martedì 31 dicembre 2013

Draghi

Va bene, visto che siamo in clima di auguri, il mio è il seguente… Ovviamente, per essere sentito, è un augurio smaccatamente personale, che però potrebbe anche risultare adeguato per chi mi legge.

Ebbene, che il 2014 sia un anno in cui finalmente iniziamo concretamente a smettere di scappare dai nostri draghi, dalle nostre paure: prima di tutto, dalla paura della nostra unicità, dalla paura del fatto che abbiamo una vocazione, che siamo su questa terra per un compito. Per arrivarci dobbiamo passare, necessariamente (come ci insegnano le favole, come ci dice ogni saggezza umana), dalla terra dei draghi.


I draghi, eccoli. Essi si pongono lì tra la vita di adesso e la luminosa speranza di una vita più piena, più nutriente. Forse sono lì per quello, per vedere se vogliamo, se vogliamo veramente. Se ci interessa vivere davvero una vita piena. Così basta, basta voltare la testa. Andiamo dai draghi, finalmente. Diamo loro soddisfazione: combattiamoli con allegra baldanza, senza scandalizzarci per tutte le volte che cadiamo.

Combattiamoli nel modo migliore, cedendo docilmente alla loro presenza, smettendo di fare opposizione. Lasciandoli venire, osservandoli e basta. Venite, voi draghi, voi fantasmi, paure. Mi arrendo, vi faccio spazio. Venite pure.

Sembra paradossale ma non lo è più di tanto. Perché sospetto che durante il combattimento ci diverranno amici e ci faranno passare oltre, ci faranno proseguire il cammino… Allora capiremo, capiremo che tutto ha un senso. Che tutto è servito, perché noi camminassimo...

Sarà solo allora che da te verrà il lupo,
 verrà per portarti paura. 
Se non lo fuggirai fratello ti sarà,
 è lui che davvero conosce 
il passo segreto che il monte ferisce, 
per il tuo capo il riparo sicuro
(Angelo Branduardi, "Il funerale")

Buon 2014 ! E mi raccomando, non rinunciate a farvi amici i vostri draghi…!

mercoledì 25 dicembre 2013

Nel freddo, una nascita

Nasce nel freddo. E vieni in una grotta al freddo e al gelo, canta il celebre inno.

Vuol dire tanto. Anche questo, che il freddo non è l'ultima parola. Vuol dire che il freddo, pur sentito, drammaticamente avvertito, non è conclusivo di nulla, non implica logicamente nulla, non delimita nulla in senso definitivo. Perché non può mai essere l'ultima parola. Meglio, perché non può evitare - anche il freddo più freddo - che l'Universo si pieghi alla categoria della possibilità, che debba piegarsi a questa legge. Che ogni momento possa accadere qualcosa di nuovo.

Dio sceglie quelle circostanze che possono mettere di più davanti ai nostri occhi chi è Lui e quale straordinaria novità può generare nel mondo. E questo dovrebbe rallegrare ciascuno di noi, perché significa che allora non c’è situazione, momento della vita o storia che possa impedire a Dio di generare qualcosa di nuovo (Juliàn Carron)

Photo Credit: AlicePopkorn via Compfight cc

Ci sono momenti in cui uno può sfidarsi a prendere certe frasi alla lettera. A me piace farlo con la frase di Carron appena riportata. Parlo di sfida perché il mio pensiero gravita sovente attorno ad una diversa attitudine, prevale spesso il già visto, il già saputo. Ma - mi dico - è solo una ennesima distorsione dell'ego, che resiste ad aprirsi alle infinite possibilità dell'esistenza, che trascendono allegramente noi e tutte le nostre ottocentesche riduzioni dell'imponderabile complessità del reale e del suo perenne scintillante mistero. Perché? Perché non ama perdere il controllo, non ama cedere. E non ama le sorprese.

E invece la suprema saggezza è cedere. Alle infinite possibilità nascoste, incorporate, in ogni situazione. Ogni freddo può svelare dolcissime sorprese, se accolto con pace, con pazienza. Come la neve il freddo custodisce, copre, prepara ad una nuova nascita.

Il Senso dell'esistenza, l'Essere, nasce nel freddo. Dove nessuno se lo aspetta.

Pensiamoci. Ora. Buon Natale.

giovedì 5 dicembre 2013

Nome

What's in a name? Che c'è nel nome, nell'essere chiamati per nome, in questa convocazione preziosa ed individuale? Preziosa perché individuale?

Come è che essere chiamati per nome, essere convocati nella propria essenza profonda, nella propria unicità e peculiarità, ci fa esistere, ci fa guarire, ci fa essere, nello spettro più ampio del territorio creativo?

Pensiamo all'opposto, per capire meglio. Spesso non ci sentiamo affatto chiamati per nome. Spesso anzi cerchiamo di nascondere il nostro nome, la nostra unicità. Ci sforziamo di essere come gli altri, per questa sete di consenso, di approvazione. Siamo come gli altri, ci affrettiamo a sostenere (e a tentare di dimostrare). Barattiamo la nostra intima specificità, la scintilla sacra che è in noi, in favore dell'omologazione. Ma così facendo ci ammaliamo, mortifichiamo la scintilla di unicità che è in noi. Pensiamo di essere destinati ad una vita comune, quando nessuno di noi lo è. Peggio, pensiamo che ciò che desideriamo sia appena questo, una vita comune.

No, ciò che desideriamo davvero (e insieme la cosa che più ci spaventa) è che la nostra unicità possa manifestarsi, possa brillare. 

Dentro l'album Branduardi canta Yeats compare un pezzo molto suggestivo, delicatissimo: La canzone di Aengus il vagabondo, che Angelo ha ripreso da un pezzo di Donovan. Ebbene, nel bel mezzo della favola, si apre una frase che svela il pieno senso della narrazione

...qualcosa si mosse all'improvviso 
e col mio nome mi chiamò. 
Una fanciulla era divenuta, 
fiori di melo nei capelli, 
per nome mi chiamò ..



Notate come lo dica ben due volte, viene chiamato per nome. La fanciulla - l'epifania del bello e dell'armonia - non si rivolge indistintamente a qualcuno o a tutti, ma a lui. Lo chiama per nome. Essere chiamati per nome è sempre essere chiamati ad una vita più profonda, essere richiamati dall'indistinto in forza di un amore (la fanciulla), in forza del fatto di essere oggetto di affezione. Esistere perché amati. 

Cogito ergo sum? Va bene, posso anche capirne il significato razionale. Ma è troppo freddo per i miei gusti. Questa definizione di esistenza - se pure lecita - si configura come essenzialmente svincolata da ogni rapporto, che dunque appare come secondario e accessorio perché in ogni caso non gioca al livello fondamentale dell'esistenza, non vibra dello stato fondamentale, non pone in questione l'essere stesso.

Solo un amore
chiama all'esistenza...
Crediti: seyed mostafa zamani 
via Compfight cc
Io esisto in quanto sono oggetto di amore. Questo mi piace molto di più, questo è molto più caldo. Diciamo che io voglio un mondo in cui sia questa la definizione stessa di esistenza. Qui il rapporto amoroso (qualunque esso sia, fisico o metafisico) entra in gioco ad un livello fondamentale. Questo apre una possibilità di relazione tutta diversa con il mondo. Decisamente più appagante. E poi, in ogni caso, esisto meglio, esisto di più se sono amato. Nessuno può negarlo. Certo, c'è anche il fatto che posso essere amato alla follia e non riconoscerlo, o non volerlo riconoscere, ma questo è un altro punto, pur interessantissimo - anzi, spesso drammatico. A volte, tragico.

Se esisto perché sono amato, se lo comprendo, posso anche lavorare sul sentimento che mi vuole far sentire solo e abbandonato, posso aprirmi alla possibilità - che nessuno può mai escludermi dall'orizzonte, senza dover mentire - che per il solo fatto di esistere, di essere qui adesso, io sia oggetto di amore.  

Ma in fondo è una lotta che coinvolge tutti. E' la lotta.

Mi pare che ognuno di noi si debba bilanciare ogni momento tra queste due posizioni, penso dunque esisto (con tutto il problema dell'uso improprio del pensiero, cui abbiamo accennato) e sono amato dunque esisto. Ogni momento mi sembra apra ad una lotta tra le due possibilità fondamentali dell'animo umano, i due autostati di base attorno a cui vibrare il momento, l'angosciosa illusione dell'autonomia (Luigi Giussani) e il cedere ad un amore che ci definisce, lavora i nostri contorni, ci rende meno opachi, più trasparenti. Sempre. In qualsiasi situazione siamo e qualsiasi cosa pensiamo di noi stessi. Il lavoro al quale siamo chiamati è esattamente questo.

Scendi Zaccheo, oggi vengo a casa tua (Luca, 19,5). Essere chiamati per nome. In realtà cosa ci attendiamo con più trasporto, con più desiderio, che questo? Cosa può guarirci meglio di questo? Perfino il rapporto tra psicologo e paziente si basa sull'attenzione e sull'empatia, direi quasi sull'affetto che una persona (il terapeuta) sviluppa ed esercita sull'altra (il paziente). Io posso guarire se sono oggetto di amore e se lascio che questo amore mi tocchi, mi trasformi, mi sani. Ma attenzione, prima ancora di ogni possibile, eventuale trasformazione, aspetto un amore incondizionato, che mi rassicuri, stai tranquillo, tu vai bene così, sei amato per come sei. Non devi assicurare alcuna prestazione. Sei amato per il solo fatto di esserci.

Se io mi sento chiamato per nome, amato così come sono, posso finalmente rinegoziare il giudizio severo e implacabile che ho su me stesso, addolcendolo proprio alla luce di questo amore. Io da solo non posso farlo, da solo mi sento schiavo di una misteriosa ed implacabile severità. Ma pensarsi da soli è una posizione parziale, malata. Perché non tiene conto di tutti i fattori. Se mi lascio plasmare e impastare dall'esterno, se introduco un altro termine nell'equazione, allora posso sperare in una soluzione. In una soluzione che renda la vita più vivibile. Che mi renda più uomo.

Allora potrò fiorire ed esprimere la mia creatività. Come una particella elementare, manifesta la sua carica solo in un campo elettromagnetico, io senza un campo di amore, di fatto non riesco ad esprimere me stesso, a dispiegare la mia unicità: rimango invece rattrappito, teso, spaventato, rintanato.

Ho bisogno di una voce che dica il mio nome con amore, per fidarmi, per esistere. Per esistere davvero.

giovedì 28 novembre 2013

Take five (Lucio sei grande)

Di solito uno non ci pensa. Fa le sue cose e non ci pensa. Se gli dici, ma hai presente che ci sono gli ultimi cinque album di Lucio Battisti? Hai presente la bellezza? Quello magari ti guarda strano, non è che capisca bene. Ti dice, ho le bollette da pagare, devo passare dal commercialista o - peggio ancora - devo andare dal dentista. Devo accudire un mio parente anziano, ho la macchina in panne. Mia moglie non mi capisce. Cosa mi importa degli ultimi cinque album di Battisti adesso?

Io pure risponderei così, a prima botta (o qualcosa di simile, ci siamo capiti).

E’ proprio questo il guaio.

Che la gente non si accorge che c’è la bellezza, in giro. Non vi attinge, nei momenti di difficoltà. C’è questa dannatissima idea che uno per attingere alla bellezza deve aver sistemato tutto, deve star bene e a posto, rilassato e ben nutrito, deve aver messo a posto tutti i desideri e gli istinti. Poi pensiamo alla bellezza. Devastante, devastante.

No, è che anch’io in fondo sono così, è per questo che è devastante. Altrimenti erano problemi vostri, e pace. 

Prendiamo Lucio. Gli ultimi anni sono quelli della collaborazione con Panella, e della sperimentazione sonora. Don Giovanni, L’apparenza, La sposa occidentale, Cosa succederà alla ragazza, Hegel. Dal 1986 al 1994. Posto che sono dei capolavori ancora in larga parte non assimilati (dopo tutti questi anni!), ecco che si pone il problema. 

600px Lucio Battisti Hegel svg

L’ultimo lavoro. “E” sta forse per End. La fine. O forse un inizio nuovo...

Per me questi lavori trasudano bellezza. Anche a distanza di anni, quasi dieci dall’ultimo lavoro (che stavo riascoltando in questi giorni), c’è qualcosa di coraggioso e di sublime che attraversa anche i brani meno riusciti. Ma chi glielo ha fatto fare? Chi? Prendiamo il Battisti di Una giornata uggiosa (1980). Fama, riconoscimenti, soldi. Un percorso collaudato. Con un paroliere d’eccezione come Mogol, tra l’altro. E che ti succede? 

Che si cambia. E già (che - detto tra noi - non ho ancora ascoltato, ma confido che questo non indebolisca la mia tesi)  è il manifesto del cambiamento.

Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale, mostra a te stesso che non sei un vegetale. E per dimostrare che si può cambiare, sposta il confine di ciò che è normale. Bella giornata è questa qua, l'aria più fresca ti esalta già, il momento migliore per cominciare un'altra vita, un altro stile (Scrivi il tuo nome)

Così cambia tutto. Si prendono nuovi rischi, si fanno nuove scelte. Nuove collaborazioni, nuove sonorità. Nuovi testi: poetici, preziosi. E inizia l’avventura straordinaria. Ora mi permetto una digressione: la musica attuale è così tristemente immediata nella melodia e nelle parole. Soddisfazione immediata, o cambi pezzo (o stazione radio, o file mp3). Al primo ascolto hai capito tutto. Non c’è un rapporto da approfondire, se non va cambi. Poi ti stufi, e cambi. Un dongiovannesco sfrenato. Un libertinaggio forzoso (neanche deliberatamente scelto). 

Qui c’è di entusiasmante che al primo ascolto non capisci nulla. Nemmeno riesci ad arrivare alla fine del disco (quasi come con Amarok, ma questa è un’altra storia). Poi riparti, e ti inizia ad entrare in testa un passaggio, una sequenza di parole. Vorrei segnalare questo fatto, vorrei avvisare: le sequenze di parole di uno qualsiasi di questi album ti possono ricorcolare in testa a distanza di settimane, mesi. Anni. Ok, non le riesci a spremere tutte subito. Non come le altre canzoni, scarti, mangi, digerisci e ciao. Una botta e via, amici come prima, non mi ti filo più, chi si è visto si è visto.

Qui invece ti ricircolano dentro, ci pensi quando meno te lo aspetti. E estrai nuovo succo, quando meno te lo aspetti.  E' più un matrimonio che una avventura occasionale. E’ il rapporto con una sposa non con una amante. Del resto,. non è una cosa nuova, non è invenzione di  Lucio (meglio, della somma arte Panella, il paroliere). Si chiama in termini semplici, si chiama poesia.

La sposa occidentale che sembra quasi ridere / e invece lei respira, / quasi piangere, ma gira / dall'altra parte il viso, ma ritorna / portando sue notizie inaspettate; / amando tutto ciò che adora, / chiama con nomi fittizi le cose: /così, semmai, le rose / son spasimi, per ora. (La sposa occidentale)

Poi l’ultima canzone dell’ultimo discoLa voce del viso. La bocca.  E’ come se riassumesse tutta la poetica dei cinque dischi, ma in fondo di tutto Battisti. L’elogio commosso e stupefatto della bellezza. Più che elogio: il tributo. La bellezza che addolcisce il mondo, la vita quotidiana. La bellezza che nelle canzoni prende le sembianze dolci della donna, della ragazza. Seguita e indagata con una sorta di divertita tenerezza, e insieme di sbigottimento davanti al mistero. Al mistero di qualcosa che non si può spiegare compiutamente, in parole umane. 

Quest'opera sensibile: 

il tuo volto che si manifesta ed è 

oltre l'ordine della natura.

Il primato del principio del piacere sulla fredda razionalità. E’ paradossale perché spesso l’ultimo Battisti viene etichettato frettolosamente come cerebrale e invece secondo me non c’è niente di più passionale, di più sanguigno ed insieme di più teneramente appassionato. 

Ti spadroneggia allora il tuo godio, 

disincantato in quanto, 

più è restio al racconto lenitivo, 

al riassunto giulivo. E non è riso appunto 

e non è pianto il tuo perché il racconto è il riso e pianto il suo riassunto. 

Sul viso la sintassi non ha imperio, non ha nessun comando. 

Vado in visibilio qui, non riesco più ad essere distaccato, nemmeno un po’. Ma vi rendete conto? Sul viso la sintassi non ha imperio non ha nessun comando. Vince la bellezza sul razionalismo! Ecco cosa canta Lucio come ultima cosa, cosa ci regala prima di partire.  Vince una Bellezza su tutte le nostre preoccupazioni.

E tanti altri esempi…. per esaurire l’argomento ci vorrebbe un libro. O due. Ma qui illumino per schegge, momenti, impressioni. Epifanie. 

Comunque torno al punto, perdonate la divagazione. Il punto è che uno non ci pensa. Non  ci pensa agli ultimi cinque dischi di Battisti. Dite la verità, quante volte ci avete pensato? Sono tempi dure, dite. Ci sono altri problemi.

E io dico che è proprio il tempo di pensare agli ultimi dischi di Battisti, proprio perché sono tempi duri.

Proprio perché sono tempi duri, ci vuole la bellezza. Ci vuole la poesia.

venerdì 22 novembre 2013

Pensieri (che ne so io di un campo di grano?)

Pensare è un'attività favolosa, senza confronto. Una meraviglia quotidiana a cui siamo fin troppo abituati. Ma bisogna anche utilizzarla bene, questa meraviglia. A volte il pensiero lo uso indebitamente, fuori dal suo ambito. La cosa più incredibile è che non mi accorgo nemmeno di farlo.

Così affondare nei pensieri per risolvere qualcosa è l'errore più grave che posso fare. 

Perché - detto in termini diretti - il pensiero può violentare la realtà. Ecco il grande pericolo. Può fare questo. Disperdere la sua incredibile e multiforme complessità forzandone i tratti dentro uno schema necessariamente povero e precostituito. Povero perché non ammette l'imprevisto, non tollera minimamente di essere sorpreso. Nel suo delirio di onnipotenza (nel nostro), vogliamo tenere in controllo ogni fattore, ogni variabile. Non lasciamo spazio a quello che esce dal nostro quadro.

Può far tutto questo, e a noi sembra niente. Davvero, sembra niente ma è tutto.

Ci pensavo qualche giorno fa, guardando dalla finestrina delle rampa delle scale. Prendiamo un albero. Ecco, sì. Anche quell'albero là, quello là davanti a me. E' così evidente - se solo mi fermo un poco a guardare, sì a guardare prima di pensare - che il mio modello di realtà è inadeguato. Che pretendo di controllare qualcosa la cui giocosa complessità mi sfugge in ogni direzione. 


Che ne sai tu di un campo di grano? Ma davvero...

Le foglie, i rami. La complessità impressionante che governa tutto questo. Non posso circoscrivere nemmeno con precisione tutte le informazioni che definirebbero una singola foglia. Non dico una foglia in generale (terribile problema della generalizzazione!), intendo una di quelle foglie che sto guardando. Ognuna diversa, unica. 

Ho fatto un piccolo gioco. Ogni piano che scendevo, mi fermavo alla corrispondente finestrina. Guardavo l'albero. Da ogni piano era una prospettiva diversa, ogni finestra apriva su una visione diversa dello stesso oggetto, nel suo rapporto con le cose circostanti.

Una bella lezione.

E io che cerco ancora di cavarmela dicendomi di aver visto un albero. Che drastica semplificazione ho apportato, alla complessità del reale! Così funziona, di solito: io mi faccio velocemente un modello del mondo, nella fretta di iniziare ad intervenire. Ecco che ho già sostituito alla quieta contemplazione, la fretta di raccogliere i dati sufficienti a manipolare il reale.

Il pensiero va bene per costruire, edificare. Se ho un problema scientifico certamente devo ragionare, fare ipotesi, elaborare teorie. Ma stare a ragionare intorno ad una situazione, è totalmente inutile. Peggio, è usare uno strumento inadeguato. Come voler misurare la temperatura con un metro. Vuol dire non rendere omaggio alla complessità mirabolante di quello che esiste, di cui riesco a trattenere solo una piccolissima parte. Tutto il contrario di quello che dovrei fare, di quello che mi farebbe davvero respirare, arrendermi. 

I mistici, i poeti, lo hanno sempre saputo. Shakespeare ha ragione. Vi sono più cose in cielo e in terra che nella nostra filosofia.

Così mi ripeto che non è il metodo giusto, non è la scelta corretta. Se già un albero è così complesso, così intrinsecamente inconoscibile nella sua totalità di esistenza, come sarà ancora più complessa una qualsiasi situazione umana. 

Come sarà complesso, un amore. Un’amicizia, un rapporto.

L'altro giorno passavo in auto vicino ad un piccolo parco urbano. Mi è venuto da pensare, ma anche se io circoscrivessi appena un metro quadro di questo parco, mi mettessi a studiarlo, analizzarlo, misurarlo... potrei mai dire di conoscerlo? Riuscirei a darmi ragione del numero e della posizione dei fili d'erba, del loro colore, del loro modo di muoversi al vento, delle interazioni reciproche? Che ne so di questo metro quadro, in realtà? Che ne so dei rapporti di questo piccolo pezzo di realtà con il resto del reale? Riecheggiando Battisti/Mogol, mi chiedo, ma che ne so io di un campo di grano, veramente?

Eccoci. Di fronte all’albero, di fronte al prato, io allora mi devo arrendere. Devo deporre le armi, le mie pretese razionalistiche occidentali postmoderne di conoscenza aggressiva e invasiva. Non è facile per me, non è facile per niente. Sono troppo abituato ad un sistema di rapporto diverso con la realtà. Un sistema malato, perché genera disagio. Un sistema cui mi sono abituato e mi hanno abituato, certo con le migliori intenzioni. Ci ho messo tanto per capirlo, ma ora mi sembra di essere finalmente sulla strada per iniziare a comprenderlo.

Perché non è facile? Non è facile perché per farlo devo convertirmi ad un alto sistema di rapporti. Non posso farlo dall'interno da un sistema di pensiero aggressivo e ultimamente disperante. Non posso prenderla come una ennesima acquisizione, un'ulteriore annessione. No, devo cambiare io.

Così di fronte ad una difficoltà, ad un problema - quanto può essere più complesso di un albero, di un prato, di una foglia! - Io devo fare lo stesso, mi devo arrendere. Così lascio fare a forze che mi trascendono e possono lavorare al problema molto meglio di me. Ammetto finalmente che non posso reggere il mondo sulle mie spalle, non posso tenerlo su io: ecco le assurde pretese dell'ego! L'ego non ammette niente che lo trascenda, in ultima analisi, e non si fida di nessuno. Bisogna arrivare a scontrarsi con il fallimento del suo modello, per iniziare a vedere una nuova luce.

Questo è veramente un punto decisivo, del mio lavoro personale. Il mio pensiero lavora sul già visto, non ammette la novità. Il mio ego vuole avere tutto sotto controllo, vuole che il mondo vada come dico io.  Non è facile per niente mollare le redini, eppure ad un certo punto diventa necessario. Se voglio guadagnare una pienezza di vita più grande, è realmente necessario.

Perché io, di un campo di grano, non so proprio nulla...

venerdì 8 novembre 2013

Poesia

E' come una meraviglia perenne, una scintilla sempre pronta ad innescarsi. Custodita tra le pagine di un libro, o tra i files di un computer. Così protetta, sembra quasi innocua, tranquilla. Tranquilla come le cose più tranquille che ci abitano intorno. Con le quali abbiamo fatto ormai un patto di dominio, di usufrutto vicendevole e utilitaristico. Con le cose che - siccome siamo diventati adulti - non ci meravigliano più.

Così abbiamo fatto questo patto, l'abbiamo bevuto come prezzo inevitabile del diventare grandi. Certo, lo sappiamo, è necessario diventare grandi ed anche abbandonare questo rapporto magico con la realtà e le cose. E' necessario imparare ad usare le cose per come si prestano, non soltanto esserne spaventati od estasiati. Avere l'abilità di costruire. 

A volte nel tentativo di essere adeguati e misurati però perdiamo il contatto con la meraviglia potenziale delle cose.Vediamo tutto a livello di superficie, e a quel livello - alla fine - niente sembra veramente interessante (questo lo dico di passaggio ma è veramente drammatico) Sarà perché siamo fatti per un livello diverso forse?

Così a volte il sistema di geometria cartesiano che (in apparenza) regola il mondo ci diventa improvvisamente strettissimo. Almeno per me è così. Cerco una possibilità di morbidezza, di sperdutezza diversa, che non si trova nella quotidianità. Oppure che dalla quotidianità è stata cacciata, nel tentativo di una maggiore efficienza, di una più netta incisività. Perdendo forse l'umano. 

Photo Credit: eperales via Compfight cc

Quello che mi colpisce della poesia è che la vedo come una porta di accesso - sempre ed instancabilmente aperta - ad un sistema di comprensione delle cose diverso: forse più sfuggente, dai contorni più indistinti, ma certo meno angusto del mio. Una comprensione delle cose più affermativa, più intrinsecamente affermativa, anche nelle composizioni più cupe. E' anche un accesso veloce e possibile a tutti.

Non serve nessuna preparazione particolare, non serve alcuna erudizione: provare per credere. C'è qualcosa di incredibilmente moderno in questa velocità. E insieme di antichissimo. E' l'elaborazione di un senso - di un legame tra le cose e gli uomini, e tra gli uomini stessi - in una delle sue forme più pure, più facilmente assimilabili. Mi viene da parlarne come un farmaco, o forse - come è stato detto - come bene comune.



E' buffo che un'epoca così veloce come la nostra non frequenti molto le poesie. A differenza di altre forme di espressività letteraria, si prestano benissimo ad essere veicolate su web. Perfino su Twitter possono girare efficacemente scampoli di ottima poesia: c'è gente che in meno di centoquaranta caratteri ci ha lasciato dei capolavori, delle epifanie sconvolgenti. E forse, leggendo certi frammenti di Saffo, o di Ungaretti, nella loro drastica brevità sembra proprio di trovarci di fronte ad una sorta di tweets ante-litteram. 

Così la poesia rimane una risorsa per noi uomini distratti. Una risorsa che noi spesso non consideriamo. Ma non importa. Mi verrebbe da dire, non fa nulla.

Perché tanto lei c'è. 
E potrà sempre riaccadere.

Potrà sempre succedere che ritrovi quella strana meraviglia; che leggendo poesie - scorrendo i versi di un poeta o una poetessa magari a me sconosciuti - senta scendermi dentro quelle misteriosa e dolcissima tranquillità che tante volte mi manca, senta risuonare il mio cuore di una corrispondenza tanto incredibile quanto insperata, come un dono che superasse l'attesa.

E sarà di nuovo come affondare le mani in una meraviglia,
vicina ma spesso celata.

E sarò colpito.

Tanto che alzando gli occhi dal libro mi accadrà di nuovo, di vedere il mondo e gli oggetti consueti, con una luce diversa: più carica della incredibile bellezza di questa nostra imperfetta umanità... 

domenica 20 ottobre 2013

Istante

E' nell'istante che si gioca tutto, sempre. E' tutto lì. La mente vaga e si intossica nelle considerazioni cicliche sul passato, sul futuro. Tornare al presente è sempre liberante, è sempre - davvero - una liberazione. E' stare dove succedono le cose.

Nel passato o nel futuro non succedono le cose, sono posti dove non succede mai niente. Sono come proiezioni mentali cristallizzate, in un certo senso. E' nel presente, nell'istante, che le cose succedono. E' lì che voglio rientrare, appena riesco, ogni volta che riesco. Se non riesco - come tante volte non riesco - non fa niente. Perché la porta è sempre aperta, la possibilità esiste sempre. Esiste sempre fino alla fine. Di finire la serie di fughe indietro e avanti, e rientrare con piena coscienza nell'attimo che stiamo vivendo. Nel momento, qui ed ora.

Pensavo oggi che la cosa importante, essenziale, è vivere la giornata concentrati su questa. Come fosse una piccola e conclusa opera d'arte, come se concentrandosi su di essa - isolandola da ciò che è stato e ciò che sarà - possiamo finalmente lavorare su una tela di dimensioni adeguate. Possiamo ricominciare ad essere artisti della nostra esistenza.

Tutto accade ora, ogni bellezza è di adesso...

Ecco. Che poi artisti non vuol dire, a mio avviso, far tutto bene. Un artista non è che non sbaglia (chi è che non sbaglia poi?) ma chi è aperto, chi si mostra vulnerabile in modo da presentare un lato di approccio, un'aggancio con il quale relazionarci a lui. Chi si mostra autosufficiente e completamente equilibrato non ha feritoie, punti di approdo, rimane un'isola totalmente inapprocciabile: è isolato. Come tale, è uno per cui quello che accade ha perso importanza: probabilmente è troppo preso dalla perpetuazione faticosa dei suoi meccanismi mentali, per stare al presente.

Sarò io, ma come cerco di lavorare su intervalli di tempo più ampi della giornata mi schiaccio a terra da solo (sono bravissimo in questo). Sono bloccato, fermo. Non respiro più. Mi atterrisce l'analisi sfibrante di cosa può essere e non può essere, di cosa devo fare per star meglio, di cosa veramente ho bisogno per guarire.

Anche guarire, anche cambiare, avviene meglio se smetto di proiettarmi ansiosamente in un futuro ipotetico in cui avrò risolto questo e quello, avrò ottenuto questa cosa o quest'altra, sarò migliore sarò... così drammaticamente arrivato che se ci penso con coscienza mi spavento. 

Che bello invece tornare a guardare questa giornata per quello che è, per cosa mi sta dando adesso. La luce serena del parco del primo pomeriggio, il bel pranzo di oggi, un articolo stimolante trovato sul giornale..

Guardare le piccole cose ora, come mi passano davanti agli occhi. Scartare tutti i pensieri complicati sul futuro, allontanarli dolcemente ogni volta che mi vengono a trovare. Amare mia moglie adesso, amare adesso i miei figli, senza preoccuparmi di come e quanto la amerò domani, di quanto sarò capace di voler bene. Così, solo così riesco ad aprirmi alla novità, stando al presente.

Perchè dire "Ti voglio bene", sarà sempre qualcosa di assolutamente nuovo, assolutamente unico, che non è frutto di alcun antecendente, di alcun meccanismo (Julian Carron) 

Tornare al presente è ritornare a respirare. Perché ogni cosa accade soltanto nel presente, perché è il presente l'interfaccia tra la mia interiorità e l'universo intorno. Tra me e i più lontani quasar, tra me e le popolazioni dell'australia, tra me e ogni uomo e donna che magari neanche conosco, tra me e te che leggi, ora. Tutto passa attraverso questa fragile, sottile ma decisiva interfaccia.

La vita è questo dialogo costante del Mistero che attraverso le cose che accadono ci provoca, ci chiama (Carron)

Quindi è sempre adesso il luogo di questo dialogo. Ed è sempre possibile, è un invito che sempre posso raccogliere. In qualsiasi condizione mi trovi, posso rientrare nel presente, ricominciare a respirare, ad amare, ad essere uomo.




lunedì 14 ottobre 2013

Lettura del quotidiano

- Insomma, ma quando torna? Io mi sto annoiando, senza niente da leggere...
- Calma, calma. In fondo è uscito da un quarto d'ora appena...
- Ma che doveva fare? Perché ci mette così tanto? Il giornalaio è qui sotto!
- Vuoi vedere che si è fermato al BAR?
- Al bar, a fare che?
- A prendersi un cappuccino e cornetto, te lo dico io! E figurati poi se a noi ci porta niente!
- Ma no, come potrebbe? Lui pensa ancora che siamo pupazzi inanimati...
- Eccolo, ho sentito la porta! Zitti zitti, fermi!  Se siamo fortunati, tra poco lascia il giornale qui in stanza...


domenica 6 ottobre 2013

Posso grattarvi la schiena?

Oggi è stata la volta di And I'll Scratch Yours. Che sarebbe, insomma, Vi gratterò la schiena. Ultimo disco di Peter Gabriel, appena uscito.

Cioè.

Come mi faceva notare mio figlio, non è proprio un disco di Peter Gabriel. Il fatto è questo: lui se ne esce con una serie di canzoni nelle quali... non avrebbe proprio fatto nulla! Niente altro che raccogliere e selezionare delle cover per i suoi brani più famosi. Non è da tutti uscire con un album... senza dover avere la preoccupazioni di scrivere una nota.

"Inquietante" fin dalla copertina... ;-)
Così anche sul web leggo commenti di gente (giustamente?) un po' indignata, del resto come accadeva con la prima parte del progetto, quell'iniziale Scratch my Back, quella sbarazzina proposta Grattami la Schiena in cui Peter si esercitava in cover di altri artisti. Gente che diceva e dice (giustamente?) ma quand'è che ti metti a fare nuove canzoni, Peter?

Diciamolo subito. Per me Peter Gabriel è uno che la musica la sa scrivere. E la sa scrivere molto bene. E soprattutto, scrive quella musica che io voglio ascoltare (il resto della musica non mi interessa). E' uno che mi riesce ad inviare dei segnali davanti ai quali posso andare oltre la semplice percezione estetica di un bello: sono segnali che il mio cuore riconosce e interpreta come particolarmente appropriati e favorevoli a quella comprensione (direi) metafisica del cosmo così sfuggente a parole, così esulante da ogni articolazione verbale, e tuttavia così necessaria. Insomma, il potere dell'arte, possiamo dire. Quelle cose per cui uno - non si sa come - si sente più amico del mondo e di se stesso.

Con tutto ciò ero perplesso anch'io. Ennesima operazione commerciale? Furba trovata di un artista che vive della sua pur meritata fama senza però proporre qualcosa di suo?

L'ascolto dei preview in iTunes mi ha comunque convinto ad acquistarlo. C'era qualcosa... Stamattina l'ho portato alla prova del fuoco, l'ho fatto fluire negli auricolari dell'iPhone mentre correvo al parco. E mi sono deciso. Io amo questo disco. 

Intanto vi sono artisti del calibro di David Birne, Brian Eno, Lou Red, Paul Simon. Ma fosse solo questo, non sarebbe ancora abbastanza. 

venerdì 4 ottobre 2013

Lampedusa 3.10.2013

Cosa possiamo fare adesso? Ognuno ha il suo lavoro, ognuno se guarda dentro di sé lo sa bene quello che deve fare.

Quello che ha sempre rimandato, posticipato. 

Quello a cui viene chiamato dal suo cuore. La vita è preziosa, la vita non è casuale.

Non si vive tanto per vivere. La vita ci è data per un compito. Per una vocazione. 

Fosse anche spostarsi dal letto al bagno, poi di nuovo al letto - per una persona malata. Fosse anche "solo" questo. O scrivere il romanzo del millennio, determinare una nuova teoria degli astri. O accogliere la propria depressione, la propria ansia, fare pace con se stessi. Per una volta, amarsi. Smettere di voler essere diversi. Secondo me è uguale, uguale. Accettarlo è tutto, accettarlo è rendere più luminoso l'universo. Il resto sono chiacchiere.

Smettiamo di perdere tempo. Accettiamo noi stessi, assecondiamo la nostra chiamata.

Il lavoro per me è questo. E' il lavoro di sempre, ma con una urgenza nuova. Lo devo a me stesso, lo devo a tutta quella povera gente che solo pensare siano ora abbracciati dalla Bontà infinita, da Qualcuno che vuole loro bene alla follia e li stringe e li bacia e li accudisce può salvare la mia mente dallo sperdermi nell'angoscia della totale mancanza di senso.

Accettare me stesso, così come sono. Ascoltare il cuore e seguirlo.

Quello che invece non accetto - non vorrei più accettare - è il nichilismo elegante, quello che oggi proprio non sopporto è il nonsenso divertito di tante conversazioni, di tanti giorni. Questa cosa terribile di cui io stesso sono impregnato. No. Davanti a questo devo urlare la vita ha senso, la vita è buona. Proprio perché non capisco. Devo urlare, con la mia povera, povera voce, devo implorare il respiro della vita.


martedì 17 settembre 2013

La corsa e la croce

No. Non ce la faccio nemmeno io a non scrivere, a non scrivere sul blog. Non raccontare i fatti miei, in un certo senso. Perché così raccontando, mettendo i pensieri in fila secondo le regole ordinate del linguaggio scritto, anche le cose nella mia mente si mettono a posto, si ordinano. Anche se magari non riesco a metterle in relazione in maniera soddisfacente, averle fatte passare per la scrittura crea un filo rosso che segue paziente anche le curve più ardite, le deviazioni più ostiche. Smussa anche un po' gli spigoli, diciamo la verità.

Per inciso, non riesco a trovare motivazione per scrivere più pregnante di questa.

Allora, domenica scorsa, prima che piovesse (e anche durante la pioggia, a dire il vero) sono andato a correre al parco sotto casa. Finalmente ho capito come funziona il cardiofrequenzimentro, sopratutto come si mette la fascia per rilevare le pulsazioni (non sulla panza come una cintura di pantalone - come mi hanno fatto capire - ma ben più alta sul petto) e debitamente accessoriato, sono sceso per l'avventura.

Debitamente accessoriato, stavo dicendo. Infatti. Ormai per me il fatto di correre è stato raggiunto e divorato dalla tecnica moderna, a scapito probabilmente della intrinseca semplicità del gesto (appunto, mettersi a correre). Ecco qui tutto l'apparato:  cardiofrequenzimentro con orologio/rilevatore al polso, poi iPhone ed auricolari per la musica e ovviamente per monitorare percorso e tempi con Endomondo

Eh no, non sono io. Non ancora, almeno ...

Comunque, questo è. A volte penso che qualche anno fa era tutto più semplice. Non c'erano applicazioni da aggiornare, stati facebook da inviare, foto da scattare e mandare su Instagram. Non c'era il telefonino, ma un telefono per famiglia, a casa. Insomma non c'eran tante di queste cose. C'era semplicemente da vivere.

domenica 8 settembre 2013

Fabio sognava (scrivere è attraversare la paura)

"Fabio sognava di correre insieme con Liliana. Erano in un campo vastissimo, pieno di sole e di fiori gialli gialli. Lui correva e cercava di acchiapparla, lei correva più veloce di lui, gli sfuggiva sempre per un pelo. Poi alla fine lui riusciva a prenderla, ma con la sensazione che lei si fosse lasciata prendere per essere baciata. Come quando erano fidanzati, lui la stringeva a se e lei faceva la faccia con il broncio."
E' un po' che ci gioco, con questo brandello di trama venuta su così, quasi senza volere. Che parte da alcuni luoghi, da una geografia prima che da una vera e propria storia. Orbetello, Montreal, St. Moritz... Luoghi e personaggi. Così accade che mi trovo a rileggere la parte iniziale del romanzo, che vorrei percorrere piano piano, facendolo crescere, lievitare come una torta, con pazienza e applicazione. E mi domando perché sia ancora lì, fermo.


Vediamo, cerchiamo di fare luce.C'è stato l'inizio, con l'entusiasmo tipico di ogni inizio. C'è stata poi la paura. La paura che tutto questo sia una perdita di tempo, che io non sia veramente in grado di scrivere una buona storia. Insomma tutte le paure più classiche che si possono avere: io ovviamente me le sono ritrovate addosso (io le paure le me le attiro addosso abbastanza bene). Così vi sono state sessioni di scrittura faticose - perché non convinte - e soprattutto lunghe fasi di stasi. Che come tutte le fasi stazionarie, non hanno risolto nulla.
Così ora che inizia un nuovo ciclo, un nuovo anno (per me l'inizio di un nuovo ciclo annuale è circa poco dopo ferragosto, è lì che riparte tutto: dopo la pausa estiva), ora che penso a come veleggiare attraverso l'autunno che sta arrivando, e poi l'inverno, ecco che capisco che ci forse ci manca un ingradiente, alla mia analisi.

Beh, avete probabilmente già capito quale.

Il bello è questo. Attraversare questa paura e scrivere. Allargo un attimo il quadro, permettetemi. E' bello, gustoso, attraversare ogni paura che viene. A volte mi pare di capire che sia ben di più che un atteggiamento terapeutico. Di qualcosa da raccontare all'analista. E' qualcosa di strettamente legato al mio compito, al motivo per cui sono qui, per cui sto vivendo. Nella disposizione interiore, che si traduce in una modalità di reazioni di fronte alle circostanze, vi è il nocciolo sacro della libertà, è misterioso ed ha connessioni misteriose e profonde con tutto quanto.
Venendo poi a scrivere. Scrivere è sempre rischioso (un rischio salutare) e scrivere un romanzo è molto rischioso, è come lasciare il porto e fare rotta verso un punto lontano. Verificare le dotazioni di bordo e andare. Del resto, dice qualcuno, le barche in porto stanno sicure: ma non sono fatte per rimanere in porto, le barche.
Allora il viaggio di quest'autunno, di questa fine anno e inizio del prossimo, potrebbe essere questo. Potrebbe essere far crescere un secondo romanzo, dopo Il ritorno. Scrivere un romanzo è una cosa, ma farne un secondo ha una portata profonda (vorrei dire, a prescindere dall'esito). Vuol dire riconoscere che non si può stare lontani dal raccontare storie. Vuol dire che non era una tantum. Vuol dire che non puoi farne a meno, no. 
Che la vita risulti scolorata e tesa quando uno non scrive, quando tenta di legarsi le mani (senza riuscirci) per risparmiarsi questa complessità e eludere ogni incertezza, è un segnale. Forte, netto, che deve essere assimilato. Non è certo completamente in mio potere decidere di scrivere bene. Ma è in mio potere accogliere questa (pressante) richiesta a scrivere, o rifiutare. Rifiutare però vuol dire comprimersi sulla superficie, mancare in profondità, perché il no avvelena e corrompe. Così devo passare oltre la mia autosvalutazione e dire sì. 
Alla fine è semplice: devo fare questo, devo andare a vedere. Devo vedere cosa succede nella storia di Fabio e di Liliana. Perché si sono allontanati, se si potranno riavvicinare, per che motivo, o per chi. Non devo creare, devo soltanto ascoltare i miei personaggi. Fare pace e silenzio dentro di me, perché loro mi parlino. E tenere traccia umilmente di quanto mi vogliono dire. Del resto, lo stanno già facendo. Mi stanno già parlando e io devo solo abbassare lo strato protettivo di distrazione e affanno per lasciar emergere quanto mi dicono. A piccoli passi, con pazienza. Baby steps, sempre.
E' il tempo giusto per farlo, probabilmente. 
E' sempre, questo tempo. Ma è soprattutto adesso, mi sembra.

domenica 1 settembre 2013

Scarafaggi che volano. Ad alta quota.

Così più ci sbatto il muso, più ripercorro certe canzoni, certi album, più non capisco, rischio di non capire. Più ci studio meno ci capisco. A volte è così, a volte l'analisi minuziosa dei fattori non ti aiuta. Anzi. Ti butta di più ancora nella confusione. Una meravigliosa confusione, in questo caso.

Perché è questo il punto. I Beatles - i celebri scarafaggi che hanno rivoluzionato la musica dagli anni '60 in poi - li conosciamo tutti, d'accordo. E siamo abituati a catalogare le loro canzoni in un certo modo, in un certo ambito. Siamo furbi, in un certo senso: non ci facciamo sorprendere, non ci caschiamo nella sorpresa. Siamo vaccinati contro gli entusiasmi a buon mercato. Siamo persone consapevoli, dopotutto. Siamo adulti, dopotutto.

Questo è certamente ragionevole, da un certo punto di vista. Eppure qualcosa rimane fuori. Qualcosa non si riesce ad inquadrare, organizzare, catalogare. Qualcosa rimane con un suo carattere irriducibile di meraviglia. Una meraviglia che sembra localizzata, individuata e individuabile. Diciamo pure, catalogabile. Ma che straborda, invece. Senza alcun senso di economia, straborda.

Ho seguito il ciclo di lezioni sui Beatles dei giornalisti Ernesto Assante e Gino Castaldo, all'Auditorium Parco della Musica. Iniziato l'inverso scorso, si è protratto fin quasi all'estate. E' stata una bella esperienza. La mia considerazione del quartetto di Liverpool è cambiata totalmente. In meglio.

Però volevo dire questo. A tutte le lezioni sono andato con interesse, con curiosità. Ogni lezione era centrata su un album diverso: dall'inizio alla fine della loro esperienza, sono stati analizzati tutti. Eppure c'è stato un momento. Un momento particolare. C'era una lezione, su tutte, che aspettavo. Che non avrei voluto perdere per nessun motivo al mondo.

Esatto. Proprio quella. Abbey Road.

Lo aspettavo praticamente dall'inizio. Tutto aveva senso perché c'era questo retropensiero, saremmo arrivati ad Abbey Road. E quando è finalmente arrivato il momento, ero emozionato. Sì, quel giorno ero emozionato. Ero emozionato mentre mi recavo all'Auditorium, emozionato come un bambino, avevo addosso il senso preziosissimo di vivere un evento. Non era una cosa tra le tante, tra le tante cose che si possono fare. Non era una normale cosa della giornata, che si fa e poi si pensa ad altro. Oppure, peggio, si pensa ad altro mentre la si fa.

Era una cosa diversa, una cosa speciale, una cosa unica. Era ragionare intorno ad un mistero, riunirsi attorno ad un mistero, farlo brillare, lasciarlo espandere, dedicargli tempo, attenzione. Non da solo, tutti insieme. Come potrebbe essere, chessò, una esecuzione della Nona di Beethoven, della Settima di Bruckner (ora ci sarà chi storcerà il naso, ma non sto mettendo le opere in ordine di importanza, che probabilmente non esiste nemmeno, o se esiste è indietro rispetto a ciò di cui parlo). Ecco il punto, il vero punto: ci stai davanti e sono dei misteri.

Abbey Road, London
Abbey Road in tempi più recenti
(Crediti: adam arseneau su Flickr, CC)

Questa cosa è troppo importante, devo cercare di spiegarla, di scriverla. A costo di essere parziale, imperfetto. Inadeguato, perfino. Devo farlo.

Il reale - non in sé ma per come scegliamo di percepirlo - avvolge il mistero e cerca di neutralizzarlo, cerca di riportarci alle cose comuni, tranquillizzanti, consuete. A rischio dell'aridità, magari.  Ci costruiamo un territorio noto, cerchiamo le cose conosciute, allontaniamo la meraviglia, un po' alla volta, fino a meravigliarci che ... non ci meravigliamo più! 

L'operazione comunque non funziona al cento per cento, ha degli strappi. Del resto non puoi stare tranquillo davanti ad Abbey Road. Non te ne dai ragione, semplicemente. L'analisi dei singoli fattori, lo strutturalismo più esasperato, non rende nulla. Smontare i pezzi ti fa soltanto capire che quando li monti insieme c'è di più, molto molto di più dei singoli pezzi. Come in ogni opera d'arte. Come ogni opera d'arte, porta dentro un mistero che sfugge ad ogni analisi, ad ogni riduzione. Porta addosso una irriducibilità esasperata.

Scavare dentro la vita degli artisti, se pur interessante, è alla fine ugualmente frustrante. Non dà ragione, non spiega. Arrivi giù fino a trovare gente comune, con lati belli e lati brutti, arrivi a uomini. Che forse hanno - questo sì - il guizzo geniale di non censurare la propria umanità (diventando perciò stesso creativi).

Roba così. Roba che tu provi in tutti i modi a disinnescare la meraviglia: non è che lo fai con deliberata cattiveria, diciamolo, in fondo ti farebbe comodo, no? Solo questo: ti farebbe comodo che non ti scomodasse. La meraviglia ti scomoda, ti rimette in corsa, non è roba da pantofolai.

Non è questione di biasimarsi. Non è così strano, ammettilo. Hai delle idee sulla vita, sulla morte, sull'arte, sull'uomo. Sull'universo. Ci hai messo anni ad ottenere una posizione su questo, una posizione che magari ti pare stabile. Tutto sommato ti va bene, almeno per ora. E non è che ora un semplice disco pop/rock ti può venire a sovvertire tutto, no? Non è che questo senso di meraviglia e mistero ti faccia correre il rischio di farti sentire ancora provvisorio, non sistemato... ovvero ancora vivo. 

Perché a volte - mi pare - è comodo dire di essere vivi e in realtà non esserlo. Essere tanto ricoperti da strati di consuetudine e buone maniere (condite con una certa moderata ed educata delusione, molto moderna e in quella forma da salotto che perdipiù non infastidisce, ed è abbastanza gestibile, almeno in pubblico). Non è che sei disposto a farti bucare tutti gli strati protettivi messi sù in anni ed anni, da un disco rock di quattro ragazzetti degli anni '70, dopotutto. 

Dopotutto hai le tue idee, non sei sprovveduto. Sì d'accordo, il genio pazzo, la libertà, ma poi l'irresponsabilità, ma poi le droghe... si sa come sono gli artisti, si sa cosa gira intorno al mondo della canzone. Hai insomma tutto questo bel bagaglio di nozioni e giudizi e pregiudizi, che dovrebbe funzionare abbastanza bene nello schermarti dal rischio di meraviglia e stupore. Così, rischi poco, in fondo. Ti aspetti poco e rischi poco. E ti credi furbo e moderno nel tuo rischiare a scartamento ridotto. E invece, fattelo dire, ti perdi il meglio.
L'unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre intensamente il reale (Luigi Giussani)
L'hai letto e riletto, sei d'accordo, ma spesso fai altro. Spesso dimentichi. 

Poi però - grazie al cielo - in ogni istante, può saltare tutto. Nonostante tutto, salta tutto. Qualcosa fa saltare il banco quando meno te lo aspetti, il tuo gioco a sponda ridotta viene spazzato via. Ti senti vivo come tutto un mondo di finte gentilezze e rifinite cortesie non ti facevano più sentire. Vivo! Non sai come o perché, ma sei a contatto con il cuore. Con la parte grezza emozionale profonda, insieme con la complessità articolata, che delizia il cervello. Tutto insieme, ti fa palpitare.

Che poi diciamo c'è questo, del disco. Ti prende dall'inizio, siamo d'accordo. Ma lo fa con garbo, lentamente. Dopotutto Come Together può essere fin troppo lennoniana, puoi metterci un po' per entrarci (ora cerco di smettere di dire che è geniale, dovrei usarlo troppe volte). Ma poi entri. Something segue a ruota ed è forse una della cose più belle uscita dall'estro dei quattro di Liverpool.  Vai avanti e finisci il primo lato con I want you. E tu ormai sei cotto. Completamente catturato. L'inizio del secondo lato non ti fa più stare nella pelle. Non ha senso nemmeno speculare sui singoli brani, non ha più senso frammentare, analizzare, ormai. Aspetti giù il medley che occupa tutta la lunga parte finale. E' un caleidoscopio di stili e di trovate, non hai tempo di respirare che veramente sei come sovrastato. Creatività incredibile e precisione geometrica ineguagliabile. Ogni suono, ogni rumore, è lì dove dovrebbe essere. Ed è sorprendente, sorprendente la libertà gioiosa di questi quattro, sorprendente pensare che correva l'anno 1969 ...

No, rinuncio a fare un resoconto puntuale del disco. Nun je la fo. Perdonate, recensioni ne troverete dovunque. A me piace tornare a questo senso di mistero, a questa bellezza che fa pulsare il cuore. Fa quasi piangere di gioia. Sleep pretty darling do not cry...

E così è stato. Ho sbattuto di nuovo la testa davanti ad un mistero. Non so se è così per tutti, forse nemmeno mi interessa. Questo mi pare di sapere, che comunque per tutti c'è qualcosa che frantuma la corazza, spazza via le protezioni, fa sentire improvvisamente vivi. Può essere un attimo, un momento, una sera quasi magica (come quella che ho vissuto io all'Auditorium), ma c'è e può tornare sempre, quando meno ce lo aspettiamo.

Può tornare a ricordarci che abbiamo un cuore, e che ascoltarlo può essere il lavoro della vita. Un lavoro che, comunque, non andrà sprecato.



domenica 4 agosto 2013

Arte

Va così, lo sappiamo. Che ti chiedono come va e tu per non dire una bugia, metti la testa di taglio e rispondi così. Lasciando all’interlocutore il compito di immaginare qualcosa tra spazi grigi della tua risposta. Va così.

Poi prendi in mano un libro, un romanzo, o delle poesie e ti ci metti dentro per un po'. O nemmeno serve. Già basta che pensi di poterlo fare. E tiri sù il naso dal libro (davvero, o col pensiero) e già ti senti un po' meno all'angolo, un po' meno costretto, un po’ meno grigio, un po' meno sballottato dagli eventi. Anche se intorno non è cambiato niente. O forse sì, è cambiato tutto perché vedi tutto con un po' più di speranza (con buona pace di chi dice che la letteratura è evasione).

Embrace Art | 078/365
Mike Hiatt, su Flickr, licenza CC

Così ti accorgi che la letteratura è qualcosa di speciale. Che tutta l’arte lo è. E’ quando sei stretto dalle circostanze, dopotutto, che vieni più vicino a quello che conta. Che non ti puoi permettere di girare largo, di stare giorni o settimane a soppesare: devi prendere forza da quello che capisci sia più vero, e devi farlo presto. Così capisci che la letteratura, la poesia, non sono cose da aggiungere, da mettere sopra a qualcos’altro di essenziale. Non sono sforzi di conoscenze da esibire al momento giusto. Tipo, qualcosa che uno mette lì come orpello culturale. No, niente affatto. Almeno per te non è così. E’ una cosa necessaria, indispensabile. Dunque rozza e semplice e nuda, come ogni cosa necessaria. Necessaria al cammino per la ricerca di senso.

Così come lo scrittore può aver sudato sangue, aver studiato come un matto, per riuscire a rompere i formalismi e arrivare all’arte e alla sua semplicità. Per arrivare a m’illumino d’immenso di Ungaretti. Che tu capisci come un lampo tutto quello che c’è dietro, ma che non pesa più, non ostacola. Così ti arriva addosso come una cosa semplice, immediata. Che ti dice qualcosa, che ti parla in un modo che dici, soltanto dici, finalmente.

Semplice. L’arte vera sembra aver rimosso ogni cosa inutilmente complessa, per guadagnare un linguaggio e una modalità espressiva che semplicemente parla un linguaggio che coinvolge pensieri e sentimenti, umori e sensazioni. La complessità rimane allora, sospetti, un luogo privilegiato soltanto della pseudoarte. L’arte è semplice. La quarta sinfonia di Brahm è giocata su questi gruppi di quattro note, semplici semplici (vi sono canzonette, penso, anche più complicate). Ed è straordinaria, lo sappiamo. Ma gli esempi sono infiniti.

Il punto è questo. C’è come una nebbia che finalmente si alza, quando trovi un romanzo che ti aggancia, quando ti imbatti in un parlare poetico che risuona nelle tue corde, che si fa spazio dentro di te. Quando ascolti una musica che scende direttamente al cuore. Quando ammiri un dipinto che d’improvviso, ti taglia il fiato. Ti guardi intorno ed il reale, ecco, ti sembra finalmente più comprensibile, più decifrabile. La bellezza ha questo mistero in sè, che non ti fa mai fuggire dal mondo. Al contrario, ti aiuta a mettere radici più forti e robuste, nel mondo. Perché accade così, tutto ti scivola via se ti sei dimenticato che esista la bellezza, che possa essere cercata, spiata, domandata, implorata. Desiderata.

Ci sono sensazioni e sfumature di sensazioni e sensazioni articolate e complesse, che tu sai. Nascoste dentro di te. Che pensi che siano tue in maniera strana e quasi imbarazzante. Fino a qui. Fino a quando trovi un brano, una strofa, una immagine, una descrizione in un romanzo… un qualcosa che ricrea questa tua sensazione, che aderisce all’involucro di essa, si congiunge alla tua necessità espressiva, in maniera totale, imprevista, indicibilmente precisa. Così adesso questa tua sensazione non è solo tua, è come se si fosse allargato uno spazio sociale, dove sei in condivisione con altre persone, dove sei meno solo in questo sentire. Dove questo sentire acquista dignità e sicurezza, e tu rientri in gioco come attore di questo stupore sottotraccia alle cose, che le cose hanno più di quanto sembra, di quanto si misura.

L’arte ti fa riconcilare con l’idea di una compiutezza totale, sopra e oltre la frammentarietà che percepisci dolorosamente ogni giorno. L’idea di tale compiutezza appaga il cuore e alimenta la speranza. Così grande, così spaventosamente necessario, il compito dell’arte. E dell’artista.

lunedì 29 luglio 2013

Come io vedo il muro (Waters a Roma)

Visto il coro unanime di consensi devo dire che nel discostarmene sono un po' imbarazzato. Anzi ieri sera ero abbastanza avvilito di non riuscire a pensare come gli altri. Gli amici, le recensioni, i contatti su Facebook. Tutti erano entusiasti per lo show di The Wall con Roger Waters all'Olimpico, ieri sera.

Certo motivi di entusiasmo ci sono, assolutamente. Intanto l'impatto visivo. Favoloso. Ineguagliabile. Entri all'Olimpico e lo vedi subito, questo grande muro che unisce i due lati della curva sud. C'è un varco davanti al palco vero e proprio. Poi durante il concerto scopri che viene pian piano chiuso anche quello. Il muro viene costruito proprio mentre suonano. Ero in curva nord, decisamente lontano dal palco (anche questo magari non aiuta una valutazione obiettiva), e mentre aspettavo l'inizio, rendendomi conto della scala delle distanze in gioco, paventavo una fruizione veramente minimale dello spettacolo. 

Su questo, ecco, mi sbagliato. Perché il muro stesso faceva da gigantesco schermo dove venivano di volta in volta proiettati i primi piani di Roger o degli altri interpreti, sequenze video, cartoni, e altri effetti, a volte decisamente suggestivi. 

Eppure dovessi dire che sono stato preso dall'entusiasmo, no, non ci riuscirei.

wall
Un muro, un'idea, un concetto...
(CC by marcel_borsboom on Flickr)

Aspettavo le recensioni sui giornali oggi, ma non vedo traccia delle mie perplessità. Allora provo a ragionarci, per cercare di capire se sono motivi oggettivi o legati ad uno stato psicologico personale. E ci ragiono nel modo che mi viene più consono, scrivendo.

Cosa non mi è piaciuto? Intanto non è un concerto, ma uno spettacolo. L'enfasi non è sul suono, ma sul mix - spesso geniale - di effetti sonori, musica, video, animazioni, effetti speciali. Spesso non si vedono nemmeno le persone che suonano o cantano (io ho un sospetto di playback, ma magari mi sbaglio: mi dicono che era solo la mancanza di sincrono tra audio e video). In ogni caso, il suono è funzione di altro, è al servizio di altro.

Perché il mio coinvolgimento è stato parziale? Devo scavare nel profondo dello scorso secolo, per capirlo...

Il concept del muro è della fine degli anni '70. A ripensarci è veramente un album che apre il decennio successivo come pochi altri avrebbero fatto. C'è già tutto - ogni grandezza e ogni limite degli '80, è già lì. La genialità di certe orchestrazioni insieme con la piattezza quasi ideologica di certe altre, drastico e definitivo saluto alle sperimentazioni del rock progressivo che tanta parte ebbero nel decennio precedente. Così Another brick in the Wall Part Two è quanto mai lontano dalle suggestioni di Echoes, è sequenzialità semplice e dichiarata. 

Che il concept abbia più di trent'anni mi sembra che si possa avvertire traversandolo da vari angoli. Anche nella sottile e pervasiva denuncia dello straniamento prodotto dai mezzi di comunicazione, lo avverto come una cosa obsoleta. In The Wall la televisione è simbolo privilegiato di distrazione/alienazione da sé stessi, dalla ricerca di significato

Got thirteen channels of shit
on the TV to chose from

 Il rumore bianco e gli infiniti canali che appaiono ogni tanto sul muro, l'idea di un aggancio disperato con una realtà che si mostra aliena al cuore. Non ci pensiamo, ma è tutto simbolo di un'era passata. L'era pre-Internet. Oggi probabilmente non ci avrebbe sfigurato un riferimento a Facebook. Al telefono si aggrappa il tentativo frustrato di connessione con un altro essere umano, per sfuggire alla schiavitù del potere e alla sua alienazione. Pink chiama ma non trova mai nessuno in casa.

When I try to get through
On the telephone to you
There'll be nobody home

Non c'è nessuno a casa. A casa? Oggi il protagonista, Pink, proverebbe a contattare la moglie direttamente al cellulare. Così come l'idea di sedere aspettando vicino al telefono, è definitivamente una immagine del passato.

Hey you! out there on your own
Sitting naked by the phone, would you touch me

Questo non è un limite, o forse sì. C'è come un'idea di congelamento di una buona intuizione, una volontà di non sviluppare oltre, di riprodurla uguale a se stessa. Ecco, forse il mio fastidio è questo. Non assisto ad un evento, cioè a qualcosa che interviene nel mio punto di spazio tempo rendendomi spettatore di una cosa unica e irripetibile, con un suo specifico carattere. E' come un gigantesco (e geniale e sicuramente costosissimo) contenitore di melodie, ritmi, rumori,  immagini, capace ormai di autoreplicarsi uguale a se stesso in diversi posti e diversi tempi. Ieri a Padova, oggi a Roma. Domani a Vienna. Non è aperto al fluire del tempo, non è influenzabile dal luogo.

Anche la musica. Le elaborazioni rispetto al disco di trenta anni fa sono veramente minime e quasi sempre secondarie. E' tutto così, come è stato registrato allora (con poche e rimarchevoli eccezioni, come l'interessante rifacimento di Outside The Wall alla fine). Cioè il punto non è la musica, è l'idea. O l'apparato ideologico. Che purtroppo assorbe di ogni apparato ideologico anche la impermeabilità al reale e alla sua complessità cangiante.

Che poi, diciamolo, pure questa condanna della società consumistica, che pure ci va tutta, se pensi che passa attraverso le modalità espressive della medesima, a volte ti può dare sui nervi. Cioè, critichi il sistema essendo integralmente parte del medesimo. La sensazione è di una specie di entità liquida che incorpora in se stessa anche un (apparente) dissenso, come dire non ti manca niente. Se vuoi protestare, eccoti qui servita anche la protesta.

Così l'ambiguità presente nel disco originario non viene sanata ma congelata in una reiterazione perpetua, in irrisione anche del trascorrere degli anni. La dolorosa domanda che viene fuori da alcune canzoni, l'apertura a qualcosa di altro, intravista e poi obliata, come in quella che è la frase più bella e vera - per me - di tutto il lavoro

When I was a child
I caught a fleeting glimpse
Out of the corner of my eye

C'era qualcosa che ho intravisto da piccolo. Non sono riuscito ad afferrarla, ma c'era.

I turned to look but it was gone
I cannot put my finger on it now
The child is grown
The dream is gone
And I have become
Comfortably num

Qui sento finalmente l'umano. Ecco, quello che ho intravisto ho deciso fosse un sogno. Ho rinunciato e sono diventato piacevolmente insensibile. Qui si vede l'umano di fronte alla vertigine della decisione. Una decisione per l'esistenza, non una decisione teorica, accademica.

Questo fleeting glimpse, questa fugace visione, era un sogno o no? Come mi rapporto a quello che ho provato? Ecco dove si gioca la libertà dell'uomo, in ogni momento. Ecco dove brilla l'umano, ora e sempre. Di fronte a questa libertà davanti alla quale l'universo stesso sembra inchinarsi...

Ecco, questa vertigine convive con immagini da manuale di psicologia di seconda mano, come il gioco di mutamento continuo tra le figure oppressive femminili moglie/madre, con il trito cliché della prima che al momento topico del processo si trasforma nella seconda; dove il rimprovero tu non mi hai mai parlato abbastanza si trasforma in un abbraccio materno assai più soffocante che protettivo. Una moglie/madre che non introduce il figlio ad avere fiducia nel mondo, ma con uno strato di protezione esasperante lo aliena ancora di più.

Oppure il rapporto con l'altro sesso, nel gioco inquietante dei fiori che si avvicinano e si uniscono - metafora scoperta dell'unione sessuale - dove l'attrattiva iniziale che si trasforma rapidamente in accerchiamento/oppressione. 

Oppure ancora, lo sbrigativo Ehi Teacher, leave the kids alone. "Professore, lascia stare i bambini." Sei solo un mattone nel muro. Educazione uguale repressione, rinnovata alienazione, allontanamento da un mondo ideale e (si suppone) spontaneo.

Ecco, questa provocazione degli anni ottanta non viene elaborata, ma viene ancora adesso propagata (quasi) uguale a se stessa. Non basta un accenno alle vittime di moderne ingiustizie per regalare una ventata di novità. Tutto quanto abbiamo visto ieri era in fondo già stato detto nel disco e nel relativo film di Alan Parker.

Pensavo ieri, invece di tutto questo apparato multimediale al servizio (mi pare) di una staticità asettica, mi sarebbe piaciuto di più un tentativo più estremo, che mettesse in luce alcuni aspetti dell'opera, magari trascurati. Chessò, magari una elaborazione unplugged, una rivisitazione in forma acustica. Il materiale secondo me lo permetterebbe, e sarebbe - quella sì - una nuova avventura... 

L'arte è perennemente sovversiva dell'ordine costituito, perché apre alla novità e alla capacità di stupirsi, mettendo in discussione nozioni date per acquisite. Ma l'arte presuppone uno sguardo vigile e attento, non una perpetua ripetizione. L'arte impara dal reale, non vi si sovrappone. Perché nel reale c'è sempre molto di più di quanto possiamo immaginare, e l'unica cosa, è rimanere aperti. A venti anni come a settanta.

domenica 21 luglio 2013

Vacanza

"Buona vacanza" mi ha detto lei al telefono, pochi giorni fa. Un normale augurio estivo, direte voi, niente di particolare. No, non proprio. Ha detto così, buona vacanza e ha usato il singolare. Mi sembra più significativo del più usato plurale, vacanze. Così mi è rimasto in testa anche se magari a qualcuno potrà sembrare un dettaglio.

Per me non lo è. Adesso vi spiego.

Le vacanze sbiadiscono in un generico plurale una idea di disimpegno, anche dal qui e dall'adesso. Vacanza mi riporta di botto alla situazione attuale, al mio presente.

Così vacanza è rimasto a crescere nella mia mente, tanto che adesso decido di ripescarlo per compilare un'altra parola del mio vocabolario. Vacanza mi fa pensare a mille cose. Alla lezioni di fisica in università, per esempio. Dove imparavo che vacanza implica una mancanza, un vuoto. Manca un elettrone, una particella, c'è appunto una vacanza. Qualcosa che tende ad essere riempito.

Così la vacanza è una cosa naturalmente aperta, che va riempita, capisco, con maggiore libertà rispetto al solito. Una possibilità. Ma anche una bella responsabilità. In fin dei conti è abbastanza facile lasciarmi condurre nella vita ordinaria. C'è già una trama di cose che chiedono attenzione, che assorbono il tempo. Il rischio (assai concreto) è che io le faccia con poca coscienza, passando da una all'altra senza davvero essere nell'attimo presente.

Facendo le cose senza esserci mi sento vuoto. Più le cose si affastellano e l'agenda si riempie, più mi sento disorientato, appiattito su una reattività d'occasione, poco profondo. Troppo in superficie. Il malessere che ne sorge è una spia fastidiosa ma preziosa, un segnale di allarme che viene dall'interno per far capire che è ora di correggere la rotta.

Tornare ad essere nelle cose che si fanno.

É questo l'obiettivo, che come tale è sempre e comunque un work in progress. Con il vuoto del periodo estivo mi si apre una occasione. Di riempire il tempo con più coscienza rispetto a quanto faccio di solito. Cerco di raccogliere la sfida, anche perché un vuoto non riempito mi diventa subito pesantissimo.

(...) La vacanza è il tempo più nobile dell'anno perché è il momento in cui ognuno si impegna come vuole col valore che riconosce prevalente nella sua vita, oppure non si impegna affatto con niente è allora, appunto, è sciocco. (Luigi Giussani)

Che poi, il non impegnarsi con niente che risulta così, pesantissimo. Sciocco perché inutilmente pesante.

Rimanere in vacanza senza cogliere l'occasione per provare a lavorare con più amorevole decisione su se stessi (dico subito, a prescindere dagli esiti, senza misurarsi) mi sembra troppo tempo sprecato. Così se penso a semplicemente a giorni vuoti da impegni, davanti a me, mi sento triste, se invece penso a questo lavoro - qualcosa che mi sembra esser dato, esser proposto, proprio perché io lo svolga - mi viene da sorridere, tanto questo lavoro sembra corrispondermi, sempre. Sotto un ombrellone o davanti alla scrivania, sempre.

E il fatto che in questo modo il vuoto si riempia, mi fa stare meglio.

 

domenica 14 luglio 2013

Mark Knopfler, una serata d'incanto

Grande concerto quello di ieri sera. Bello trovarsi davanti a dei maestri. Maestri nel modo di suonare, nel modo di far partecipare il pubblico, nell’intesa mirabile nel gruppo, nell’impasto sonoro, in tutto.

Tre ore di attesa ma li valgono tutti, se ci ripensi. Ma in realtà l'attesa è molto più lunga, parte almeno da un certo camioncino e tutta la suggestione che vi hai trovato all'interno... Capannelle si riempie pian piano, ma alle nove e mezza il parterre è ormai densamente riempito, e ovviamente tutte le tribune son piene.

L’attesa cresce, si fa fremente. Finalmente arriva Mark e la sua band, un breve saluto e attaccano subito con What is it. Bella, con una coda articolata diversamente rispetto al disco. Bella, ma ancora non hai capito. Non ti sei reso conto di dove sei. Pensi ad un onesto concerto, senza sbavature. Ottime canzoni e poi a casa. Invece, non ti sei ancora accorto che il bello deve ancora venire. Intanto arriva Corned Beef City. Però, ti viene da pensare. suonano bene, compatti, senza sbavature. La voce di Mark è quella che deve essere, perfetta per la sua musica. E che musica. Dice bene l'articolo sul Messaggero, Mark viaggia da tempo "sulla via di un rockblues & country che possiede un respiro profondo." 

Tutte le foto del concerto sono di Claudia Castellani
Il fatto è che è un rockblues che pian piano ha accettato ed integrato la tradizione, mantenendo sempre una sua originalità. Ed è forse questo il segno della grande arte. Dire cose nuove con le radici ben piantate sulla solidità delle cose antiche. Ed è questo - azzardi a pensare - che molto pop/rock ha perduto. Tutto teso a cambiare, ad innovare, senza avere prima guadagnato la pazienza e la profondità di far proprio quello che è, quello che è stato. What it is, potremmo dire con Mark.


Cleaning my Gun alza ancora il livello, ormai si vola molto alto. Memore della stupenda esecuzione che compare tra le bonus tracks di Priveteering, ti emozioni già alle prime note. Stupenda, precisa, vissuta. Non sai dire se meglio di quella del disco, ma come minimo ci fa a gara.

Poi Privateering, Father and Son... La formazione suona benissimo insieme, è evidente che sono professionisti abituati da molto tempo a lavorare uniti. Ecco Hill Farmer’s Blues, la riconosci subito dal giro di chitarra iniziale, così caratteristico. I brani si susseguono e no, tu non ti stanchi, ti sembra sempre che il concerto sia appena iniziato. 

Mark presenta la sua band. Gente che suona con lui da decenni. E si vede. L’intesa tra loro è meravigliosa. Non c'è che un paragone, non riesci a non pensare ad una formazione jazz, per quanto tutto sia equilibrato, articolato, organico. Sono tutti bravissimi. Batteria, pianoforte, flauto, bassi... E guarda, Mark è favoloso con la chitarra. Potresti osare la parola, leggendario. Ti accorgi che c’è questo, è come se mancasse una vera separazione tra le sue dita e la chitarra, che non ci fosse nessun confine artificiale, tanto le corde rispondono con precisione e una granularità finissima allo spettro di sentimenti e sensazioni di questo straordinario artista.

Sul palco c’è pronta una sfilza di chitarre esagerata. Mark la cambia praticamente ad ogni pezzo. 

All’ennesimo cambio di chitarra Mark attacca uno degli arpeggi di chitarra forse più famosi dell’altro secolo. Inizia Romeo and Juliet. E tu ci cadi dentro con tutte le scarpe. Ma se solo ti guardassi intorno, vedresti come ci cadono dentro tutti, grandi e piccoli. Mark entra nelle tue emozioni e nei tuoi ricordi, gioca su uno spazio che ha creato con la sua arte e ora ripercorre con feconda inventiva e - sembra - con rinnovato piacere. C’è la piccola meraviglia di un approccio che rispetta l’intuizione originale arricchendola, e una voce che forse rende il pezzo ancora più bello. 

Mi diceva Claudia di gente rimasta delusa dagli ultimi concerti di Dylan, per  come ormai stravolge le canzoni. Mark no, grazie al cielo. Anche le canzoni più vecchie, anche con quelle sembra si diverta. Vengono fuori fresche, con uno spessore nuovo, forse ancora più belle. Ti accorgi mentre le ascolti che siete cresciuti insieme, tu e lui. E quella che ti dona adesso è proprio quella che vuoi ascoltare. E intanto che suona tu ritorni con la mente agli anni in cui la canzone era nell’aria, nelle radio, nei dischi degli amici. Quando era il presente. E tu eri forse diverso da adesso, forse uguale. Oppure eri lo stesso e sei solo cresciuto, hai acquisito degli altri strati, dell’altra vita ti è cresciuta addosso. Ma va bene, va bene così. E’ comunque un arricchimento, come le note di questa Romeo and Juliet sono un arricchimento rispetto a quella antica versione. 


Le canzoni scorrono e l’atmosfera è proprio magica. E ti lasci sorprendere di nuovo, anche se non sei giovanissimo, ti viene addosso ancora la sensazione di prendere parte ad un evento. Ed ogni evento è un punto di svolta, un segnale dal quale puoi ripartire. Quando vedi che la gioia fluisce vedi che la vita à di più dello spazio angusto in cui (anche con tutte le migliori intenzioni) ti sei andato a ficcare, in cui ti sei adagiato pian piano, senza nemmeno accorgertene. Cavoli. La vita è di più e devi uscire dal tuo angolino per viverla davvero. Non c’è esposizione ad una cosa bella, come questa, senza che cresca un desiderio di vivere, vivere sul serio.

Non c’è Sultan of Swing alla fine. Forse qualcuno rimane deluso: non tu. Perché Mark riprende quello stupendo album che è Get Lucky e ti regala il gioiello finale, Piper to the End. Sono le undici e mezzo e non c’è più il caldo e hai dimenticato la lunga attesa e tutto quanto, e veramente tutto il pubblico sembra muoversi e respirare con le note della chitarra di Mark, come dei fili invisibili legassero quelle sei corde alla miriade di persone ad ascoltarlo. Che detto tra noi, ti infila dei virtuosismi da lasciare senza fiato. 

Così tu e lui vi siete intersecati, finalmente, in questo punto dello spaziotempo. Roma Capannelle, 13 luglio 2013. E sei solo contento di essere qua. Di esserci stato. Perché capisci che la musica è una cosa dell’altro mondo. E di quanto può portare, in questo mondo, per renderlo più bello e rendere le persone più contente e per questo, migliori.