lunedì 29 luglio 2013

Come io vedo il muro (Waters a Roma)

Visto il coro unanime di consensi devo dire che nel discostarmene sono un po' imbarazzato. Anzi ieri sera ero abbastanza avvilito di non riuscire a pensare come gli altri. Gli amici, le recensioni, i contatti su Facebook. Tutti erano entusiasti per lo show di The Wall con Roger Waters all'Olimpico, ieri sera.

Certo motivi di entusiasmo ci sono, assolutamente. Intanto l'impatto visivo. Favoloso. Ineguagliabile. Entri all'Olimpico e lo vedi subito, questo grande muro che unisce i due lati della curva sud. C'è un varco davanti al palco vero e proprio. Poi durante il concerto scopri che viene pian piano chiuso anche quello. Il muro viene costruito proprio mentre suonano. Ero in curva nord, decisamente lontano dal palco (anche questo magari non aiuta una valutazione obiettiva), e mentre aspettavo l'inizio, rendendomi conto della scala delle distanze in gioco, paventavo una fruizione veramente minimale dello spettacolo. 

Su questo, ecco, mi sbagliato. Perché il muro stesso faceva da gigantesco schermo dove venivano di volta in volta proiettati i primi piani di Roger o degli altri interpreti, sequenze video, cartoni, e altri effetti, a volte decisamente suggestivi. 

Eppure dovessi dire che sono stato preso dall'entusiasmo, no, non ci riuscirei.

wall
Un muro, un'idea, un concetto...
(CC by marcel_borsboom on Flickr)

Aspettavo le recensioni sui giornali oggi, ma non vedo traccia delle mie perplessità. Allora provo a ragionarci, per cercare di capire se sono motivi oggettivi o legati ad uno stato psicologico personale. E ci ragiono nel modo che mi viene più consono, scrivendo.

Cosa non mi è piaciuto? Intanto non è un concerto, ma uno spettacolo. L'enfasi non è sul suono, ma sul mix - spesso geniale - di effetti sonori, musica, video, animazioni, effetti speciali. Spesso non si vedono nemmeno le persone che suonano o cantano (io ho un sospetto di playback, ma magari mi sbaglio: mi dicono che era solo la mancanza di sincrono tra audio e video). In ogni caso, il suono è funzione di altro, è al servizio di altro.

Perché il mio coinvolgimento è stato parziale? Devo scavare nel profondo dello scorso secolo, per capirlo...

Il concept del muro è della fine degli anni '70. A ripensarci è veramente un album che apre il decennio successivo come pochi altri avrebbero fatto. C'è già tutto - ogni grandezza e ogni limite degli '80, è già lì. La genialità di certe orchestrazioni insieme con la piattezza quasi ideologica di certe altre, drastico e definitivo saluto alle sperimentazioni del rock progressivo che tanta parte ebbero nel decennio precedente. Così Another brick in the Wall Part Two è quanto mai lontano dalle suggestioni di Echoes, è sequenzialità semplice e dichiarata. 

Che il concept abbia più di trent'anni mi sembra che si possa avvertire traversandolo da vari angoli. Anche nella sottile e pervasiva denuncia dello straniamento prodotto dai mezzi di comunicazione, lo avverto come una cosa obsoleta. In The Wall la televisione è simbolo privilegiato di distrazione/alienazione da sé stessi, dalla ricerca di significato

Got thirteen channels of shit
on the TV to chose from

 Il rumore bianco e gli infiniti canali che appaiono ogni tanto sul muro, l'idea di un aggancio disperato con una realtà che si mostra aliena al cuore. Non ci pensiamo, ma è tutto simbolo di un'era passata. L'era pre-Internet. Oggi probabilmente non ci avrebbe sfigurato un riferimento a Facebook. Al telefono si aggrappa il tentativo frustrato di connessione con un altro essere umano, per sfuggire alla schiavitù del potere e alla sua alienazione. Pink chiama ma non trova mai nessuno in casa.

When I try to get through
On the telephone to you
There'll be nobody home

Non c'è nessuno a casa. A casa? Oggi il protagonista, Pink, proverebbe a contattare la moglie direttamente al cellulare. Così come l'idea di sedere aspettando vicino al telefono, è definitivamente una immagine del passato.

Hey you! out there on your own
Sitting naked by the phone, would you touch me

Questo non è un limite, o forse sì. C'è come un'idea di congelamento di una buona intuizione, una volontà di non sviluppare oltre, di riprodurla uguale a se stessa. Ecco, forse il mio fastidio è questo. Non assisto ad un evento, cioè a qualcosa che interviene nel mio punto di spazio tempo rendendomi spettatore di una cosa unica e irripetibile, con un suo specifico carattere. E' come un gigantesco (e geniale e sicuramente costosissimo) contenitore di melodie, ritmi, rumori,  immagini, capace ormai di autoreplicarsi uguale a se stesso in diversi posti e diversi tempi. Ieri a Padova, oggi a Roma. Domani a Vienna. Non è aperto al fluire del tempo, non è influenzabile dal luogo.

Anche la musica. Le elaborazioni rispetto al disco di trenta anni fa sono veramente minime e quasi sempre secondarie. E' tutto così, come è stato registrato allora (con poche e rimarchevoli eccezioni, come l'interessante rifacimento di Outside The Wall alla fine). Cioè il punto non è la musica, è l'idea. O l'apparato ideologico. Che purtroppo assorbe di ogni apparato ideologico anche la impermeabilità al reale e alla sua complessità cangiante.

Che poi, diciamolo, pure questa condanna della società consumistica, che pure ci va tutta, se pensi che passa attraverso le modalità espressive della medesima, a volte ti può dare sui nervi. Cioè, critichi il sistema essendo integralmente parte del medesimo. La sensazione è di una specie di entità liquida che incorpora in se stessa anche un (apparente) dissenso, come dire non ti manca niente. Se vuoi protestare, eccoti qui servita anche la protesta.

Così l'ambiguità presente nel disco originario non viene sanata ma congelata in una reiterazione perpetua, in irrisione anche del trascorrere degli anni. La dolorosa domanda che viene fuori da alcune canzoni, l'apertura a qualcosa di altro, intravista e poi obliata, come in quella che è la frase più bella e vera - per me - di tutto il lavoro

When I was a child
I caught a fleeting glimpse
Out of the corner of my eye

C'era qualcosa che ho intravisto da piccolo. Non sono riuscito ad afferrarla, ma c'era.

I turned to look but it was gone
I cannot put my finger on it now
The child is grown
The dream is gone
And I have become
Comfortably num

Qui sento finalmente l'umano. Ecco, quello che ho intravisto ho deciso fosse un sogno. Ho rinunciato e sono diventato piacevolmente insensibile. Qui si vede l'umano di fronte alla vertigine della decisione. Una decisione per l'esistenza, non una decisione teorica, accademica.

Questo fleeting glimpse, questa fugace visione, era un sogno o no? Come mi rapporto a quello che ho provato? Ecco dove si gioca la libertà dell'uomo, in ogni momento. Ecco dove brilla l'umano, ora e sempre. Di fronte a questa libertà davanti alla quale l'universo stesso sembra inchinarsi...

Ecco, questa vertigine convive con immagini da manuale di psicologia di seconda mano, come il gioco di mutamento continuo tra le figure oppressive femminili moglie/madre, con il trito cliché della prima che al momento topico del processo si trasforma nella seconda; dove il rimprovero tu non mi hai mai parlato abbastanza si trasforma in un abbraccio materno assai più soffocante che protettivo. Una moglie/madre che non introduce il figlio ad avere fiducia nel mondo, ma con uno strato di protezione esasperante lo aliena ancora di più.

Oppure il rapporto con l'altro sesso, nel gioco inquietante dei fiori che si avvicinano e si uniscono - metafora scoperta dell'unione sessuale - dove l'attrattiva iniziale che si trasforma rapidamente in accerchiamento/oppressione. 

Oppure ancora, lo sbrigativo Ehi Teacher, leave the kids alone. "Professore, lascia stare i bambini." Sei solo un mattone nel muro. Educazione uguale repressione, rinnovata alienazione, allontanamento da un mondo ideale e (si suppone) spontaneo.

Ecco, questa provocazione degli anni ottanta non viene elaborata, ma viene ancora adesso propagata (quasi) uguale a se stessa. Non basta un accenno alle vittime di moderne ingiustizie per regalare una ventata di novità. Tutto quanto abbiamo visto ieri era in fondo già stato detto nel disco e nel relativo film di Alan Parker.

Pensavo ieri, invece di tutto questo apparato multimediale al servizio (mi pare) di una staticità asettica, mi sarebbe piaciuto di più un tentativo più estremo, che mettesse in luce alcuni aspetti dell'opera, magari trascurati. Chessò, magari una elaborazione unplugged, una rivisitazione in forma acustica. Il materiale secondo me lo permetterebbe, e sarebbe - quella sì - una nuova avventura... 

L'arte è perennemente sovversiva dell'ordine costituito, perché apre alla novità e alla capacità di stupirsi, mettendo in discussione nozioni date per acquisite. Ma l'arte presuppone uno sguardo vigile e attento, non una perpetua ripetizione. L'arte impara dal reale, non vi si sovrappone. Perché nel reale c'è sempre molto di più di quanto possiamo immaginare, e l'unica cosa, è rimanere aperti. A venti anni come a settanta.

domenica 21 luglio 2013

Vacanza

"Buona vacanza" mi ha detto lei al telefono, pochi giorni fa. Un normale augurio estivo, direte voi, niente di particolare. No, non proprio. Ha detto così, buona vacanza e ha usato il singolare. Mi sembra più significativo del più usato plurale, vacanze. Così mi è rimasto in testa anche se magari a qualcuno potrà sembrare un dettaglio.

Per me non lo è. Adesso vi spiego.

Le vacanze sbiadiscono in un generico plurale una idea di disimpegno, anche dal qui e dall'adesso. Vacanza mi riporta di botto alla situazione attuale, al mio presente.

Così vacanza è rimasto a crescere nella mia mente, tanto che adesso decido di ripescarlo per compilare un'altra parola del mio vocabolario. Vacanza mi fa pensare a mille cose. Alla lezioni di fisica in università, per esempio. Dove imparavo che vacanza implica una mancanza, un vuoto. Manca un elettrone, una particella, c'è appunto una vacanza. Qualcosa che tende ad essere riempito.

Così la vacanza è una cosa naturalmente aperta, che va riempita, capisco, con maggiore libertà rispetto al solito. Una possibilità. Ma anche una bella responsabilità. In fin dei conti è abbastanza facile lasciarmi condurre nella vita ordinaria. C'è già una trama di cose che chiedono attenzione, che assorbono il tempo. Il rischio (assai concreto) è che io le faccia con poca coscienza, passando da una all'altra senza davvero essere nell'attimo presente.

Facendo le cose senza esserci mi sento vuoto. Più le cose si affastellano e l'agenda si riempie, più mi sento disorientato, appiattito su una reattività d'occasione, poco profondo. Troppo in superficie. Il malessere che ne sorge è una spia fastidiosa ma preziosa, un segnale di allarme che viene dall'interno per far capire che è ora di correggere la rotta.

Tornare ad essere nelle cose che si fanno.

É questo l'obiettivo, che come tale è sempre e comunque un work in progress. Con il vuoto del periodo estivo mi si apre una occasione. Di riempire il tempo con più coscienza rispetto a quanto faccio di solito. Cerco di raccogliere la sfida, anche perché un vuoto non riempito mi diventa subito pesantissimo.

(...) La vacanza è il tempo più nobile dell'anno perché è il momento in cui ognuno si impegna come vuole col valore che riconosce prevalente nella sua vita, oppure non si impegna affatto con niente è allora, appunto, è sciocco. (Luigi Giussani)

Che poi, il non impegnarsi con niente che risulta così, pesantissimo. Sciocco perché inutilmente pesante.

Rimanere in vacanza senza cogliere l'occasione per provare a lavorare con più amorevole decisione su se stessi (dico subito, a prescindere dagli esiti, senza misurarsi) mi sembra troppo tempo sprecato. Così se penso a semplicemente a giorni vuoti da impegni, davanti a me, mi sento triste, se invece penso a questo lavoro - qualcosa che mi sembra esser dato, esser proposto, proprio perché io lo svolga - mi viene da sorridere, tanto questo lavoro sembra corrispondermi, sempre. Sotto un ombrellone o davanti alla scrivania, sempre.

E il fatto che in questo modo il vuoto si riempia, mi fa stare meglio.

 

domenica 14 luglio 2013

Mark Knopfler, una serata d'incanto

Grande concerto quello di ieri sera. Bello trovarsi davanti a dei maestri. Maestri nel modo di suonare, nel modo di far partecipare il pubblico, nell’intesa mirabile nel gruppo, nell’impasto sonoro, in tutto.

Tre ore di attesa ma li valgono tutti, se ci ripensi. Ma in realtà l'attesa è molto più lunga, parte almeno da un certo camioncino e tutta la suggestione che vi hai trovato all'interno... Capannelle si riempie pian piano, ma alle nove e mezza il parterre è ormai densamente riempito, e ovviamente tutte le tribune son piene.

L’attesa cresce, si fa fremente. Finalmente arriva Mark e la sua band, un breve saluto e attaccano subito con What is it. Bella, con una coda articolata diversamente rispetto al disco. Bella, ma ancora non hai capito. Non ti sei reso conto di dove sei. Pensi ad un onesto concerto, senza sbavature. Ottime canzoni e poi a casa. Invece, non ti sei ancora accorto che il bello deve ancora venire. Intanto arriva Corned Beef City. Però, ti viene da pensare. suonano bene, compatti, senza sbavature. La voce di Mark è quella che deve essere, perfetta per la sua musica. E che musica. Dice bene l'articolo sul Messaggero, Mark viaggia da tempo "sulla via di un rockblues & country che possiede un respiro profondo." 

Tutte le foto del concerto sono di Claudia Castellani
Il fatto è che è un rockblues che pian piano ha accettato ed integrato la tradizione, mantenendo sempre una sua originalità. Ed è forse questo il segno della grande arte. Dire cose nuove con le radici ben piantate sulla solidità delle cose antiche. Ed è questo - azzardi a pensare - che molto pop/rock ha perduto. Tutto teso a cambiare, ad innovare, senza avere prima guadagnato la pazienza e la profondità di far proprio quello che è, quello che è stato. What it is, potremmo dire con Mark.


Cleaning my Gun alza ancora il livello, ormai si vola molto alto. Memore della stupenda esecuzione che compare tra le bonus tracks di Priveteering, ti emozioni già alle prime note. Stupenda, precisa, vissuta. Non sai dire se meglio di quella del disco, ma come minimo ci fa a gara.

Poi Privateering, Father and Son... La formazione suona benissimo insieme, è evidente che sono professionisti abituati da molto tempo a lavorare uniti. Ecco Hill Farmer’s Blues, la riconosci subito dal giro di chitarra iniziale, così caratteristico. I brani si susseguono e no, tu non ti stanchi, ti sembra sempre che il concerto sia appena iniziato. 

Mark presenta la sua band. Gente che suona con lui da decenni. E si vede. L’intesa tra loro è meravigliosa. Non c'è che un paragone, non riesci a non pensare ad una formazione jazz, per quanto tutto sia equilibrato, articolato, organico. Sono tutti bravissimi. Batteria, pianoforte, flauto, bassi... E guarda, Mark è favoloso con la chitarra. Potresti osare la parola, leggendario. Ti accorgi che c’è questo, è come se mancasse una vera separazione tra le sue dita e la chitarra, che non ci fosse nessun confine artificiale, tanto le corde rispondono con precisione e una granularità finissima allo spettro di sentimenti e sensazioni di questo straordinario artista.

Sul palco c’è pronta una sfilza di chitarre esagerata. Mark la cambia praticamente ad ogni pezzo. 

All’ennesimo cambio di chitarra Mark attacca uno degli arpeggi di chitarra forse più famosi dell’altro secolo. Inizia Romeo and Juliet. E tu ci cadi dentro con tutte le scarpe. Ma se solo ti guardassi intorno, vedresti come ci cadono dentro tutti, grandi e piccoli. Mark entra nelle tue emozioni e nei tuoi ricordi, gioca su uno spazio che ha creato con la sua arte e ora ripercorre con feconda inventiva e - sembra - con rinnovato piacere. C’è la piccola meraviglia di un approccio che rispetta l’intuizione originale arricchendola, e una voce che forse rende il pezzo ancora più bello. 

Mi diceva Claudia di gente rimasta delusa dagli ultimi concerti di Dylan, per  come ormai stravolge le canzoni. Mark no, grazie al cielo. Anche le canzoni più vecchie, anche con quelle sembra si diverta. Vengono fuori fresche, con uno spessore nuovo, forse ancora più belle. Ti accorgi mentre le ascolti che siete cresciuti insieme, tu e lui. E quella che ti dona adesso è proprio quella che vuoi ascoltare. E intanto che suona tu ritorni con la mente agli anni in cui la canzone era nell’aria, nelle radio, nei dischi degli amici. Quando era il presente. E tu eri forse diverso da adesso, forse uguale. Oppure eri lo stesso e sei solo cresciuto, hai acquisito degli altri strati, dell’altra vita ti è cresciuta addosso. Ma va bene, va bene così. E’ comunque un arricchimento, come le note di questa Romeo and Juliet sono un arricchimento rispetto a quella antica versione. 


Le canzoni scorrono e l’atmosfera è proprio magica. E ti lasci sorprendere di nuovo, anche se non sei giovanissimo, ti viene addosso ancora la sensazione di prendere parte ad un evento. Ed ogni evento è un punto di svolta, un segnale dal quale puoi ripartire. Quando vedi che la gioia fluisce vedi che la vita à di più dello spazio angusto in cui (anche con tutte le migliori intenzioni) ti sei andato a ficcare, in cui ti sei adagiato pian piano, senza nemmeno accorgertene. Cavoli. La vita è di più e devi uscire dal tuo angolino per viverla davvero. Non c’è esposizione ad una cosa bella, come questa, senza che cresca un desiderio di vivere, vivere sul serio.

Non c’è Sultan of Swing alla fine. Forse qualcuno rimane deluso: non tu. Perché Mark riprende quello stupendo album che è Get Lucky e ti regala il gioiello finale, Piper to the End. Sono le undici e mezzo e non c’è più il caldo e hai dimenticato la lunga attesa e tutto quanto, e veramente tutto il pubblico sembra muoversi e respirare con le note della chitarra di Mark, come dei fili invisibili legassero quelle sei corde alla miriade di persone ad ascoltarlo. Che detto tra noi, ti infila dei virtuosismi da lasciare senza fiato. 

Così tu e lui vi siete intersecati, finalmente, in questo punto dello spaziotempo. Roma Capannelle, 13 luglio 2013. E sei solo contento di essere qua. Di esserci stato. Perché capisci che la musica è una cosa dell’altro mondo. E di quanto può portare, in questo mondo, per renderlo più bello e rendere le persone più contente e per questo, migliori.

venerdì 12 luglio 2013

Dai Genesis, fino a Bruckner. Avventurosamente

Che poi la cosa non è conclusa. Sento che c'è ancora qualcosa, qualcosa che va detto ancora, o meglio, va aggiunto al già scritto. Parto subito da una considerazione globale sul disco. Mi viene un'analogia forse bizzarra. Mi viene da pensare alla musica di Anton Bruckner. Eh sì,  perché Three Sides Live mi pare un disco squisitamente bruckneriano. Sarà anche forse per questa copertina bianca, che mi fa pensare allo stupendo ciclo delle sinfonie di Bruckner diretta da George Tintner. Ecco, uno come lui lo senti subito, te ne accorgi che ama quello che sta dirigendo. Che dà al materiale sonoro e al suo autore il massimo rispetto, la massima reverenza.

La quarta sinfonia di Bruckner diretta da George Tintner.
Difficile scappare dall'evidenza che questa conduzione
sia il risultato di un rapporto d'amore.

Un po' come accade per quella curiosa incisione, quella rivisitazione di Bruckner in chiave Jazz. Interessante fino dal titolo, Deference to Anton Bruckner. E interessante nel contenuto. Ti accorgi che ci sono delle idee che possono migrare stile, registro espressivo, ma rimangono. Perdono qualcosa e qualcos'altro acquistano, in maniera misteriosa.

Idee e significati che passano attraverso gli stili,
e i generi musicali sono davvero solo questo:
divisioni di comodo

Così questo più lo ascolto più Three Sides Live mi appare come un disco bruckneriano. Perché da come la vedo io, vi sono due orientamenti musicali dominanti. Due modi essenziali di scrivere e fare musica. Uno può essere quello che chiameremo mozartiano (anche se non tutto Mozart, ovviamente). C'è infatti la musica che si diverte ad essere musica, e può essere incantevole e stupenda. Mi fa pensare ad un giardino con delle fontane zampillanti. Ad una festa di colori, di fuochi artificiali. Allo stupore del dire, del raccontare. Prendiamo ad esempio quella gemma che è Eine kleine Nachtmusik, la Piccola Serenata Notturna. La musica è armonia e gioia e porta gioia alla vita dell'uomo, perché rivela nascoste simmetrie e suggestive consonanze.

Così in questa modalità la musica si.. stupisce di se stessa, e riflette su se stessa. Così la diversità dei suoni e la varietà di modulazioni espressive trova ampio spazio: un gioco squisito che è insieme riflessione sulle potenzialità del mezzo, e celebrazione della vita. E' una modalità che trascende disinvoltamente la (discutibile) divisione in generi, e attraversa tutta la musica: esempi sono la ottava sinfonia di Beethoven, Tubular Bells II  e QE2 di Mike Oldfield, la quarta sinfonia di Gustav Mahler... così, solo prendendo le prime cose che mi vengono in mente.

C'è poi l'altro polo espressivo, l'orientamento musicale che per comodità voglio chiamare bruckneriano. Dove vince l'urgenza e la profondità di quello che si deve dire, dove il senso di compromissione totale con il dramma umano, esige una attenzione e una focalizzazione differente. In cima non c'è più il gioco degli strumenti, c'è la omogeneità e la compattezza. Perché si va all'essenziale. Tutto suona come una cosa sola. Nessuno strumento vien fuori con virtuosismi od orpelli. Perché quando si parla della vita e della morte nessuno vuol mettere orpelli, nessuno ammette di perdere tempo. Bruckner - è stato detto - tratta l'intera orchestra come un unico strumento, come fosse un maestoso organo. Ecco perché le sue sinfonie sembrano più affini ad una Toccata e Fuga di Bach che a tante altre sinfonie ottocentesche o novecentesche.

Esempi di questa modalità musicale ce ne sono tantissimi, a cominciare da quasi tutto Bruckner, appunto. La musica sacra, per grande parte (per quel che ne capisco) è qui. Ma non solo: la nona sinfonia di Mahler ne è un altro brillante esempio. E quel capolavoro incompiuto e sublime della sua decima, è totalmente qui.

Allora, tornando al disco dei Genesis, forse vi posso spiegare perché per me sia da considerarsi un disco del filone bruckneriano. Sì, senza alcun dubbio è così. Ascoltante, è evidente fin dall'inizio. Intanto, nessuno strumento vien fuori a fare sortite estemporanee. No, niente: non c'è verso. Tutti compatti, in funzione dell'idea espressiva. Senza distrazioni. Poi, guardate la compattezza del fronte sonoro. Fino dall'inizio, in ogni canzone. La scelta dei timbri. Essenziale: compatta ed essenziale. Invece della varietà armonica c'è un uso sapiente delle possibilità tecniche, che non vengono mai alla ribalta di per sé. Il suono ovviamente c'è, ma non è che si metta in mostra, perché è totalmente funzionale all'espressione del contenuto.

Prendiamo per esempio Dodo. L'apertura è... fantastica. Due note, una intro più breve non si può. Due note, e il senso di allarme, di allerta, lo ricevi subito. Dopo arriva il sintetizzatore, con quel suono ruvido quanto basta e dopo un po' di ascolti ti accorgi che lo vuoi proprio così, che ti serve proprio così, esattamente così. E tutto si integra benissimo nel pezzo. A costo di sembrare irriverente (ma non intendo esserlo), accosterei quasi l'apertura di Dodo con quella della quarta di Bruckner. Diversissime, per carità. Eppure fecondate da una medesima urgenza espressiva.

Di Abacab abbiamo già detto, ma per profondità di testo e musica siamo sul bruckneriano spinto. Niente poi è meno superficiale e nello stesso tempo niente è più saporito di Abacab. Confrontatelo con - chessò - un brano collinsoniano come Sussudio. Ecco lì c'è il divertimeno, l'intrattenimento, la situazione particolare, il tocco descrittivo. Qui c'è l'affondo sulle questioni radicali dell'esistenza. Lì siamo mozartiani, qui torniamo totalmente bruckneriani.

E su tutto spicca la straordinaria qualità del modo di suonare la batteria. Se ti abitui a sentire queste canzoni, poi c'è il rischio che tornando ad ascoltare altro, non ti senti più soddisfatto. Per ascoltare un suono di batteria soddisfacente in maniera simile devi metterti a sentire musica Jazz, non c'è verso.

Perché l'avventura prosegue, e non è mai la stessa, e non è mai circoscritta.
E' l'avventura umana, dopotutto.

martedì 2 luglio 2013

Vento

Apri le tue vele
ad accogliere il vento
che molto ancora
per te deve accadere
(Angelo Branduardi, Il Viaggiatore)

Esci dalla baia, ti allontani dalla terraferma. Ron ron, il motore sotto i tuoi piedi è tranquillo e rassicurante. Ma anche poco interessante, in verità. E’ normale andare avanti, se sei spinto dal motore. Ad un certo punto però qualcuno nell’equipaggio scruta il quadrante, quello davanti al timone: dice sì c’è vento, possiamo aprire. Finora le cime sono tirate, le vele chiuse, contratte. Al segnale lasci scorrere, allarghi il fiocco, la randa. Li spiani davanti al cielo.

La vela si stende, si allarga. Respira, finalmente. E prende vento.

Tutto a posto, puoi spegnere il motore. Ora c’è il silenzio. E la barca vola sull’acqua, senza rumore. Se non quello del vento, che gonfia le vele e ti fa andare avanti. Sembra un miracolo. Andare un barca a vela è un po’ come accendere un fuoco. Una sorta di antichissimo rito, che si rinnova nel presente, davanti a te. Ecco, pensi fare una cosa nuova, in realtà affondi nel solco solido della storia, dei millenni.

Finalmente vai a vela. Un’esperienza unica, nuova e familiare allo stesso tempo.

Sembra impalpabile, etereo, il vento. Sembra qualcosa che c’è e non c’è, come sospeso in una condizione instabile di semiesistenza. Il fatto è che anche tu sei moderno, nel bene e nel male: sei abituato a pensare che esiste solo ciò che tocchi, che manipoli. Fino a che non ti affidi a lui, all’impalpabile vento: lasci le tranquille certezze, spegni il motore, e vieni portato. Non ti accorgi di quanto è reale il vento, di quanto ti spinge, ti porta, fino a che non ti affidi.

E dunque non decidi tu, non stai più lì chino a regolare il motore. E’ una cosa più divertente. Certo, magari studi come sfruttare il vento, come far muovere la barca dove vuoi, sfruttando il vento che c’è. Muovi le vele apposta, se cambia il vento ti adegui, ti muovi di conseguenza. Vai di lasco, di bolina. Cambi mure. In ogni caso, qualsiasi sia la tua strategia, la tua rotta, è lui che ti spinge. Non sei tu che devi inventarti come andare, devi solo ingegnarti a lasciar fare, nel modo migliore.

Navigando nelle acque dell'Argentario...

La vela si gonfia e più è grande, più accoglie vento. Più sei disponile, più apri, più vieni portato. Lo ammetto: a volte mi sento così accartocciato su me stesso, che mi metto in modo tale da non raccogliere vento, da non farmi smuovere, da non farmi portare. Dico che non ho le vele perché le tengo tutte chiuse, ho paura quasi di vedere che ci sono, che si possono aprire, allargare. Allora sì che sto fermo, e ci sto male.

Che poi il vento non è che ti chiede niente, se non la disponibilità ad aprire le vele, aprirti. Non è che sta a vedere se sei stato buono o cattivo, se hai litigato con tua moglie o se tutti i tuoi desideri sono in regola, se stai vivendo come pensi sia giusto vivere o ti sei lasciato prendere da dinamiche differenti. A volte uno è incastrato a pensare a cosa ha fatto o non ha fatto, a inventarsi delle inutili autovalutazioni, a ruminare stupidamente su quanto sia lontano dall’ideale. E si dimentica della cosa più semplice ed importante. Aprire le vele.

E' quando apri le vele che le cose accadono. Sempre. Non sei determinato dal tuo passato, il passato scompare veloce a poppa, proprio perché la barca sta andando. Il passato è passato ma qui te la giochi nel presente. Sei disponibile o no a fare il viaggio? Apri le vele o no? Il vento soffia e ci invita, sempre. In ogni momento. Ma la decisione rimane nostra, perché il vento invita e non obbliga. E ha un rispetto sacro della nostra libertà.

Di ciò che, veramente, ci fa essere uomini.