domenica 24 febbraio 2013

Politica

Direi che è un tempo più che propizio - con la contingenza delle elezioni 2013 - per esplorare questa parola. “Politica”. Da ragazzo politica esprimeva in maniera rapida e quasi omnicomprensiva tutto l’universo delle cose che non mi interessavano. Cose che non percepivo come vicine alla mia esperienza, con le quali non trovavo punti di intersezione. Perché interessarsi di politica, quando a me interessava la vita? 

Adesso mi chiedo cosa fosse successo, cosa fosse nell’aria, per cui si sentiva meno la percezione di vita politica come partecipazione alla costruzione del bene comune? Certo c’erano le ideologie (adesso un po' meno). Ma le ideologie - ora capisco - non costruivano veramente, non erano elaborazioni critiche e costruttive, erano appunto drammaticamente statiche, come tutte le ideologie. Statiche e monolitiche fino a negare l’evidenza storica, all'occorrenza. Minimizzare e trascurare la verifica empirica.

mega bloks
costruire, partendo da dove si è... (Crediti: Amadika su Flickr)

Piccola digressione. L’ideologia mi fa pensare alla pseudoscienza. La pseudoscienza è rigida (magari nasce da una intuizione con alcuni aspetti di verità, ma poi rimane rigida), mentre la vera scienza si adatta e si modifica continuamente. La vera scienza è empirica, umile, ascolta i fatti. La pseudoscienza dei fatti non sa che farsene, ha troppa impazienza di validare un’asserzione, calarla sulla realtà. Forzarla in uno schema. Gli UFO, i fantasmi, i segreti esoterici delle piramidi, quello che volete. Ma l’esperimento paziente e ripetuto, quello no, perfavore. Il confronto con la realtà, una irritante perdita di tempo. 

Tornando al tema, ecco, mancava in molti una percezione sufficientemente chiara di poter costruire il bene comune. Costruire, intendo, con pazienza. Rinunciando a tutte le pericolose utopie, di ogni color vestite. Mancava la percezione (sanissima, a mio avviso) che la politica fosse una lenta progressione, una scelta anche di compromessi. Sopratutto mancava la percezione che la politica fosse una forma di attenziona alla gente e ai suoi bisogni: l’ideologia non ha tempo per i bisogni spiccioli e concreti delle persone, è troppo occupata nella convinzione di poter risolvere tutti i problemi del mondo propagando se stessa. Invece la politica è “la più alta forma di carità”, come dice Paolo VI. 

Credo che la gente che abbia lavorato con pazienza nel migliorare le cose, che abbia posto attenzione ai problemi concreti, accettando di “sporcarsi le mani”, magari mossa da un ideale, abbia fatto molto, molto di più di chi inseguiva le ideologie abbagliato dalla loro effimera luce. Vedo gente che le insegue ancora oggi, e mi sembra vi ripongano come una sorta di tensione messianica, di anelito di pace e giustizia, che potrebbe trovare utilmente ben altre sponde. 

A proposito di sponde: l’altra sponda melmosa, che intrappola, è lo scetticismo. E' parente stretto dell'ideologia, pronto ad entrare in gioco quando la prima si dimostra ormai palesemente insostenibile. Stessa avversione all'umile lavoro, all'adesione attenta e stupita alla realtà.

Non si scherza. Me lo sento addosso io per primo, immerso in esso dalla testa ai piendi. Eppure è una trappola, devo cercare di reagire. Sono con Giuseppe Frangi quando avverte che “… la politica, per quanto ci abbia costretto in questi anni a spettacoli davvero annichilenti, può essere ancora cosa buona, una passione positiva, alla faccia di tutto lo scetticismo dilagante”. Lo scetticismo in politica mi sembra una declinazione spicciola del nichilismo culturale che purtroppo è così dilagante. 

Così torniamo al fatto che la politica è un’arte, l’arte del compromesso, intesa nella maniera più nobile. E’ un lavoro, quotidiano. Che può appassionarci di più, penso. Come che vadano queste (ed altre) elezioni.

venerdì 15 febbraio 2013

Maestro

Ecco un'altra parola su cui ci si potrebbe passare una vita, o probabilmente (potendo) anche ben di più. Maestro. Mi viene in mente prima di tutto la frase del Vangelo, "dove stai di casa, Maestro?" (Gv 1, 38). Unica coincidenza, in cui Chi indica la strada, è Lui stesso la strada.

Perché, chi è un maestro? Secondo me, un maestro è uno che ti indica la strada. Non ti porta verso lui ma ti rilancia in un cammino. Così che se anche lui dovesse cadere, niente di quello che ti ha insegnato perde valore. Segui lui per seguire ciò che lui segue. Un maestro è qualcuno seguendo il quale si entra più in sé stessi. Un maestro non ti porta mai lontano da te, ti aiuta a scoprire il tuo cuore. 

Vi sono sempre stati maestri. In ogni epoca. 

Mi sembra si debba registrare come caratteristica un po' triste della modernità una generale diffidenza verso i "maestri". Almeno è quello che percepisco io, come dire, "fidati, ma non fidarti troppo". Questa è l'aria nella quale sono cresciuto. Passato il tempo di ubriacature ed entusiasmi per rivoluzioni sociali e politiche (le cui promesse sono state palesemente disattese), ecco che una generale diffidenza ha inquinato l'aria. E, per carità. Ha degli aspetti positivi. E' sana e naturale una certa dose di diffidenza. Ma portata all'eccesso diventa velenosa un dubbio sistematico. Paralizza, lascia nella solitudine.

Path
Un maestro ti può indicare la strada, e può essere saggio affidarsi...

Maestro. C'è un motivo di cronaca che spiega perché mi confronto adesso con questa parola. Ho pensato al ruolo che rivestono quelli che riconosco in vari modi come "maestri" nella mia vita, nel caso eclatante della rinucia al ministero petrino da parte di Benedetto XVI. La mia prima impressione - come tanti, probabilmente - è stata di incredulità, stupore. Poi anche, una istintiva tristezza. Mi piace questo papa, mi piace quello che scrive, quello che dice. La discrezione e l'umiltà con cui si pone. E non capivo le ragioni di quel gesto. Lo ammetto, non sapevo interpretarlo. 

Ero ancora confuso quando - a pochi minuti dall'annuncio ufficiale - Valerio Albisetti, che stimo come persona e apprezzo come scrittore e saggista, postava su Twitter e Facebook il seguente messaggio...

Albisetti. I cui libri mi hanno aperto degli squarci stupendi e confortanti nella comprensione di me stesso. Che mi ha aiutato e mi aiuta a trovare un senso all'interno di me, e un cammino, al di fuori...

Beh, mi spiazzava. Pensavo inizialmente, ma come sarebbe? Coraggioso e chiaro? Però intanto mi sospingeva a vedere più in la del mio naso, di non fidarmi troppo della mia reazione istintiva. L'autorevolezza che si è guadagnata Albisetti presso di me, rimetteva in circolo tutto. Perché lui dice così? Perché proprio lui (un maestro per me) dice così? Allora il punto diventa, cosa mi sto perdendo? Devo capire cosa è che non ho capito (perché a questo punto diventa ragionevole ipotizzare che mi manchi un tassello, per comprendere il quadro).

In successione temporale piuttosto serrata, ecco apparire un articolo di Monica Mondo, che mi colpisce già dal titolo, "Che la sua decisione sia la nostra speranza." Speranza. Non tristezza.

E poi il messaggio di Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. Già come inizia, mi spiazza.

"Con questo gesto, tanto imponente quanto imprevisto, il Papa ci testimonia una tale pienezza nel rapporto con Cristo da sorprenderci per una mossa di libertà senza precedenti, che privilegia innanzitutto il bene della Chiesa. Così mostra a tutti di essere totalmente affidato al disegno misterioso di un Altro. Chi non desidererebbe una simile libertà? (...) accogliamo anche noi con libertà e pieni di stupore questo estremo gesto di paternità, compiuto per amore dei suoi figli ..."

Così due persone che considero - diciamolo pure - come maestri, nei loro ambiti e competenze, oltre a registrare una confortante concordanza, mi indicano che forse posso andare più in là con il ragionamento, posso superare lo sconforto iniziale. Posso aprirmi al fatto, misterioso ma reale, che il gesto privilegia innanzitutto il bene della Chiesa. Un bene legato al mio personalissimo bene, come  esplicita la frase per amore dei suoi figli (altrimenti perché preoccuparsene? Con tutte le cose a cui dobbiamo pensare, non abbiamo certo tempo per cose astratte). 

Ed essere rilanciato, lo sento, mi fa bene. Trasforma la tristezza in fiducia, pur ammettendo aspetti di mistero che probabilmente non mi si chiariranno mai fino in fondo. E con la fiducia torna il sole a fare capolino, torna l'ipotesi dell'affidarsi tranquillo, torna la possibilità che tutto sia per il mio bene.

Una chiave di lettura che si fa, se possibile, ancora più dolce e accorata nell'intervento di Carron  pubblicato su Repubblica di oggi. E capisco ancora meglio l'importanza, la rilevanza per tutti di questo gesto

"L’ultimo atto di questo pontificato mi appare come l’estremo gesto di un padre che mostra a tutti, dentro e fuori della Chiesa, dove trovare quella certezza che ci renda veramente liberi dalle paure che ci attanagliano."

Liberi dalle paure. Ecco una cosa che mi interessa davvero, tra tante parole che si sono dette su questa vicenda. Liberi dalle paure che ci attanagliano. Ecco una cosa che parla al mio cuore, al mio desiderio.

Un gesto che libera dalla paura, non è fatto per paura. Infatti...

Io sono contento di avere dei maestri. Persone che mi indicano la strada.
Che non pensano al posto mio, ma mi aiutano a pensare.

A pensare davvero, fuori dagli schemi comuni.
Perché la vita sia più vita.
Sia più piena.