lunedì 25 giugno 2012

Voyager 1, affacciata sull'immenso

Chi mi conosce un po', lo sa bene. Io ho una sorta di ammirazione incondizionata per le sonde Voyager. Di più, è quasi una fissazione. Il fatto che siano lì a macinare spazio da circa 35 anni, avendo superato nel tempo una bella serie di problemi tecnici, mi desta davvero meraviglia. 

Ora la sonda Voyager 1 sta arrivando ai confini dell'eliosfera. E' la vera zona di frontiera del nostro condominio cosmico, il Sistema Solare. Dentro, è casa. Fuori, il vero spazio interstellare. Una immensa vastità di spazio dove la nostra stella non è più dominante. Dove piovono raggi cosmici non più schermati e deflessi dal campo magnetico solare. 

Quando le cose erano fatte per durare... (NASA/JPL)

Lo spazio aperto, quello vero. E nessuno, nessuna sonda ci era mai arrivata, prima delle Voyager. 

Il tema del quarto concorso Vittorio Castellani (una collaborazione tra Osservatorio Astronomico di Teramo e UNESCO) quest'anno ha messo a tema proprio un immaginario viaggio con la sonda Voyager. Ne parlerò in un prossimo post, perché i temi svolti dai ragazzi delle scuole sono stati spesso sorprendenti.

Come e più della sonda, se possibile. Perché lo spazio cela meraviglie, ma l'uomo - ogni uomo - non è da meno.

Perché ha un cuore fatto per l'immenso.

Italia batte Inghilterra

Bravi ragazzi, veramente bravi. Una cosa mi avete insegnato, stasera. A crederci veramente, fino in fondo. Anche quando i risultati non arrivano subito, anche quando sembra anzi che la sorte ti sia avversa.

Bravi ragazzi, brava Italia! (Foto AP/LaPresse)

Ad un certo punto ho pensato, va bene, anche se dovesse andar male, va bene. Perchè affrontare le sfide così, va bene, fa crescere.

Vince la dedizione, la paziente applicazione.

Come voi avete lottato questa sera dietro ad un pallone, voglio lottare io, contro le mie paure, i disagi, i sentimenti negativi, contro ogni sorta di sconforto.

Brava, Italia.

domenica 24 giugno 2012

Tenere (ancora) un diario

Sono un tipo con poca memoria. Credo di esserlo sempre stato, in realtà. Faccio fatica a ricordare le strade, i nomi delle persone, le date. Anche le scadenze, e questo è un po' un problema.

Di recente (una settimana fa, stando al diario) abbiamo passato la giornata in un agriturismo, un bel pranzo all'aperto in chiusura dell'anno scolastico della piccola Agnese, con genitori e maestri. Ho registrato la mia posizione su Foursquare, per mezzo dal telefonino.

Lui ha preso atto, poi mi ha detto qualcosa tipo ah bene, era da ottobre dello scorso anno che non venivi più qui.


Una foto presa all'agriturismo (via Instagram)


Accolgo la cosa con qualche perplessità. Anzi, a dirla tutta, con molte perplessità. Un botto di perplessità.

Come sarebbe, ottobre? Ma non ci eravamo venuti l'estate scorsa, in chiusura dell'anno scolastico precedente? Ecco, il mio telefono è impazzito. Oppure quelli di Foursquare hanno dei problemi con il database.

Che fare, concediamo il beneficio del dubbio...? Non è che magari ci siamo stati in estate e poi tornati anche ad ottobre? No, non sembra. Neanche a mia moglie risulta, ci siamo venuti una volta sola.

Alla fine viene fuori, la verità.  Siamo venuti effettivamente ad ottobre. Non era affatto estate (ottobre può essere amabile, ma non è certamente un mese estivo).

Ha ragione Foursquare. Ovviamente.

Ricostruiamo (cioè, ricostruisce mia moglie, io ho come al solito ricordi slavati e svaporati in una fitta nebbia). Ecco. Siamo venuti per  festeggiare il pensionamento della maestra... E con l'occasione abbiamo fatto vedere ai pargoli la raccolta delle olive. I bimbi hanno potuto osservare le varie fasi, la macchina che scuote i rami e poi la raccolta con le reti, poi ancora la stanza dove vengono lavorate le olive... ricordo un pochino... quella miscela densa da cui alla fine viene fuori l'olio...

Il diario ha definitivamente messo a posto la quesitone. Ho aperto DayOne e ho fatto una ricerca per "agriturismo". Eccolo, salta fuori il post. Eravamo lì il 16 ottobre dello scorso anno (in caso vi interessi). 

Rileggendo le note del diario carico in memoria non solo il fatto, ma le mie sensazioni, i fastidi, le soddisfazioni, le cose che mi passavano in testa quel giorno.

Da quando tengo un diario mi sono riappropriato di una parte del mio tempo. Prima, tutto si addensava nell'indistinto, scompariva alla vista dopo qualche giorno. 

Il diario mi aiuta a sondare la dimensione del tempo. E mi permette di scrivere senza problemi, senza pensare a chi mi legge. 

Ho capito che scrivere un diario personale non è più un'opzione. E' una necessità.

Però lascio ancora troppi spazi vuoti. Dovrei scrivere qualcosa ogni giorno, almeno una riga. Buttar giù almeno qualche metadato della giornata. Tanto per permettere alla memoria di riprendere il file in oggetto.

E per capire, finalmente, che nessun giorno è davvero uguale all'altro.



venerdì 22 giugno 2012

Allora, la musica inglese, non la sai...

Scendo in garage con la deliziosa compagnia di Agnese. Per l'occasione, mi intrattiene facendomi alcune domande musicali. In quel che segue, elaboro un pochino il senso del dialogo di stamattina.

Agnese: Allora, questa canzone la conosci? La la la...
Io: No, veramente non mi pare...
Agnese: ma come, è quella tal cantante ... ! Famosissima! Si sente in televisone! Davvero non la conosci?
Io (crescente imbarazzo): Mi pare proprio di no. Ma se me la presenti, magari...
Agnese: e poi quel gruppo.. che fa quella canzone...
Io: Ma proprio no, mai sentiti. 

La conclusione è ferrea.

Agnese: Ma insomma tu che musica conosci? Ma che sfigati ascolti? Vediamo... 

Breve riflessione.

... intanto, la musica inglese non la sai.

Fermi fermi. FERMI TUTTI! La musica inglese non la so? La musica inglese non la so?

Cara la mia piccola bimba di dieci anni, carissima Agnese che ti affacci sul mondo magico di armonie e suoni. Non mi dire che la musica inglese non la so, non lo mando giù. Ho passato decenni interi ascoltando i Beatles, i Pink Floyd, i Genesis. In più, vi faccio due scatole così ogni volta che venite in macchina con me (finché ancora ci venite) facendovi ascoltare praticamente l'opera omnia di Mike Oldfield (Amarok però me lo vietano, purtroppo... devo stare da solo per sentirlo. Epperò prima o poi, lo dovranno scoprire, questo tesoro).

E Kate Bush? E Loreena McKennit, Enya (irlandesi, ma va beh, siamo lì)? E Norah Jones? Ah no, quella è americana. Vabbè, come non detto, levate l'ultima. E' che per me ha comunque qualcosa di british, non so...

E poi, Agnese cara... Dove eri quando il tuo papà ha preso quella tremenda sbandata, durata mesi e mesi, per  Tubular Bells III? Ah ok, non c'eri ancora. Tieni allora, guarda che ti regalo. Per me questa è musica inglese. Anzi, è musica e basta. Tu mi dirai, è roba dell'altro millennio. Beh, ma è pur sempre vino di botte buona, dico io.




... La musica inglese non la so? 

giovedì 21 giugno 2012

New Blood, due appunti

Mi sono deciso, alla fine. Sono due giorni che vengo al lavoro ascoltando New Blood, il disco dove Peter Gabriel ha scelto di incidere alcune sue celebri canzoni presentandole in chiave orchestrale.

Davanti a questo progetto sono abbastanza in bilico. Mi piace la musica sinfonica, adoro il tardo romanticismo e sono folle di amore e ammirazione per Gustav Mahler e per Anton Brucker. Per dire, insomma, che l'orchestra non mi spaventa.

Eppure per qualche motivo, rimango un pò interdetto. Faccio due premesse: una è che, nel panorama musicale odierno, ogni nota che esce da un disco come questo è comunque mirabile. La seconda, è che magari con ascolti ripetuti verrò a rivedere alcune mie impressioni (non ne sono certo, ma è possibile).

Certe rivisitazioni mi sembrano più riuscite. Ad esempio, la versione di Digging in the Dirt è proprio bella. L'orchestra ci sta bene, l'arrangiamento è veramente godibile. Non l'avrei detto, visto il tipo di canzone. Anche quel capolavoro sublime che è Darkness ne esce bene, proprio bene.

D'altra parte, Don't Give Up ha questa Ane Brun alla voce, che (chiedo venia) mi fa gemere di nostalgia per la versione con la mia amata Kate Bush. Forse non ho colto la scelta interpretativa, ma questa voce tremula non mi riesce proprio a conquistare. Insomma, se dici Don't Give Up, se esorti a non cedere, non è che puoi dirlo (penso io) con una voce che già sembra instabile di per sè. Devi essere esortativo, affermativo, ti ci devi buttare. 

Su Red Rain, lì crollo completamente. A metà brano mi assale una voglia irresistibile di ascoltare la versione originale, con lo stupendo crescendo ritmico di Jerry Marotta. Il problema è che mi manca troppo. Eccola.


mercoledì 20 giugno 2012

Maturità e felicità, nel presente

Maturità non è la durezza di chi vuole controllare la vita, ma la duttilità resistente di una struttura che rimanendo sé stessa sappia accogliere gli smottamenti dell’esistenza fino a farli suoi, per rendersi ancora più temprata al fuoco e al freddo dell’esperienza, come si faceva un tempo con il ferro dolce delle spade per renderle fortissime. (Dal blog di Alessandro D'Avenia)

Grazie Alessandro per queste parole. Ci vuole questo, ci vuole una giusta comprensione del motivo vero per cui si studia. Per cui si fatica sui libri. Un ragazzo, come un adulto, ha bisogno di capire perché fatica. Ha bisogno di una risposta adesso, non si può accontentare di una convenienza posticipata, di una felicità dilazionata. 


"A che cosa mi serve tutta quella matematica e letteratura se non a rendere abitabile la vita che affronto tutti i giorni? A che cosa mi servono 13 anni di studi se non portano alla maturità di chi sa prendere su di sé il peso delle cose, perché è e può essere un «lottatore temprato» di quel bellissimo e sporco mestiere che è vivere?"


Lo diceva anche il mio caro Cat Stevens in una antica canzone, But I might die tonight.  Un gioiellino di quel disco assai ispirato che è Tea for the Tillerman, 

Certi dischi non si scordano...
I don't want to work away
Doing just what they all say
"Work hard boy and you'll find
One day you'll have a job like mine, job like mine, a job like mine"

"Be wise, look ahead
Use your eyes" he said
"Be straight, think right
But I might die tonight!"


Il concetto di lavora perché un giorno avrai un bel lavoro come il mio è fallace. Non prende. Ci deve essere una felicità per l'oggi. La convenienza deve essere nel presente.
"Maturità è avere l’anima a prova di terremoto. Dio solo sa quanto abbiamo bisogno, nella situazione attuale del nostro Paese, di giovani capaci di resistere al fuoco e al freddo delle controversie per rafforzare ancora di più la tempra delle loro anime a non sbriciolarsi alla prima scaramuccia."

Grazie, Alessandro. 

martedì 19 giugno 2012

Cosa è un nome?

"What's in a name? That which we call a rose
By any other name would smell as sweet."

Così dice la celebre Giulietta (non quella della porta accanto, e nemmeno l'autovettura. Trattasi di Shakespeare).

Così un cambio di nome di per sè non indica un mutamento di qualità, una modifica nell'essenza. Ma in questo caso specifico, aver portato questo blog sotto il nome www.marcocastellani.it coincide con una decisione. 

Scrivere più assiduamente (qui e altrove).

Il blog è un'ottima palestra di scrittura. In più è aperta al pubblico, così l'autore può farsi anche un'idea di quali siano i post più letti e apprezzati. Mentre scrivendo trova la sua "voce", capisce anche quali sono le frequenze che più interessano. 

Per questo mi è prezioso.

lunedì 18 giugno 2012

Scrivi se la realtà è positiva

Una delle cose belle dell'attività di scrivere è che è richiede una disciplina. Che per scrivere bene e con profitto devi entrare in una sorta di disciplina dello scrivere, che è poi esattamente quella del vivere. Così che una cosa aiuta l'altra.


Anche perché se hai la vocazione di scrivere e la censuri, per certo non vivi bene. 


Una prima  cosa che si deve imparare riguarda l'atteggiamento. Essere positivi. Questa è una cosa su cui  faccio abbastanza fatica, per carattere. Sono soggetto tanto ad entusiasmi quando a repentine discese. Facilissimo allo scoraggiamento, a perdermi nel classico bicchiere d'acqua. 

... e` uno dei miei limiti
io per un niente
vado giu`

se ci penso mi da' i
brividi


(Samuele Bersani, Spaccacuore)

Anche io ho i brividi per quanto basta poco a mandarmi giù. Pazzesco.

Writing
Però questo non aiuta la scrittura. Se lo vuoi fare davvero, se vuoi seguire seriamente la tua passione, devi farlo in modo professionale. Consideralo pure un lavoro. Se ne hai un altro, di lavoro, meglio per te, ma questo devi trattarlo altrettanto seriamente.

Come nel lavoro, l'atteggiamento è tutto. Un atteggiamento positivo permette di passare agevolmente anche nei momenti no, in cui tutto ti sembra contro, tutto sembra andare storto. Ritengo che l'ostacolo più grande sia - dopo i momenti di entusiasmo (Sì scriverò per tutta la mia vita!), la palude insidiosa dello scoraggiamento. Hai presente, quando guardi quello che hai scritto e... 

... no, non ti piace.  (Inutile girarci intorno)

Manca qualcosa, non va bene, è lento, è scritto male, è ampolloso, è pieno di te, non è scorrevole. E lì che scivola in testa la frase più pericolosa, non riuscirò mai a scrivere bene. Che errore! Cacciala via, immediatamente.

E' una scusa, una scusa orribile per non abbracciare completamente la meravigliosa rivoluzione che può attenderti: vedere il mondo con occhi nuovi. Vedere tutto con gli occhi di uno scrittore. 

Questo mi ha sempre affascinato. L'occhio di uno scrittore è lanciato avanti, non vede semplicemente le cose, ma cerca le connessioni tra loro. Vuole mettere in ordine delle parole, delle parole vive, così cerca un ordine nel mondo. Cerca sotto le cose per arrivare alla sostanza.

Un atteggiamento intrinsecamente positivo, spalancato sulla realtà. 

Anche se fosse una realtà dolorosissima.

Un atteggiamento positivo, per non essere preda del sentimento (e delle sue fluttuazioni), si deve basare su un fatto di ragione. Riconoscere che la realtà stessa è positiva. Questa è la scommessa di chi scrive, di chi ha il coraggio di creare. 

Se sei nel nulla non scrivi, di solito. Se crei stai combattendo il nulla, hai scelto di combatterlo: stai seguendo la tua vocazione e in forza di questo riconoscimento, lotti ipso facto per un mondo migliore, più luminoso, più umano. 

Un riconoscimento magari timido, imperfetto, timoroso. Un inizio di riconoscimento. O l'inizio dell'inizio di un riconoscimento.

Che è già una roba completamente diversa dal nulla. 



sabato 16 giugno 2012

Io sto scrivendo

L'attività di scrittore si è evoluta con il tempo. Nelle cose non essenziali, perlopiù. Si può ancora, certamente, scrivere con una matita e un blocco di appunti, in una stanza spoglia, con un tavolino ed una sedia. Anzi, per un certo verso, la vera cosa affascinante dello scrivere è proprio questa: basta poco, pochissimo. Una frase appena, magari. Mi illumino d'immenso. Può essere appuntata ai margini di un quaderno. E rimanere, passare attraverso i secoli, i millenni (certo, devi essere un Ungaretti, e non è immediato). Penso anche ad alcuni versi di Saffo. Brevi, lapidari, moderni. Eterni.
Eros mi scuote la mente
come il vento sui monti gli alberi invade
E' il nucleo della scrittura. Ricordiamoci sempre che per scrivere basta poco. 

Accanto a questo nucleo vi sono, comunque, una serie di possibilità realmete nuove. Prendiamo la rete, prendiamo in particolare i social network, croce e delizia dell'attuale epoca informatica. Proprio attraverso i social network ci si può accorgere di quanta gente, in ogni istante, stia cercando di seguire la nostra stessa passione. Stia scrivendo.

Che dici, non sarebbe male, cercando di svolgere una attività fondamentalmente solitaria come quella di scrivere, sbucare fuori ogni tanto dal proprio lavoro e scambiare quattro chiacchiere con altri scrittori? Basta andare su Twitter e cercare messaggi con una hashtag appropriata. La hashtag è fondamentalmente una etichetta che permette di identificare i post di uno specifico tema (usualmente viene identificata dal suo primo carattere, che è sempre '#'). Una delle più significative, e con una sua storia interessante, è #amwriting. E' la contrazione delle frase inglese I am writing (sto scrivendo). 

Scorrendo i messaggi la prima impressione è di stupore... allora non sono solo!  Ok, certo lo sapevi già, ma un conto è saperlo un'altro accorgersene.

Allora puoi seguire qualche scampolo di conversazione, vedere i progressi degli altri, intervenire su qualche messaggio significativo (certo c'è da tenere conto che i messaggi sono quasi tutti in inglese). Per poi rimetterti a lavorare. Ma intanto sai che il bar degli scrittori è sempre disponibile. Ci trovi sempre qualcuno.

Personalmente la trovo una risorsa confortante. Il tempo impiegato su #amwriting non è perso, perché di solito ne esci con la fiducia un po' più salda. E' bello vedere che in ogni istante c'è gente che scrive e non si arrende, si misura con i propri limiti, fa i conti con rifiuti editoriali, con famiglie burrascose, figli  irrequieti e genitori irritanti, mariti collerici e mogli invadenti. E va avanti, e scrive. Perché non lo hanno scelto loro, ma qualcosa dentro li spinge a farlo. 

Che poi, per essere un vero scrittore, basta una cosa sola. Scrivere. 

domenica 10 giugno 2012

Calma e fiducioso abbandono...

C'è un senso di armonia che a volte si rende percepibile fin dentro le cose più piccole.

Quando succede di avvertirlo (e succede anche nei momenti di confusione, di buio) capisco che non esistono affatto cose "più piccole" ma ogni cosa è importante, ogni cosa è connessa a tutto il resto dell'universo.

Come l'altra sera, mettendo a posto in cantina il tavolo del picnic. Mi è venuto da pensare che se faccio una cosa bene, con attenzione, con calma, è una cosa che ha più valore, è una cosa che serve di più, in ogni parte di universo. C'è un senso di ordine, di nascosta bellezza, che collega me ai più lontani quasar.

I quasar sono tra gli oggetti rilevabili
più lontani nell'universo...
Perché è tutto collegato. La nostra mente separa, divide, seziona. Ma è tutto collegato. Tutto fa parte di una stessa trama, di un medesimo ordito cosmico.

Altro che puntini spersi nella fredda vastità dell'universo. Da astronomo e da uomo mi ribello. Come si fa a convincersi di una cosa simile? Solo perché è deprimente dovrebbe essere reale? Abbiamo ancora questa sciocchezza in testa del troppo bello per essere vero, cioè abbiamo paura di affidarci ...

Così di fronte ai problemi in famiglia, alle difficoltà di coppia, al senso di aridità, al senso di vuoto, penso che la cosa importante è restare calmi e pazienti. Come di fronte alla constatazione delle proprie miserie, dello scarto tra come vorremo essere e come siamo. 

"Dobbiamo rammaricarci sì, dei nostri mancamenti. Ma con un dolore pacifico, sempre fidenti della divina misericordia".(San Pio da Pietrelcina)

Landscape Photography
Calmi e pazienti, in attesa. Anche quando non abbiamo pronta una risposta, una strategia. D'altra parte, se avessimo sempre una strategia, come potremmo sottrarci alla dolorosa illusione di dovere fare tutto noi?

«Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la vostra forza». Ma voi non avete voluto..." (Isaia, 30, 15)

Abbandono fiducioso. Volerlo è crescere, superare l'Io e le sue pretese infantili e raggiungere il Sè... Per me è un lavoro (un lavoro, tra l'altro, che rende interessante e utilissima la preghiera).  Spesso non riesco ad abbandonarmi, così tentato di voler fare tutto io, ma riesco comunque a percepire la bellezza e la grande desiderabilità di questo abbandono. Ed è già tanto, tantissimo.

Prima non c'era questo, prima ero concentrato fino all'angoscia, su quello che dovevo fare o non fare. Ma stavo male. Volevo imporre alla mia vita regole diverse, da quella che già c'è. La regola della vita è abbandonarsi. Quell'abbandono fiducioso che è stato giustamente definito "una delle conquiste fondamentali della vita morale di una persona"

La via che conduce a Dio è simile ad un bambino che si addormenta tra le braccia del padre....
(Santa Teresa) 


C'è una lunga strada da percorrere, ma si può percorrere in modo lieto. Se siamo umili e aperti, se ci aiutiamo a vicenda, le sorprese nel cammino - ne sono certo - non potranno mancare.

Quello che s'abbandona, mi piace. Quello che non s'abbandona non mi piace, è semplice da capire. Ma io vi conosco, siete sempre gli stessi. Siete disposti a farmi dei grandi sacrifici, purché gli scegliate voi. Preferite farmi dei grandi sacrifici, purché non siano quelli che io vi chiedo. Piuttosto che farmene dei piccoli che vi chiedo io. (Charles Peguy, Il mistero dei santi innocenti)

mercoledì 6 giugno 2012

Usa bene la tua energia

Uscendo dalla palestra ieri sera l'ho percepito (il momento che segue l'esercizio fisico e la relativa doccia è spesso foriero di interessanti illuminazioni, per me). Riguarda un uso corretto dell'energia. Semplice. Da fisico, avrei dovuto capirlo da tempo. 

In ogni istante, posso resistere o lasciarmi andare, lasciarmi condurre dalla vita. Se resisto uso male l'energia, la blocco, violento me stesso e il mondo. Credo spaccature e attiro conflitti. Se cedo, se mi lancio andare, incanalo l'energia dell'universo sui binari giusti, mi apro ad incessanti possibilità positive, non ostacolo ma assecondo il fiorire delle cose. Fiorisco anch'io con loro.

Orangefield


Gli effetti positivi del cedere sono immediati. La respirazione si fa più profonda e più bassa, più di pancia. La tensione diminuisce, si sente il corpo, si avverte un diffuso benessere, si è più ottimisti e rilassati. Che differenza da quando pensavo che uno fosse padrone della propria vita, che potesse riempirla come un contenitore vuoto da colmare a piacimento. Con tutto il problema di scegliere bene come colmarlo. Con l'ansia di lasciarlo troppo vuoto.

Come è meglio così invece. Sapere che esiste sempre un flusso, una direzione delle cose, una Presenza buona che dirige tutto (e perdona i nostri sbagli) e che dunque non abbiamo il problema si scegliere, ma la dolce libertà di lasciarci andare, e goderne.

Fa tutta la differenza del mondo. Se dico cosa devo fare sono fondamentalmente da solo, da solo con i miei dubbi. E il pensiero non serve, rende tutto più pesante, rende soltanto più solida e tenace la resistenza. Il pensiero si vuole sovrapporre alla realtà definendo un percorso suo.  La vuole forzare. 
Poca osservazione e molto ragionamento portano all'errore, molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità (Alexis Carrel)
Se dico cosa vuoi che io faccia mi rivolgo ad un Tu, alla guida dell'universo. Direttamente. Non sono da solo. Il mio unico problema allora è mettermi il più possibile nella modalità di ascolto (perché ho visto che mi conviene, e dunque è ragionevole). Però mi piace proprio pensare che c'è un cammino e devo soltanto riconoscerlo. E se inciampo e cado non devo scoraggiarmi, ma semplicemente rialzarmi e riprendere il sentiero. A pensarci, è di una semplicità spaventosa.

Osservare e non pensare mi sembra un modo molto migliore di onorare la realtà, di stare a quello che accade. 

Mi piace proprio essere guidato, mi piace proprio (mi porta al sorriso) che non mi debba inventare nulla, debba solo lasciarmi andare, riconoscere che sono creato in ogni istante e che sono amato.  Solo così riesco a rilassarmi.

E' una cosa talmente bella, che non può che essere vera.