martedì 17 settembre 2013

La corsa e la croce

No. Non ce la faccio nemmeno io a non scrivere, a non scrivere sul blog. Non raccontare i fatti miei, in un certo senso. Perché così raccontando, mettendo i pensieri in fila secondo le regole ordinate del linguaggio scritto, anche le cose nella mia mente si mettono a posto, si ordinano. Anche se magari non riesco a metterle in relazione in maniera soddisfacente, averle fatte passare per la scrittura crea un filo rosso che segue paziente anche le curve più ardite, le deviazioni più ostiche. Smussa anche un po' gli spigoli, diciamo la verità.

Per inciso, non riesco a trovare motivazione per scrivere più pregnante di questa.

Allora, domenica scorsa, prima che piovesse (e anche durante la pioggia, a dire il vero) sono andato a correre al parco sotto casa. Finalmente ho capito come funziona il cardiofrequenzimentro, sopratutto come si mette la fascia per rilevare le pulsazioni (non sulla panza come una cintura di pantalone - come mi hanno fatto capire - ma ben più alta sul petto) e debitamente accessoriato, sono sceso per l'avventura.

Debitamente accessoriato, stavo dicendo. Infatti. Ormai per me il fatto di correre è stato raggiunto e divorato dalla tecnica moderna, a scapito probabilmente della intrinseca semplicità del gesto (appunto, mettersi a correre). Ecco qui tutto l'apparato:  cardiofrequenzimentro con orologio/rilevatore al polso, poi iPhone ed auricolari per la musica e ovviamente per monitorare percorso e tempi con Endomondo

Eh no, non sono io. Non ancora, almeno ...

Comunque, questo è. A volte penso che qualche anno fa era tutto più semplice. Non c'erano applicazioni da aggiornare, stati facebook da inviare, foto da scattare e mandare su Instagram. Non c'era il telefonino, ma un telefono per famiglia, a casa. Insomma non c'eran tante di queste cose. C'era semplicemente da vivere.

domenica 8 settembre 2013

Fabio sognava (scrivere è attraversare la paura)

"Fabio sognava di correre insieme con Liliana. Erano in un campo vastissimo, pieno di sole e di fiori gialli gialli. Lui correva e cercava di acchiapparla, lei correva più veloce di lui, gli sfuggiva sempre per un pelo. Poi alla fine lui riusciva a prenderla, ma con la sensazione che lei si fosse lasciata prendere per essere baciata. Come quando erano fidanzati, lui la stringeva a se e lei faceva la faccia con il broncio."
E' un po' che ci gioco, con questo brandello di trama venuta su così, quasi senza volere. Che parte da alcuni luoghi, da una geografia prima che da una vera e propria storia. Orbetello, Montreal, St. Moritz... Luoghi e personaggi. Così accade che mi trovo a rileggere la parte iniziale del romanzo, che vorrei percorrere piano piano, facendolo crescere, lievitare come una torta, con pazienza e applicazione. E mi domando perché sia ancora lì, fermo.


Vediamo, cerchiamo di fare luce.C'è stato l'inizio, con l'entusiasmo tipico di ogni inizio. C'è stata poi la paura. La paura che tutto questo sia una perdita di tempo, che io non sia veramente in grado di scrivere una buona storia. Insomma tutte le paure più classiche che si possono avere: io ovviamente me le sono ritrovate addosso (io le paure le me le attiro addosso abbastanza bene). Così vi sono state sessioni di scrittura faticose - perché non convinte - e soprattutto lunghe fasi di stasi. Che come tutte le fasi stazionarie, non hanno risolto nulla.
Così ora che inizia un nuovo ciclo, un nuovo anno (per me l'inizio di un nuovo ciclo annuale è circa poco dopo ferragosto, è lì che riparte tutto: dopo la pausa estiva), ora che penso a come veleggiare attraverso l'autunno che sta arrivando, e poi l'inverno, ecco che capisco che ci forse ci manca un ingradiente, alla mia analisi.

Beh, avete probabilmente già capito quale.

Il bello è questo. Attraversare questa paura e scrivere. Allargo un attimo il quadro, permettetemi. E' bello, gustoso, attraversare ogni paura che viene. A volte mi pare di capire che sia ben di più che un atteggiamento terapeutico. Di qualcosa da raccontare all'analista. E' qualcosa di strettamente legato al mio compito, al motivo per cui sono qui, per cui sto vivendo. Nella disposizione interiore, che si traduce in una modalità di reazioni di fronte alle circostanze, vi è il nocciolo sacro della libertà, è misterioso ed ha connessioni misteriose e profonde con tutto quanto.
Venendo poi a scrivere. Scrivere è sempre rischioso (un rischio salutare) e scrivere un romanzo è molto rischioso, è come lasciare il porto e fare rotta verso un punto lontano. Verificare le dotazioni di bordo e andare. Del resto, dice qualcuno, le barche in porto stanno sicure: ma non sono fatte per rimanere in porto, le barche.
Allora il viaggio di quest'autunno, di questa fine anno e inizio del prossimo, potrebbe essere questo. Potrebbe essere far crescere un secondo romanzo, dopo Il ritorno. Scrivere un romanzo è una cosa, ma farne un secondo ha una portata profonda (vorrei dire, a prescindere dall'esito). Vuol dire riconoscere che non si può stare lontani dal raccontare storie. Vuol dire che non era una tantum. Vuol dire che non puoi farne a meno, no. 
Che la vita risulti scolorata e tesa quando uno non scrive, quando tenta di legarsi le mani (senza riuscirci) per risparmiarsi questa complessità e eludere ogni incertezza, è un segnale. Forte, netto, che deve essere assimilato. Non è certo completamente in mio potere decidere di scrivere bene. Ma è in mio potere accogliere questa (pressante) richiesta a scrivere, o rifiutare. Rifiutare però vuol dire comprimersi sulla superficie, mancare in profondità, perché il no avvelena e corrompe. Così devo passare oltre la mia autosvalutazione e dire sì. 
Alla fine è semplice: devo fare questo, devo andare a vedere. Devo vedere cosa succede nella storia di Fabio e di Liliana. Perché si sono allontanati, se si potranno riavvicinare, per che motivo, o per chi. Non devo creare, devo soltanto ascoltare i miei personaggi. Fare pace e silenzio dentro di me, perché loro mi parlino. E tenere traccia umilmente di quanto mi vogliono dire. Del resto, lo stanno già facendo. Mi stanno già parlando e io devo solo abbassare lo strato protettivo di distrazione e affanno per lasciar emergere quanto mi dicono. A piccoli passi, con pazienza. Baby steps, sempre.
E' il tempo giusto per farlo, probabilmente. 
E' sempre, questo tempo. Ma è soprattutto adesso, mi sembra.

domenica 1 settembre 2013

Scarafaggi che volano. Ad alta quota.

Così più ci sbatto il muso, più ripercorro certe canzoni, certi album, più non capisco, rischio di non capire. Più ci studio meno ci capisco. A volte è così, a volte l'analisi minuziosa dei fattori non ti aiuta. Anzi. Ti butta di più ancora nella confusione. Una meravigliosa confusione, in questo caso.

Perché è questo il punto. I Beatles - i celebri scarafaggi che hanno rivoluzionato la musica dagli anni '60 in poi - li conosciamo tutti, d'accordo. E siamo abituati a catalogare le loro canzoni in un certo modo, in un certo ambito. Siamo furbi, in un certo senso: non ci facciamo sorprendere, non ci caschiamo nella sorpresa. Siamo vaccinati contro gli entusiasmi a buon mercato. Siamo persone consapevoli, dopotutto. Siamo adulti, dopotutto.

Questo è certamente ragionevole, da un certo punto di vista. Eppure qualcosa rimane fuori. Qualcosa non si riesce ad inquadrare, organizzare, catalogare. Qualcosa rimane con un suo carattere irriducibile di meraviglia. Una meraviglia che sembra localizzata, individuata e individuabile. Diciamo pure, catalogabile. Ma che straborda, invece. Senza alcun senso di economia, straborda.

Ho seguito il ciclo di lezioni sui Beatles dei giornalisti Ernesto Assante e Gino Castaldo, all'Auditorium Parco della Musica. Iniziato l'inverso scorso, si è protratto fin quasi all'estate. E' stata una bella esperienza. La mia considerazione del quartetto di Liverpool è cambiata totalmente. In meglio.

Però volevo dire questo. A tutte le lezioni sono andato con interesse, con curiosità. Ogni lezione era centrata su un album diverso: dall'inizio alla fine della loro esperienza, sono stati analizzati tutti. Eppure c'è stato un momento. Un momento particolare. C'era una lezione, su tutte, che aspettavo. Che non avrei voluto perdere per nessun motivo al mondo.

Esatto. Proprio quella. Abbey Road.

Lo aspettavo praticamente dall'inizio. Tutto aveva senso perché c'era questo retropensiero, saremmo arrivati ad Abbey Road. E quando è finalmente arrivato il momento, ero emozionato. Sì, quel giorno ero emozionato. Ero emozionato mentre mi recavo all'Auditorium, emozionato come un bambino, avevo addosso il senso preziosissimo di vivere un evento. Non era una cosa tra le tante, tra le tante cose che si possono fare. Non era una normale cosa della giornata, che si fa e poi si pensa ad altro. Oppure, peggio, si pensa ad altro mentre la si fa.

Era una cosa diversa, una cosa speciale, una cosa unica. Era ragionare intorno ad un mistero, riunirsi attorno ad un mistero, farlo brillare, lasciarlo espandere, dedicargli tempo, attenzione. Non da solo, tutti insieme. Come potrebbe essere, chessò, una esecuzione della Nona di Beethoven, della Settima di Bruckner (ora ci sarà chi storcerà il naso, ma non sto mettendo le opere in ordine di importanza, che probabilmente non esiste nemmeno, o se esiste è indietro rispetto a ciò di cui parlo). Ecco il punto, il vero punto: ci stai davanti e sono dei misteri.

Abbey Road, London
Abbey Road in tempi più recenti
(Crediti: adam arseneau su Flickr, CC)

Questa cosa è troppo importante, devo cercare di spiegarla, di scriverla. A costo di essere parziale, imperfetto. Inadeguato, perfino. Devo farlo.

Il reale - non in sé ma per come scegliamo di percepirlo - avvolge il mistero e cerca di neutralizzarlo, cerca di riportarci alle cose comuni, tranquillizzanti, consuete. A rischio dell'aridità, magari.  Ci costruiamo un territorio noto, cerchiamo le cose conosciute, allontaniamo la meraviglia, un po' alla volta, fino a meravigliarci che ... non ci meravigliamo più! 

L'operazione comunque non funziona al cento per cento, ha degli strappi. Del resto non puoi stare tranquillo davanti ad Abbey Road. Non te ne dai ragione, semplicemente. L'analisi dei singoli fattori, lo strutturalismo più esasperato, non rende nulla. Smontare i pezzi ti fa soltanto capire che quando li monti insieme c'è di più, molto molto di più dei singoli pezzi. Come in ogni opera d'arte. Come ogni opera d'arte, porta dentro un mistero che sfugge ad ogni analisi, ad ogni riduzione. Porta addosso una irriducibilità esasperata.

Scavare dentro la vita degli artisti, se pur interessante, è alla fine ugualmente frustrante. Non dà ragione, non spiega. Arrivi giù fino a trovare gente comune, con lati belli e lati brutti, arrivi a uomini. Che forse hanno - questo sì - il guizzo geniale di non censurare la propria umanità (diventando perciò stesso creativi).

Roba così. Roba che tu provi in tutti i modi a disinnescare la meraviglia: non è che lo fai con deliberata cattiveria, diciamolo, in fondo ti farebbe comodo, no? Solo questo: ti farebbe comodo che non ti scomodasse. La meraviglia ti scomoda, ti rimette in corsa, non è roba da pantofolai.

Non è questione di biasimarsi. Non è così strano, ammettilo. Hai delle idee sulla vita, sulla morte, sull'arte, sull'uomo. Sull'universo. Ci hai messo anni ad ottenere una posizione su questo, una posizione che magari ti pare stabile. Tutto sommato ti va bene, almeno per ora. E non è che ora un semplice disco pop/rock ti può venire a sovvertire tutto, no? Non è che questo senso di meraviglia e mistero ti faccia correre il rischio di farti sentire ancora provvisorio, non sistemato... ovvero ancora vivo. 

Perché a volte - mi pare - è comodo dire di essere vivi e in realtà non esserlo. Essere tanto ricoperti da strati di consuetudine e buone maniere (condite con una certa moderata ed educata delusione, molto moderna e in quella forma da salotto che perdipiù non infastidisce, ed è abbastanza gestibile, almeno in pubblico). Non è che sei disposto a farti bucare tutti gli strati protettivi messi sù in anni ed anni, da un disco rock di quattro ragazzetti degli anni '70, dopotutto. 

Dopotutto hai le tue idee, non sei sprovveduto. Sì d'accordo, il genio pazzo, la libertà, ma poi l'irresponsabilità, ma poi le droghe... si sa come sono gli artisti, si sa cosa gira intorno al mondo della canzone. Hai insomma tutto questo bel bagaglio di nozioni e giudizi e pregiudizi, che dovrebbe funzionare abbastanza bene nello schermarti dal rischio di meraviglia e stupore. Così, rischi poco, in fondo. Ti aspetti poco e rischi poco. E ti credi furbo e moderno nel tuo rischiare a scartamento ridotto. E invece, fattelo dire, ti perdi il meglio.
L'unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre intensamente il reale (Luigi Giussani)
L'hai letto e riletto, sei d'accordo, ma spesso fai altro. Spesso dimentichi. 

Poi però - grazie al cielo - in ogni istante, può saltare tutto. Nonostante tutto, salta tutto. Qualcosa fa saltare il banco quando meno te lo aspetti, il tuo gioco a sponda ridotta viene spazzato via. Ti senti vivo come tutto un mondo di finte gentilezze e rifinite cortesie non ti facevano più sentire. Vivo! Non sai come o perché, ma sei a contatto con il cuore. Con la parte grezza emozionale profonda, insieme con la complessità articolata, che delizia il cervello. Tutto insieme, ti fa palpitare.

Che poi diciamo c'è questo, del disco. Ti prende dall'inizio, siamo d'accordo. Ma lo fa con garbo, lentamente. Dopotutto Come Together può essere fin troppo lennoniana, puoi metterci un po' per entrarci (ora cerco di smettere di dire che è geniale, dovrei usarlo troppe volte). Ma poi entri. Something segue a ruota ed è forse una della cose più belle uscita dall'estro dei quattro di Liverpool.  Vai avanti e finisci il primo lato con I want you. E tu ormai sei cotto. Completamente catturato. L'inizio del secondo lato non ti fa più stare nella pelle. Non ha senso nemmeno speculare sui singoli brani, non ha più senso frammentare, analizzare, ormai. Aspetti giù il medley che occupa tutta la lunga parte finale. E' un caleidoscopio di stili e di trovate, non hai tempo di respirare che veramente sei come sovrastato. Creatività incredibile e precisione geometrica ineguagliabile. Ogni suono, ogni rumore, è lì dove dovrebbe essere. Ed è sorprendente, sorprendente la libertà gioiosa di questi quattro, sorprendente pensare che correva l'anno 1969 ...

No, rinuncio a fare un resoconto puntuale del disco. Nun je la fo. Perdonate, recensioni ne troverete dovunque. A me piace tornare a questo senso di mistero, a questa bellezza che fa pulsare il cuore. Fa quasi piangere di gioia. Sleep pretty darling do not cry...

E così è stato. Ho sbattuto di nuovo la testa davanti ad un mistero. Non so se è così per tutti, forse nemmeno mi interessa. Questo mi pare di sapere, che comunque per tutti c'è qualcosa che frantuma la corazza, spazza via le protezioni, fa sentire improvvisamente vivi. Può essere un attimo, un momento, una sera quasi magica (come quella che ho vissuto io all'Auditorium), ma c'è e può tornare sempre, quando meno ce lo aspettiamo.

Può tornare a ricordarci che abbiamo un cuore, e che ascoltarlo può essere il lavoro della vita. Un lavoro che, comunque, non andrà sprecato.