuto al riparo di un fresco pergolato, magari. Una casa riparata e tranquilla, ma non isolata. Qualcosa costruito con le parole, parole di guarigione...

Fateci caso. Le parole che guariscono sono sempre quelle che intendono correttamente le cose. Tante cose sono state dette sulla fede, tanto alto è il rischio di fraintendere, di restare imprigionati in definizioni sbagliate, limitanti, castranti. Quella di Marco Guzzi che ho messo in apertura, fa risuonare qualcosa di bello in me, tiene vivo e zampillante un desiderio buono di pace e di assestamento psicologico costruttivo, di superamento di tutto ciò (laico o clericale che sia stato) che mi ha fatto male, mi ha ferito… un desiderio dolce di guarigione, appunto. 

Perché il punto è questo. Mi accorgo che la fede viene vista da molti come qualcosa… che non è. Come se un cristiano (o un buddista, un induista, se volete) dovesse avere un ricettario, una lista di cose che non può fare, di curiose limitazioni - come se fosse uno che vuole complicarsi la vita. Invece vuole semplificarla, vuota gustarsela. Senza starsi a tormentare troppo per il fatto che siamo limitati, che possiamo sbagliare. Peccato, davvero peccato,che ti fanno credere che per gustarla devi starci lontano, dalla fede… 

Insomma, cosa è per me, la fede? La fede è - anche - la possibilità di scorgere un significato in ogni cosa e in ogni circostanza. E’ non giudicarsi (io non giudico nessuno, neanche me stesso, diceva Don Giussani), è essere lieti di essere amati, come si è (anche se io sono un mucchi di letame, Cristo è più grande del mio mucchio dl letame, sempre Giussani).

Su tutto, sapere… sentire… che io sono amato, adesso.

Sapere che mi posso rilassare, perché sono molto, molto amato. 

Ecco il punto. Ecco il punto vertiginoso fondamentale dell’universo. Essere amati.

E’ tornare a giocare col mondo, come si faceva da bambini. Perché si giocava fino a che si pensava, si intuiva, che tutto avesse un significato. Che ci fosse una presenza buona a proteggerci, a tirarci fuori dai guai, qualsiasi cosa avessimo combinato. Quando abbiamo bevuto il veleno che - a volte con le migliori intenzioni - ci hanno somministrato (niente ha valore, tutto è opinione, niente esiste in fondo, tutto è appena una accorta flessione del discorso), ecco che abbiamo anche immediatamente smesso di giocare. Magari abbiamo detto sì sì, così stanno le cose, siamo adulti, siamo cresciuti e - fateci caso - abbiamo smesso subito di giocare, di divertirci.

Senza la fede la vita ti diventa una cosa dannatamente seria. 

Ora a me pare una cosa, cioè che a volte siamo così impastati di questo veleno, credenti e non credenti, che si dura una fatica da matti. Ogni giorno dire e ripartire, rifiutando il nichilismo e la sottile (più o meno quieta) disperazione. Ogni giorno scegliere di appartenere...

Al fai ciò che vuoi perché niente ha valore in sé preferisco il Ama e fai ciò che vuoi di Agostino.

C’è un abisso, in mezzo. Grande come la possibilità di avere un cuore - di nuovo - lieto.

Poi non facciamo noi le cose, anzi se ci mettiamo di mezzo noi, di solito facciamo guai. Perché abbiamo questa tentazione di decidere noi, di voler sistemare noi, di non lasciarci andare, di non affidarci. Di pensare che ci sia sempre un’alternativa più furba. Penso che sia una tentazione nota ai praticanti di ogni religione, di qualsiasi forma di spiritualità. 

Tanto che sempre Giussani, individua proprio qui la drammaticità della vita: “La drammaticità della vita consiste nella lotta tra la pretesa affermazione di sé come criterio della dinamica del vivere e il riconoscimento di questa Presenza misteriosa e penetrante” (citato in Vita di Don Giussani di Alberto Savorana, al Capitolo XVI).

Questa drammaticità, d’altra parte, fa sì che venga perennemente chiamata in causa la nostra libertà. E che nessuna adesione sia mai un atto meccanico ed automatico, come una sorta di tessera acquisita una volta per tutte - ma qualcosa che va scavato ed indagato sempre. 

La cui convenienza, appunto, è da ricercare ogni giorno. Così che uno si butta, idealmente, nella vita e fa la verifica. La verifica della convenienza della fede. 

E’ questo il cammino, mi pare di poter dire. E’ questo che può rendere la strada, una strada  bella.

domenica 14 settembre 2014

L'opzione della poesia

Sono sempre meravigliato quando cose di tempi ed ambienti diversi si incontrano così bene. Come nuove cose e nuove possibilità rendono presente una cosa antica. Una cosa non fatta per questo ma che trova inaspettato segmento espressivo in questa nuova possibilità.

Lo so, non ci avete capito niente. E avete ragione. Mi spiego con degli esempi. Tipo, ecco: l’algebra di Boole. Squisitamente teorica fino a quando non ci si è accorti che andava benissimo per i calcolatori. Anzi, era necessaria per i calcolatori. O tipo la poesia. Certa poesia. Come le poesie di Saffo. Frammenti brevi, istantanei. Antichissimi. Ma anche molto, molto moderni. Non so se vi capita di leggere Saffo e sentirla più moderna - poniamo - di un sonetto del Guinizzelli. Prendete Lo vostro bel saluto e ‘l gentil sguardo.

Intendiamoci, è molto bella. Ma ecco, facciamo un rapido (e certo non esaustivo) esperimento: accostiamo appena un verso del Guinizzelli

Per li occhi passa come fa lo trono,
che fer' per la finestra de la torre
e ciò che dentro trova spezza e fende

dove parla della “potenza” dello sguardo dell’amata, con un frammento di Saffo, sempre dedicato allo sguardo

Rapita
nello specchio dei tuoi occhi
respiro 
il tuo respiro.
E vivo ……

Non sempre assai più moderna la seconda? Asciutta e diretta - e anche meno attenta nello stemperare l’effetto nella intelaiatura formale. Ovvero, libera dalle forme, con un contenuto che ti arriva addosso subito, e capisci a botto quello che vuol dire. Antica e modernissima, in un certo senso.

Più moderna di Guinizzelli, oserei dire.

O di un Foscolo, un Carducci. Per capirci.

Insomma, è moderna perché - come ci è arrivata a noi - è frammentata, diretta, decisa. Breve. Non è formale. Ed è moderna perché si sposa benissimo con il modo moderno di (uso una brutta parola) consumare l’informazione. In altre parole, è moderna (anche) perché si trova perfettamente a suo agio su di un libro come su di uno schermo dell’iPhone.

Come gli haiku, per dirne un’altra. 

L’ho scoperto soltanto da poco, da quando ho iniziato a leggere (e scrivere) su Wattpad. Che detto tra noi, mi sembra sempre più un modo efficace e moderno di scrivere per dispositivi mobili (certo anche per computer, ma è sui tablet o sugli smartphone che rende al meglio). 

Sì, è così: l’ho capito bene soltanto oggi. Leggendo una raccolta di Haiku su Wattpad, tramite l’iPhone, appunto. Portandomela appresso e approfittando dei tempi morti per tornare a leggerla.

Ora, apriamo una piccola parentesi. Non so voi, io pur nelle giornate più convulse, incontro sempre dei tempi morti. Ovvero, dei momenti in cui sei un un posto A aspettando l’evento B (un incontro, l’apertura di un negozio, l’orario di una visita). Certo, puoi consultare Facebook. Spedire foto di appetitose pietanze su Instagram. Ma dopo un po’ rimane un senso di stanchezza, di tedio, perché rimani sempre su uno strato orizzontale. Non vai nel profondo. Come puoi fare con la letteratura, o la poesia.

L’arte affonda in verticale, è un balsamo. Deframmenta il tuo hard disk celebrale. Unisce. Guarisce.

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Ormai si può leggere ovunque, in ogni momento...

Certo che nelle piccole pause di solito non apri Guerra e Pace  oppure Il dottor Zivago, di solito (sopratutto su uno smartphone con schermo da quattro pollici): capace che prima che ritrovi il punto in cui stavi, l’attesa è finita. Poi comunque devi caricare in memoria una situazione, un antecedente, ricordarti cosa stava succedendo. Ma un haiku, o un frammento di poesia di Saffo, non ne hanno bisogno. Quelli in un istante ti possono dare accesso ad una dimensione verticale. Che ti radica più sul terreno, cioè in quello che fai.

In un certo senso la compattezza, la brevità, sono favorite dai nuovi media: ormai ragioniamo per serie di tweet. Però questo non vuol dire necessariamente rinunciare alla profondità. Sopratutto non vuol dire sempre consegnarsi inermi al processo continuo di frammentazione e centrifugazione informativa a cui siamo sottoposti.

Perché l’arte trova sempre un modo per raggiungerci. Anche forme antichissime d’arte: che inaspettatamente, si possono trovare a loro agio con la tecnologia più moderna.

E così l’ultimo, decisivo passo, è di nuovo a noi, alla nostra libertà. L'opzione di vivere distratti, o di trattarci bene, di avere cura di noi stessi. Anche, di lavorare su noi stessi (con delicata attenzione e una punta di simpatia).

Ovvero, di leggere poesia.

domenica 7 settembre 2014

Un giorno molto verde

A volte sono le cose più minute che ti fermano. Anche un titolo. Sopratutto un titolo. Di solito dall’impasse non si esce pensando. Non si sbuca fuori a botte di riflessioni.

Come in tutto, del resto.

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Più uno pensa ad un dato problema più ci si incarta dentro, usualmente: vi si incellofana ben bene. Le situazioni si stratificano, si crostificano, si congelano. Più uno pensa più perpetua la condizione presente, impedendo ad altre forze di entrare in campo. Forze che possono agire più efficacemente profittando del nostro abbandono. Abbandono: non certo nel nostro affannoso disaminare tutti i lati di una situazione, i pro e contro di una decisione.

Lasciare andare, lasciare scorrere. Permettere che qualcos’altro entri in campo. Togliersi dal posto di guida, mettersi a guardare la propria vita dal lato passeggero. Smettere di cercare di guidare, per un po’. Non ti impicciare più della tua vita che non sono affari tuoi  cantava De Gregori molti anni fa, con felice intuizione

Sento che questo è vero anche ed in particolare per loro, per le cose dell'anima.

Tutte le volte che facciamo progetti per allontanarci dai disagi, puntualmente li rinforziamo. Pensare a una vita futura migliore di quella che stiamo vivendo, ci rende più incerti, fragili, impotenti. Si possono passare anni a compiangersi, a dirsi che il benessere verrà solo quando le cose cambieranno, quando le persone intorno a noi ci tratteranno meglio. Niente di più falso! Non è l'esterno a farci star male, ma il fatto che non ci affidiamo al nostro interno, che sa benissimo cosa fare per noi stessi e dove condurci.-- Raffaele Morelli 

Così le cose si sistemano e si allineano quando uno finalmente, stremato, lascia.  Quando molla. Quando fa un passo indietro, e lascia agire, non pensa più di fare, stabilire, sistemare. Allora, solo allora l’imprevisto può entrare in campo.

E la vita ne sa più di noi, questo ce lo dimentichiamo sempre. La sorpresa viene oltre noi, in qualcosa che non abbiamo pensato. Nella forma che non abbiamo pensato.

Anche nelle piccole cose, lo vedo.Piccole: come in un titolo. Come nel titolo della raccolta di poesie e racconti che inizio ora a pubblicare su Wattpad. Stavolta voglio fare così: prima di tutto pubblicare piano piano le storie e le poesie online (alternate in capitoli pari e dispari),  poi eventualmente ragionare sulla pubblicazione in volume.  

Questo perché Wattpad mi intriga sufficientemente da suggerirmi questo approccio. E perché mi piace sperimentare, lo ammetto.

Ma il titolo. Appunto. Qualcosa a a che vedere con un parco, che è il vero centro gravitazionale di queste storie, e di queste poesie. Ma non mi soddisfaceva niente, niente di quello che pensavo. Forse appunto perché pensavo. Perché razionalizzavo. Perché - ultimamente - mi sforzavo. 

Fino a che, l’altro giorno, accade. Sono nel letto. Mi giro, guardo il comodino. Vi sono appoggiati molti libri, che usualmente sopravvivono in uno splendido spreco di entropia: in breve, si va da Jung a Leopardi passando per le lezioni di fisica di Feymann. Lo stato dei libri varia a seconda dei carotaggi effettuati dagli umani (principalmente, da me). Come in un magna, vengono a volte in superficie strati rimasti per diverse ere geologiche  a grandi profondità, e parimenti affondano elementi abituati da tempo alla superficie.

Ecco, poche ore prima c’era stato un tentativo (intrinsecamente semi-disperato, vista l’entità dello sforzo richiesto) di rimettere un po’ di ordine, che aveva provocavo qualche assestamento. Appunto.

Dicevamo. Mi giro, guardo il comodino. Ora c’è il libretto di poesie di una amica, Carla Cenci. Che ha guadagnato la superficie da poco, appunto. E che adesso mi guarda (intendo, il libro). Mi aspetta. Mi vuole dire qualcosa (ma io ancora non lo so). Lo guardo pigramente. Senza volere, mi faccio invadere passivamente dal titolo, Lo scombinio di un giorno molto verde.

… di un giorno molto verde…. 

Ecco. Un giorno molto verde. 

Ma sì. Un giorno molto verde! 

D’improvviso ogni cosa trova posto. E come è già accaduto per In pieno volo, il titolo stesso si sistema sul materiale scritto, lo vivifica, lo rende più appetibile, mi fa venire voglia di tornarci a lavorare. DI sistemarlo davvero.

Tutti segni che è quello giusto.

Carla non se ne avrà a male se le rubo tre quarti del suo titolo. Il fatto è che si adatta perfettamente. Sai quando provi mille vestiti e non te ne va bene uno? Troppo lungo, troppo stretto, basta, sono stufa, andiamo via… Poi qualcuno dice no aspetta prova questo  E tu provi sfiduciata e stanca, proprio per dare fiducia alla tua amica e … BAM! 

E’ perfetto.

Perfetto.

Come cucito intorno a te, su misura, proprio.

Allora il titolo è così, a posto. E’ un giorno, un giorno appena. Infatti. Vissuto attraverso tante storie, tanti scampoli di storie, che avvengono nelle case, negli ambienti che circondano il parco. Che si nutrono del suo verde, che vi si appoggiano. Che - inconsapevolmente - lo respirano.

E' quel verde, scandito alle varie ore del giorno dai versi, che si introducono tra i vari racconti, quel verde. E’ lui il protagonista. Quel verde che dà un respiro in più, assicura un punto di fuga, una possibilità di respiro più ampio, più fondo. Una ultima cordiale amicizia, tra uomini. Che vivono. Che vivono perché - con tutta la loro sfavillante fragilità - la vivono. 

E’ un progetto antico e nuovo.

Antico nella sua iniziale concezione. Nel tempo, arricchito, maturato. E’ passato un romanzo, delle poesie. Intanto ha respirato:  ha respirato la stessa pazienza del parco, affondato nella terra il suo seme perché crescesse. E l’ora della sua maturazione si avvicinava. Ve lo dico: ogni volta che passavo nel parco - quasi ogni volta- mi tornava alla mente. Quando passavo vicino a quell balcone, che per me è quello di Carla (quadro secondo) sempre mi veniva in mente. Mi veniva in mente del progetto da terminare, da finire.

Ora viene piano piano alla luce, finalmente. E perciò stesso è nuovo.

 Appena questo, la cronaca di un giorno molto verde.

Spero vi possa piacere.

domenica 31 agosto 2014

Ci leggi qualcosa?

E' la sera di martedì 26, sono al Meeting. Dopo l’incontro tanto atteso - Davide Rondoni che legge le poesie di Mario Luzi - ancora piacevolmente contaminato dalla bellezza intravista, ascoltata, respirata, raggiungo gli amici al ristorante. Si sono fermati lì a parlare, c’è anche una coppia di tedeschi. Il marito molto gentile si alza per pagarmi da bere, quando arrivo. Qualcuno lo dice, Ma lo sai che Marco scrive poesie? E poi la domanda si gira direttamente a me, la domanda prevedibile, ragionevole, conseguente, Ci fai leggere qualcosa? 

Al di là del momento di imbarazzo (accipicchia: ho appena regalato l’ultima copia che mi ero portato dietro del mio libretto In pieno volo) questo mi fa pensare. Avere qualcosa di proprio, da mostrare, se serve. Avere qualcosa di proprio - soprattutto - da portare con sé. Se uno scrive le poesie è per questo, perché si installino come un ammortizzatore, tra te e il reale. Per levigare gli spigoli, per digerire le circostanze. Dopotutto non è troppo male portarsele appresso, queste poesie.

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Ti leggo qualcosa di mio… 

Photo Credit: pedrosimoes7 via Compfight cc

Ma nemmeno sul telefonino? Insiste l’amico, giustamente. No, veramente… e intanto penso che qualche modo tortuoso pur ci sarebbe: dopotutto le cose stanno su Dropbox, ma dovrei arrivare alla cartella giusta, vedere se riesco ad aprire il file pdf o World dall'iPhone, cercare poi una certa poesia dentro il documento… non certo una cosa immediata. 

Corro il rischio che quando sono finalmente pronto se ne sono già andati tutti (e io perdo anche il passaggio in macchina verso l’albergo, cosa assolutamente disdicevole).

Vabbé: albergo a parte.

C’è qualcosa di più.

Perché in fondo scrivere, cos’è?  E' cercare di generare quelle parole (e sequenze di parole)  che cerchi, e che non trovi altrove - o non trovi esattamente come cerchi. E quindi averne compagnia, con tutta le imperfezioni possibili, non è troppo sbagliato.

Le poesie soprattutto: quelle ti fanno davvero compagnia, ti lasciano sempre addosso - a rileggerle - un po’ di quel tentativo di dolce interpretazione del reale, che hai messo in atto quando le hai scritte. Così ne puoi spremere sempre un po’ di succo. E ti riscaldi nei passaggi che trovi riusciti, e non puoi evitare una punta di dolore per le parti che a tuo avviso sono ancora, in qualche modo, incompiute. Ma sempre ti coinvolgono.

Oppure può capitare, appunto, di avere una richiesta da soddisfare. E anche questo è onestà: rispondere di come si è. Sei scrittore se scrivi. E se sei scrittore è normale che ti chiedano. Rispondere alla vocazione, accoglierla: in fondo non ci è chiesto che questo. E non serve alcuna coerenza, alcuno sforzo sovrumano.

Serve solo questo, di volersi bene. Almeno un po’.

Perciò ho iniziato a riversare sul mio account Wattpad le mie poesie pubblicate: parto dal libretto “Anni diVersi”, perché è stato pubblicato ormai alcuni anni fa, e mi fa piacere ripercorrere ora quelle poesie, riguardarle e comprendere cosa è cambiato, cosa invece è rimasto come struttura costante immodificabile,  come architettura portante della mia espressività.

Vabbé ma Wattpad cosa c’entra?

Senza andare sul tecnico (che c’è l’altro blog per questo) direi che questo Wattpad - che io ho scoperto da pochissimo, ma lui esiste da tempo - ha qualcosa, ha una fisionomia che mi piace abbastanza. Si può usare facilmente sia dal computer che da un tablet o perfino da un telefonino; c’è l’applicazione gratuita e funziona piuttosto bene, in verità. Riversando i testi su quella piattaforma, potrò disporne ovunque abbia la connessione.

Mi piace anche che ogni composizione si possa votare e commentare. Un pizzico di interattività non fa male. Mi piace che uno possa “seguire” il mio profilo ed essere avvisato ogni volta che aggiungo del materiale (sì, può accadere che uno sia così disturbato da voler fare ciò). Ho riversato su Wattpad anche le mie piccole storie su Giada, che a dire la verità sono ferme da un po’. Non mi dispiacerebbe proprio avere dei suggerimenti, delle indicazioni sui temi attorno a cui sviluppare le prossime puntate. Perché Wattpad, tra l’altro, si presta benissimo ad una pubblicazione periodica di una serie di episodi.

Beh, una cosa per volta. Anche diventare popolare su Wattpad (sì, sì, mi piacerebbe, non posso negarlo) non è cosa di un minuto. Per intanto, sto mettendo riparo al Ci fai leggere qualcosa… Siccome non giro mai senza qualcosa di elettronico appresso (lo so è quasi una patologia, ma ognuno ha le sue, del resto) siete avvisati che - da ora - se chiedete di sentire qualcosa di mio, potrete ascoltarlo davvero... 

venerdì 29 agosto 2014

Abbraccio vuol dire gioia

Sono stato tre giorni al Meeting di Rimini, da lunedì a mercoledì. Tre giorni scarsi, a dire la verità. Però sufficienti. Decisamente sufficienti per riempire gli occhi e il cuore (gli occhi, e quindi il cuore) di cose belle.

Di cose che fanno respirare.

Non so come fare - ora vediamo - ma soprattutto nel parlare di questo vorrei evitare la ricerca delle frasi belle, scansare per una volta la tentazione della  retorica, la costruzione edificante, la levigatezza del dettato. Non mi soddisferebbe. Non vorrei cadere in questo: “dimostrare" e convincere che il Meeting è una bella cosa, una bella iniziativa, che vale la pena andarci. Non mi interessa particolarmente, ora. Nemmeno mi interessa fare una esposizione sistematica ed ordinata di quanto ho visto (una piccola parte di quanto è accaduto e sta ancora accadendo): preferisco dare due schizzi di colore, cercare una immagine, una sensazione. Parlare del mio meeting. Altrove si troveranno certo tutti i debiti resoconti, più meditati e meno soggettivi.

Piscine

Un momento di pausa tra un incontro ed una mostra, alle piscine

Ulteriore premessa. Non ho voglia, non ho tempo ed interesse, per argomentare con chi ha un suo pensiero bello e fatto del Meeting senza esserci andato. Vorrete perdonare la mia vena blandamente intollerante, ma mi sembra proprio troppo, lo dico dolcemente ed amichevolmente, pensare di poter derivare un pensiero maturo sul Meeting dalla lettura esclusiva del proprio giornale, l’ascolto del telegiornale preferito. Non mi pare un approccio conoscitivo adeguato all'oggetto.

Ora dirai che bisogna starci, eh. Diranno subito "i miei piccoli lettori" Sì lo dico, bisogna starci. 

Andare a vedere. Respirare l’aria.

Sopratutto guardare. Guardare i ragazzi e le ragazze che lo costruiscono, lo lavorano, lo faticano. 

Che poi, nel dubbio, per me è più facile e piacevole osservare le seconde, tendenzialmente. Ma c’è qualcosa di più, della eventuale attrattiva fisica (cosa di cui a volte si dubita, in fondo).

Ma guarda. Fosse solo questo (non è poco, per carità), potremmo restare a casa. Magari fare un giro al parco, o in centro (meglio, se si vuole contrarre gente). No, no. Altro.

Poi uno è così, in realtà uno non decide niente. Pensa di pianificare la sua vita, tutto intento ai suoi calcoli, quando invece al massimo fa ridere i polli. O meglio, fa sorridere gli angeli, che sanno come davvero va il mondo.

Grazie al cielo non si può pianificare nulla.

Tanto meglio. Così uno è guidato, se si lascia guidare, o se si distrae e si perde nei suoi schemi in maniera appena sufficiente a far sì che molli la presa. Pure per sbaglio, pure per un istante, pure per una sospensione momentanea del ragionare. Come quando prendi una cunetta in macchina, la prendi troppo veloce e per un momento lo stomaco ti arriva in gola.

Così succede che i contrasti acuiscano lo stupore. Se parti basso poi l’altezza la percepisci di più. 

Infatti parto basso. Lunedì a pranzo, il momento peggiore è proprio l'arrivo. La selva dei dubbi che premono il cervello. Ma perché sono qui: ma tanto io il meeting lo conosco ormai. Perché stare fuori casa anche solo tre giorni, adesso. Adesso che il mio lavoro è in famiglia, lì c’è da esserci, c’è da fare: lo sappiamo. E questi amici ancora  - per certi versi - nuovi, quanto davvero posso aprirmi con loro? Devo rimanere chiuso, con tutta la fatica che comporta? Non mi va di fare fatica. Non mi va. Voglio andare a casa.

Ecco, lo ammetto. Vorrei stare a casa.

Perché sono venuto? Qual era la scommessa? Ora non la vedo.

La mostra di Millet inizia ad addolcire qualcosa nel cuore indurito, fisso nel suo schema, determinato nel suo proposito di contaminazione appena parziale - finestre sottili attraverso cui passa poca luce, giusto il minimo indispensabile. Però qui ti fregano perché passa il colore. Allora su allarga il cuore, e entra anche Van Gogh di soppiatto, Van Gogh che - scopro - copiava Millet e lo adorava. E la guida appassionata ti infetta, ti infetta della sua passione, senza avvertirti (il tuo cinismo abituale non funziona come vaccino, perde colpi). E quei quadri che illustrano così soavemente il valore profondo del lavoro umile: sono un inno nascosto alla vita. Questo non vale. E’ stupendamente disdicevole.

Bella signora che mi lusinghi citando a memoria le mie canzoni

il tuo divano è troppo stretto perché io mi faccia delle illusioni

Qui tutto ti lusinga, se appena  ti lasci tentare, magari il "divano" non è sempre così stretto come canta Fossati in Chi guarda Genova (che posso fare, è entrato di forza, stava passando nelle cuffie mentre scrivevo, poi mi piace troppo questo verso). Così ancora intontito per tutta l’attività intorno, tu che ancora trattieni qualcosa di casa e non sai bene se sei qui per piena ragione, se puoi lasciar correre il cuore: non lo sai ancora. Sei solo un po’ più colorato per colpa di Millet. Appena uno schizzo di colore che stempera il tuo bianco e nero dell’ultimo periodo. E vabbé.

Con questo tiepido colore addosso, vai al salone dove c’è l’incontro con Aleksandr Filolenko (ma chi è, questo tipo? Che ci potrà mai dire, in fondo, l’ennesimo intervento filosofico?). Diciamolo pure, ci vai solo per fare la brava persona ragionevole, quella che va all’incontro principale della giornata, quello che spiega il titolo del meeting. Senza altra ragione che questa, che poi anche gli amici tuoi ci vanno.

Accidenti, quanto uno non capisce fino a che non ci sbatte il naso.

Arriva questo Filonenko: sì sembra ben piazzato, simpatico d’accordo. Un volto curioso, serio e divertito insieme. La Guarnieri lo presenta. Però, fisico nucleare e filosofo. Mica male. Ma anche questo stupore rischia di smorzarsi. Inizia a parlare dell’Ucraina e tu pensi certo bel tema, molto attuale, ci mancherebbe, anche doveroso, etc… ma pensi pure - tra te e te - che allora puoi anche mezzo ascoltare e mezzo assopirti. Invece stai per sentire una delle cose più significative degli ultimi tempi.

Un momento. Che vuol dire significative

Che per te significano, che mettono in movimento quelle corde che fanno respirare, che muovono il cuore indurito. Questo è significativo, il resto chissenefrega. Non c’è tempo per il resto, il resto ha stufato. Quello che intenerisce, commuove, stupisce: questo mi interessa. Il resto può occuparsene chi non si ricorda che non è immortale. Che deve scegliere. Che un giorno il suo essere fisicamente qui si dissolverà. Chi non si ricorda di dover morire può evitare di mettere le cose in ordine di priorità.

Che vita, però. Che vita già morta senza la morte. Poveretto.

Ma torniamo al punto. Il punto è che la gioia sta facendo un giro lungo e sta per arrivarti addosso, ospite imprevista, dama inattesa. L'intervento di Filonenko, iniziato apparentemente sottile e focalizzato, ora si allarga a ventaglio, assume diversi colori e riempie il campo come la ruota di un pavone. Cavolo, come si allarga. Invece di una frequenza singola si amplia a spettro e inizia a vibrare su diversi autostati, su mille colori contigui. Non capisco ancora adesso come sia stato possibile. Parla della situazione politica dell’Ucraina e improvvisamente - senza avermi preliminarmente avvisato - parla della situazione spirituale ed esistenziale dell’uomo, della mia, cioè parla dell’unica cosa che mi interessa, in pratica. E mi dà una prospettiva. Rimango sbigottito. Ad un certo punto - ecco - sta parlando a me della mia personale situazione psicologica, delle mie fatiche e dei miei disagi  interiori e di come affrontarli. Niente altro mi interessa di più. 

Così allargato il parlare procede e mi ha investito e sono dentro, la stanchezza passa e le antenne si allineano, cerco di cogliere.

Sono così rapito che mi incanto ad osservare l’interprete, la traduttrice. Mi appago del gioco di sguardi e di intesa con Filonenko, osservo come lei esiti, riprenda, scivoli sulla frase, si metta di taglio quando è perplessa, si sistemi i capelli mentre pensa. Poi magari ride e rimane colpita lei stessa, si trattiene e poi si lascia afferrare dalla frase, che le addolcisce il viso, le illumina gli occhi. La sua femminilità inconsapevole dona un tocco di morbidezza ulteriore alle parole, già morbide ed accoglienti. Che poi lei,  forse le parole già le sa, ma la parola la colpisce lo stesso, è evidente, e attraverso di lei, attraverso il suo viso, il suo corpo, l’enfasi con cui restituisce il senso, colpiscono me. 

Mi precipito ad estrarre il tablet dalla borsa e cerco di trattenere qualcosa, se non le parole esatte, una imperfetta ricostruzione, un’ombra che però trattiene la bellezza.

Spesso chiediamo a Dio di essere invulnerabili, dovremmo chiedere di essere fragili, vulnerabili. La Sua potenza si manifesta nella debolezza. È quello che hanno scoperto in Ucraina questa estate. Occorre sconfiggere la paura. La prima definizione della liberta è libertà dalla paura. Chiedere di essere vulnerabili. Il coraggio è una virtù cristiana. Ma è il coraggio della debolezza, della mendicanza. Della vulnerabilità. Possiamo fare opposizione alle circostanze, oppure possiamo cedere, ma san Paolo propone una terza via, il vantarsi delle tribolazioni.. Sapere che in ogni tempesta c'è Cristo, indica la possibilità di vittoria sulla paura. Ed è la pazienza. Attraverso questo cammino la vulnerabilità si trasforma in speranza, ma la cosa più importante è la pazienza. Con la pazienza possiamo trasformare la violenza in pace.La pace di Cristo, che possiamo chiedere essendo disponibili a questo lavoro sulla pazienza...

La chiusa è memorabile.

Il primo compito dell'uomo della periferia è  tornare ad educarsi alla compassione. Ed è educarsi alla capacità di far festa. 

In fondo l’unico problema è la gioia, e l’unica cosa di cui val la pena parlare è la compassione (per questo è bella la poesia, perché ci educa alla compassione). Non chi ha ragione, ma quello che ci serve per vivere. La ragione e il torto sono così antichi, così pesanti, così “uno-punto-zero” che non mette conto soffermarci più. Non in un tentativo di sintesi poetica, perlomeno. Un tentativo, imperfettissimo e zoppicante. Ma poetico nel senso di parlare di ciò che avviene nel cuore.  Di ciò che non divide e non definisce.

Così abbraccio vuol dire gioia, in Ukraino, dice Filolnnko. 

 

E tutta l’attualità pesante - se acquista una chiave interpretativa - non dico che scompare, non si censura nulla d’accordo, ma è come levarsi un peso dal cuore, questo sì. Basta un volto, basta un minuto e poco più. Sì, rimane tutto, ma io torno a respirare un po’ di più. Poi, fate voi. A me questo abbraccio tra Julian Carron e Aleksandr Filonenko mi conforta tanto, mi dice tanto di come posso fidarmi della realtà. Ecco, un abbraccio e non tante parole. O magari anche parole, ma come quelle di Filonenko, parole speciali che sono già un abbraccio. Parole con della carità inclusa dentro, in dosi elevate.

O le parole di Carron, e soprattutto il volto. Che uno dice, perbacco ma non è tutto marcio qui. Si può sperare, si può ancora nutrire entusiasmo, positività. 

Così ci sarebbe tanto da raccontare (e lo potremo pur fare), un turbinìo di cose bellissime e di incontri, persone e “momenti di persone” (penso appena all’incontro con il poeta Davide Rondoni, con il filosofo Massimo Borghesi… e poi Jannacci, Guareschi, Peguy, visti con partecipazione e amore) - ma in fondo, mi viene un sospetto: in fondo, è come se tutto sia una conseguenza. Che derivi tutto dall’abbraccio, da quell'abbraccio di mercoledì. Che questo abbia generato tutto, anche ciò che è successo prima. Che questo sia il fondamento, o un indizio del fondamento di tutto, su cui tutto può fiorire.

Anche il ritrovarsi la sera, al tavolo del ristorante, un bicchierino e gli amici vecchi e nuovi, e ora ci si scambia opinioni e idee senza barriere, ora finalmente c’è appena l’umano che vien fuori. E viene fuori anche con persone appena intraviste, con le quali parli come se conoscessi da sempre. L'umano. Quello che sempre cerchi, che sempre fa star bene.

Questo abbraccio. Il quale deriva da un’altra cosa, non è cosa che ci possiamo inventare con la nostra buona volontà. C’è appena una sovrabbondanza da riconoscere.

Grazie al cielo.

domenica 17 agosto 2014

Dallo stallo, al pieno volo

Ci voleva probabilmente questo. Rimanere fermi in autostrada. Un suocero, un cane, la moglie, due figlie (non in ordine di importanza). Tra Valle del Salto e Tornimparte, per la precisione. Nemmeno questo, nemmeno riuscire ad arrivare al casello, portarsi fuori dall’autostrada.

Per la cronaca, alla partenza tutto a posto. Però l’aghetto della temperatura dell’acqua, dopo un po’, inizia a muoversi spiacevolmente verso le alte temperature. Strano. Sarà il traffico. Allontanandosi da Roma le macchine si sgranano, si cammina più spediti. Bene. Mi aspetto che la temperatura si riallinei a valori più tranquillizzanti. E invece no. Che strano. Mi fermo e rabbocco acqua. Il benzinaio mi rassicura, mi dice di farla raffreddare un po’ e ripartire. Così va tranquillo fin dove deve arrivare.

Prendete nota. Non è sempre bene fidarsi di chi ti rassicura.

Infatti si riparte ma è soltanto, come si suol dire, l’inizio della fine. La situazione precipita, l’acqua bolle come in un pentolone per la pasta (ma la pasta non c’è, il sugo nemmeno), la spia dell’olio si accende pure lei, tanto per fare compagnia e partecipare alla festa.

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Photo Credit: Rossco ( Image Focus Australia ) via Compfight cc 

Ok, non proprio così, ma quasi… ;-)

Siamo in caduta libera ormai. Tocca fare del nostro meglio, subito.

Falling, falling… 

Five miles out

Just hold your heading true

Got to get your finest out

Climbing Climbing

Mike Oldfield, Five Miles Out

Ok, calma. Tra poco siamo al casello. Si esce, ci si ferma, e si ragiona sul da farsi. Dieci chilometri, cinque… l’acqua scalda sempre più. Sudo freddo. Siamo al collasso. Un beeeep beeeep mai sentito prima a bordo, segnala che l’automobile - o la sua parte elettronica - giudica inaccettabile proseguire in queste condizioni, e spegne tutto.

Faccio appena in tempo a mettermi in corsia d’emergenza.

Vi risparmio il seguito. Carro attrezzi, officina, prospettiva di costi esorbitanti, rientro tramite pronto (e generoso) soccorso del cognato. D’altra parte, è una cosa che capita a molti. Peraltro, non è questo che mi preme di raccontare.

E’ quello che è capitato dopo. Il giorno dopo.

E’ domenica. Mi ritrovo inaspettatamente a casa (quando avrei dovuto essere in montagna). Mi ritrovo inaspettatamente senza un programma di cose da fare. Se il mio umore già  il giorno prima non era dei migliori (per varie vicende), quel giorno è a pezzi. Quello che mi preoccupa di più è che non ho nemmeno un fondo di voglia di reagire. Sai quando ti ritrovi a pensare ci mancava solo questa e se uno ti dicesse ma che altro c’è che va male? tu sei pieno di eccezioni e rimproveri verso questo e quello ma in fondo sai che è il tuo atteggiamento che è sbagliato. Dopotutto il guasto ad una macchina non è la fine del mondo. E non si è fatto male nessuno.

D’accordo. Ma sono a terra, comunque. A torto o ragione è così. Lungi dal volare alto, sono a terra.

Volare alto. Volare. 

Got to get your finest out ...

Mi ricordo che c’è un progetto pronto al 99% dentro al MacBook. Al 99%, proprio il momento in cui è più difficile completare, c’è sempre il demonietto bizzarro che ti dice ma non ti esporre, non vale la pena, perché rischiare, se poi non piace… 

Chi scrive lo sa. Chi è artista in qualsiasi modo lo sa. La maledetta paura di esporsi, di svelarsi, di sentirsi dire appena un non mi piace.

Che poi è strano. Almeno per me. Mille mi piace molto non riescono a temperare lo sbigottimento doloroso che provo davanti ad un solo non mi piace. Orgoglio? Probabilmente. Sta di fatto, come ho detto anche alla psicologa varie volte, i complimenti li prendo e metto via, li depotenzio abilmente, con qualche pretesto (mi vuole bene, lo dice per compiacermi, etc…), le critiche - legittimissime, per carità - mi colpiscono e mi affondano come quei cacciatorpedinieri a battaglia navale: non so se avete presente, una volte indovinate due caselle, il resto è inesorabile, come l’inabissarsi.

Ma sto divagando. C’è quel progetto fermo in dirittura d’arrivo. Mancherebbe pochissimo, verificare il file, la copertina, fare il volume e farsi mandare la prova di stampa. Ci siamo, Marco, ci siamo. Non puoi mollare ora. Non puoi abbandonare. E’ solo orgoglio, abbandonare.

Riconoscere i limiti di ciò che facciamo, senza abbandonare stizziti il gioco, significa maturare. Questa è la vera umiltà: tornare ogni giorno sull'opera, perfezionarla, invece di disperarsi perché non è già perfetta.

Marco Guzzi

Allora, inizio.

Mi rimetto all’opera. Dove manca la convinzione, c’è la paura. La paura del senso di nonsenso che arriverebbe inesorabilmente nel rinunciare. Che poi va così. Superata la paura, fatto quel fatidico salto, poi le cose si riallineano. Stai facendo quello che ti piace, Marco, quello a cui ti senti chiamato, e questo sistema tante cose. Sì, perché non ti opponi al flusso, non fai inutile resistenza. 

Smetti di pensare, di sollevare eccezioni. Fai quello che devi. E la ricompensa psicologica è immediata. 

Ti senti meglio. Davvero meglio (e non hai assunto psicofarmaci, come valore aggiunto).

Non sei più in panne. Puoi ripartire. Piano, senza strappi, senza esagerare. Ma riparti.

Vedi, stai viaggiando. Piano piano potrai pensare anche di alzarti in volo. In pieno volo. 

E ti accorgi che lavori tutta la mattinata. E non ti pesa. Così il volume di poesia è pronto. Fatto, sistemato il testo. Trovata la copertina. Ordinato.

Pieno Volo

La domenica è salva, io mi sento un po’ meglio. 

La verità è così sfacciatamente semplice, che io non la voglio mai vedere (perché ci sguazziamo così bene nelle complicazioni?). Se non scrivo non sto bene. Punto. Lo so e non lo voglio sapere. Fosse per me, per la mia endemica insicurezza, scriverei solo dopo avere avuto certificazioni in carta bollata che sono proprio bravo. Non procederei senza le debite autorizzazioni, gli indispensabili permessi. Con il nulla osta di un qualche autorevole comitato. 

Ma è così, c’è poco da ricamare. Non posso decidere.  Devo saltare. 

Così per quella domenica è come se fossi passato vicino ad un abisso di desolazione, e l’avessi scansato per un pelo. Non male come risultato.

E non è tutto qui. Perché dopo qualche giorno, quando inaspettato arriva il pacchettino con il libro, è una soddisfazione profonda dolce e indescrivibile. Toccarlo, aprirlo, leggere. Vedere che sono riuscito a dire quello che volevo dire, riconoscere che (almeno in qualche parte) sì, ci sono riuscito. Quello che rischiava di rimanere per sempre dentro di me è affiorato, ha preso dimora sulla pagina. E non ha perso i suoi colori, ancora li trattiene. 

Questo è commovente, è delizioso, è un bagno di fiducia. Questo fa gioire il cuore.

Così ora è a voi, se vorrete. Io sono sollevato. E’ come se avessi fatto una strada difficilissima e avessi corso il rischio di fermarmi mille volte. Con tutte le spie accese. E il motore in panne, che sbuffa e fuma. Ma è anche come se, quasi miracolosamente, fossi riuscito a ripartire. Prima a camminare, poi a correre. A volte, per qualche attimo almeno, a spiccare il volo. A trovarmi, appunto, in pieno volo.