domenica 31 marzo 2013

Buona Pasqua!

Fiori di montagna... by mcastellani
Fiori di montagna..., a photo by mcastellani on Flickr.

"Il cristianesimo è l'esaltazione della realtà concreta. Senza la resurrezione c'é una sola alternativa: il niente, tutto è illusione, siamo ingannati. Ma nella luce di Pasqua che irradia il nostro vivere il reale si rigenera"

Luigi Giussani

sabato 30 marzo 2013

Ciao Enzo

Mi viene come un ricordo, riaffiora dall'abisso di anni lontani lontani. Era un disco 45 giri con la parte centrale (interna ai solchi, intorno al foro) di colore verdino. Su un lato c'era Vengo anch'io e l'altro lato aveva Giovanni Telegrafista. Era di papà ma era finito insieme ai dischi di noi bimbi; le favole di A mille ce n'è, qualche canzoncina. Lo sentivamo nel mangiadischi di colore rosso, con il davanti bianco. Cose perse in anni lontani dell'altro millennio. Da lì in poi Enzo, in varie forme ed intensità, non si è mai allontanato. 

Con De André, pensare ad Enzo era un modo per pensare a papà, in fondo. Non ascoltava molto le canzoni, papà, piuttosto aveva pochi autori che amava molto. Erano suoi. Così Fabrizio De André, così pure Enzo. Quel disco con le canzoni in dialetto milanese, così strano alle orecchie di me bambino, nato e cresciuto nella capitale. Era una delle prime evidenze, misteriose, della presenza di altri mondi, di altri modi di esprimersi, di pensare, di parlare. Un posto lontano poche centinaia di chilometri ma totalmente diverso. 

Fiore di Pesco
Sfiorisci bel fiore....
(Foto di 
g33k0 su Flickr)

Il ponte sulla diversità però c'era, c'è sempre stato. Il ponte è la musica. La melodia parla un linguaggio universale, così alla fine non fa molta differenza se il testo è un inglese - magari perfetto ma largamente incomprensibile all'adolescente di allora - oppure il dialetto milanese più stretto - parimenti incomprensibile (allora e adesso). La musica ti faceva innamorare anche di un pezzo del cui testo non capivi nulla: ma è come se lo capissi lo stesso, in fondo. Lo respiravi ugualmente.

Enzo capace di canzoni allegrissime e divertenti, come L'Armando, che fin da piccoli ci appassionava con la sua galoppante inventiva e garbata irriverenza. Poi, altre di una tristezza misteriosa, una dolorosa mestizia, quasi cosmica: il racconto delle esistenze ai margini, del cuore insoddisfatto, del cuore... urgente, come appunto quello di Giovanni Telegrafista. Enigmatica controparte della scoppiettante ilarità di Vengo anch'io. In fondo penso che in quel 45 giri c'era già tutto Jannacci - in due canzoni di tanti anni fa, era come già presente - compresso ma anche completo - il suo larghissimo arco espressivo.

C'era - anche - la scoppiettante inventiva del puro cabaret e poi canzoni di tenerissima dolcezza, come in Sfiorisci bel fiore. Davvero, una tenerezza immensa.

Per me in particolare, c'era questo valore aggiunto, nelle sue canzoni. Enzo era tra i pochissimi italiani, tra i dischi di papà. Aveva tanti dischi perlopiù di musica etnica, di melodie e canzoni di terre lontane. Forse perché aveva sempre viaggiato molto. Papà non era un tipo da mettersi ad ascoltare le "normali" canzoni, di solito. Diffidava di quanto poteva sembrare troppo commerciale. Quindi i dischi di questo tipo che trovavo nella discoteca di casa avevano un valore particolarissimo.  Era come un segnale di merito. Erano anche loro un ponte, erano una terra di mezzo - un aggancio più facile ed immediato, tra la mia vita e la sua.

Così anche quando crescendo, complice Alberto il compagno di banco milanese, avrei iniziato ad esplorare la produzione di Jannacci in maniera più ampia e articolata, non avrei mai potuto togliermi di dosso il fatto che parte del valore mi sfuggiva dalle mani, era come andasse al di là della mia esclusiva valutazione, si appoggiasse a quella di papà. Come una garanzia di radice più forte.

Enzo l'ho visto solo un volta, di sfuggita. Era tra il pubblico del concerto jazz del figlio Paolo, questa estate al Meeting di Rimini. Concerto bellissimo ed emozionante quello di Paolo, tra l'altro. Lui era lì, con qualche persone che lo accompagnava. Non mi avvicinai molto (mi bastava che ci fosse) e lo intravidi parlare, salutare, sorridere. Ora magari sorriderete voi se lo dico, ma se ci penso era come se in qualche modo dovessi incontrarlo di persona, almeno di sfuggita, stare con lui nello stesso posto, sancire finalmente - con la pura presenza fisica - un nodo, un incontro di tragitti. Per le mille misteriose combinazioni del vivere. 

Era necessario, forse, prima che andasse. Ora è lì, e mio papà li ha riguadagnati tutti e due.

Chissà che bella musica fanno, lassù.



venerdì 29 marzo 2013

Prendi la tua croce...

Croce di Rosano by l.traube
Croce di Rosano, a photo by l.traube on Flickr.

... e portala. Può essere qualsiasi croce, non è quella che ti fa piacere. Può riguardare il nervosismo, i sensi di colpa e gli scrupoli, il problema del sesso, i desideri, la frustrazione, il senso di vuoto. 

Tutto questo ed altro può essere la tua croce. Il Mistero non ha mica detto “scansa la croce e seguimi”, ha detto il contrario, “prendi la tua croce e vieni con me”.

Lo scrivo - prima di tutto per me - proprio oggi, Venerdì Santo, che avrei come tante volte la tentazione di scansarla, la croce. Oppure considerarla come “scandalo”. Mi farebbe “scandalo” sulla via a Lui (ovvero, al compimento, alla conversione, alla guarigione)? Ma è proprio attraverso la croce che vado a Lui! Mai mi è stato detto di scansarla - mai!

"Quando nacqui mi disse una voce
tu sei nato a portar la tua croce…"

Dov'è il positivo? Eccolo. La “scoperta” - da riscoprire sempre - è che abbracciando la croce - accogliendo il dolore, il fastidio, il disagio - arriva, può arrivare, la letizia e la pace.

Arrendersi. Cedere.

Non scansare il dolore, il buio, ma passarci attraverso. Cercando di leggerlo, di dialogarci, di capire cosa vuole "dirci". Entrare nel profondo di sè, anche nel proprio "inferno" tumultuoso, a contatto con la  propria ombra. Parlare con i propri lupi, accettarli, è probabilmente l'unico modo di ammansirli. Vale per i cristiani, come per gli atei, gli agnostici, i maomettani. Per ogni donna, ogni uomo.

Perché si può essere lieti e portare la croce, essere liberi e sentirne tutto il dolore. Ecco dove si gioca la partita.

Immagine (via Flickr): Croce conservata nella chiesa del monastero femminile di Santa Maria a Rosano (FI). Recentemente restaurata, risale al XII secolo. Uno dei capolavori dell'arte romanica italiana.

mercoledì 27 marzo 2013

Cambridge, iPhone ed integrazione

Allora, in... splendida variazione ai miei convincimenti di nemmeno troppo tempo fa, ora vi sto per spiegare come mai mi trovo (abbastanza) bene con un iPhone. Certo potreste pensare che io non sia lo stesso che scrisse il post di circa un anno fa -  eppure lo sono (a parte l'età, naturalmente).

E' che esistono delle altre considerazioni che pure si possono fare.

Una è appunto quella del software, della quale abbiamo già parlato. E' vero che sia il market Android che quello iOS - i due più grandi - hanno tonnellate di software per tutte le esigenze, gratis e a pagamento. Però rimane vero che può accadere di non trovare quello che si cerca in un ambito, e trovarlo nell'altro.

Non ho fatto mai mistero del fatto che io appassionato di scrittura (non ne posso fare a meno) e come tale ho la mia brava scelta di applicazioni per registrare i miei pensieri e tradurli in sequenze di bit (quello che un tempo si faceva usando carta ed inchiostro). Nemmeno ho mai nascosto di essere insanamente innamorato di DayOne per tutto quanto riguarda la gestione del diario personale. Di DayOne mi ha colpito subito la (peraltro innegabile) eleganza. Con il tempo si è fatto sempre più ricco di caratteristiche invitanti (tag, foto, ricerca, etc), in modo tale che ormai mi è diventato praticamente indispensabile (e... no, non mi danno un euro quelli di DayOne, sfortunatamente).

Una stradina di Cambridge, verso sera...

Un'altra applicazione per scrivere che amo tanto - e che si trova sono in ambiente Apple - è Momonote. Deliziosa per archiviare citazioni, pensieri, estratti di testo da siti web, ordinandoli per tag.

Così, se ci penso, il fatto che DayOne e un'altra manciatina di app siano disponibile solo per sistemi iOS e OS X ha contribuito in maniera non irrilevante al mio "cedimento" verso iPhone 5. Cedimento consumatosi nel mese di novembre dello scorso anno, complice l'occasione del mio compleanno.

Mi si dirà, va bene, ma esistono miriadi di applicazioni analoghe anche per Android. Sì è vero. Ce ne sono a decinaia di applicazioni per scrivere. Ma una come DayOne io non l'ho ancora trovata (e sì che ho raspato abbastanza, dentro Google Play).

Così potrebbe anche darsi il caso opposto. Una applicazione Android che non trova analogo in iOS potrebbe essere lo stimolo per non prendersi un iPhone.

Ora un altro punto è l'integrazione. Pure questo ha avuto una grossa parte nella scelta. E l'ho apprezzata davvero molto la settimana scorsa, dove ho potuto gironzolare per Cambridge e Londra, improvvisandomi fotografo (nonostante il tempo da lupi) con il mio iPhone. Allora, la cosa bella era questa, scattare foto e foto durante il giorno, poi la sera arrivare al B&B (dove c'era il wifi), aspettare qualche minuto e ... mettersi a riguardare le foto, ma non sullo striminzito schermo dello smartphone, bensì sul ben più esteso display dell'iPad. Senza dover trasferire nulla. Tutto avveniva senza alcun intervento "umano": ottimo per chi - come me - è troppo pigro anche per muovere le foto da un apparecchio ad un altro.

Al di là del (minimo) impegno richiesto, è che proprio l'idea di caricare le foto su una pennetta e scaricarle su un computer ormai mi sembra obsoleta. La cosa simpatica è - semplicemente - aprire l'iPad, e trovarvi belle pronte da sfogliare, le foto fatte durante il giorno tramite iPhone (e ... no, purtroppo nemmeno Apple mi dà un soldo per tutta questa pubblicità). Poi, anche, tornare a casa, aprire il MacBook... e trovarvi - anche lì - tutte le foto scattate durante la settimana.

Insomma, la morale è quella. Nella scelta di uno strumento tecnologico, ormai non si guarda troppo alle specifiche tecniche - viceversa, è il mondo (app, integrazioni, etc) che rende disponibile, a fare la differenza. Lo strumento non vale in sè ma come portale verso un dato universo di connessioni e interfacciamenti. Se l'iPhone avesse avuto una camera con risoluzione doppia ma non avesse potuto dialogare con gli altri miei dispositivi Apple, l'avrei tranquillamente lasciato al negozio (anche perché non è proprio che te lo regalino....).

Lo concedo. Avessi avuto un terminale Android, certo non ero completamente a terra. Potevo usare Google+ per mandare le foto su web, oppure Dropbox che fa una cosa molto simile. Sono sempre universi che a un certo livello si possono parlare. Eppure... non è proprio la stessa cosa. Eh sì,  perché comincio anche ad apprezzare la sensazione estetica di operare dentro un ambiente omogeneo e consistente, senza dover ricorrere applicazioni di terze parti. Per dire, avere la versione di iPhoto su ogni device, ed usare quella. 

Esagerazioni? Può darsi. Dite la vostra lasciando un commento al post. 

giovedì 14 marzo 2013

Benvenuto papa Francesco

Sono rimasto un attimo interdetto, quando ho sentito il nome. Come molti, probabilmente. Eppure mi è bastato attendere qualche momento, vederlo affacciarsi con quel modo così affabile.. è bastato quel Buonasera con cui si è presentato, misto di gentilezza e premura...

Stavo portando mio figlio in palestra, erano da poco passate le sette di sera. Mi arriva un SMS da mia moglie con scritto soltanto papa (mia moglie è ampiamente sintetica nei messaggi). Per un attimo penso papà. Qualcosa a  che fare con i figli. Mi sarò scordato qualcosa? papà devi fare questo, mi devi portare... Boh. Eppure arriva da mia moglie. Poi capisco. Papa. 

Porto Andrea in palestra. Faccio un giro con la macchina e poi ritorno a prenderlo all'uscita. Cavoletti, vorrei andare a casa ma c'è troppo traffico: non ce la faccio ad arrivare in tempo per vedere la diretta. Ormai andare direttamente a San Pietro non è praticabile, arriverei tardi e sarà già pienissimo di persone. Ritorno alla palestra di Andrea anche se è presto.

Come da copione, sono in anticipo e devo aspettare mezz'ora. Che faccio? Mi metto nel parcheggio e inizio a guardare la diretta dall'applicazione ThePopeApp dall'iPhone. L'avevo scaricata qualche giorno fa, quasi per curiosità. Ora che ci sia bella pronta e disponibile è - possiamo dirlo - quasi una benedizione. Sono un po' a corto di batterie, speriamo di farcela... 20%... 10%... Ce la faccio, ce la faccio ancora. Così riesco a non perdermi i momenti in cui papa Francesco si affaccia, seguo il suo discorso, posso ricevere la sua benedizione.

(Però andiamo, chi ci avrebbe mai pensato, che avrei seguito i primi momenti del nuovo pontefice in un parcheggio di una palestra, seduto in macchina con l'iPhone che trasmette lo streaming...!)

Così posso stupirmi dell'essenzialità che Francesco porta, la sua mite gentilezza fa breccia in quell'attimo di iniziale incertezza. Avevo le mie 'simpatie', come tutti, com'è naturale, probabilmente. Ma pure - almeno un pochino - la consapevolezza che grazie al cielo c'è Chi interviene e dunque mi posso pienamente fidare.

E a casa mia moglie mi ricorda che l'abbiamo anche "incontrato". E' venuto tempo fa, a celebrare delle cresime nella basilica dove andiamo di solito. Amico del sacerdote che abbiamo seguito per anni. Poco dopo, la sorpresa di ascoltare l'intervista in televisione a Don Donato, che ha battezzato due dei miei figli, parroco di una chiesa non lontano da casa mia. 

Così tutto si incastra, per me. Segni di una storia personale che continua. Una traiettoria che nonostante tutte le resistenze e le deviazioni, invita sempre di più ad affidarsi al Mistero, a dire Sì a Cristo e a dirlo spesso

C'è una Storia grande che si riverbera in tante storie personali, in un modo misterioso e penetrante e adeguato ad ognuna. Non so spiegare come mai, ma lo avverto in modo sempre più netto, limpido: le circostanze sono per me, sono un invito alla mia libertà. 

Dice Don Giussani, in una frase che mi risulta sempre più vera, fino a diventare quasi un criterio di interpretazione del reale.... Le circostanze per cui Dio ci fa passare sono fattore essenziale e non secondario della nostra vocazione, della missione a cui ci chiama. 

Sono perché cresca, perché io cresca: così sono aggangiato a tutti e (quando ho questa coscienza) tutto mi interessa. Così - oso dirlo - anche questo papa, questo regalo dato alla Chiesa, in fondo, è per la mia crescita, per il mio percorso di guarigione/conversione, è... per me.

martedì 5 marzo 2013

Pioggia d'inverno

L’inverno è il tempo del riparo, del nascondimento. Ogni stagione ha il suo sistema di leggi, di valori tipici, di autofunzioni. Ogni stagione riprende il canto politonale dell’universo e lo modula su alcune specifiche frequenze. Esaltando delle particolari armoniche, deprimendone altre.

Così mi pare questo, che a rotazione ogni sensazione, ogni impressione venga portata alla luce. L’inverno mi piace per questo, perché è il tempo della contrazione. Mentre scrivevo l’inizio di questo post la pioggia cadeva ed il vento spazzava e muoveva gli alberi. Una giornata livida, senza dubbio.

Eppure vedere il parco battuto dalla pioggia è come ascoltarne il respiro, percepire il ritmo segreto della sua danza invernale.

Winter Rain - Abstract
Winter Rain (by dibytes on Flickr)


“Stare in casa quando fuori piove fa bene all’autostima”, diceva scherzando il mio figlio quattordicenne, qualche giorno fa. Con la sua giovanile baldanza, fotografava una sensazione che sicuramente è nota a tutti. Potrei chiamarla il ‘senso di tana’, di riparo caldo, di discesa nel sicuro. Come una irresistibile regressione primordiale, come una caverna con il fuoco. Ecco... sono dentro una caverna e sono antichissimo, improvvisamente sono vecchio come la storia dell’uomo. Una caverna che si spalanca davanti ad un mondo ignoto ed incerto, battuto dal vento e dalla pioggia. 

E la casa è una tana e non cerco tanto il fascino della ricerca e l’esplorazione estiva, ma il tepore degli affetti, la sicurezza del rifugio. E stare attenti ad uscire, non prender freddo. Si dice stai coperto ed è come un segno di attenzione vicendevole.

Finalmente non è tutto facile, immediato. Come se la difficoltà, l'avversità metereologica, suggerisse uno stop salutare. Come un malessere - uno di quegli strani e indefinibili malesseri dell'anima - che venisse per dirti ti devi fermare, devi andare più piano: devi prendere tempo per te.

L’inverno è questa evidenza, che devi fare i conti con ciò che è fuori di te. Devi rispettarlo. Fosse pure il clima. Non è tutto a portata di mano, il pensiero angosciante dell’autosufficienza è messo a terra, in maniera salutare. 

Vedi, non uscire, piove. Copriti.

Copriti. Richiamo ancestrale, capace di far tornare bambini.
E’ anche bello tornare bambini, ogni tanto.

venerdì 1 marzo 2013

Omologazione informatica


Ogni tanto ci penso. E’ che chi non ha vissuto il tempo glorioso della sperimentazione probabilmente non può comprendere appieno. C’è stato un tempo nel quale fiorivano diverse piattaforme, si sperimentavano modelli di social network, per ogni paradigma che sembrava farsi strada, vi era tutto un sottobosco di esperimenti più o meno riusciti che avevano i loro sostenitori, e comunque ti facevano capire che c’era ben più di ‘un modo per farlo’. Di modi ce ne erano a decine, ognuno in sana competizione con gli altri.

Ci penso. Penso che Twitter è nato con una struttura così elementare che nessuno gli avrebbe dato mezzo euro di credito. Brevi post di 140 caratteri appena (fatti apposta da poter essere scritti come SMS dal cellulare), nessuna possibilità di commenti, di citazioni di altri. Poi è venuto - dalla comunità degli utenti - il meccanismo della risposta, ottenuto premettendo la “@“ al nome dell’utente al quale si vuol parlare. Poi è stato integrata una dinamica di citazione, di ‘retweet’. Sono arrivati gli hashtag