domenica 30 ottobre 2011

Dal parco, guardando le case

Stamattina siamo andati io e Agnese. Oggi pomeriggio siamo tornati, e c'era anche Simone. Tutti al parco sotto casa, a prendere un pò d'aria fresca, e a esplorare lo spazio dell'allenamento ginnico, con i nuovi attrezzi che - mossa molto oculata, una volta tanto - una qualche amministrazione ha fatto istallare nell'aera del parco stesso.

In due posti diversi del parco ci sono questi attrezzi belli nuovi, una sorta di palestra all'aperto, accessibile a chi voglia fare un pò di allenamento nell'atmosfera rilassata del parco. Bello. Aiuta a rendere il parco stesso un luogo di uso del tempo libero più completo, diversificato. Bello vedere un altro papà che spiega al figlio i vari esercizi possibili, lo introduce e lo guida alla verifica di se stesso, lo controlla, vigile.

Nel pomeriggio ci tratteniamo all'area attrezzata più vicina alla nostra casa. Il parco corre vicino ai palazzi, in questa zona. Sta pian piano arrivando il buio, noi siamo pronti a rientrare verso casa, ma ci fermiamo un pò. I bimbi apprezzano la compagnia del papà, parlano e chiedono intanto che provano a fare la loro ginnastica (graduale, come necessario).
IMAG0513
Dal parco, al tramonto...


Nella tonalità azzurrina sempre più scura, spiccano come contrasto, come ideale complemento, le luci calde che provengono dalle finestre e dai balconi. Il papà adesso muove lo sguardo sull'ampio palazzo. Miriadi di ambienti che lasciano immaginare di sé. Immagina famiglie, segnali di vita, percorsi, traiettorie di esistenze. Come un immenso mosaico che si compone ordinato, ora, decorando la dominante l'azzurro-verde che prevale nel parco, con le sue tonalità calde. Come dire, c'è un riparo. Guarda che c'è un riparo. Puoi andare fuori ad esplorare, puoi vedere il mondo, andare nel parco, correre, e c'è un riparo. Anzi, tu - bambino, adulto - vai a imparare il mondo, perché sai, o senti, che c'è un riparo. 

E se sei nella tempesta, se non senti qual è il tuo riparo, sai che un riparo c'è. Sei autorizzato a credere che c'è un porto. Che devi passare la tempesta, ma poi "sbuchi fuori, e c'è il sole" (Giussani).

Ora mi è più chiaro di un tempo. La capacità del percorso, della lenta costruzione, si deve appoggiare a qualcosa. Anche nella tempesta, c'è la prospettiva, per tutti, di sbucare fuori, infine vedere il sole. 

Allora sì, si può costruire. Finalmente si può.

venerdì 7 ottobre 2011

Siate affamati, siate folli...


Così Steve ci ha lasciato, dopo aver combattuto per anni la sua battaglia contro il terribile male. In questi momenti in rete si moltiplicano i commenti e le analisi di ogni tipo. Da chi lo delinea come un geniale comunicatore e un efficiente manager  di sé stesso e della sua azienda, a chi lo ricorda come un maestro di pensiero, quasi come un guru dei tempi moderni. Chi è Steve Jobs, e cosa ci lascia? Sono d'accordo con Licia Troisi (che tra le opposte tendenze, riesce a mio avviso ad essere felicemente equilibrata)  sul fatto che ora, innanzitutto, non pensiamo al venditore, pensiamo all'uomo. 

Più esplicito ancora, in questo senso, è il pezzo di Gigio Rancilio su Avvenire. Per quanti i-gadget posso avere in casa, quello che più mi colpisce di quest'uomo è il discorso che tenne a Stanford nel 2005 (visibile anche nel bel post di Antonio Spadaro su cyberteologia.it, che efficacemente mette in evidenza le possibili risonanze tra il discorso di Jobs e l'insegnamento di Ignazio di Loyola). 



Steve Jobs R.I.P.


Sicuramente Jobs è stato un creativo geniale, sicuramente il suo Think Different ci ha aiutati a sentirci "speciali" contornandoci dei suoi prodotti (che comunque funzionano, e spesso anche bene) dimenticandoci forse che sempre di marketing aziendale si tratta, di una azienda con luci ed ombre come molte altre. Coraggiosa e innovativa, sia pure, ma pienamente integrata nel sistema.

Tuttavia, quello che più mi colpisce non è quanto è riuscito a produrre, o cosa è riuscito a venderci, ma cosa ha cercato di trasmettere, soprattutto in quel famoso discorso. Un discorso "scomodo", perché vero. Perché mette in campo quello che tutti cerchiamo di rimuovere (rovinandoci la vita), ovvero la certezza della morte. Sapere di dover morire (e non voler morire) secondo saggisti come Valerio Albisetti, è esattamente il centro da recuperare per dare senso alla nostra vita. E' comprensibile: se sai che la vita non dura per sempre, ogni giorno, ogni minuto acquista più valore. Soprattutto, non sovrapponi una menzogna  alla realtà, non ti muovi come se vivessi per sempre ma sapendo che la tua vita su questa terra ha un arco finito.

Così esordisce Jobs "Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita”.  L'invito di Jobs a seguire il proprio cuore, la sua esortazione "dovete trovare quel che amate" è l'invito a guardare dentro di sé per scoprire la propria vocazione, quello a cui siamo stati chiamati, quello che ci dà  entusiasmo e passione, che dà colore alla vita, ai giorni. Assecondare la propria vocazione, "cedere" ad essa, fidarsi dei propri sogni. 

Siate affamati, siate folli per me vuol dire questo, non accontentatevi di niente di meno del cuore.

E' un lavoro, da riprendere. Adesso più che mai. Grazie, Steve.