domenica 30 dicembre 2012

La suggestiva semplicità dei Grisembergs


E' veramente con piacere che ascolto questa seconda prova dei Grisembergs Revival. Un disco solido e maturo, che si muove sulle tracce ben definite dalla loro prima prova, Forgiven, allargando ancora di più - se possibile - il ventaglio di stili e influenze musicali che ha fatto tanto esaltare i critici in occasione dell'uscita del loro primo album.

Curiosamente, mi pare che  in Italia non siano ancora molto noti (qualche rapida indagine tra i miei amici mi ha convinto che nel nostro paese siano ancora pressoché sconosciuti). E' vero, forse questo peculiare mix di country e di blues vecchio stile forse non è troppo nelle corde dell'ascoltatore italico medio. Tuttavia vi sono diversi pezzi che meriterebbero maggior notorietà, ad iniziare dall'accattivante Please don't forget my address che tra il malizioso e l'autoironico,  sfodera un riff di chitarra (tutto merito di Cliff Borgstain e del suo personalissimo stile) tanto energico quanto orecchiabile, capace certamente di scalare le classifiche del cuore anche dei più renitenti alla musica d'oltreoceano. Ma tant'è. Va detto con un certo dispiacere che a volte siamo ancora troppo provinciali. Rimane, per i fortunati, il gusto della scoperta di qualcosa di indubbio valore. Da come la vedo io, i sei ragazzotti californiani sono musicalmente dotati e pieni di inventiva, e questo Shadows of forgotten afternoons me lo conferma in pieno.

Devo dire la verità, fosse soltanto per me, probabilmente non li avrei mai scoperti. A volte la vita è strana: vi sono traiettorie esistenziali complesse e imprevedibili, per le quali uno può venire a contatto di una autentica perla, senza che ne possa vantare alcun merito. Un amico mi ha fatto sentire qualche mese fa il loro primo album. In un tranquillo dopocena mi ha offerto un dito di amaro (non troppo amaro) e ha messo su il CD dei Grisembergs. Una folgorazione (il CD, intendo, non l'amaro-non-troppo-amaro). Arrivato a casa l'ho cercato e subito acquistato su Google Play Music (non mi andava nemmeno di aspettare per farmelo prestare), l'ho masterizzato appena scaricato. E poi me lo sono portato avanti e indietro in macchina. L'altra settimana in pratica ho ascoltato solo quello, e così hanno fatto - giocoforza - i miei passeggeri (a casa non ci vogliono più salire, ormai, nella mia auto). Eh sì. Quando ci vuole ci vuole. Forse hanno ragione i pochi irriducibili detrattori, tutto sommato è musica semplice. Non saprei dirlo. Di certo una ventata di aria fresca, nel fin troppo omogeneo panorama sonoro contemporaneo.

Ma torniamo al disco. Il lavoro prosegue con la frizzante Eyes of a Naked Summer, tre minuti e mezzo di pura energia e di spumeggiante ottimismo. Cliff fa un ottimo lavoro sulle chitarre, ma anche la ritmica non è da meno. D'accordo, il motivo è sfacciatamente orecchiabile - volutamente radiofonico, mi verrebbe da dire - ma non mi dispiace. Non ci vuole un genio per capire che brani come questo possono scalare le classifiche senza troppo sforzo. Vedremo.

Il terzo pezzo di questa prova dei Grisembergs è una ballata molto più meditativa. So much time si affida ad un arpeggio arioso di chitarra e ad una voce calda e malinconica. La ritmica è gentile e non invasiva. Le parole sgorgano come un pacato lamento, capace di toccare le corde più segrete di ogni cuore sensibile (e anche meno sensibile, se ascoltata a volume ragionevolmente alto). Kelly Rogers canta con ispirata delicatezza.

I've spent so much time looking for you, my darling.
I thought I'd found peace in your warm brown eyes
I've spent too much time looking for you, honey
And since you've gone my heart can rest no more
I'm lonely, in this cold long winter
Won't you please come back, sweet love of mine?

Segue una curiosa parentesi strumentale, un brano lungo che supera di poco i dieci minuti, Faraway morning, in cui una delicata struttura armonica decisamente blues viene innervata e arricchita da una struggente linea di violino (qui marcatamente elettrificato). Va detto come per l'occasione la band si sia avvalsa della preziosa collaborazione di Jonathan Much, un autentico virtuoso dello strumento, celebre nella West Cost anche a in seguito della partecipazione - a suo tempo - al ben noto Deja Vu di Crosby, Stills e Nash. Sono pezzi come questo che a mio avviso manifestano la limpida volontà del gruppo di distaccarsi da taluni stereotipi di genere, per osare qualcosa di diverso e decisamente inconsueto (da notare negli ultimi due minuti il curioso e piuttosto ardito impiego del Flauto di Pan, che si unisce assai efficaciemente al violino in un complesso gioco di echi e contrasti).

Il CD prosegue poi con alcuni pezzi decisamente più convenzionali, anche se suonati sempre con l'inventiva tipica del gruppo. Troviamo un paio degli immancabili standard, come While you're away, il famoso e ultraeseguito pezzo di Jackson Rogers, che però qui acquista una coloritura più energica, quasi rock. Reflections of you di Paul Smith, altro inossidabile classico, è giocato su un tempo decisamente lento, e l'uso (qui decisamente inconsueto) del sitar lo trasforma insospettabilmente in un brano dal sapore quasi indiano, arricchendolo di un alone di etereo misticismo.

Probabilmente il pezzo che è destinato a rimanere più impresso, almeno al primo ascolto, è però quello che chiude l'album, My hearth, exposed. Qui sicuramente la barra del timone punta più lontano, la ritmica si fa più complessa (significativa la partecipazione di Bob Greys, il celeberrimo batterista jazz), l'impasto strumentale è percettibilmente più elaborato - rispetto ai canoni del blues o del country ma anche rispetto allo stesso primo disco dei Grisembergs. Anche il testo del pezzo sembra un tantino più meditato rispetto ai canoni della band. In luogo della consueta celebrazione dell'amore, o della nostalgia, della lontananza da casa, tema di molte delle loro canzoni (e dello stesso genere country, bisogna ammettere) , nei quasi nove minuti di My heart, exposed si fa strada una riflessione che non esiterei a definire esistenziale e quasi metafisica. Colpiscono in questo senso le ultime parole pronunciate da Rogers quasi in recto tono sul tappeto fine e delicato delle chitarre acustiche e della ritmica leggera. Difficile spegnere il lettore senza che le tali parole continuino a riverberare nella testa, degno coronamento di una opera - a mio parere -  destinata a durare nel tempo.

And after all
all in all as it could be
do you know, honey did you know
that it's just a joke
yes honey, just a joke
And under the sun,
you're certain by now
that this song do not exist
and this album does not exist too...
And honey, how can I say
you know, I've no secret for you
my heart is exposed.

(all'ascolto notate, vi prego, il sapido gioco di basso e batteria sulle parole chiave del pezzo, my heart is exposed)

You know the truth, by now. 
This band does not exist
Yes honey, it was just a joke
You know, baby, just a joke.

Siamo d'accordo, potrebbero sembrare cariche di una malinconia quasi eccessiva, soprattutto le ultime strofe. Tuttavia il pessimismo del brano (se di vero pessimismo si tratta) non convince, mentre le parole stesse rimangono come sospese nell'aria, al termine del CD, come prolungando misteriosamente l'esperienza già appagante dell'ascolto. Così uno spegne il lettore, mette il disco nella custodia,  torna alle occupazioni consuete.

E intanto, continua a trattenere nella mente la mirabile sequenza di chiusura... Just a joke,  just a joke ...


martedì 25 dicembre 2012

Vuol dire nascita

Mi è venuto in mente l'altro giorno, mentre accompagnavo Paola in giro per negozi. Sì, perché non scrivere un racconto per Natale? Beh c'erano davanti appena un paio di giorni, avrei dovuto mettermi al lavoro subito. Ma cosa scrivere? Di una cosa ero sicuro, non volevo affrontare il Natale in senso diretto, enunciativo. Volevo come toccarlo di striscio, come sorprendere una sua intersezione nella vita ordinaria.

Natale
Crediti: Marina Salomone su Flickr

Perdonatemi, ma lo dico: in un certo senso mi sembra vi siano in giro troppe parole, sul Natale. Come cristiano avverto un disagio, come un rischio che le parole scorrano in una strada bella larga ma superficiale, senza il "rischio" che possano entrare dentro a muovere qualcosa, senza che inducano all'avventura del significato. 

Come disse Luigi Giussani nel 1987, "ciò che manca non è tanto la ripetizione verbale o culturale dell’annuncio. L’uomo di oggi attende forse inconsapevolmente l’esperienza dell’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata. È un impatto umano che può scuotere l’uomo di oggi: un avvenimento che sia eco dell’avvenimento iniziale, quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo, scendi subito, vengo a casa tua”

Allora volevo manifestare questo, come qualcosa che accade quasi di nascosto. Qualcosa che è per tutti, indipendentemente da quello che uno crede o spera, perché sempre può essere sorpreso. Anzi spesso chi si figura di essere a posto dal punto di vista spirituale (come se fosse una questione di avere una tessera, e non fosse la vertigine dell'apertura del cuore!) è proprio l'ultimo disposto a farsi sorprendere.

Così il Natale credo ci sia nel mio racconto, come apertura e possibilità. Lo lascio alla vostra lettura,  insieme con i miei auguri: spero che vi piaccia e vogliate accettarlo come il mio piccolo regalo per il Santo Natale 2012.



Vuol dire nascita.

Alla vigilia di Natale era tutto per aria, completamente in aria. Carla era andata, stavolta lo aveva fatto davvero. Un punto all’orizzonte che non si sarebbe più avvicinato, mai più. Una serie di consuetudini strappate via, di contatti brutalmente interrotti. Con una decisione che brucia via ogni attesa, elude ogni eventuale ritorno.

Era la mattina del ventiquattro e Alessandro non aveva risorse diverse dal guardare il tempo fluire via, senza poter intervenire... (leggi tutto il racconto)



venerdì 21 dicembre 2012

Come un perpetuo inizio

Finisce il mondo.

E ricomincia.

Ricomincia quando uno sorride, accetta il limite, stringe la mano, si mette su un progetto, perdona, rischia il ridicolo per una cosa a cui tiene, pensa che non è poi così male, pensa a quello che ha e non a quello che gli manca. Pensa che non merita tutto il credito e l'affetto che gli viene dato, ma va bene, va bene così, non è una roba a guadagno zero questa. Pensa al sorriso delle donne, all'amore della sposa. Pensa che anche quando non si capisce nulla è bello essere qui. Che fantastica storia la vita.

Landscape

domenica 16 dicembre 2012

Marciapiede

Ci sono cose apparentemente banali che nella propria esperienza capita di veder piano piano scomparire, senza che la cosa sia stata minimamente messa a tema. Così l'esperienza di camminare su di un marciapiede, che pure ha fatto tanto parte della mia vita, è come andata assottigliandosi pian piano dal mio orizzonte quotidiano, senza che me ne rendessi conto, senza che ne fossi consapevole.

Al solito, me ne accorgo quando mi capita di nuovo. Un sabato mattina che andiamo a piedi al mercato. Una domenica che esco a prendere il giornale. Allora la cosa che mi sembrava il massimo dell'ordinario, mi colpisce come una novità. Camminare su un marciapiede è intanto una attività molto più sociale di quanto può essere spostarsi in automobile. Anche più democratica, dopo tutto: camminiamo tutti allo stesso modo, più o meno. Mentre la BMW che ti sorpassa in un rombo mentre tu arranchi in una sgangherata utilitaria, dice al mondo qualcosa di univoco ed inequivocabile, sullo status del sorpassato e del sorpassante.

Ma ecco, è proprio la socialità potenziale inerente al marciapiede che più mi colpisce. Mentre cammini sei esposto, sei in potenza di una serie di contatti e di incontri, di sorprese (piacevoli o no). Vedi e sei visto, non sei nascosto come nell'abitacolo di una macchina, dove guardi e quasi non sei visto. In strada sei anche troppo esposto, per i tuoi gusti postmoderni. In auto forse ti senti protetto, mentre se in realtà sei isolato.

MARCIAPIEDE
Sempre in cammino...

Infine, c'è il fatto non trascurabile di camminare. Ti arriva palpabile l'evidenza che ogni obiettivo - geografico, in questo caso - che vuoi raggiungere implichi strutturalmente un percorso, un tempo. Non arrivi subito dappertutto, devi metterti in cammino. Non hai la (pericolosa) tentazione di spingere sull'acceleratore per questa strana autodistruttiva pulsione, di azzerare l'attesa, di correre verso la prossima cosa. Sei sul marciapiede e devi camminare. Certo puoi correre, ma soltanto per brevi tratti, altrimenti ti stanchi. E ti fermi.

Se mi guardo vivere, mi sorprendo in azione, mi scopro desideroso di ottenere quel che voglio, fosse un oggetto o una condizione di maggior maturità spirituale, senza camminare, come azzerando l'attesa. Come cercando di svicolarmi dalla necessità di un percorso, di un cammino.

"Aspettatevi un cammino, non un miracolo" avvertiva Don Giussani, con paterna attenzione e premura. Non possiamo pretendere un miracolo, dobbiamo lavorare su noi stessi, affezionarci a noi stessi, rimetterci sempre in cammino dopo ogni deviazione.

Specifico: non ci credo al fatto che l'importante è viaggiare, indipendentemente dalla meta. Credo però che ogni meta veramente seria (a parte casi straordinari) implichi un viaggio, che è anche interiore. E ogni fioritura implichi un'attesa.

lunedì 10 dicembre 2012

Scrittore

Se ti comporti da scrittore, lo sei. Uno scrittore fa questo, scrive. A prescindere dal fatto che venga pubblicato, oserei dire. Sì, perché poi la vocazione trova comunque un suo sbocco, una sua strada. L'importante è che tu non decida di bloccarla (cosa che ti potrebbe costare un bel pezzo di salute psichica, ovviamente).

Così capita che si vada, come domenica mattina, al centro culturale a vedere il presepio allestito dalla pittrice, tua parente acquisita. Capita anche che lei sia una tua entusiasta lettrice. Davvero, entusiasta. Che il librettino di poesie che le hai regalato abbia subito una circolazione ben più vasta di quanto si pensava. Che te ne chieda insistentemente altre copie, per poterlo regalare a Natale ad alcuni suoi amici.

Capita che entri nel centro e vieni presentato come l'astrofisico scrittore (non me voglia la mia amica Licia Troisi), che ti si chieda se sei disposto ad un incontro. E tu dici sì, certo. Ti viene spontaneo. Ed è vero. E ti senti tranquillo e a posto, nel rispondere a queste cose. Non senti sforzo, finalmente, non devi adeguarti ad essere qualcuno o qualcosa. Non hai modelli da tener presente. Ti viene naturale essere attento e gentile. Forse perché sei te stesso, finalmente. Sei riconosciuto per quello che senti di dover fare. E la cosa ti porta una bella pace interiore, una maggiore capacità di gestire le circostanze, un senso dolce di stare facendo quello per cui sei al mondo.

the writer
Scrivere, è fare amicizia con il reale
nel modo in cui ci è stato richiesto.

Sono ormai diverse le situazioni in cui il semplice fatto di scrivere ha fatto la differenza. Occasioni di incontri, di rapporti, di conoscenze, in cui aver dato voce a questa tensione interna - peraltro difficilmente ignorabile - mi ha di fatto portato su percorsi differenti e migliori.

Poi è come se uno si scavasse un posto nell'universo. La gente prende atto che scrivi, magari apprezza quello che fai, e si aspetta naturalmente che tu faccia questo (se lo fai per mestiere o no, è assolutamente inessenziale). Gente che non si sognerebbe mai di scrivere, probabilmente, sa che tu lo fai e si aspetta di leggere qualcosa da te. E' come se avessi occupato quel posticino. E da quel momento fosse naturale che tu lo tenga occupato. Nella sola maniera possibile, scrivendo.

Ecco, lo vedo, quel posticino. C'è una targhetta, lì sopra. C'è scritto, scrittore.

domenica 2 dicembre 2012

Sogno (dunque son desto)

Ecco una parola decisamente interessante. Sogno è quello che si fa quando si dorme, e in questo senso ha il particolare sapore di una cosa quanto mai fatua, brillante forse ma inconsistente, senza vera sostanza. Oh, ma era soltanto un sogno, viene da dire. Poi si sa bene, nei sogni accadono le cose piu strane possibili, non si può mica pretendere abbiano il minimo aggancio con la realtà.

E questa è una cosa. Poi c'è altro. C'è la cosa davvero interessante. Il sogno come espressione di una chiamata, di una vocazione. Siamo fatti tutti in modo diverso, quello che va bene ad uno non va bene all'altro. Non posso decidere cosa fare della mia vita sulla base di quello che fanno i miei amici, mia moglie. Devo decidere cosa fare sulla base dell'ascolto della mia vocazione. Lo ripeto, perché a me ha preso molto tempo e anche sofferenza il capirlo: io - come essere umano - non ho mai veramente il problema di decidere cosa devo fare nella vita. Io ho soltanto il problema di assentire, lasciarmi andare, a quello che è stato deciso per me (che devo leggere anche attraverso le circostanze), oppure resistere. Non fare resistenza vuol dire inserirsi in maniera gentile nel flusso delle cose, e implica necessariamente ascoltare con attenzione i propri sogni, le proprie aspirazioni. Un bel libro al proposito è I sogni dell'anima, di Valerio Albisetti, ma mi ha molto colpito anche il libro (in inglese) Ten Billions of Dreams, di Ralph Marston.

Oil on canvas "Dream Girl."
Ascoltare i propri sogni è un lavoro per la vita...


Torno un momento al punto. Questa è una cosa interessante, per me. Ci sono arrivato relativamente da poco. Prima ritenevo che fossimo come contenitori riempibili da qualsiasi cosa, più o meno. Sulla base di un imprecisato ragionamento, una analisi di costi/benefici, diciamo, uno avrebbe potuto tranquillamente scegliere di cosa occuparsi. Ora molti fatti esterni e interni, diverse letture, mi hanno fatto capire quanto sbagliavo. Grazie al cielo, perché siamo unici e ognuno ha dei sogni da realizzare. La prima cosa allora è crederci. Questo è tutt'altro che immediato perché venire a contatto con la propria unicità universale può far paura. Seguire un sogno è uscire dalla propria zona di conforto, dove ci adagiamo e dalla quale spesso ci lamentiamo di questa e quella situazione, senza agire. Eppure siamo importanti, decisivi nell'intero universo. Siamo il punto focale in cui, in un certo senso, la creazione viene a conoscere se stessa, acquisisce consapevolezza. Attraverso di noi passano le cose che "devono" essere fatte. I romanzi da scrivere, le canzoni da creare, tutto, fino ad ogni lavoro fatto con passione. Chi ci ha creati ha dato un compito ad ognuno di noi, e la cosa importante allora è appena fare spazio. 

Fermarsi ed ascoltare i propri sogni. Intraprendere passi verso la loro realizzazione, senza spaventarsi per quanto tempo ci possa volere, se ci sentiamo inadeguati, se non ci sembra di essere in grado... E' una rivoluzione possibile e rinnovabile ogni momento. Possono passare anni e anni prima di rientrare in contatto con i propri sogni, ma questi, se sono veri, ti tornano sempre a trovare. Ogni volta che ho chiuso la porta ai miei sogni si è aperta una voragine piena di disagio. Si sono accese tutte le spie lampeggianti rosse, come se dal profondo si diramasse un messaggio di massima allerta, su verso la superficie. Qualcosa in me usava tutti i mezzi a disposizione per scuotermi, farmi tornare in me. Come dire, se non  posso scuoterti con niente ricorro al disagio, sempre meglio questo che tu smarrisca la tua strada.

Riflessioni personali e diverse letture mi danno motivo di ritenere che buona parte del disagio sociale e dello scontento è dovuto al fatto che le persone hanno chiuso la porta ai propri sogni. Magari per tante (apparentemente) "buone" ragioni. Come ho fatto io tante volte. E l'ho pagata, ve lo assicuro. E se serve a farmi tenere la porta aperta alle mie profonde aspirazioni, sono anche assai contento di averla pagata.

E' curioso, ma qualcosa in me agisce e le cerca tutte per non farmi allontanare dai miei sogni (uno dei quali certamente è scrivere, come sto facendo adesso). Anche a costo di scatenare i peggiori disagi. Devo dare ascolto ai miei sogni, o prima o poi finirò a vivere imbottito di psicofarmaci. E non si bara. Posso scrivere anche cinque parole nei momenti in cui sono più occupato, ma l'anima se ne accorge, se baro o se sto camminando nel mio sogno. In una cosa che non ho deciso io, ma alla quale evidentemente sono stato chiamato.


domenica 18 novembre 2012

Tenere (veramente) un diario

L'ultimo aggiornamento di DayOne, l'applicazione che ho scelto per mantenere un diario privato, ha introdotto finalmente una caratteristica che aspettavo da tanto. Sono arrivate le etichette. 

E questo cambia tutto! Ho aperto DayOne sull'iPad e ho cominciato a rivedere i post all'indietro, aggiungendo le opportune tag, le etichette appunto, individuando una o più parole chiave. Così poi è facile percorrere in mille direzioni diverse quello che si è scritto: ogni parola appunto rappresenta una direzione di lettura, un possibile percorso nella memoria. 

Diary Page
Il diario (vero o digitale) è una traccia, è lo scrivere la vita. Per capirla.

Mi accorgo che un po' anche la mia mente funziona a parole chiave. Fin troppo, alle volte. Se ho un disagio nel momento presente, il rischio concretissimo è che riveda la mia stessa storia pescando dall'insieme dei ricordi soltanto quelli che mi confermano nel disagio. Come se senza volerlo deliberatamente, sfogliassi la mia memoria prendendo solo i post con etichetta disagio. Grazie al cielo funziona anche al contrario: quando sono contento è più facile trovare i "post" nella memoria in cui si è contenti.

Ma la cosa più importante è che la memoria ci sia. Il disagio veramente grande secondo me è essere schiacciati sul momento presente. Tutto diverso dal fatto di vivere il momento. Mi pare che è tanto più possibile vivere bene il momento presente se non è vissuto come un granellino pazzo e sconnesso da tutto, ma fa parte di una mia storia. L'angoscia più grande è slittare nel tempo senza lasciare traccia, senza lasciare una storia.

Ma non è tutto, così ancora il cerchio non si chiude. I conti non mi tornano. Per farli tornare scopro (spesso a fatica, con un lavoro) che devo uscire da me, dal mio criterio. Sì, perché è solo quando mi sento parte di una Storia che riesco a guardare con simpatia e rispetto anche alla mia storia personale. 

Così lascio che si dipani, che aderisca allo spazio tempo, che lasci la sua impronta. Se mi sento parte di una Storia, una grande avventura cosmica - diciamo - trovo un senso anche nella mia storia personale, anche se afflitta da strappi e buchetti, da giornate mezze storte, da grumi che non scorrono bene. Il razionalismo che mi sussurra di stare solo a ciò che vedi prima di suscitarmi perplessità od obiezioni teoretiche mi mette innanzitutto una paura matta. 

Se non interpreto quello che vedo come la punta di un iceberg in cui c'è molto più di ciò che vedo, o che tocco scientificamente, la stessa parte di realtà che è visibile mi impazzisce sotto le mani. Non vi trovo il senso. Per trovarvi il senso devo fare un passo in più. Devo abituarmi a guardare il reale, le circostanze (l'unica parte del reale con cui interagisco) come segnale di altro, come invito e occasione a traversarlo per andare giù dentro di me, iniziare il viaggio - fino a trovare segno di Qualcosa che trascende il tempo e allo stesso momento ne è profonda giustificazione.

In fondo, tenere un diario è tener traccia delle manifestazioni più periferiche ma più importanti della storia dell'universo, quelle che arrivano fino alla mia interfaccia e mi provocano a pensieri, azioni, atteggiamenti. Dove la mia libertà entra in gioco. Non vi è parte più importante di tutto l'universo di quella che mi tocca, istante per istante. E l'azione di scrivere è come una ruminatio, una riflessione benefica.




domenica 11 novembre 2012

Pazienza

Questa è una cosa che voglio impazientemente. Eh sì, perché con ciò mostro subito il fianco, espongo il punto debole. Sono impaziente, lo ammetto. Impaziente di ottenere quello che voglio, impaziente di uscire da ogni forma di disagio (fisico, psicologico). Ecco come sono, interiormente impaziente.

Poco giova appoggiarsi alle usuali considerazioni di come il vivere moderno favorisca, insieme con una certa inconsapevolezza esistenziale, anche una marcata impazienza. Basta mettersi in macchina, per capirlo. Abbiamo tutti fretta di arrivare da qualche parte, in qualche luogo, per parlare con qualcuno, vederlo, fare, decidere. Non sopportiamo ogni piccolo impedimento. Io per primo, in auto devo lottare contro la mia impazienza. Se uno va piano davanti a me sono impaziente, se uno mi lampeggia dietro sbuffo.

Traffic ?
Ecco una classica (e ben nota) occasione di pazienza...


Forse è un indice di come spesso non stiamo bene con noi stessi. Ci portiamo dietro i problemi irrisolti, le incomprensioni coniugali, le frustrazioni lavorative, il senso di felicità insoddisfatto. Ci illudiamo che spostandoci rapidamente possiamo lasciar dietro il disagio. Invece spesso esponiamo noi e altri ad inutili rischi. In ultima analisi perdiamo di vista la sacralità dell'esistenza, che è di ogni istante.

Forse è anche che la nostra società è impostata sul fare. Rimanendo in superficie, è inevitabile che il fare abbia il predominio. Ti illudi di salvarti (ovvero, come proiezione immediata, di trovare il senso) facendo e riuscendo nel tuo fare.  Quindi uno è sempre inquieto, non riesce a riposarsi a lungo perché ogni acquisizione è temporanea e soggetta a variazioni.

E' un segno della mancanza di profondità. Mi colpisce la frase di Don Giussani che leggo oggi su Tracce di novembre, perché capovolge il punto di vista (quello che tante volte è esattamente il mio). Era in una lettera a delle persone che andavano in Brasile per seguire la propria vocazione, ma mi pare abbiano una portata universale:
Non è importante quello che riuscirete a fare: è decisivo quello che riuscirete ad essere. Noi vogliamo il Regno di Dio: per il Regno di Dio - da Cristo in poi - è importante quello che si é, non quello che si riesce a fare... 
Il Regno implica la discesa nella profondità di noi. Cadere nel centro di noi stessi, dove ci aspetta l'Assoluto. Restare in superficie è restare invischiati in questa frenesia del fare. 

Il fatto è che non si riesce ad aver pazienza gratis. Non ci si acquieta senza la percezione di un bene in atto, di un presente positivo. Anche se il giorno prima fosse successa la cosa più bella del mondo, ho bisogno che succeda qualcosa adesso. Altrimenti, annaspo, non respiro.

Quindi la pazienza vera si incontra con la contemplazione. Percepisco qualcosa di bello che mi aiuta a vivere non uscendo dai miei guai ma attraverso i miei guai. 

La pazienza cresce e si modula attorno alla consapevolezza delle cose belle. Alla percezione, che penso possa essere educata (attraverso un lavoro), che la realtà è positiva. Ed è all'opposto della rassegnazione, perché la prima ha come una energia buona, una frequenza alta, la seconda no. Nella prima si è in accordo con il cosmo, con la totalità. E' un "assenso" anche faticoso, ma fecondo; nella seconda ci troviamo in sterile "opposizione".

Dice ancora Giussani (in Certi di alcune grandi cose):

La pazienza è il modo di portare la totalità o di portare tutto verso la totalità. E' una energia, la pazienza, non un subire o una rassegnazione. La rassegnazione è la non vita, la pazienza è la dinamica del vivere. "Nella vostra pazienza possiederete voi stessi" - dice Cristo -. Questa è la pazienza,  è la strada al possesso.

Che la pazienza sia strada al possesso è una cosa quasi paradossale, contro la quale gran parte di me si ribella (diciamo, contro la quale il mio ego fa una battaglia furibonda). Se non fosse, che quando alla fine cedo a questo, ecco. Mi sento immediatamente meglio...

lunedì 5 novembre 2012

Perché stavolta non faccio il NaNoWriMo

Alla fine mi sto decidendo a lasciar perdere, e ne sono contento. Chissà perché, ci sono cose che si riescono a fare con la sufficiente motivazione soltanto una volta. Come, nel mio caso, il tragitto Roma-Argentario in bicicletta (quella estate dopo gli esami di maturità, con due amici), e per venire a questo post, il National Novel Writing Month (NaNoWriMo), quell'esercizio estremo di scrittura per cui la sfida è scrivere 50000 parole nell'arco di un mese.

Milleseicento parole al giorno non rientrano nel mio stato naturale di scrittura, al momento. Diverso è quando sarò famosissimo come scrittore e mi vedrò costretto a diminuire l'impegno come scienziato in favore di una adesione più piena alle richieste del mio (futuro) editore (chissà!).


Visualizzazione ingrandita della mappa
Una volta sola è sufficiente...

E' vero che il NaNoWriMo è un modo eccellente e un po' pazzo per vincere le resistenze del proprio editore interno e scrivere davvero. Però mi forza troppo. Dunque ho cominciato con qualche dubbio, ma già ieri ero abbastanza indietro. D'altra parte dovevo riconoscere che questo secondo romanzo almeno lo stavo finalmente mettendo in lavorazione. E quindi? Che fare? Fortunatamente, cercando per un numero minore di parole, mi sono imbattuto in questo articolo.... Era la risposta che cercavo. Mi è sembrato subito così sensato! 500 parole e non 1600 e più. E' giusto darsi degli obiettivi anche giornalieri, ma è bene che siano ragionevoli.  

Ho capito cosa c'era dietro il mio calo di motivazione. Non mi va di scrivere all'impazzata tenendo solo conto del numero di parole, stavolta. Non mi va di trascurare questo blog e gli altri siti, per arrivare ogni giorno a superare le 1600 parole nel romanzo. Neanche, di sentirmi a disagio i giorni in cui non ce la faccio.

Fare il NaNoWrimo almeno una volta comunque è una pazzia divertente ed esaltante, grazie anche alla comunità di persone che si raduna intorno a questo "evento". Così intendiamoci, sono contentissimo di averlo fatto, nel novembre del 2009, e di averlo vinto. Con tutta probabilità, non avrei ancora un mio romanzo, a questo punto della vita. Un romanzo scritto nell'arco effettivamente di un mese, anche se poi, come è ovvio, il processo di revisione e parziale riscrittura ha preso un tempo moooolto più lungo....

Ora se c'è una cosa buona che il NaNoWriMo di quest'anno (a cui appunto, non parteciperò) ha fatto, in quei due o tre giorni in cui ho pensato seriamente di buttarmici, è stato costringermi a prendere sul serio il fatto di affrontare un altro "grande progetto". Scrivere un secondo romanzo, dopo "Il ritorno".

Da molto tempo mi girano in testa dei fatti, delle situazioni. Dei luoghi, soprattutto. Quello che stavolta mi prende è soprattutto la geografia, vedere alcuni luoghi come catalizzatori di situazioni, di intrecci, di sentimenti. Ora mi accorgo che per molto tempo ho procrastinato, con varie (sempre onorevoli...) scuse.
Da oggi vorrei prendermi l'impegno di lavorarci in modo più continuativo, più professionale, diciamo. E siccome la cosa più importante è scrivere (è sempre la regola numero uno, a buon diritto), la cosa si traduce assai pragmaticamente in buttar giù un certo numero di parole al giorno (o alla settimana).

Tutti i libri, i manuali di scrittura, i siti per scrittori, convergono su questa cosa. Scrivere parole. Magari poi si scartano al 95%, ma non sono state vane (questa è una cosa che all'inizio non capivo, il mio ideale romantico non prevedeva di scrivere per acquisire pratica, per allenarsi, per trovare ed affinare la propria voce). E' anche una cosa di umiltà. L'umiltà di fare pratica, di fare palestra. Crescere come scrittore, scrivendo. 


Argentario 005
A proposito di luoghi, il mio secondo romanzo si apre qui, in Argentario...
Lo so, ci saranno giorni in cui non metterò giù parola. Lo metto in conto. Ma allora - perlomeno - mi dovrò confrontare onestamente con quanto ho scritto qui, adesso. Con l'impegno a cercare di diventare sempre migliore nello scrivere. Ecco un'altra ragione per .... scriverlo. Qui. Nero su bianco (diciamo, sfondi colorati a parte...). In un certo senso è un impegno pubblico, per cui spero che la cosa mi aiuti a tenerlo in maggiore considerazione riguardo - poniamo - ad un patto segreto tra me e me.

Allo stesso tempo, cercherò di postare periodicamente qui dei resoconti sullo stato del progetto. Per lo stesso intento motivazionale. E anche con l'intento (segretissimo!) di creare almeno un po' di interesse :)

Per cioò che concerne il numero di parole, vediamo se 500 vanno bene o se dovrò ritoccare in qualche modo. Io spero che possa andare: nell'arco di una settimana (lasciando un giorno fuori per riposare o recuperare) vuol dire 3000 parole. In cento giorni di scrittura dovrei avere le cinquantamila parole del NaNoWrimo.

Non è male, se pongo mente a quanto la scrittura sia terapeutica, per me. No, non è male, se penso a quante trances di cento giorni ho fatto passare scrivendo poco o anche meno...


domenica 28 ottobre 2012

Umiltà

Continuo con questo post ad esplorare il mio personale percorso tra le parole, colorandole dei sapori e delle sensazioni che mi porto dietro in questa parte del cammino della vita. Vi sono parole intorno alle quali si possono dire cose sempre diverse, atteggiamenti e attitudini fondamentali, opzioni essenziali dello spettro delle possibilità umane. Parole cardine, intorno alle quali si possono far risplendere colori in maniera continuamente cangiante.

Prendiamo la parola umilità. La si può approcciare in innumerevoli modi. Uno di questi, la cui evidenza mi ha colpito per la prima volta pochi giorni fa, è che oggi, lo studio dell'uomo e insieme del cosmo suggerisce un atteggiamento di umiltà, derivante essenzialmente dal riconoscimento - forse mai stato così chiaro - di quante cose non sappiamo. 

Quanta parte ignota nella conoscenza del cosmo! (Fonte: wikipedia)

Mai il so di non sapere, a pensarci bene, è stato così manifesto, solo che lo si voglia guardare. Bisogna però, appunto, saperlo guardare. Vedere il quadro generale. Ad esempio, davanti al mare di notizie astronomiche che arrivano continuamente dai vari media (cosa certamente ottima), chi pensa mai al fatto che in realtà più del 95% di tutto l'Universo è composto - secondo le teorie più accreditate - da qualcosa di cui non conosciamo la natura? Energia oscura e materia oscura insieme, nel quadro attuale, rendono conto di quasi tutto l'Universo. Tranne quel misero 4%. Che poi è quello fatto della materia che conosciamo, ed è praticamente tutto quello che sappiamo (anzi ne sappiamo ancora meno, perché anche di quel 4% le cose ancora da capire non sono affatto poche...).

E uno potrebbe pensare, ok lo studio del cosmo è peculiare e complicato. D'accordo. Ma dell'uomo ormai sappiamo tutto. E invece no. E la cosa curiosa è che anche qui andiamo a sbattere in percentuali simili, anche se meno rigorosamente definite. Leggo in un libro di psicologia che il 95% della nostra mente sia costituita dall'inconscio. Ovvero quel luogo dove avvengono processi psichici inaccessibili al cosiddetto pensiero cosciente. Dunque anche qui la nostra razionalità si deve fermare, arrendere, davanti ad una sostanziale ignoranza. Possiamo scandagliare l'inconscio, possiamo speculare sui suoi effetti, ma è un po' come lanciare una sonda nello spazio, portiamo a casa dei dati ma intorno rimane comunque il mistero più profondo. Una zona non conoscibile direttamente, ma che ha effetti decisivi sulla parte conosciuta. E vale tanto per lo spazio al di fuori (l'universo) quanto per lo spazio al di dentro (la psiche).

Non so voi, ma personalmente questo alone di 'non conosciuto' non mi inquieta per niente, anzi lo trovo rassicurante. Prendere atto di questo stato di cose implica anche che io non possa mai dire, ne come uomo ne come ricercatore, la terribile frase è tutto qui? 

Perché so che sono appena all'inizio del viaggio di scoperta (del cosmo e di me stesso), ogni atteggiamento più o meno arrogante sarebbe decisamente fuori luogo. Come sarebbe fuori luogo ogni tentazione di razionalismo che limitasse il reale al razionalmente conoscibile ("Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore", Is. 55,8). Molto meglio sarebbe arrendersi, ammettere che vi sono realtà che superano infinitamente la mia comprensione.

 E la cosa più giusta tornerebbe ad essere l'umiltà, la coscienza tenera e liberante dei propri limiti. 

domenica 21 ottobre 2012

Professionismo

Sono andato a correre al parco - oggi pomeriggio - con Paul Simon nelle orecchie, per la precisione l'ultimo disco, Live in New York City. Mi veniva in mente correndo, a parte che è proprio bello, ma mi veniva in mente cosa vuol dire essere un professionista. Non è legato immediatamente al percepire un profitto per quello che si fa. Essere un professionista ha a che vedere con l'atteggiamento che si tiene davanti ad una certa cosa. Sentendo coma canta adesso Paul Simon - a più di settant'anni - come lima e interpreta ogni frase di ogni canzone, come non scivola mai pigramente sulla melodia ma vive ogni passaggio, mi sono detto 'ecco, questo è un professionista'. 

Come intendere questa parola? Secondo me vuol dire questo, disporsi nell'atteggiamento migliore perché si possa mettere a frutto il proprio impegno. In pratica, rendersi trasparenti all'emergere del positivo di sè. Questo può voler dire che ci possono essere persone geniali ma non professionali, per cui il loro talento va ampiamente sprecato. E ci possono essere persone che attraverso l'applicazione  e la perseveranza superano anche molte iniziali difficoltà o apparenti incompatibilità.




Turning pro è dunque una faccenda piuttosto fondamentale, e riguarda l'atteggiamento prima di ogni altra cosa. Come si guarda quella cosa. Vale la pena di farlo, prima di tutto per il lavoro. Esattamente. Tutti i problemi “mi piace, non mi piace, con Tizio lavoro benino, ma Caio non lo sopporto… oggi mordo perché ho dormito male, graffio perché mia moglie/marito mi tiene il broncio…” si superano (o si mitigano) attivando in sé un atteggiamento da professionista. Anche il fatto “lo so fare, non lo fare, chissà se sono capace”, è in realtà un residuo di immaturità dell'ego, anche quello può essere lasciato indietro se ci disponiamo ad una attitudine da pro.

Così davanti ad un problema, una noia, una rogna supplementare, ad una giornata storta, ci si può chiedere, ma come reagirebbe un professionista? e cercare di agire di conseguenza. Non per dimenticare che siamo uomini (o ancor meglio, donne...), ma per onorare la cosa che stiamo facendo, dargli il giusto credito perché è una parte importante della nostra vita. Una cosa così fa bene al mondo.

E' ora di smettere di chiedersi se vale la pena o no, se è giusto o no, etc. Una volta deciso, andare. E agire da professionista, fregando tutti i dubbi. I dubbi abbandonano un pro perché si accorgono seccati che non lo condizionano più. Che ne dite? Se risuona anche con la vostra esperienza (o anche no), sentitevi liberi di lasciare un commento al post.

mercoledì 17 ottobre 2012

Giù in verticale, nella creatività

Il mondo si muove sempre più in orizzontale, se volete sapere come la penso. La dimensione orizzontale ci è nota, d'altra parte. E' decisamente moderna. E' quella della continua novità, della navigazione da un riferimento ad un altro (Internet permette e in certa misura favorisce questo) da un incontro ad un altro. Senza approfondire. Tutto rimane espresso e fruito come su uno schermo, dove la parte di mistero e di imponderabile che fa da collante tra le situazioni e le cose, che ammorbidisce tutto, non viene tenuta in considerazione, in conto. 

D'altra parte, come si fa a tener conto del mistero imponderabile che è dentro ciascun uomo nel notiziario del mattino, ad esempio? Non è possibile, non c'è il tempo, non farebbe audience. Non vende nulla, perché non serve nessun prodotto. La dimensione verticale è quella del viaggio dentro se stessi. E' il viaggio che dà senso e lenisce il disagio, la sofferenza. Del resto, ogni croce è ben piantata a terra, il senso di ogni dolore non è compreso a fondo e non fiorisce, non è fecondo, finché rimaniamo in orizzontale, in superficie.

Mi sono convinto, per letture e soprattutto per esperienza, che il prezzo che si paga vivendo scollegati dalla propria profondità, dalla comprensione della propria intimità, è assai caro.

La stada per
C'è un viaggio che fa respirare davvero...
La comprensione profonda della propria intimità porta alla vera essenza dell’intera umanità, dove risultano inutili, indifferenti, segni esteriori come il denaro, il sesso, il successo, il potere, se non vissuti come cifre, attraverso la cui lettura si ritorna alla conoscenza di se stessi. La paura, la disperazione, la violenza, la depressione, le manie, le ossessioni, attraverso la psicospiritualità vengono capite, comprese, reinscritte in un nuovo codice dove hanno perso forza, carica, e sono state diluite nella vita, nell’anima. Con la conoscenza di sè, con il desiderio di capire la condizione umana, di dare senso all’esistenza, si dà senso alla solitudine. (Valerio Albisetti)

Così non sorprende come la creatività si nutra profondamente del movimento verticale, dell'andare dentro di noi portandoci inevitabilmente dietro la parte del mondo con cui siamo a contatto, le nostre circostanze. Tuffando l'orizzontale dentro il verticale. Il contingente nell'eterno, la molteplicità nel significato. Dentro c'è la linfa vitale, l'ingradiente necessario a far reagire tutto quello che abbiamo trattenuto della realtà, perché generi un visione nuova, una visione creativa. L'anima viene da Dio, ovvero è agganciata all'eternità, al senso.

Mi pare di aver capito questo. Non è possibile essere creativi se si accetta supinamente di rimanere prigionieri nei nostri pensieri. Non avviene la reazione necessaria, manca qualcosa. Di estremamente importante, di nascosto ma eterno. Se si lascia spazio al vuoto tra le parole, alla pausa tra i pensieri, invece, può accadere qualcosa.

Accettare l'invito al viaggio verso se stessi è immettersi ipso facto in un percorso di creatività. Anche se non si è artisti, in senso stretto. Una persona che accetta il lavoro di andare a sè è comunque un artista, secondo me. E' la persona adatta per scoprire la verità enunciata da Chesterton, La vita è la più bella delle avventure ma solo l'avventuriero lo scopre.

mercoledì 10 ottobre 2012

Positività

Il lavoro è precisamente questo, rintracciare la positività in tutto quello che accade. Anzi, di tutto quello che accade. Allora ogni cosa diventa un'occasione, e non è più un lamento.

Non mi è possibile passare dal lamento alla sfida senza questa accanita ed appassionata ricerca della positività. E' un lavoro, appunto. Un lavoro che va fatto da mattina a sera (e spesso anche la notte).  Un lavoro che può fare la differenza (ecco perché è ragionevole farlo), dare grossi risultati, nei rapporti personali, nei rapporti affettivi, come genitore, nel sesso, ovunque..

Smile!


Un lavoro che passa necessariamente nella vita ordinaria, come attitudine ad abbracciare le circostanze.

Ci stavo pensando stamattina, in palestra. Per un momento sono riuscito ad osservarmi come dall'esterno, e non essere automaticamente invischiato in ogni cosa che penso. Ho capito allora quanto spesso la mente mi "vende" pensieri ed atteggiamenti negativi, rinunciatari, quante volte passa il pensiero tanto io non ci riesco oppure tanto non sono in grado oppure anche, davanti ad una difficoltà anche minima, ad un lieve imprevisto ah ma ci mancava anche questa ora.

Fermi tutti. Come sarebbe? Ora basta. Non sono più disposto a comprare tutto quello che mi vende la mente. Non più. Questo è il lavoro. Sostituire delicatamente i pensieri negativi perlopiù (grazie al cielo) immotivati, con pensieri positivi e costruttivi. Passare ad uno stato energetico migliore, a frequenze più elevate, diciamo. 

La bassa frequenza è tristemente contagiosa. Tende ad autorinforzarsi. L'ho notato anche ieri. Più vedi cupo più vuoi vedere cupo. Perché è così? Perché a volte ho questa paura di essere felice? Tante volte me lo sono chiesto, ma adesso mi pare di avvicinarmi per la prima volta ad una risposta. Perché nella felicità l'ego si ridimensiona, scompare. L'ego vive benissimo nel conflitto, nell'infelicità, nella tensione. Ci sguazza. La felicità è inevitabilmente uno stato prossimo ad una armonia universale, come tale l'ego viene messo in crisi. Intendo l'ego come la parte più impulsiva, reattiva, in un certo modo infantile, che ci portiamo dentro. Quella che vuole incondizionato amore e attenzione, che non è disposta all'attesa per avere qualcosa. Quella che non concepisce che esista altro oltre le cose che vedi e tocchi.

Mi dico, quello che mi ci vuole è guardare le circostanze con occhio diverso. Perché poi alla fine sono loro, le circostanze, che per me esistono davvero. E' il modo in cui la realtà mi tocca.  

Luigi Giussani l'ha espresso bene. La vocazione è andare al destino abbracciando tutte le circostanze attraverso cui il destino ci fa passare

Andare al destino è realizzare se stessi. Essere felici profondamente.


Nella vita di chi Egli chiama, Dio non permette che accada qualche cosa, se non per la maturità, se non per una maturazione di coloro che Egli ha chiamati.

Quindi tutto ha senso. Tutto.

Davanti a ogni circostanza e a ogni sfida, che sono costanti, io sono costretto a decidere se rimanere nel lamento oppure se guardarla come la possibilità attraverso cui il Mistero chiama me al rinnovamento della mia autocoscienza. 

C'è molto da lavorare, per me. Guardandomi da fuori, scopro finalmente che l'attitudine al lamento è diventata quasi una abitudine, senza che l'avessi mai pianificato. Si è consolidata durante anni e anni, un atteggiamento non programmato ma comunque vissuto. Però la cosa non mi spaventa, fintanto che vedo una strada che si può percorrere. C'è una strada da poter camminare, e io la voglio fare. Poi il passo sarà anche lento, ma cerco di non preoccuparmi. L'importante è camminare.

martedì 9 ottobre 2012

La poesia è molto più di questo


Guest post di Andrea Castellani

Nel novembre del 2002 si è verificata una curiosa coincidenza: una signora novantenne ha regalato  alla famosa rivista “Poetry” cento milioni di dollari per superare le difficoltà finanziarie di questa nuova epoca, soldi che ha ereditato insieme alla casa farmaceutica produttrice del Prozac. “E' un segno del destino che il denaro speso per antidepressivi sia andato a finanziare la più antica e ignorata delle medicine”, scrive Gramellini su La Stampa (“I versi della nonna”, 20/11/2002). Ma sa anche che, in fondo, la verità è un'altra, come dimostra l'età della fortunata ereditiera: sono sempre loro, gli anziani, a cercare consolazione per una vita che ormai sfugge dal loro controllo. Emblematica la sua conclusione: “Rimane la gioia di vedere tanti vecchi rifugiarsi nella poesia […]. E la rabbia di saperli quasi costretti a scrivere, dal momento che il mondo non li ascolta più.”


Poesia
"Ovunque io vada,vedrò una poesia abbracciarmi" (Adonis)


Già, perché nel mondo del terzo millennio non c'è più spazio per loro, come non ce n'è per la loro poesia...Essi, come la poesia, sono ormai vestigia di un epoca passata, e non possono certo trovare un proprio posto nella società dell'attuale, tanto presa dal presente da dimenticare il passato, e gettarsi senza scrupoli in un futuro che non comprende. Già nel 1975 Montale aveva avvertito le conseguenze di una società in cui i mass media hanno tentato di “annientare ogni possibilità di solitudine e riflessione” (“E' ancora possibile la poesia?”, Discorso tenuto all'Accademia di Svezia in occasione del Premio Nobel per la poesia), una società ormai dominata da un “esibizionismo isterico” (o.cit.) che poi è l'apparire, non importa il come e il perché, l'illudersi di essere protagonisti dell'interminabile corsa verso un “attuale” in costante mutamento, quindi irraggiungibile. Da allora, credo di poterlo dire con sicurezza, tale processo non ha fatto che accelerare: i conflitti, i governi, le idee e le mode vanno e vengono con la stessa velocità di una hit dell'estate.

In una società così votata all'apparenza della felicità nel nuovo, che ruolo potrà mai avere la poesia? Per lei non c'è più spazio tra le pagine delle maggiori pubblicazioni, né sui principali canali radio-televisivi, né tantomeno nei famosi caffé di una volta, e neppure nelle parole dei nostri idoli, della nostra classe dirigente. Se questa popolarità, questo indiscusso e riconosciuto ruolo di guida sociale è ciò a cui aspira la poesia, allora sì, è morta, forse per sempre. E a poco servirebbe condannarne gli assassini, perché ne saremmo tutti complici, di questo pubblico delitto... e non la farebbe comunque tornare in vita.

Ma forse la poesia non è davvero questo, forse è altro: una “possibilità infinitamente sospesa” (G. Raboni, “La poesia? Si vende ma non si dice”, sul Corriere della Sera, 18/01/2003), un sentimento unico, sfuggente, sorprendente, che alberga in tutti noi, nel profondo. Se la poesia fosse davvero morta, nota giustamente G. Conte (“Ma la poesia non sempre deve essere popolare”, su Il Corriere della Sera, 15/01/2003), “non sarebbe un capitolo della storia umana a chiudersi, ma sarebbe l'umanità stessa a cambiare”. O, per meglio dire, a scomparire: la poesia, a mio avviso, è molto più che forma, molto più che un paio di pagine scritte in versi... è nella musica, vecchia e nuova, nell'arte, nei romanzi, nel cinema, anche nei videogiochi, purchè tutto ciò sia ispirato da veri sentimenti, piuttosto che da analisi di mercato; è insomma nel nostro linguaggio, nelle nostre idee, nei nostri pensieri, è nella vita di tutti i giorni. Senza di essa, non saremmo che macchine. 

Se è questa la poesia, allora non morirà mai. E fa poca differenza il fatto che, rispetto alle epoche passate, abbia perso un suo preciso riconoscimento sociale all'interno di limiti e convenzioni prestabilite, al punto che oggi  l'occasionale evento mediatico “inquina senza scampo quelle privatissime risonanze” (C. Fruttero, “L'indice di Borges”, Tuttolibri, 11 gennaio 2003) che essa produce...anzi, oserei dire, è un bene: di fronte al conformismo sempre più diffuso della società,  forse essa è davvero l'unica cosa che ci resta di inimitabile, insostituibile, personalissimo, e proprio per questo, quindi, universale.


mercoledì 3 ottobre 2012

Come fare il brodo...

Come ti senti? E' una domanda che mi hanno fatto su Facebook, pochi giorni fa. Il riferimento è al romanzo appena (auto)pubblicato, Il ritorno. Come ti senti, dopo averlo terminato? Cosa fare dopo? E potrei accostare un'altra domanda, rivoltami oggi di persona. E ora che hai finito il libro? Così il saluto di Teresa, qualche giorno fa, in occasione di un battesimo. Mi raccomando non smettere di scrivere.

Forse è questo. Forse è questa la risposta e il tratto di unione con le altre domande. Mi raccomando non smettere di scrivere. Se ci penso, c'è dentro tutto. Tutto quello che mi serve. E non c'è quello che porta fuori strada. Non dice mi raccomando cerca di farti pubblicare da un grande editore, mi raccomando cerca di sfondare. Non dice questo, no. Dice solo di non smettere. 

Don't give up.

Questo mi fa pensare ad una frase del bel libro di James Scott Bell Writing Fiction for all you're worth. E' sempre troppo presto per smettere.

Così uno potrebbe dirsi, ok, ci siamo tolti questa soddisfazione, ora pensiamo ad altro. No, sarebbe sempre troppo presto. D'altra parte, c'è il fatto che le parole comunque arrivano, in testa. Tendono a strabordare, se contenute. Bisogna arrendersi. Mi devo arrendere al flusso, lasciar fluire.

Sono loro che fanno tutto, le parole.

Devo soltanto accettare di colorarle lasciandole passare attraverso me stesso, lasciandole impregnare di me, dei miei umori. In fondo fare lo scrittore è come fare il brodo. Bisogna lasciar impregnare della propria carne, della propria vita le parole. Che all'inizio sono neutre, come l'acqua. E' una cosa sulla quale lavorare, così come devo, voglio, lavorare su me stesso (tentativamente) ogni giorno della vita. Lavorare sulle parole e lavorare su di sè. Non sono cose molto distanti, a pensarci bene. E' più un lavoro che ingloba, comprende, entrambe le cose.

Veggie Brodo in the Afternoon
Fare il brodo è come scrivere (dettagli nel testo)!
Così penso che se uno ha la passione - diciamo - per l'uncinetto, il lavoro su di sè deve comprendere, trattare, affrontare, trasportare, anche questa passione. Siamo mica neutri e uguali, come contenitori che possiamo riempire con qualsiasi cosa si voglia. No, abbiamo una conformazione interna, come una forma nascosta, siamo fatti per seguire certe strade, accogliere certe cose. Ci vuole attenzione e rispetto di sè, per individuare la vocazione e per decidere di seguirla.

Certo che si può essere disattenti a sè e non seguire. Ma non è mai una buona idea. Se non seguo, mi  metto in rotta di collisione con tutto quanto, tutto quanto mi diventa pesante. Mentre accettare di seguire, nonostante tutti i dubbi e le perplessità,  mi libera immediatamente e mi rende intimamente contento e più robusto. Quante volte me lo devo dire. Quante volte me lo devo scrivere...

Perché è semplice, in fondo. Bastano tre parole. Ha ragione Teresa.

sabato 29 settembre 2012

L'amore e il camioncino

Te lo devo dire. Da un po' di giorni vado avanti e indietro in macchina con i tre dischi del nuovo lavoro di Mark Knopfler, Privateering, che ho avuto la lungimiranza (con il senno di poi) di acquistare da Amazon nell'edizione Deluxe. Però non ti voglio tediare con una recensione, tanto se vuoi ne trovi quante te ne pare in rete. Allora ti spiego cosa ho fatto io (mettiti comodo, tanto la giornata è  piovosa, favorisce il tranquillo ragionamento). Dopo essermi digerito il primo, per curiosità ho saltato temporaneamente il secondo - per ora - e ho puntato direttamente al disco bonus, quello con le tracce aggiunte. Non ero convintissimo che valesse la pena, prendere anche questo disco. Hai presente, no? Ti danno questi dischi aggiuntivi con brani che tu li senti e dici, beh avevano fatto bene a scartarli. 

Io temevo una cosa del genere. Cioè ti dico, avevo già incasellato il prodotto. Fino a che non l'ho ascoltato, questo disco aggiuntivo. Apriti cielo, dopo un primo brano simpatico ma non trascendentale (anche se mi piace molto come la batteria sottolinea certi passaggi), ti arriva addosso una versione di Cleaning My Gun che dire trascinante è dire davvero poco. Ragazzi, vi rendete conto? Ma se Mark suona una cosa simile quando viene a Roma e io sono lì a sentirlo (sì sì ho già il biglietto), ma insomma... che altro chiedere? Anche la versione di Sailing to Philadelphia è pacata e gustosa, come deve essere. Una chicca è il brano di chiusura, Hill Farmer's Blues, con quel giro di chitarra che ti entra in testa e non ti molla più, che dice che le cose sono belle e interessanti dopotutto. Non so, almeno a me lo dice. E su quello infatti puoi costruire qualsiasi struttura. Ci credo, hai già affermato la positività di tutto, hai voglia che puoi costruire!

Vabè lo so che stai pensando. Vedi questo che parla di un album che nemmeno ha sentito tutto. E hai ragione. Ma aspetta, non andare (tanto fuori piove ancora). In realtà quello che volevo dire è più elusivo, decisivo ma delicato, insomma. E' l'innamoramento, ecco. E' che è una cosa strana. E' sempre un mistero, in qualche modo. Non dico soltanto innamorarsi di una donna, o di un uomo. Dico anche innamorarsi di un disco, di una musica, di un libro, di un film. Ora ti entra in testa e si attivano tanti collegamenti. Si desta una energia particolare. Ti senti più vivo.

Ricordo alcune grosse infatuazioni artistiche. Tubular Bells 3, di Mike Oldfield. L'ho sentito di continuo per un lungo periodo. Ha una energia particolare, direi una qualità di energia limpida, contiene secondo me qualcosa di spirituale. Allora, il disco si apre con il rumore del vento, che delicatamente modula una struttura di sei note, che poi viene ripresa in tutto l'album. Ebbene, ti dico, io ancora adesso quando sento il rumore del vento, spesso sento anche le note del disco. Se non le sento ce le metto io, le aggiungo mentalmente, come indispensabile complemento.

Un'altra simile è stata causata dal bel disco di Kate Bush, Aerial. Ora, come probabilmente saprai, in realtà è un cofanetto di due CD. Elegantissimo, tra l'altro. Forse quello con la copertina più bella degli ultimi anni. O meglio, la parte interna della copertina. I delicatissimi colore sul marrone, la ragazza al tavolo. La sua espressione. Il calamaio, la penna. La finestra e l'albero di fuori. La gloria delle piccole cose, riscattate da una festa di colori dolci. L'apertura del secondo disco è stupenda. Le note delicate del piano, la voce di bimbo che parla ai genitori di un cielo pieno di uccelli e subito il classico richiamo della tortora che accompagna poi tutto il disco. Il pianoforte ribatte gentile sulla struttura ritmica del richiamo, la musica si costruisce intorno, pian piano. E per me è così, ormai non c'è verso. Ormai quando sento la tortora mi immagino di stare dentro il disco. Se sento il suo verso mi immagino subito le note ribattute del pianoforte. Tu-tu-tuu. Tu-tu-tuu.


Aprendo il disco di Kate Bush si trova questo bellissimo disegno...

Ora mi sta capitando qualcosa di simile con il camioncino. Sì il camioncino che campeggia al centro del disco di Mark Knopfler. Quando vedo un camioncino appena appena simile girare per le strade, lo guardo con un affetto tutto nuovo, con una attenzione che non gli avrei mai concesso. Prima.


Il camioncino di Mark, ora anche mio :)
L'amore, l'affezione, ha qualcosa di unico. E' una cosa che ha radici misteriose e attorno a cui si organizza e si rimodula la stessa percezione del mondo. Questo vale per il grande amore, per una passione, per qualcosa che desta il senso del bello. Non c'è verso. Nell'ambito un amore tutto viene riorganizzato.

Diceva Romano Guardini, Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa avvenimento nel suo ambito. E mi sembra di capire, la stessa dinamica vale per ogni amore. Ogni cosa o persona attraverso la quale il senso di una armonia e bellezza universale ci raggiunge.

Anche attraverso un camioncino, per dire.




giovedì 13 settembre 2012

Un romanzo è anche una trama di domande

L'esperienza di pubblicare un romanzo e di ottenere delle informazioni dai lettori, dei commenti, delle indicazioni, è davvero qualcosa di stimolante e unico. Poter verificare che certe frasi, certi passaggi, che per te hanno una particolare importanza, vengono scelti anche da altre persone. Vedere già da questo che riesci a far passare qualcosa.

Se riesci a far passare qualcosa percepisci che quello che hai fatto non lo hai fatto "soltanto" per te. 

Che poi - lasciami dire - già se lo avessi fatto soltanto per te, lo avresti comunque fatto per gli altri. Seguendo il tuo cuore, assecondando una tua vocazione, avresti realizzato un atto di amicizia con la vita, realizzato un accordo con la struttura dell'universo, per cui ne sarebbe venuto bene per te e dunque per chi ti sta intorno. Perché poi, vedi, il bene non lo puoi confinare, è contagioso. Vedi dunque che è impossibile, in un certo senso, scrivere soltanto per te.

E questa è una cosa. Ma siamo d'accordo, se a questo si aggiunge un canale di contatto con i tuoi lettori (siano uno o mille, la dinamica non cambia), il gioco diventa ancora più bello e il senso di aver fatto qualcosa per gli altri diventa deliziosamente percepibile. 

Così invece di presentare degli estratti del libro scelti da me (come avevo inizialmente programmato) preferisco affidarmi a delle voci altre, delle diverse sensibilità. E tanto più mi stupisce quando, come nel caso che sto per presentare ora, queste sensibilità risuonano con la mia. Una gentile lettrice, Carola Di Blasi, ha avuto l'interesse e la cortesia di approfittare della pagina facebook del romanzo, per inserire alcuni brani da lei ritenuti più significativi.  Qui ne riporto alcuni.
“Stai sempre a ruminare su tutto, lasciati andare per qualche momento almeno. Prendi le cose come vengono, non bloccarle, non analizzarle sempre. Abbassa le difese. Cedi, ogni tanto” (link)
"L’aereo è una buona palestra per la mente, per questo forse molta gente ne ha paura. Un poco come andare in macchina quando guida qualcun altro. In aereo lasci il controllo, ti devi affidare, per forza. Capisci che non è tutto in mano tua, nella tua stessa vita." (link) 
Forse non va perso mai nulla, in fondo. E la somma di tante piccole cose non è mai uguale a zero. (link) 
E’ una legge dell’universo, è stato fatto così. L’essenziale non è fare, ma lasciar fare. Cioè cedere a ciò che accade, non impuntarsi. Io ci ho messo un sacco di tempo per capirlo. (link 
Può una persona soddisfare veramente il bisogno di amore del cuore di qualcuno? Non ci stiamo tutti sbagliando, non stiamo sbattendo qua e là come automezzi impazziti, cercando qualcosa che non si trova? Ma non si trova perché cerchiamo nei posti sbagliati? Dove avrei dovuto cercare, io, qualcosa che mi placasse la fame di amore, di comprensione, di attenzione? Dove avrebbe dovuto cercare Francesca, e dove Arianna? Sono posti diversi per ognuno di noi? Possiamo essere risposta l’uno all’altro, o manchiamo tutti di qualcosa? (link)
 Come dicevo, i brani evidenziati spesso sono quelli che per me rivestono una particolare importanza, che va al di là della vicenda narrata. Non voglio commentarli uno per uno, perché trovo un qualcosa di fastidiosamente saccente in un autore che vada a spiegare la sua stessa opera (rubando così l'interpretazione al lettore, sottraendogli la sua specifica parte creativa).  Dirò solo che sono quei brani dove ho attinto alle domande che ho dentro e che gridano per una soluzione, o almeno un cammino verso una soluzione. E ai barlumi di risposte che scorgo in questa drammaticità bella del vivere.

Keep On Walking
In cammino...
Ma sono proprio le domande che appunto non mi fanno star fermo ma mi spingono a camminare. Quando mi fermo e mi siedo, quando cerco di dimenticarle, queste domande, il malessere che sempre mi assale mi spinge a rialzarmi e proseguire nel cammino. Grazie al cielo.

E il mio romanzo, al di là della qualità letteraria (giudicherete voi), è anche una trama di domande. Forse un romanzo è anche questo, forse deve essere anche questo. Più che dare risposte, un modo per far risuonare delle domande, farle ricircolare tra chi scrive e chi legge. Tra due diverse forme di attività sul testo, insomma: entrambe creative, per l'appunto.

Perché ammettiamolo, le domande hanno la loro importanza. E' quando non ci domandiamo niente, che la vita diventa insopportabile. Allora domandiamo, senza paura. Ma andiamo fino in fondo, domandiamo cose enormi, come essere felici. Anche se ci hanno fatto intendere che non sta bene, non è da adulti: ve lo devo dire, io non ci sto. L'isola che non c'è invece ci deve essere.

Cerchiamo, camminiamo, impariamo, proviamo, quando sbagliamo chiediamo scusa, torniamo, ripartiamo. Immaginiamo com'è il ritorno ad essere contenti, lieti. Perché l'uomo è fatto per l'infinito, come ci ha ricordato Benedetto XVI per l'apertura del Meeting di Rimini.



martedì 4 settembre 2012

Il Ritorno, disponibile in ebook

Ecco, ce l'ho fatta. Il mio (primo?) romanzo sta finalmente uscendo alla luce del sole. Ci siamo! Ho rivisto la versione ebook, controllato, ricontrollato... eccoci. Eccoci.

Uno scienziato geniale che ormai vive nascosto, ha qualcosa per Luca. Anche Francesca, giovane e avvenente, ha qualcosa per lui. E un dolore per sè, da curare ed amare. Anche Luca cova un dolore, una ferita tracciata da una vita troppo consueta, troppo prevedibile e blindata alla sopresa. Ma le sorprese arrivano. Un viaggio, degli incontri. Una voglia di verità di tutto, una sete di capire. Un ritorno, forse.

Il libro è in vendita su Lulu.com 
Il libro che esce oggi, un primo risultato l'ha ottenuto. Ha vinto il National Novel Writing Month del 2009. Questa bizzarre competizione per cui si vince producendo un manoscritto di almeno 50.000 parole, ha avuto il grande merito di farmi scrivere senza che l'implacabile censore interno avesse l'ultima parola. Finalmente. 

Poi c'è stato il momento della revisione, lenta. Anche, del dubbio. Dell'incertezza. Ma vale, vale la pena? Ma l'incertezza è più bella quando la si supera. Quando rileggendo trovo dei brani che mi toccano, che riescono ad essere quello che avrei voluto leggere... Allora dico sì, valeva la pena. Vale la pena, scrivere, se ne senti il desiderio. Sempre.

Insomma, per diversi motivi questo libro ha già vinto. E' una sfida vinta. Se poi piacerà, sarà una ulteriore vittoria. Bella, dolce. Ma forse non tanto importante quanto la prima. Anzi, certamente. Aver seguito un sogno, averlo accettato, coltivato, fatto crescere. Aver fatto parlare il cuore, seguito il desiderio. Creduto nel sogno. Ecco la vera vittoria.

Sono grato a tante persone, per questa vittoria. Alcune vicine, in casa. Altre conosciute attraverso Internet, attraverso dei libri. Mi piace qui ricordare lo scrittore Valerio Albisetti, per il suo libro I sogni dell'anima. Mi ha insegnato quanto possono essere seri i propri sogni, quanto sia un compito seguire le proprie aspirazioni. Grazie, Valerio!

Il libro sarà presto pubblicato anche in versione "tradizionale". La versione elettronica comunque può avere un prezzo più basso, in virtù della sua natura, ed essendo un file epub senza vincoli, può essere letto praticamente dovunque.

"Così fanno le storie: rendono soffici gli spigoli delle cose e ti permettono di camminarci sopra." dice Alessandro D'Avenia nel bel libro Cose che nessuno sa.

Per me è così. E' tutto quà il segreto. Scrivo perché attraverso le parole la vita mi diventa meno spigolosa, più intellegibile. Sarò riuscito a smussare davvero qualche spigolo?  Bene, non spetta certo a me dirlo...

... ma spero proprio di sì.

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