venerdì 18 gennaio 2013

La danza delle cose

Mi è venuta in mente di nuovo stamattina. Quella incredibile, fantastica canzone. The swing of things. Incredibile perché il testo è poetico e profondo, la musica si sposa veramente bene con le parole - ok, decisamente anni ottanta, come arrangiamenti ed atmosfera - ma poi ha questo salto sublime, diventa delicata e struggente sul ritornello, quasi sospensiva. Lascia respirare le parole. E di respiro ce ne è.

healing
"Healing" ("Guarigione") di hannah davis.

Chissà quanti la conoscono. Chissà quanti sanno ancora chi fossero gli A-Ha. E chi conosce quella stupenda canzone del loro secondo album (come disse acutamente mio fratello, una delle rare volte in cui il secondo disco è meglio del primo). Una vera gemma lucente, quella canzone. Mah. Suppongo che molta gente non li avrà mai sentiti (al pari dei Grisembergs, magari - anche se il genere è molto diverso). 

Ma andiamo al punto.

Ecco il respiro,  eccolo.
Mi colpiva fitto allora, da ragazzo.
Ancora mi colpisce.

Oh, when she glows in the dark
And I'm weak by the sight
Of this breathtaking beauty
In which I can hide



Che mi piace tradurre così

Oh, quando lei splende nel buio
e sono reso debole dal contemplare
la sua bellezza mozzafiato
nella quale posso nascondermi

L'ultima riga dice tutto, nella quale posso nascondermi. Non c'è posto migliore per nascondersi, per ristorarsi, della bellezza. Perché non affidarsi a questa bellezza è devastante. Non domandarla è assurdo.

Continuo a pensare alla notizia del duplice omicidio all'Aquila. Certo con tutto quello che succede anche in campo internazionale (penso alla atroce tragedia degli ostaggi morti in Algeria) non ci sarebbe da starci troppo sopra. Poi, purtroppo cose come questa non sono certo nuove.

Eppure ci penso.

Metto le mani avanti: non conosco bene i fatti. Non so e non voglio fare analisi psicologiche e sociologiche. Mi preme dire una cosa semplice, veramente una cosa semplice.  La cosa che mi sembra devastante è che la mancanza della percezione del bello, che c'è un bello dove riposare, può essere mortale. E che non è questione di coerenza, di bravura, di niente di tutto questo. Proprio un cavolo di niente. E' questione di resa, di arrendersi e affidarsi. Di lasciar respirare le cose.

Perché se non avvertiamo questa bellezza cerchiamo soddisfazione ovunque, ovunque. E non abbiamo riposo. E siamo sempre in balìa delle circostanze, non capiamo che le circostanze arrivano per noi, per spingerci ad un lavoro. Può non essere facile, per niente. Se le circostanze non ci piacciono. Ma se non cediamo a trovare un senso in tutto, tutto si fa senza senso: tutto ci urta. E diventa più facile fare delle enormità, siamo meno morbidi e più violenti.

Oh, there's a worldful out there
Of people I fear


Proprio vero

Cè un mondo intero là fuori
di gente di cui ho paura

Perché siamo onesti, per una volta. Ma cosa rimane, se smettiamo di sognare, di sondare le nostre profondità, se rimaniamo in superficie, se non cerchiamo più un senso a tutto quello che succede? La paura, la paura.

Ieri sono andato al funerale di una donna morta a circa cinquant'anni di tumore. Ecco io davanti a questa cosa posso essere spazzato via, posso perdermi. Posso non capire, magari soltanto chiedere di capire. Ma se sono qui, finché sono qui, devo cercare un senso a quello che capita. Devo.

E chi dice con triste, falsa e fraintesa consapevolezza, occhio, che per noi moderni un senso non c'è vorrei che si rendesse conto che senza senso diventiamo semplicemente matti (almeno io, che ormai mi conosco abbastanza). Perché siamo fatti per un senso, un significato. Abbiamo un cuore grande, un'ansia di compimento stratosferica. Allora! Cavoli, la vita è troppo grande per privarla di un significato. Ci si può scoprire veramente poveretti, vedere magari un ideale e tradirlo millemila volte al giorno, ma non è questo il punto. E che già vederlo è tanto. Tantissimo. Tantissimissimo, come dicono i bambini. Perché vuol dire respirare. E l'umiliazione del tradimento ci cambia, pian piano. Ma non voler vedere niente è devastante (perché in fondo è un'opzione, guardare o non guardare).

E' urgente, urgentissimo. Ed è una cosa concretissima. Troviamo la bellezza nella quale nasconderci.  Quella bellezza che, riconosciuta, rende morbido il mondo. Quella bellezza dove le cose possono finalmente danzare. Crediamoci, aiutiamoci a trovarla.

But given time I'll get into
The swing of things

Non percepite la speranza che già brilla dentro il given time ? Io sì! Entrerò piano piano nella danza delle cose. Ci vuole tempo, ci vuole tempo. Piano piano. Ok. Nessun problema. Devo fare un lavoro su di me. C'è una strada da percorrere ma che mi importa se è lunga, ma che me ne frega. L'importante è che ci sia.

Alziamoci ogni mattina con questo ideale: cercare la bellezza e servirla. Diamo senso al mondo: così possiamo portare pace. Non trovo rivoluzione più profonda ed interessante di questa.

domenica 13 gennaio 2013

Creare qualcosa

Ragionavo nel post precedente sul fatto che cercare di comprimere la musica dentro degli steccati, delle articolazioni di genere, ha una rilevanza limitata. D'altra parte, la musica è così. L'arte è così. Si fa una gerarchia di valori, ma è soltanto per comodità. Poi ti imbatti in quel pezzo di quel compositore minore e ti sorprendi di come ti si avvolge addosso, sembra fatto per te. Potresti averlo fatto tu. Anzi, vorresti. 

Ed eccoci arrivati a toccare un tasto importante. Il motivo per cui creare qualcosa, per cui osare creare qualcosa ha molto a che vedere con questo, da come la vedo io. Prendiamo lo scrivere, ad esempio. Scrivi perché vorresti leggere una certa cosa e non la trovi. Certo, ne trovi a milioni, di cose, a miliardi. Ma non esattamente quella: con quel bilancio di colori, sensazioni, con quella esatta visione del mondo, con quell'impasto di attitudini, distanze, relazioni, esitazioni, che ti senti in fondo al cuore. 

Così scrivi e provi a portare a galla il tuo mondo. E la prima impressione può essere devastante. Il tuo mondo vien fuori ma ecco, è molto meno screziato, articolato, complesso, ambivalente, di come   pensi che debba essere, di come sai che deve essere. 

writing like the wind
Writing like the wind, foto di snigl3t

Il punto è questo. Pensavi di essere arrivato ed invece sei appena partito. Sei partito per una meravigliosa e drammatica avventura. Perché devi acquisire gli strumenti tecnici, devi fidarti, devi capire che a scrivere si può imparare. Che quello che hai dentro è un tesoro, ma per esprimerlo devi applicarti, devi lavorare. Il lavoro è quello di continuare a pescare dentro di sè, ascoltarsi, allevare la propria voce. E intanto acquisire gli strumenti per esprimerla. Quindi è un allargamento: verso l'interno (ricettività) e verso l'esterno (la tecnica, il mestiere). 

Mi viene da pensare, come una traiettoria spirituale. Lo spalancarsi di una ricerca, che diventa sempre più vasta e intrigante quando ti accorgi dell'incontro con una corrispondenza.

L'importante non è arrivare subito, ma rimanere in viaggio.

lunedì 7 gennaio 2013

La musica è una

L'ho detto, per me uno dei modi più efficaci per allargare la percezione della musica, è ascoltarla mentre faccio uno sforzo fisico. Capisco perché un sacco di gente corre con gli auricolari nelle orecchie. E' che si crea come un circuito virtuoso: la musica mi distoglie dal concentrarmi troppo sulla fatica (che la amplificherebbe senza costrutto) e nello stesso medesimo tempo, la fatica mi permette di ascoltare la musica più libero dallo strato fastidioso di pensieri che spesso - troppo spesso - si mettono di mezzo tra me e  le esperienze sensibili, tra me e la vita.

In casi simili, sembra non valgano le usuali leggi di conservazione: c'è un guadagno globale e non c'è nessuna perdita. In effetti, succede anche per un sacco di altre cose, ma spesso non me ne voglio accorgere. C'è un guadagno totale e nessuna perdita a seguire il proprio cuore (anche se ho paura di farlo), ad accettare ed accogliere tutto quello che accade (idem), a renderci docili al progetto che il Destino ha predisposto per noi (idem, paura fortissima: mobilitazione guerresca dell'ego con tutte le sue armate). 

music
Foto By craigCloutier
Tornando al correre con la musica. Ieri mattina, sceso al parco, ho lanciato il player musicale del mio Xperia Ray e l'ho lasciato sulla selezione casuale di brani. Va detto, di norma non sono un grande fanatico delle selezioni casuali: semplicemente mi sembrano abbiano poco senso, almeno nel mio caso. Nella scheda SD dello smartphone ho musica classica, jazz, pop/rock, e una selezione casuale di brani porta invariabilmente ad una eccentrica sequenza di cose tipo Pat Metheny seguito da un pezzo di chitarra classica seguito da un brano strumentale di Mike Oldfield seguito da una canzone live di Paul Simon seguito da un pezzo di pianoforte di Chopin seguito... avete capito.

E proprio qui sta il bello.

La cosa che mi ha fatto cambiare idea, rovesciare la prospettiva.

Che correndo mi sono accorto con cristallina nitidezza, che la musica è una. Non ci sono distinzioni di genere, non vi sono steccati che funzionino veramente. Ecco, in un certo senso, potrei essere tacciato di scoprire l'acqua calda (che è sempre e comunque una gran bella invenzione, soprattutto l'inverno). Probabilmente i più avveduti se ne accorgono anche stando fermi, lo concedo. A me però succede quando faccio muovere le gambe. Così mi accorgo che la modalità di attenzione che metto nel comprendere un brano di Chopin non è troppo diversa da quella che impiego per godere veramente di un brano di Bill Evans. O anche, di una canzone di Norah Jones. Insomma la musica è una. 

Anzi, come diceva qualcuno, vi sono due tipi di musica. Quella bella e quella brutta.

Qual è la musica bella? Secondo me, è quella che insieme (a) veicola una sensazione estetica positiva, cioè che dice implicitamente che tutto ha un senso e una armonia (che poi è proprio la funzione dell'arte, a mio avviso) e che (b) lo dice regalandoci un certo grado di complessità, una articolata imprevedibilità - cioè esponendo un flusso di informazioni denso e non banale, almeno parzialmente decriptabile dal cervello (a volte, previo 'allenamento', 'studio'). Che tutto questo sia affidato a basso/chitarra/batteria oppure ad un pianoforte solo oppure ad un ensemble jazz oppure ancora ad una orchestra di mille elementi oppure ad un tappeto di sintetizzatori, oppure ancora ad una cantante celtica o ad un cantautore californiano, non fa la vera differenza.

Certo, c'è un certo grado di soggettività in tale definizione. Perché ognuno è stato creato in modo diverso, con una sensibilità differente. Ognuno ha una sua strada attraverso la quale comprendere, attraverso la quale affacciarsi alla percezione del bello. Ecco perché imporre una data visione musicale o una gerarchia codificata di valori forse non ha proprio tanto senso. Perché c'è gente che stravede per Gustav Mahler (per esempio io) e gente che lo detesta. Gente che parteggia per Verdi oppure per Puccini (io scelgo il secondo). Gente che ama i Beatles (ancora io) oppure i Rolling Stones.

Così al di là degli steccati artificiali e anche al di sopra delle costruzioni mentali di molta gente (sopratutto di quella 'di cultura'), spesso uno si ritrova a procedere (e a correre) con universi musicali ricchi ma estremamente eterogenei. Dalla nona di Beethoven ad Amarok di Mike Oldfield, da Mark Knopfler ai Pink Floyd, e poi attraversando Mahler, Bruckner, Mozart, Brahms, Keith Jarret, Brian Eno...

La luce si diffrange in tanti colori ma è una sola.
Pure la musica, si articola in mille modalità espressive, ma è una sola, in fondo.

Ricomporre lo spettro, risalire dalla differenza all'unicità.
Dalla superficie contingente all'essenza più nascosta.
Ecco l'avventura dell'ascolto. 

giovedì 3 gennaio 2013

Propositi per il 2013

Niente, è inevitabile che per il nuovo anno mi circolino in testa dei propositi. Poi, diciamo la verità, almeno così rieso a dare un po' di sostanza al passaggio di anno (che per il resto l'ho sempre vista come una festa abbastanza inconsistente). Almeno così il passaggio di anno è un limite, una soglia. Si può dire, ok ora ricomincio, faccio come voglio io. Infatti il rischio è quello, che ben conosciamo: si parte dicendo faccio come voglio e poi ci si lascia vivere, si prende questo e quello - avvenimento e incombenze varie - come necessari. E pian piano ci si trova a vivere in maniera diversa da quanto avremmo voluto.

Così per l'inizio 2013 ho appuntato nel mio diario alcuni propositi, molti dei quali per lavorare verso quel processo che io chiamo guarigione/conversione, e sono questi (non so bene quanto siano personali comunque ve li dico)
  • essere morbidi con se stessi: qualsiasi pensiero o impulso ci venga a trovare (anche il più esecrando, riprovevole, ingeneroso), non irrigidirsi, non giudicarsi. Essere tranquilli e morbidi ed attendere.
  • rimuginare di meno e pregare di più. Pregare invece che stare a tormentarsi è decisamente meglio. È una fuga verso l'Infinito e non un circolare attorno a se stessi
  • essere grati, pensare positivo, per mettersi in accordo con la struttura dell'universo (aperta alla positività) e avere una vita migliore
  • non pensare più a risolvere i problemi, ma seguire con semplicità una storia e un cammino
  • combattere il sospetto ed entrare totalmente nelle cose, nelle situazioni (lavoro, famiglia, amici...)
  • sorridere di più: fa bene e non ha controindicazioni!
Implicit smile
Sì, perché non sorridere, tutto sommato...? 

Un proposito l'ho lasciato per ultimo, ma non è meno importante. Anzi nel tempo si è dimostrato fondamentale, per la mia la salute psichica (o quel che ne rimane...), ed è scrivere. Ecco lo aggiungo ora:
  • Dedicare seriamente una finestra di tempo alla scrittura. 
Perché... fondamentalmente devo (chi ha lo stesso impulso mi capisce bene). Perché qualcosa dentro di me non mi lascerà mai in pace finché non mi arrendo e dico, ok, scrivo. E se dico lascio perdere già so che affioreranno - come sempre - malesseri ed insoddisfazioni tra i più vari e fastidiosi. Dunque, dedicare del tempo alla scrittura, possibilmente ogni giorno. Fosse soltanto un pomodoro nell'intera giornata, va benissimo.

Però, farlo.

E qui, vorrei levarmi un sassolino dalla scarpa. Onestamente, non credo di essere un grande scrittore (ok, non credo di essere già diventato un grande scrittore, tanto per pensare positivo). Ma di grande ho sicuramente qualcosa, ed è l'urgenza stessa di scrivere. E so bene che vi sono tanti, tantissimi, nelle mie condizioni. Tante persone per le quali, sia detto senza enfasi, scrivere è una necessità. Così rimango interdetto quando vedo - e capita - sedicenti 'esperti' permettersi di consigliare alle persone che (a loro giudizio) non hanno abbastanza talento, perfavore di non scrivere, di lasciar perdere. Così da fare un servizio alla società (dicono loro). Così da minare la possibilità di essere felici e la stessa salute psichica, trasformarsi prematuramente in insoddisfatti cronici, perciò stesso aperti ad ogni forma di violenza verso se stessi e gli altri (dico io).

Che bel servizio che avremmo fatto, allora, alla società civile. Inducendo gente a rinunciare ai propri sogni, ad ingrossare le fila della (trista e perigliosa) legione degli insoddisfatti.

Allora secondo me il servizio migliore che possiamo farci - non c'è verso di scappare - è di coltivare e seguire i nostri sogni. Cercare quel talento che il Destino ha sepolto nel nostro cuore, per farlo fruttare. A rischio di sbagliare, a rischio... di prendersi dei rischi, uscire dalla nostra zona di conforto. Non vi può essere fallimento, se la riuscita è correttamente intesa: aver detto a me stesso. Anche se non fossi mai riuscito a pubblicare nulla.

Questo è l'augurio che dal cuore posso fare per me stesso, e per ogni persona sul nostro amato pianeta.