domenica 26 maggio 2013

Niente più concreto, di un mondo segreto

Sono grato a quei film che mi fanno pensare, magari imperfetti, qui e là, ma che mostrano degli squarci di bellezza. Che mi aiutano nel lavoro quotidiano, del cedere all'evidenza del reale, sopra tutti i pensieri e oltre tutte le congetture. Così la visione di Epic - il mondo segreto mi ha inaspettatamente fornito degli spunti preziosi.

Il film è ben fatto. Su una trama di base abbastanza semplice, costruisce una storia interessante e sufficientemente intessuta di sentimenti umani veri da consentire di essere percorsa senza noia, per grandi e piccoli. Così le battute scoppiettanti possono divertire sul momento senza pregiudicare  l'effetto più permanente, il retrogusto piacevole di una riflessione onesta sul reale, senza sovrastrutture ideologiche.

Il logo del film

Credo che uno dei pregi del film sia proprio la plasticità dello schema narrativo, le cui suggestioni sono abbastanza morbide da poter essere accolte ed esaltate in taluni aspetti particolari, a seconda delle inclinazioni di chi guarda. Proprio come farò io, qui di seguito.

C'è una scena in particolare che mi ha colpito. Il cui significato reale è balzato subito alla mia coscienza. E' quella in cui Bomba, il padre dell'adolescente Mary Katherine (simpaticissima), decide di lasciar perdere il suo sogno. Bomba è uno scienziato un po' eccentrico che ha dedicato una vita a cercare le prove di una civiltà di persone minuscole, senza averle mai visto direttamente. Dopo la morte della moglie, la mamma di Mary Katherine, vive da solo in una casa in mezzo alla foresta, tutta piena di monitor ed apparecchiature dedicate alla sua ricerca, finora infruttuosa. 

Allora. C'è questa sequenza - che per me è drammatica sia a livello del significato contingente sia in quello del significato più profondo - in cui Bomba si sente forzato dagli avvenimenti - dalla sua interpretazione degli avvenimenti - a prendere una decisione. E si convince a lasciar perdere la sua ricerca. Troncarla, interromperla, bruscamente. Con rabbia.

Bomba sembra vinto. Accetta di normalizzarsi, di diventare uno come tanti. Spegne i monitor uno ad uno. Spegne i sogni, uno aad uno. Decide di non dar loro più ascolto, di non dar loro spazio. Avevano ragione gli altri, avevano ragione tutti. Il sogno l'ha portato lontano, l'ha portato in uno spazio tutto suo, l'ha portato fuori dal mondo...

Fuori dal mondo. Ecco l'obiezione che ci facciamo spesso. Non seguo i miei sogni, lascio che siano lì che mi chiamano, ma non mi volto. Non mi chiedo neanche più perché siano lì che chiamano, che mi implorano ogni giorno, mi supplicano di dar loro attenzione. Mi dimentico del fatto che i momenti in cui sono stato meglio, più contento, più ottimista, sono stati quelli in cui ho seguito i miei sogni, le mie aspirazioni. Ho dato loro fiducia. Non ci penso. Meglio essere concreti, stare con i piedi per terra. La vita è dura, d'altra parte. Non si può sognare sempre, si dice.

Che tragico errore. Quanto male ha fatto e può fare questo errore. 

Perché la verità è all'opposto. La vita è dura se non si sogna. Se non si segue quello che il cuore ci suggerisce. Allora sì che è dura. Perché è dura una vita da cui sfuggiamo il significato. E stare con i piedi per terra è questo, è guardare in alto. E' seguire una vocazione.

Il film lo dice senza dover spedire troppe parole. Lo dice molto efficacemente. Anzi meglio: lo mostra, questo errore, lo mostra in atto. Ne mette in luce la portata drammatica. Tutto il rischio terribile di rinunciare ai propri sogni, di normalizzarsi e buttare alle ortiche la propria unicità, il motivo per cui siamo al mondo. I monitor che vengono spenti - proprio mentre vengono spenti - trasmettono le immagini della figlia che dalla foresta, proprio nel momento culminante della battaglia tra il bene e il male,  gli chiede disperatamente aiuto. Ma lui non guarda, ha già deciso di rinunciare al sogno. E (curiosa "coincidenza") già non guarda, non guarda più il reale. Non vede. E' il dominio totale della mente, del ragionamento che prevale sulla realtà. Le cose succedono ma tu non le vedi più. Pensi troppo e vedi poco.

Diceva Alexis Carrel (anche lui scienziato) che "poca osservazione e molto ragionamento portano all'errore, molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità"

E' la realtà è dove succedono le cose, non la nostra testa. E' la realtà che è un campo perpetuo di possibilità, come un campo quantistico dove spuntano continuamente particelle ed antiparticelle.  E' la realtà che ti può sorprendere sempre, in ogni momento. Ecco perché la vita è bella, perché niente è mai "scritto", perché la sorpresa è sempre possibile.

La scelta è quella di ogni giorno, di ogni momento. Quella fondamentale. Stare alla realtà come ci arriva, stare alle circostanze con cui la realtà ci tocca, oppure violentarla sovrapponendo ad essa un proprio schema, una propria interpretazione. 

L'errore è mostrato, quasi gridato, nel film. Il professore se ne salva per un pelo. E non solo se ne salva, ma accettando di vivere il proprio sogno - e solo così - diventa parte attiva e fondamentale nella dinamica della storia, e nella lotta del bene contro il male (non dico di più per non rovinare la trama a chi volesse vedere il film). Ma la lezione è chiara. Seguire i propri sogni non è egoismo. Seguire i propri sogni è una delle cose più altruistiche che si possono fare. Perché se segui i tuoi sogni ti rimetti in gioco, sei attento al mondo. Sai che fai quello per cui sei stato messo sulla Terra.

Se segui le tua inclinazioni sei attento, aperto, collaborativo. Se ti opponi, sei in lotta con le cose, con la struttura fine della realtà, con la trama dell'universo. Ecco che arrivano il malessere, il senso di vuoto, il peso: indicazioni preziose per correggere la rotta. In un certo senso non c'è niente di più immediato del cedere. Tuttavia la resistenza è forte, perché si tratta di bucare lo strato protettivo e ossessivo dell'ego, per arrivare al sé. Alla consistenza di sé stessi, alle nostre vere aspirazioni. Ad ascoltare la voce dell'Assoluto, che ci ha fatti unici. E ognuno con un compito. Un compito che nessun altro può svolgere.

Certo, ci sarebbe molto altro da dire. Questa - si sarà capito - non è affatto una recensione del film. E' soltanto un affondo in verticale, che prende spunto quasi integralmente da una sola sequenza. 

Morale: sono entrato in sala con qualche perplessità, ma ne sono uscito contento. Perché alla fine il film mi ha catturato (soprattutto nel secondo tempo), perché le immagini ed anche la musica sono molto belle. 

E soprattutto per questo, perché ho trovato preziosi semini per continuare a riflettere su ciò che mi è più caro. Davvero, niente di più concreto, di un mondo segreto...

lunedì 20 maggio 2013

Cura

No, no. Certo non mi fa piacere riconoscere di avere delle ferite. Non mi fa piacere nemmeno ammetterlo perché - dopo l’imbarazzo iniziale - questo mi lascia più scoperto, più esposto. Ma anche, devo dirlo, "stranamente" più lieto. Insomma, come se mi fossi tolto un peso di dosso che non mi faceva respirare.

Perché l’istinto è quello: quando mi trovo addosso l’evidenza della ferita, quando avverto il disagio, l’istinto è quello di correre a nascondermi. Ok, aspettiamo tempi migliori, momenti più adatti. Poi ci ripresentiamo in pubblico, davanti al mondo. Mi costa molta più fatica ammettere il disagio - ammetterlo prima di tutto davanti a me stesso. Accettarlo, farlo entrare nella vita, dargli cittadinanza. Mi è costato molta fatica e molta incertezza, percorsi tortuosi, indecisioni e tormenti, ammettere il mio bisogno di aiuto, di “cura”.

Segui il sentiero...
Cammina, segui il sentiero...


E’ una decisione di ogni giorno, di ogni momento. Accettare il proprio limite o no, le proprie parti oscure, oppure no. Accettare il fatto di non poter decidere di “guarire”, di non poter gestire la cosa completamente “da soli”. Bello schiaffo alle proprie pretese di autosufficienza, tra l’altro! E anche così, anche assodato che da soli non siamo capaci, resta l’accettare che c'è prima di tutto da fare un cammino.

E anche questa non è una cosa immediata. Riflettevo tempo fa, come in pochi ambiti siamo ormai disposti a permettere che vi sia un tempo di svolgimento, di evoluzione. Tutto e subito, altrimenti non sembriamo efficienti! Eppure - grazie al cielo, mi verrebbe da dire - la cura dell'anima, della psiche, insomma ogni percorso psicologico e spirituale, è qualcosa che ordinariamente richiede tempo. Richiede tempo, perché si innesta nel tempo e lo rende significativo.

Uso il termine cura nel senso più allargato possibile, che può certo comprendere un percorso strettamente terapeutico ma non si esaurisce in esso. Cura, per come lo intendo, è qualcosa di opposto alla “angosciosa illusione dell’autonomia” (Giussani), cura è essere disposti ad uscire da sé per trovare davvero una fratellanza umana, cura è anche accettare i propri fantasmi e cercare di parlarci (ecco un bel compito): scendere nell’ombra per incontrarli, andare a vedere qual è il tesoro che proteggono - invece di schiacciarli o nasconderli sotto il tappeto. Che poi tanto vengono sempre fuori più incattiviti (penso sempre a San Franscesco e al lupo… a come il lupo sia diventato mansueto solo quando Franscesco ha accettato di “parlarci”, di ascoltarlo, di dargli legittimità di esistenza, in pratica).

Ecco. Dar loro legittimità di esistenza, un primo passo per muoversi verso la pace. Tutt’altro che scontato, nella pratica quotidiana di vita.

Ecco perché i momenti in cui sto veramente giù, sto davvero male, sono quelli in cui agisco e penso fuori dal “contesto della cura”. Azioni e pensieri che si muovono fuori da questo contesto di guarigione/conversione (fatemelo pensare così, morbido e dorato) sono quelli più duri, meno articolati. Sono i pensieri malati, proprio quelli che negano ogni svolgimento nel tempo: vorrei essere arrivato ora a star bene, ad avere le idee chiare, ad avere un comportamento magari lineare e coerente. Con le mie sole forze è impossibile, ma faccio orecchio da mercante, non lo voglio intendere. Nonostante l’esperienza me lo suggerisca ogni giorno. Eppure bisogna ammetterlo, una buona volta: concepirsi artefici di sé stessi è davvero angosciante. All’opposto abbassarsi a domandare è risanante, è liberante…

Ogni giorno convivo con idee di cura e idee ‘malate’. Queste ultime si riconoscono facilmente, perché fanno fuori prima di tutto la mia umanità, in nome di un malinteso efficientismo e un asfissiante e sterile perfezionismo. Ma quando le seguo mi ingrippo, mi metto presto fuori gioco da solo. Allora devo riconoscerle come sono, riconoscere che sono appunto idee malate, e che invece c’è una cura, un percorso, che traversa regioni più assolate, schiude panorami più confortanti. E che la cosa più semplice  e sicura che posso fare è affidarmi, riconoscere pacificamente l'enormità del mio bisogno, contemplare di più e ragionare di meno, seguire il sentiero…

E’ il lavoro di ogni giorno. Più lo accetto, più lo faccio mio, più respiro.

E più tornano a risplendere, ai miei occhi, i colori del mondo…

domenica 12 maggio 2013

Parole in fila (con un'isola)

Così, riconoscersi. Rassicurarsi appena nel mettere due o tre parole in fila. A seguire. Ci sono cose che non puoi smettere di fare, tutti i dubbi non ti fermano. Ti possono rallentare, ma non ti fermano. E' che semplicemente rifiutando, scappando, non eludi il problema. Ti si ripresenta davanti ogni giorno. Vuoi prendere sul serio questa cosa, oggi? Certo, puoi prenderti in giro, rallentare, andare piano quanto vuoi (l'ho fatto tante volte). Puoi mettere da parte, ma non ti senti veramente a posto. Più passa il tempo e non ti senti a posto. Qualcosa non ti lascia a posto - semplicemente ciò che rimane intorno, tolto quello, non ti appaga più. Non ti riempie.

La paura, la resistenza, non è da sottovalutare. Può essere paura forte, decisiva. Dici, non mi butto perché chissà, sarà per me? Sarò bravo abbastanza? Chi lo dice? Eppure la puoi sorprendere, scoprire. Passare attraverso le paure, può essere la cosa più diverente che c’è. E’ ancora tutta da scoprire, probabilmente. 

Writing nowadays
Writing nowadays, immagine di Starlightworld su Flickr

E' noto: la cosa più difficile è l’inizio. All’inizio metti due o tre parole in fila, scrivi qualche paragrafo. L'hai fatto perché non potevi evitarlo. Le hai provate tutte per non scrivere, ma alla fine hai dovuto. Ecco. Quando rileggi arriva il colpo decisivo. No, non va bene. E’ zoppicamente, suona male. Pieno di ripetizioni. Non decolla. Certo, c’è questa frase che forse va bene. Forse sì, questa va bene. Però no, complessivamente non va: è evidente.

E quello che è peggio, la cosa che fa più scandalo, non è nemmeno questa. E’ l’idea. Siamo onesti, cosa volevi dire? Qual è il nucleo centrale, quel nucleo pulsante che volevi ricoprire di parole? Volevi esporre al mondo? Ai familiari, agli amici, ai contatti facebook, a tutti? E’ questo il nucleo dell’idea? Sarebbe questo? 

La vocina si fa più insidiosa, fino a darti la mazzata più forte. “Ma se è questo che riesci a scrivere, se l’idea che esprimi è tanto ingenua, non è meglio che lasci perdere?” 

Questo mi ha spesso fermato. Leggevo quello che avevo scritto, e subito dopo aver letto, l’impulso era sempre lo stesso. Volevo scappare. O magar far finta di niente, far finta che non ero io. Che io ero molto meglio, se solo avessi voluto. Il solo fatto che io sapessi di riuscire a scrivere soltanto in “questo modo” era già destabilizzante. Lo scarto tra l’idea indistinta e luminosa nella mente e il risultato sulla carta è stridente. Ma allora, io scrivo così?

Meglio cullarsi nell'idea rassicurante che sarei molto bravo, se solo volessi. Sembra rassicurante, all'inizio. Poi capisci che è la strada verso il disagio. Perché quando scappi il disagio, comunque, arriva.

Il punto è  magari che bisogna fare palestra, ogni passione va coltivata. Più profondamente: nessuna auto(s)valutazione può avere la consistenza adeguata per mettere in dubbio la propria vocazione. E' semplicemente su un altro piano, è solo un ennesimo tentativo di resistere. Il messaggio positivo è esattamente in senso opposto alla paura,  non devo smettere, devo lavorarci di più. Non bisogna scandalizzarsi della propria imperfezione, dobbiamo appunto lavorarci su, nella pace.

D'altra parte gli ostacoli, le paure vengono per questo. Per verificare se una cosa la vuoi abbastanza, la vuoi davvero. Se la vuoi davvero, probabilmente la cosa la devi fare. Probabilmente è la missione che ti è stata affidata fin dall’eternità dei tempi. 

Certo fa tremare i polsi pensare di avere una missione. Mettersi di fronte alla propria unicità può spaventare. Anzi a volte terrorizza proprio. Non siamo più abituati a pensare che ognuno di noi è unico, straordinario ed irripetibile, in tutta la storia del cosmo. Per troppo tempo hanno provato a convincerci del contrario, e forse abbiamo prestato troppa fede a gente ancor più spaventata di noi. 

Chi ci ha già rinunciato / e ti ride alle spalle / forse è ancora più pazzo di te. 
(Edoardo Bennato, L'isola che non c'è)

Ci vuole un lavoro anche per cedere, per arrendersi. 

Ma se questo deve essere, se questa è la verità, allora sia. 

Che poi uno si accorge che se prende sul serio la propria vocazione, l’universo si adatta, si modifica per aiutarlo… ma questa è un’altra storia. 

O meglio: un’altra parte della stessa, unica, grande storia. La scoperta che ognuno deve fare, che realizzare sè stessi non è affannarsi dietro qualche propria idea di compimento, ma è sostanzialmente una passività. 

E’ cedere al progetto che un Altro ha su di te. 

domenica 5 maggio 2013

Pace

E' certo una delle cose più desiderabili. Quando mi è venuto in mente di aggiungere questa parola al mio dizionario ho dovuto cercare bene nei post passati, tanto non mi pareva vero di non averla già trattata. 

Ed è così, non l'avevo mai trattata. Almeno, non direttamente. Però sfiorata diverse volte, già avvicinata da diverse angolazioni.

E non è un caso. Perché pazienza, umiltà, ad esempio, orbitano strettamente intorno alla pace. Allora provo a fare un po' di luce sulla questione, lavorando - come al solito - innanzitutto per me stesso, nella speranza (pacifica) che parte di quello che scrivo possa servire anche ad altri. 

Come posso definire la pace? Ecco, comincerei a dire questo. La pace è una disposizione del cuore che prima di tutto accoglie quello che è. E' gratificare la realtà di un assenso preventivo, come dire quello che accade, va bene.

peace and daisy
 Immagine di thegoinggreenboutique su Flickr (licenza CC)

E qui siamo già nella piena battaglia, secondo me. Perché la pace implica comunque una battaglia. Se mi guardo, capisco che il mio cuore usualmente ribolle di motivi per cui non vuole essere in pace. In questo favorito anche da una sorta di attitudine sociale, per la quale la pace viene vista come cosa poco interessante, soprattutto in ambito economico e commerciale. Se sono in pace, consumo di meno, spendo di meno. Non è una cosa nuova, ma è il cuore di ogni efficace strategia commerciale: indurre un bisogno. L'idea è che soddisfatto questo "bisogno", posso avere la pace. Può essere un gadget tecnologico, un detersivo, un deodorante... ma è comunque qualcosa che si pone come importante per il raggiungimento della pace, della felicità.

Questo favorisce la posizione del cuore che non riposa in un centro, ma è continuamente spinto su una frontiera, ad una continua verifica del reale per comprendere cosa poter ottenere di più, cosa poter conquistare. L'orizzonte è ridotto e distorto, quando le uniche cose che si vogliono conquistare sono beni materiali. Perché il cuore umano è molto più ampio.

"...la pace dipende dal fatto che l’uomo ammetta l’impossibilità di darsi la perfezione da se stesso, mentre indomabilmente riconosce il suo debito verso l’Essere." (Luigi Giussani)

Qui andiamo al nocciolo della questione, che trascende anche ogni considerazione sociale od economica. La pace viene da una intima attitudine verso il mondo, verso il reale.

La pace è un ritorno, in un certo senso. Ritornare alla parte autentica di sé, dopo essere andati lontano. E ora capisco meglio io stesso il titolo del mio romanzo. Quello che volevo dire, soprattutto quello che volevo dirmi. Quello che volevo che si capisse, quello che volevo che io stesso potessi capire. 

La pace è anche un lavoro. E' entrare nelle proprie paure con l'attitudine ad osservarsi, invece di giudicarsi. Osservarsi amorevolmente, accettare con affabilità anche le proprie zone oscure. E' un lavoro davvero urgente, scendere dentro se stessi, varcare i propri strati di protezione, amarsi e lasciarsi amare - non per quello che facciamo, nemmeno amati "nonostante" gli errori,  ma per il semplice fatto che ci siamo. Che la bellezza del nostro essere è molto più profonda e splendente degli errori che possiamo fare.

Perché per portare pace al mondo, non possiamo coprire frettolosamente le parti scomode di noi stessi. Dobbiamo accettare di sporcarci le mani, scendere nel buio, nel fango, nello sporco, fino ad accettarle. Fino ad accettare l'impossibilità di darci la perfezione da noi stessi.

Un lavoro delicato da cui è bandita ogni fretta, del quale - pur in mezzo alla fatica - possiamo fin d'ora rallegrarci, perché, nel tempo, ci aspettano sicuri risultati.