lunedì 21 marzo 2011

Stupirsi delle cose...

"Stupirsi delle cose è tenere sgranati gli occhi sul reale e  vederle come per la prima volta, nel miracolo del loro esserci e della forma". Mi imbatto in questa citazione di Heidegger e subito mi blocco, stupito a mia volta. E' proprio bellissima, è assolutamente fantastica, vera. 

E' posta all'inizio del mio file PDF che contiene gli elaborati da valutare (nella sezione "saggistica") per il "Premio Vittorio Castellani 2011". Il tema della terza edizione accoglie il mio suggerimento relativo alla frase di Gregorio di Nissa, ed infatti è "Solo lo stupore conosce" (che è anche un bel libro sull'indagine scientifica, di Marco Bersanelli e Mario Gargantini).

Sono contento di aver accettato di essere nella commissione di valutazione degli elaborati. Sono contento perché, sia quelli di narrativa che quelli di saggistica, come pure alcune foto, mi hanno fatto capire - al di là di tanti discorsi - di quanto sia importante proteggere e custodire il senso di "stupore" dei più giovani, di quanto sia vivo in loro e al contempo sia "fragile", minacciato dal cinismo di chi non crede in niente, dai meccanismi del profitto e dall'utilitarismo che (senza demonizzare il tempo presente) sovente tanta parte rivestono nelle interazioni sociali.


Paris Exposition: night view, Paris, France, 1900
Paris Exposition, vista notturna, anno 1900

Tu pensi allora, beh viviamo in un mondo disilluso, cinico. Vedi i ragazzi più piccoli, a volte ti sembrano già orientati in questo senso, già "scafati", senza magie, senza grandi sogni. Concreti. Pratici.

Poi apri questi temi, di ragazzi comuni, delle scuole medie, del liceo. E che sorpresa... li trovi, spesso, intrisi di candore, di autentico stupore (al di là di certe espressioni di maniera). Si raccontano, molti, con il naso in sù, davanti al cielo stellato. Ti parlano dei racconti dei genitori, dei nonni, parole narrate sotto le stelle, in uno stupore condiviso, trasmesso. Ti si allarga il cuore. In alcuni punti, ti commuovi, davvero. E scopri che c'è qualcosa, sì. C'è un "motore formidabile" per la conoscenza, e per la vita, che è il cuore. 

"Il cuore è un'energia infinita: è sete d'infinito! È un'energia infinita che si pone come esigenza che ha in sé la capacità di riconoscere ciò che le corrisponde" (Luigi Giussani)

Allora capisci che c'è qualcosa che va custodito. Che gli educatori hanno una responsabilità grande, grandissima, esaltante. Portare ai più piccoli il senso dell'aprirsi al mondo come una "grande avventura", come una strada bella, a volte faticosa, a volte aspra. Ma bella.

"Auguro a ciascuno dei ragazzi che la loro
capacita' di stupirsi e di commuoversi di fronte al cielo stellato non
diminuisca nel tempo, ma che con il passare degli anni diventi una fonte
sempre piu' grande di gratitudine e di vera conoscenza."



Così mi dice Bersanelli, che ha accettato di leggere parte del materiale del concorso, in una email recente.

C'è una bellezza, un senso, che non muore. E quando lo avverti, ti permetti - a 15 anni come a 100 - di stupirti delle cose. Di esserne grato. Così che la gratitudine e la vera conoscenza procedono affiancate, come nella frase di Bersanelli. E ognuna aiuta l'altra.

mercoledì 9 marzo 2011

Si presenti alle due...

"Allora, si presenti alle due davanti alla filiale della banca", mi fanno alla guardiola.
"Ma.. "
"Sì, vicino alla mensa. Troverà una ragazza. Le fanno la foto, poi possiamo fare il badge"
"Ok, va bene."

Accidenti proprio oggi che mi sento uno zombie. Vabbè famola, 'sta foto. Entro in istituto e me ne vado a lavorare. 

Pranzo. 

Ecco, il momento fatidico si avvicina. Qualche minuto alle due. Inutile aspettare, prendere tempo.

Vado.

Arrivo davanti alla banca. Non c'è nessuna ragazza. Chissà com'è la mia faccia. Ci ho un sonno addosso che veramente.... Poi a quest'ora...

No, ora una ragazza arriva. Molto professionale, vestita di una divisa blu. Con una cartellina in mano. Si guarda intorno, mi scruta, si vede che si interroga. Mi interrogo anch'io. Forse è lei.

"Marco Castellani?" mi chiede.
"Sì sono io". Tanto è inutile mentire, ormai.

"Bene, è stato puntualissimo."
"Beh, sono appena arrivato..." come per scusarmi, quasi fossi in torto.

"Venga con me che facciamo la foto."
"Vengo" rispondo rassegnato.

Entriamo in una piccola stanza. C'è una macchina fotografica montata su un cavalletto, una sedia. Dietro sul muro è appeso un telo verde. Difficile equivocare. 

"Mi siedo?" accenno timidamente.
"Sì, si sieda lì che facciamo la foto"

Woman with camera
Woman with cameraGeorge Eastman House Collection

Mi pare molto giovane, ma anche molto nel suo ruolo. Asciutta, efficiente. Cortese esattamente quanto si addice alla situazione. Non deborda, non fa osservazioni di alcun tipo. Non riesco ad essere colloquiale. Poi mi da del lei, per giunta. Se uno mi da del lei mi sento più schiacciato sulla distanza.

"Ecco, però dovrebbe mettersi più dritto"
Accipicchia. Già ripreso. Va bene, mi metto dritto. Tento di sorridere. Come faccio a sorridere a lei, così asetticamente professionale? Mi sento scemo. 

Provo lo stesso. Devo pensare che sorrido alla macchina, non a lei. Non perché non sarei disposto a sorriderle, ma temo lo prenda per un mio svalicamento di ruolo. 

Due flash impietosi congelano i miei pensieri.

"Se può compilare il modulo, intanto..."

Compilo. Chissà questo sorriso se ha funzionato.

"Ecco, io terrei questa...." mi dice. Guardo lo schermo del computer collegato alla postazione. Mamma mia. Vedo un tipo buffo, un sorriso incerto. Mi pare di scorgere delle occhiaie. Neorealismo senza pietà. Mi fa vedere l'altra. Anche peggio. 

Temo per un momento che si metta a ridere, o si lasci scappare qualche commento. 

Niente. Rimane nel suo ruolo. Non riesco nemmeno a sentire quello che pensa. Per fortuna.

"Passi in guardiola più tardi, quando esce le fanno già avere il nuovo badge".

"Ah abbiamo fatto presto" azzardo un commento di circostanza, per sdrammatizzare (ma il dramma lo sto vivendo soltanto io). Il mio commento non viene commentato. 

Saluto. Ritorno alla postazione di lavoro, un pò mogio. Incontro una collega fuori dalla porta.

Le racconto. "Ci siamo passati tutti", mi dice saggia. Mi fa vedere la foto del suo badge solo un attimo, con riluttanza. Non mi sembra male. La mia sarà certamente molto peggio.

Vabbè. Ci siamo passati tutti...