lunedì 26 marzo 2012

Qualcosa di nuovo

Il meteo diceva che avrebbe fatto al massimo una spruzzatina di pioggia,  nel pomeriggio. Del resto, la mattina il sole era così invitante e le sue lusinghe così piacevoli, che la cosa più opportuna sembrò proprio dare corso al piano messo a punto nella giornata di sabato. Andremo al picnic, sì. 

La mattina scendo a sistemare le biciclette, con un umore misto e tendente sul dark; recenti contatti di pelle e squarci, lame di luce, di gioia poi aperture e chiusure e impacci eppoi la sensazione di complicazione che a volte prende i rapporti, anche quelli amorosi, e tutte le cose quando ci scordiamo che sono semplici. 

Insomma, le biciclette sono a posto, si può partire. La mamma ci segue con la macchina portando le vivande. Simone e Agnese vengono con me, in bicicletta. Dò le indicazioni, i bimbi seguono. In bicicletta obbediscono più volentieri. Mi sembra tornarmi addosso un po' di piacevole autorevolezza che nella vita familiare ordinaria sento di aver perso. Arriviamo al parco e c'è un bel sole.

Poco prima della fuga per la pioggia...
Alla fine siamo soltanto noi, non abbiamo chiamato nessun altro. Improvvisamente mi sento stretto. I piccoli si litigano per un niente e mi viene istintivo un moto di sconforto. Ancora questo, ancora questa sensazione che la vera vita sia altrove. E non ci sono argomentazioni razionali, devi scendere fino al profondo delle cose che vivi e capire perché le stai vivendo. Appena vai avanti per inerzia devi fermarti e ragionare. Devi scegliere di nuovo ciò che fai, capire ciò che sei. Altrimenti "tutto diventa pesante, uno sforzo titanico per fare qualcosa che non c'entra più niente con il nostro desiderio" (Julian Carron).

Non siamo fatti per andare avanti in automatico. Grazie al cielo. Quando scegli di nuovo (e basta un istante di coscienza) tutto ritorna più umano, vivibile, pieno di senso. Le stesse identiche cose, viste da fuori. Completamente diverse, viste da dentro. Vuol dire essere avventurieri ancora. A qualsiasi età (ri)parte l'avventura, senza precondizioni. A volte riparte proprio quanto ti senti più poveretto, con le mani vuote. Perché finalmente ti arrendi, molli le pretese tue. «La vita quotidiana è la più romantica delle avventure e soltanto l'avventuriero lo scopre» (G.B. Chesterton)


Rientriamo a casa di corsa per la pioggia. Con Agnese decidiamo, usciremo ancora con le bici. La primavera è iniziata. Ed è vero,"in qualsiasi momento inizia qualcosa di nuovo" (Luigi Giussani). Questa è la cosa su cui voglio scommettere. Su cui giocare la fatica. Su cui far impattare gli scoramenti, le depressioni, le delusioni.

Anche con una bicicletta e un parco e un ritorno frettoloso per la pioggia. E una vita da riempire, ogni momento, di significato.

domenica 18 marzo 2012

Sul primato della geografia

A volte ci metto un po' per capire delle cose. Capirne il significato vero, oltre le parole.
"...non perché siamo bravi, ma perché accettiamo di essere all'interno di un luogo dove Lui ci fa capire, sperimentare, gustare Chi è e quindi, cosa è la vita, cosa può essere la vita"
(Julian Carron, "L'inesorabile positività del reale")
Meditavo su questo passaggio stamattina, uscendo dalla palestra. E' qualcosa che fa una differenza radicale, completa; di quelle differenze capaci di cambiare la vita. Mi sono visto alla luce di questa frase e improvvisamente ho capito qualcosa di me. Ho sempre cercato la "prestazione" e mi sono giudicato, severamente, su questa. Essere capaci di raggiungere un certo "standard", spirituale, morale, etico, familiare, lavorativo, etc... Raggiungerlo, tenerlo, nel tentativo di porre argine all'insicurezza, al dubbio, alle occasionali derive di mancanza di senso.

Ma che bello spreco di energia, a pensarci.

Si perché invece è una cosa tutta diversa. Non è una questione di standard etici ("non perché siamo bravi"), ma di semplice geografia. Scegliere dove stare e non tormentarsi più sul come si è. Stare nel luogo dove Lui ci fa capire, ecco. Stare. Tutto qua, tutto qua! La vita è semplicissima. Stare in questo luogo, e non preoccuparsi più di niente. Stiamo, e lasciamo fare. Sarà Lui a preoccuparsi di noi.

1096 Paris-Montmartre Early Morning
Guardare, prima di tutto... !
Quanto mai vero per Parigi, non vi pare?


Il bello è che riesco a sorprendere questa cosa "in atto". E' una cosa di ogni momento, di ogni più piccolo attimo. Se non accetto di essere all'interno di questo luogo, mi attacco immediatamente, per sentire la consistenza di me, ad uno standard, ad una "prestazione": mi giudico. Non lo dico, ma pongo la salvezza in un mio cambiamento. Mi costringo in gabbia da solo. Guardo me e non guardo fuori. Non guardo davvero i posti, la realtà.

C'è aria stantìa, c'è proprio bisogno di cambiare: ci vuole geografia, non moralismo. La bellezza di un luogo, non la costrizione di un ragionamento, la pericolosa sterilità di un nefasto perfezionismo.

Lo ammetto: non mi piaceva la geografia da giovane studente. Agricoltura, industrie, terziario. La lista di cose da memorizzare per ogni regione, ogni più piccola nazione. Dopo tanti anni, mi devo ricredere. Un bel posto è un bel posto, non si discute. E si stratta prima di tutto di guardare, che di pensare a come comportarsi. Stare in un luogo e scoprirne pian piano la bellezza.

E la vita, infatti, diventa più bella. Da subito.

domenica 11 marzo 2012

Ciò che rende uomo l'uomo

Lo dico. Mi sembra a volte di giocare in posizione di difesa. Giocare troppo corto, anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Quando la partita non è messa male, non ci sarebbe necessità di arroccarsi. Catenaccio completamente inutile, direbbe il cronista. Perché mettere i gomiti davanti? Ricadere nel pensare gli altri come soluzione dei propri problemi? Pretenderla dagli altri, la soluzione?

Non mi è concesso più, di relegarti i miei casini
Mi butto dentro, vada come vada
(Lorenzo Cherubini, Mezzogiorno)

Dice bene Lorenzo. C'è come un'aria velenosa di rinuncia preventiva, un'idea di rimanere sul solito percorso, magari giudicandolo insoddisfacente ma non facendo davvero nulla per cambiarlo.

S’è avvolto nelle tenebre il mondo, non temere.
Non credere durevole tutto ciò ch’è oscuro.
Sei vicino ai piaceri, amico, alle valli, ai fiori:
osa, non ti fermare. Ecco, già sorge l’alba!

(Costantino Kavafis)

Ecco, la vita è lì, variegata ed imprevedibile in ogni istante. Colorata e multiforme. Sono i pensieri a bassa energia che ci trattengono. Sono tutto questo. Ecco. I pensieri a bassa energia, i pensieri stinti, sono la vera volgarità: sono tutto il contrario dell'arte.

Che c'entra ora l'arte?

Secondo me c'entra, eccome. L'arte è come la testimonianza impudica che una felicità concreta esiste e si allarga nel tempo. Io penso che il mondo abbia sempre avuto una grande necessità dell'espressione artistica. 

Sei qui. Io smaniavo, ti volevo.
Sei ventata d'aria fresca sul cervello incendio di passione.

Sembrano versi moderni, più moderni anche di Kavafis. Io li vedo così, vi passa attraverso tutta la tensione del contemporaneo, innervata d'impazienza - ci leggi l'impulsività, la forza della passione. Li vedo passare bene nell'aria di oggi, attraverso le strade, i palazzi, i negozi. La gente che si incrocia, si rincorre, si evita, si cerca.

Sei qui. Io smaniavo, ti volevo.

C'è tutta la rapidità quasi informatica del tratto, la forza che nasce dell'aver assorbito e superato ogni accademia, ogni forma retorica. Il contenuto che detta la forma stessa, l'urgenza espressiva che regna. Il sentimento, così esplicito. Insomma, niente di più attuale. Non dice avrei piacere della tua gentil presenza, oppure come la lontananza tua il cor mi ferisce, no no. Dice  proprio smaniavo, ti volevo.

Come quella incredibile canzone che chiude il primo lato di Abbey Road.

I want you,
I want you so bad.
It's driving me mad,
It's driving me mad.

(The Beatles, I Want You)

Insomma, siamo nella modernità. Tu pensi, finalmente l'espressività moderna ha superato ogni convenzione, si è affrancata dalle sovrastrutture formali. Pensi finalmente insomma.

Poi scopri che questi versi proprio modernissimi no, non lo sono. Sono di Saffo, una poetessa greca che scriveva circa seicento anni prima di Cristo. 

Allora questi versi, che si agganciano così bene agli scenari di palazzi, strade, automobili? Non c'è qualcosa di eterno nell'arte, qualcosa che ci ricorda che noi siamo più di un conglomerato di atomi e molecole sapientemente combinati? Per me è così. 

E' perché Saffo ha scritto questi versi, in un attimo magari, un impulso di un istante, ha voluto fermare una sensazione. E dopo migliaia di anni, migliaia, queste poche parole mi parlano e si allargano nel cuore. Trovano un significato; una corrispondenza. 
La poetessa Saffo

Perché questo riverbero positivo? Azzardo un'idea. La faccio breve, ci sarebbe da scrivere molto di più, arrivarci per gradi. Invece vengo al punto. Perché il positivo? Perché queste persone, scrivendo questi versi, testimoniano - in ogni epoca - di prendere sul serio la propria umanità, di volerle bene. Di volersi bene. 

Hanno cioè mostrato in atto, con l'atto stesso di scrivere, quella che Luigi Giussani chiama una coscienza tenera e appassionata di sè. Tutto il contrario rispetto alla tentazione della trascuratezza, di cui si parlava all'inizio del post.

Prendere sul serio la propria umanità è la chiave per aprirsi, mettersi in gioco, lanciarsi finalmente alla ricerca del significato. Di una Presenza innamorata di noi.


"Non sarebbe possibile rendersi conto pienamente di che cosa voglia dire Gesù Cristo se prima non ci si rendesse ben conto della natura di quel dinamismo che rende uomo l’uomo. Cristo infatti si pone come risposta a ciò che sono “io” e solo una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso mi può spalancare e disporre a riconoscere, ad ammirare, a ringraziare, a vivere Cristo."
(L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, citato qui)

Penso sia impossibile essere artisti senza aprirsi, mettersi in gioco, assecondare la natura di questo dinamismo. Non sto parlando di artisti cristiani, sto parlando di artisti. Del movimento primigenio fondamentale che mette in gioco l'arte, questa incredibile connessione tra i millenni. Figlio di quel dinamismo che rende uomo l'uomo. 

Così la vita entra nelle parole. E le parole trattengono la vita e tu ne vieni a contatto, anche dopo migliaia di anni.

Perché la vita entra nelle parole
come il mare in una nave...
(Luis Garcìa Montero)

Ciò che fa sì che mi possa rivestire dei versi dei poeti come uno strato intermedio tra me e l'esterno, come una possibilità più morbida di vivere il reale. Per essere più umano. Più vicino al cuore.


sabato 10 marzo 2012

Che fantastica storia è la vita

Antonello Venditti è un pezzo di Roma. Non puoi pensarlo senza pensare la città, sono legati insieme indissolubilmente. Se cavi via Roma da Venditti non capisci più niente di lui, perdi il quadro di insieme, rimani davanti a mille particolari e diecimila informazioni che non ti spiegano più nulla.

Venditti è anche un pezzo della mia storia personale. Non è che posso andare ad un suo concerto senza che questa storia mi ritorni davanti, si riproponga, richieda di essere accolta, amata. Più amata.

Ci sono delle canzoni che sono intrecciate alla mia storia con Paola. Allora fidanzata, ora moglie. Non posso pensare a canzoni che appartengono a quei due begli album, Cuore e Venditti e segreti, senza che mi parlino della scoperta dell'amore, e dell'amore della mia vita. Sono gli album che uscirono quando cominciavamo a passare insieme le giornate, a confrontarci seriamente la vita. La possibilità di stare insieme per sempre baluginava come sogno luminoso. 

Cinzia cantava le sue canzoni
e si scriveva i testi sul diario
per sentirli veri...

Le vacanze passate in Calabria, tanti dettagli che passano per quelle note e prendono un significato per me, per me soltanto.

Ieri sera al Palalottomatica di Roma, Antonello sembrava in ottima forma, scherzoso e come sempre gran chiacchierone, anche autoironico (il pianoforte che entra sul palco mosso da una qualche attrezzatura, lui che dice "Sembro proprio Guzzanti"). L'omaggio iniziale a Lucio Dalla, la commozione e il rispetto che non sembravano assolutamente affettati, ma reali. Il coraggio di richiedere, all'inizio, un intero minuto di assoluto silenzio. Le citazioni ai fatti di attualità più dolorosi. 

Poi, l'omaggio alle donne, bello, così spontaneamente filtrato nelle sue corde.. sono straordinarie, giocano contemporaneamente in attacco e in difesa. Si alzano, portano a scuola i bambini, lavorano...  

Il suo compleanno era appena il giorno prima, il pubblico (quanto mai variegato in termini di età) che intona compatto un tanti auguri a te... una scena quasi surreale. Una piccola magia.

C'è mestiere, certo, dopo tanti anni. Per forza. Saper toccare le corde giuste, creare empatia. Ma c'è anche e soprattutto il rispetto per il pubblico, lo vedi da come parla, come si muove. C'è un ragazzo di Roma che ha scelto di rimanere un ragazzo di Roma, a sessant'anni passati, con tutti i pregi e i difetti, e la spontanea bella irruenza. 

Perché in questa romanità c'è un attaccamento alla terra, al concreto, alla vita come viene, una sana allergia al razionalismo esasperato. C'è la coscienza di un appartenere, che va ben oltre i confini di una città, che definisce i contorni del sè, permette di guardare.

E' questo Antonello. Non se la tira più di tanto, e saresti tentato di passar oltre senza indugio, forse. Se non ti sorprendesse con degli squarci clamorosi

E quando pensi che sia finita
è proprio allora che comincia la salita
che fantastica storia è la vita.

E tu pensi che cavoli, ma queste canzoni tanti altri blasonati e rispettati cantautori, ma quando le tirano fuori? Se uno ancora mi dice, sì sì Venditti, io gli farei sentire In questo mondo che non puoi capire, solo per dirne una (no, non l'ha fatta ieri, ma non importa, ne ha fatte tante di belle...)

C'è questo ragazzo che quando si mette da solo al pianoforte, ti dice ora mi sento a mio agio e tu capisci che è vero. Che gli accordi iniziali, la scivolata di quelle note, la voce che intona Io mi ricordo, quattro ragazzi e una chitarra, e un pianoforte sulla spalla non solo hanno lasciato un segno, qualcosa che se giri per Roma la puoi trovare, la puoi annusare nelle piazze, sui monumenti, sui bar, le fontane. Ma ti hanno lasciato un solco dentro, hanno costruito qualcosa, definito qualcosa che ti rimarrà dentro per la vita.