sabato 24 dicembre 2011

Natale tra amici...

Ci sono le cose che ti rallegrano al mattino. Quando ti svegli un pò incerto sull'umore che devi prendere, quando ti senti pesante di tanti piccoli compromessi, di tante cose non risolte che ti porti dentro, di tante zone d'ombra con cui convivi. A volte ogni mossa sembra una fatica, ogni passo un'impresa. Nel dubbio quasi ti blocchi. Vorresti la felicità subito e ti senti trattenuto da tanti lacci, incongruenze, mezze decisioni, dubbi. Ti guardi dentro e ti scopri così incapace ad amare davvero, quanto vorresti. 

Ci sono queste cose che ti prendono di sorpresa, allora, e ti rallegrano al mattino. Come quando apri il computer e vai a leggere un articolo, con la curiosità che deriva dalla fiducia che accordi a chi scrive. Leggi appena qualche riga de La tentazione del Natale, l'articolo di Juliàn Carron apparso su L'osservatore romano di oggi, e nonostante pensi di non poter essere sorpreso ("In fondo, tante volte la tentazione è di non aspettarsi granché dal Natale." dice proprio)... caspiterina, sei sorpreso! 

Sei più che sorpreso, sei commosso. Perché, non c'è mica niente da fare, trovi esattamente le parole che ti servivano, che sembrano, per qualche misteriosa coincidenza cosmica, pronunciate e scritte proprio per te, esattamente per il tuo io che sta leggendo in questo momento! Esattamente.

«Il Signore revoca la tua condanna», cioè il tuo male non è più l’ultima parola sulla tua vita; lo sguardo solito che hai su di te non è quello giusto; lo sguardo con cui ti rimproveri in continuazione non è vero. L’unico sguardo vero è quello del Signore. E proprio da questo potrai riconoscere che Egli è con te: se ha revocato la tua condanna, di che cosa puoi avere paura? «Tu non temerai più alcuna sventura». Un positività inesorabile domina la vita.

Questo me lo rigiravo in testa stamattina, mi sorprendevo a commuovermi davvero. Le parole che mi servivano, trovarmele davanti, così. "Lo sguardo solito che hai su di te non è quello giusto; lo sguardo con cui ti rimproveri con continuazione non è vero". Mi sono sentito improvvisamente accolto, voluto bene... amato. Uno si scioglie e si commuove se è amato, sennò tenta di fare il duro. Trovando solo durezze. Ma se è amato... oh, è tutto un altro discorso, si aprono diecimila possibilità. Si intravede ogni bellezza. Brilluccica anche, pur se appena intravista, una "positività inesorabile".

Così dico grazie, grazie Juliàn per farti tramite di questo Amore, per insegnarci che siamo amati. Sempre e comunque.

E un altro segno bello lo trovo, un altro percorso brillante, bello, lo intravedo dal post di Alessandro D'Avenia, che ho avuto il privilegio di incontrare in una libreria di Roma, non molti giorni fa (vedi il post su questo blog)

"...c’è per me una bellezza che non si rovina, che non si rompe, che non c’entra con il nettare e l’ambrosia, con la proporzione e l’armonia, ma c’entra con la vita quotidiana, con il sudore, i capelli, la pelle, le mani screpolate, la fatica, lo sco­raggiamento, la tristezza, la paura, il falli­mento, il sangue, il freddo e il sonno. Una bel­lezza senza perfezione. Una bellezza che c’en­tra con tutto, perché tutto ha attraversato. U­na bellezza fecondata da limiti e sproporzio­ni, per partorire ciò che non passa. Io questa bellezza cerco. Questa bellezza nasce per me. In una stalla."

Questo anche mi dà calore, mi dà speranza, conforto. Ne ho bisogno, per la vita, non per un fatto intellettuale. Proprio per la vita.

Questi sono alcuni dei miei amici, li sento amici, e sono grato per la luce che gettano su questi giorni. Ho bisogno di essere aiutato, condotto per mano, a capire. Alla gioia. Ho bisogno di camminare preso per mano, e sto capendo - mi ci è voluta quasi una vita - di quanto mi servono per il cammino, mia moglie, i miei amici, tutti quelli che testimoniano che c'è un cammino che può essere percorso. A volte faticoso, ma bello. E' una lotta, spesso tento di sottrarmi al fatto semplice di camminare. Eppure ogni volta uno torna sul sentiero, con sempre più ragioni per farlo.

C'è una bellezza che non si rovina, che non si rompe... che c'entra con la vita quotidiana. 
Auguri di buon Natale :-)

Riprodotta per gentile concessioni di Euresis.org






mercoledì 7 dicembre 2011

Modellare il bianco


Ecco la cosa è cominciare a scrivere. Screziare il bianco di parole, di inchiostro. Tutto il resto mi sembra irrilevante. Almeno in un primo tempo. Cominciare e continuare a scrivere e fare parole su parole, incamminandosi…

Questo è quello che ci vuole. Lavorare sulle parole infatti porta pace. E' il lavoro che dobbiamo fare, dunque è inutile stare lì a perdere tempo. Andiamo invece.

Ora sto provando iWriter sul Mac e mi sembra veramente valido. Un ottimo strumento per modellare il bianco.

Fa venire voglia di scrivere, con tutto quanto il resto che risulta piacevolmente in secondo piano. E veramente, non devi perdere molto tempo con le configurazioni. Non devi perdere tempo per nulla con le configurazioni. Ti metti lì e scrivi, produci parole. Una dopo l'altra, in sequenza. Metti il focus mode e improvvisamente solo la frase che stai scrivendo conta. Il resto viene passato in un grigio chiaro, c'è ma non ti distrae. Mi piace. Una frase alla volta. Il resto viene. Come dire, un passo alla volta. La vita si compie a piccoli passi, per la gran parte. Scrivere si compie a passi di una frase per volta. Scrivi una frase, la metti da parte, vai con la successiva. Una cosa alla volta, sempre. E' questo il segreto.

Ecco la cosa è cominciare a scrivere. E continuare a scrivere. iWriter è abbastanza minimalista, però funziona, fa venire voglia di scrivere. Sarà proprio perché non vedi altro che questo spazio bianco, molto invitante, troppo invitante, che ti va proprio di iniziare a riempirlo di parole. A modellare lo spazio bianco. A creare. 

Se vedo uno spazio bianco penso inevitabilmente a cosa ci potrei scrivere sopra.

Bene. Se ti piace scrivere ti godi questa meraviglia. Che creare scrivendo è la cosa più semplice. Che scrivere è uno dei modi più immediati per creare. Questo mi ha sempre colpito. Non ci vuole nulla, basta un pezzo di carta. In realtà basta anche pensare, la carta la puoi trovare dopo. Memorizzare, ricordare. Meno di così non si può!

Hai mai pensato che una poesia immortale, che dura nei secoli, può essere stata magari appuntata su un fogliettino della spesa?

Per dipingere ci vuole un pennello, i colori. Per suonare ci vuole uno strumento, una manutenzione, una manualità dedicata. Una sorta di mestiere. Per scrivere non ci vuole nulla. Cioè. Devi acquisire un mestiere, certo, ma lo fai lavorando direttamente. Il tuo strumento sono le parole, le frasi. Inizi a modellarle da subito. La tensione che le percorre, la scelta dei vocaboli. Allora ecco. Apri il tuo spazio bianco e lo riempi di parole. Questo vuol dire, tra le miriade di percorsi che possono attraversare lo spazio bianco, ne metti in luce uno. Lo dettagli, porti il lettore sulla tua strada. Lo fai girare dove tu vuoi, lo fai camminare alla velocità che vuoi. Lo fai soffermare dove preferisci, a guardare i colori che preferisci. I colori sono tutti là, lo spazio bianco li contiene tutti. Tu semplicemente scrivendo, collassando la funzione di probabilità su una tua scelta particolare, togli via quello che non ti serve. Allora togliendo dal bianco, il colore si forma.

Scrivere è un toglier via il superfluo, per lasciare il necessario. Come levare il pieno dal marmo, per far uscire fuori la statua, il capolavoro. Era già nascosto lì, era già contenuto lì, in quel blocco di marmo. Ma l'artista lo vede, non lo vedono tutti. E lui deve essere bravo a togliere il superfluo. Rilevare quello che fa brilla. Togliere l'opaco, quello che ferma la luce del bello, la frena. 

Ci vuole anche fatica, costanza. In fondo, come per tutto, ci vuole la fiducia che il reale è positivo. Gradevole o sgradevole che sia la particolare contingenza.

Il compito di portare alla luce il bello, può far tremare i polsi. Tuttavia è necessario arrendersi, fare quello che si riesce, quanto si può. E' la strada della massima onestà, tutto sommato l'unica che si può percorrere con soddisfazione. Liberi dall'esito. Che non è più in mano nostra.

Tanto più sei bravo a scrivere, tanto lasci solo i colori e i sapori necessari. E ottieni un gusto pieno, una cosa che si mastica bene, che dà soddisfazione. Non è facile, ma è proprio bello.

sabato 3 dicembre 2011

Dell'incontro con Alessandro D'Avenia, a Roma



Quello che segue è la mia personale elaborazione di quanto ho trattenuto, largamente a memoria, dell'incontro con lo scrittore Alessandro D'Avenia in occasione della sua presentazione del libro "Cose che nessuno sa", il pomeriggio del 2 dicembre, a Roma. Naturalmente le cose che riporto dette da Alessandro possono essere imprecise o anche inesatte, perché filtrate dalla mia (scarsa) memoria e dalla mia sensibilità. Inoltre molto di quanto è stato detto è rimasto fuori. Tutto questo per dire di non prendere ciò che segue troppo alla lettera (e di non prendervela con lui se qualcosa non vi piace), ma di trattenerne magari, se vorrete leggere, lo spirito, il colore, o appena l'idea...


More about Cose che nessuno sa


Allora... alla fine mi decido. Nel senso che mi decido proprio alla fine. Cerco quasi di fare tardi per non andare. Non so, a volte ci ho addosso questa inerzia micidiale, o forse, piuttosto, questa paura di star bene... 
Incredibilmente non riesco a far tardi, arrivo alla metropolitana e non ho scuse, il tempo c'è, c'è. Ora andiamo. 


Arrivo a Via Nazionale - che bello andare a Roma davvero, ogni tanto. Le luci, i negozi. C'è aria di Natale. Trovo la libreria ed entro. C'è il libro di D'Avenia vicino all'entrata, faccio un giretto esplorativo (è ancora presto, ci ho messo proprio poco ad arrivare), poi prendo il libro e anche quello di Simon's Cat. Vado alla cassa, pago e chiedo dove sarà l'incontro. Proprio qui nella sala grande, mi dice l'addetto.

C'è già un buon numero di persone sedute, la sala comincia a riempirsi. Mi accorgo che ho perso i posti a sedere davanti, devo stare in piedi. Pazienza. Mi metto lì con i miei libri. Mi guardo in giro, mi levo il cappotto (fa un caldo...), sfoglio i miei libri, guardo i messaggi. Aspetto. 

Ad un certo punto arriva, proprio dietro di me. Sorride, parla con degli amici. Adesso sta presentando, mi pare, la sorella a qualcuno. Sta proprio accanto a me. Una persona assolutamente normale, normalissima. Dopo aver parlato con un gruppetto di gente che evidentemente conosce, si avvia verso il tavolino già preparato. Ci guarda e dice "ma vuoi siete tutti qui per D'Avenia eh?", sempre sorridendo. 


Al tavolino che sovrasta leggermente la sala, sono lui ed un intervistatore, giornalista che ha praticamente la mia età. Si sono conosciuti, se ben capisco, a Mosca in occasione delle traduzione del primo libro, in russo.


Aspetto con una certa impazienza che possa parlare Alessandro. Lui ascolta paziente l'introduzione dell'amico giornalista, ringrazia. E' sempre molto cortese, con tutti. Ma non è una cortesia forzata (di quelle che vedi dappertutto, ormai), è una cortesia sincera, te ne accorgi facile.

Risponde alla domanda sul titolo del libro. E' un libro che nasce dalla consapevolezza di non poter dare delle risposte, di non poter esaurire le domande che gli arrivano, soprattutto dai ragazzi, dopo l'uscita del primo libro. Quella ragazza che gli scrive, la madre malata di tumore a letto. Lei comunica con la mamma solo con lettere, perché ha paura ad entrare nella sua stanza, anche tenerle la mano. La mamma ormai sta proprio molto male. Non regge a tanto. E gli chiede come fare, ha bisogno della mamma e gli chiede come devo fare, come fare a raccontare un amore, una interrogazione andata bene, un problema, qualsiasi cosa. Soprattutto gli chiede, Perché questo succede?


Come si può avere risposta a domande così, come si può avere una risposta facile. Quello che riesce a dire è che la mamma ha bisogno di lei più di quanto lei ha bisogno della mamma. Che deve vincere la sua paura ed andare da lei, passare del tempo con lei. 

La mamma se ne andrà presto, ci racconta. Ma lei scrive di nuovo, a distanza di qualche tempo dalla morte di sua madre, e dice che il mese che ha passato con la sua mamma, l'ultimo mese, è quello in cui il loro rapporto è stato più bello. E lo ringrazia.

Alessandro dice tutto questo con una umiltà e una sincerità palpabile. Non si fa bello di niente, anzi confessa la propria impotenza a trovare risposte, la propria fragilità, il timore di parlare anche in questa sala, tutto sommato, non troppo grande ("Devo dire che me la sto facendo sotto..."). Soprattutto guarda le persone come persone, come individualità, uno per uno. Saluta chi riconosce. Non è frettoloso con nessuno, supponente con nessuno. In effetti ha una semplicità che ti conquista, ti avvince. Non ha difese artificiose, si espone.

Dice che il punto è se esista una ricetta per amare anche le ombre. Che la questione è svegliarsi la mattina ed amare le persone che hai intorno. Il collega che ti sta antipatico, quelli che ti stanno vicini... tanti piccoli fallimenti da cui, di solito, scappiamo per paura.

Ragiona sulle domande che ci si fanno da adolescenti, poi si mettono da parte crescendo. Epperò non si possono eliminare, perché ad un certo punto la vita "urge" queste domande. Parla tanto dei sogni, del fatto di essere voluti bene. Lui ha seguito il suo sogno solo perché è stato voluto bene, tanto. 

Ammonisce a guardarsi dalle persone che hanno rinuciato ai loro sogni, e scoraggiano gli altri, per paura che loro sì, possano riuscire. Per invidia. Invece bisogna fidarsi dell'altra categoria di persone, di quello che sono più amici di te stesso in certi momenti, e ti aiutano quando dubiti, a fidarti di te stesso. Fa il caso, al proposito, di quando era incerto tra fare ortodonsia (poiché il padre aveva uno studio dentistico, la scelta poteva sembrare naturale...) e seguire la sua propensione verso la letteratura. Fu un amico che lo tolse dal dubbio, quando lo portò a pensare a cosa avrebbe volto fare anni dopo: se lavorare su una bocca aperta o spiegare Omero. Questo fugò ogni dubbio (però non trascura di mostrare rispetto per l'altra scelta, non viene per nulla 'ridicolizzata' da quache malinteso senso di superiorità -- proprio assente, in Alessandro)

Mi papà alla fine è andato in pensione. Ha chiuso lo studio E sorride. Dice Alessandro.

Racconta di sè, che il motivo per cui è scrittore è nel primo libro che.. NON ha letto. I ragazzi di Via Pal. Qualche anno fa era un must, dovevi leggerlo per forza. Già il titolo non sembra allettante. Quei nomi strani poi... Allora avrebbe deciso di scrivere una storia diversa, più interessante. Tutti sorridono, il clima è disteso. 

Parla della necessità di riscoprire la bellezza di ogni singola persona. Siamo bellissimi, tutti. Poi non ce ne accorgiamo più, in pratica. Magari entri in macchina, uno ti taglia la strada... e tu, sì, in quel momento lo ammazzeresti. Allora c'è qualcosa che non va, è un campanello d'allarme. Non trascura di dire, è per questo che vado in bicicletta e non guido...

Si vede che della letteratura è innamoratissimo. Non è che ho scelto l'Odissea, spiega, E' lei che ha scelto me.
Cita un proverbio ebraico "Dio ha creato l'uomo per sentirgli raccontare storie". E la storia di ogni singola persona, che va raccontata. Che ognuno può raccontare a Dio.

E' bello quello che dice della scrittura. E' qualcosa che suona familiare anche a me. Scrivo, dice, perché sono fragile, per trovare un filo nella realtà, scrivo perché scrivendo riesco a comprenderla meglio, viene fuori un senso.

E certo l'insegnamento trova il suo spazio. Come non potrebbe? Spiega, da quando ho capito che se uno è felice, aperto, tutto era diverso, il mio metodo di insegnamento è cambiato da così a così. Pensavo di dover essere come il professore dell'Attimo fuggente, poi ho capito di no. E' pericolosissimo. Il protagonista infatti, non porta le persone a scoprire delle cose, le porta verso di sè: lui ha bisogno di un pubblico.

Racconta di episodi di vita, minuti, piccoli, ma sempre illuminati di una attenzione gentile. Di una curiosità per la vita.  Come per la anziana zia che acconsente a mostrargli la lettera del marito che conservava gelosamente, in cui lui le chiedeva di sposarla. Dice, acconsentì a farmela leggere solo ad un patto, che rimanesse tra noi due. E infatti... Fa una pausa e sorride.  Poi precisa, ma io ne perlo in termini generici.... 

Finisce sulla cosa più importante. Fondamentale. Se la vita non ha un senso profondo o se invece ci sta un Tu che ti ama. Vi auguro - dice - di affrontare questa domanda e di non accontentarvi mai di risposte facili.

Naturalmente ha detto tanto altro. Come l'importanza del semplice sorriso, dell'attenzione alle piccole cose. Al fatto che cerchiamo la felicità chissà dove e poi siamo a fine giornata come arrabbiati, scontenti. Perché forse abbiamo cercato troppo di far felici noi stessi e poco di relazionarci agli altri. Nel semplice sorriso c'è nascosto un atteggiamento diverso. La felicità forse non è in chissà cosa vogliono farci credere, ma è da cercare forse anche attraverso l'attenziona a  cose semplici. Nelle radici. Per slanciarti avanti devi mettere radici solide.

Io sono contento, contentissimo. Ho il cuore sollevato come da un peso, un peso tremendo che mi schiaccia tutti i giorni. Come si fosse alzato per un poco, a contatto con una cosa buona, autentica. Una persona che trasmette gioia, che non ti cerca di attirare a sè, ma ti incoraggia invece a credere in te, nei tuoi desideri, nei tuoi sogni. Nel tuo cuore. Questo non lo dico per un ragionamento, ma per una evidenza immediata.  Sentendolo parlare, stai bene.

Aspetto per farmi autografare il libro, voglio regalarlo a Paola per i nostri vent'anni di matrimonio. L'attesa si rivelerà lunghissima. Siamo in fila e non ci muoviamo di un passo. Penso più volte di rinunciare, ma ormai ci sono... 

Finalmente quando arrivo "in vista" di Alessandro, la cosa si fa chiara. Ci mette tanto, perché lui dialoga con tutti, con ogni persona che incontra. Ed è un dialogo vero, non formale. Se è uno studente, chiede cosa fa, come si trova. Ha davanti quattro pennarelli di colore diverso, chiede perfino di che colore si preferisce la sua dedica.


Quando finalmente arriva il mio turno (perfino una simpatica suora, con due libri da far firmare, mi fa passare avanti perché ha sentito che devo tornare da mia moglie...) gli chiedo di dedicarlo a Paola, "che sono venti anni che mi sopporta". Lui ci pensa, mi guarda un pò, chiede come mi chiamo io. Mi guarda, realmente. Eppure ormai è tardissimo, sta lì sotto i riflettori da due ore, potrebbe essere legittimamente stanco, tirar via. Metter un sorriso di mestiere e sbrigarsi. Io sono anche uno degli ultimi. La librerie sta chiudendo, in pratica aspetta lui. Eppure mi guarda con occhi attenti, vispi. Ha una intuizione, mi dice "Ahh ma ho capito! Tu sei quello che mi ha fatto la domanda su facebook per la faccenda dell'ebook!" 

Rimango colpito. Per una singola domanda, che io magari pensavo fosse stata evasa da qualcuno di un suo ipotetico staff, mi aveva ricordato. E ha collegato senza che io ne facessi riferimento! Sono grato non perché la cosa riguardi me, ovviamente, ma per quanto mi dice sulla persona che ho davanti. 

Mi scrive "Per Paola, che ha il suo sogno in Marco". Il sogno. Che cavolo. Altro che il "sopportare" che avevo avanzato io. Quello sapeva di rinuncia. Questo mi sembra decisamente più positivo. Aperto davanti alla realtà, con lo sguardo sgranato, non con i gomiti davanti. Io trovo una assonanza incredibile con tante cose che va dicendo Juliàn Carron, negli ultimi tempi. Vivere sempre intensamente il reale. Ecco. Tutte cose vissute, anche cose che nessuno sa. Vissute comunque, con la faccia spalancata davanti al reale. La realtà è positiva. Ecco una dimostrazione, in un pomeriggio come tanti. 

Una persona come tante. Niente di straordinario, in apparenza. Ma che ascolta il proprio cuore, lo prende sul serio. 

E tutto cambia. E tutti lo vedono. E tutti sono più se stessi. 

Perché nessuno cerca altro, in fondo.

martedì 29 novembre 2011

Una antica meraviglia

Una mattina come tante. Scendo con Agnese, facciamo un pezzettino di strada insieme, poi lei va verso scuola (che è proprio sotto casa) e io a prendere la macchina per andare al lavoro.

Ma sì. Una mattina come tante. Facciamo colazione scherzando un pò... Scendiamo in ascensore e le improvviso finti animaletti (noi li chiamiamo mangiabocca, animaletti parlanti che faccio io muovendo le mani) che sostengono di essere venuti a trovarla, di notte.

- Ma quando? fa lei, con insolito interesse.

L'ascensore ci sta portando dal quarto piano al piano terra.
- Una notte, che leggevi, con la luce accesa. Invento.
- Sì sì ma quando? Incalza lei. Non so che dire... 
- Maa... beh, una notte... una notte che pioveva tanto. Improvviso. Butto lì. Tanto per dire.
- Che pioveva tanto? Mi sorprende l'insistenza della bimba.

Apriamo la porta a vetri dell'androne. Siamo fuori. Allora lei mi racconta. Mi racconta di un libro che sta leggendo. Senza che io dica nulla, mi dice - sinceramente stupita - di come le succede che leggendo è come se entrasse tutta dentro la storia. E' come se ci fosse dentro

book heart <3
E mi porta un esempio che riguarda proprio la pioggia. Mi racconta di come nel libro vi sia un episodio che avveniva durante un forte acquazzone, e che lei chiudendo il libro fosse rimasta così dentro la storia, che si immaginava che piovesse davvero. Ha il libro con se, mi fa vedere alcune pagine, delle figure. Ma siamo d'accordo, per entrare nella storia non c'è nemmeno bisogno delle figure.

La saluto e vado verso l'auto, riflettendo. Stupito io per primo. Ecco, una bimba di nove anni ha da poco aperto lo scrigno preziosissimo della lettura. Altro che televisione, computer, Internet. Leggere. Una antica meraviglia che si rinnova sempre. Che chiede solo un minimo di disponibilità iniziale. E regala tanto, premia tanto, per questa iniziale piccola disponibilità.

C'è stato un tempo che pensavo leggere romanzi fosse tempo sprecato, in fondo. Come fosse una evasione della realtà. Che cantonata avevo preso! Di più. Una miopia pazzesca. Il fatto, il fatto vero, è che dopo aver letto, dopo essere "evaso", rientri nella realtà e ti trovi -  in maniera imprevedibile, incredibile - più capace, più pronto, più attrezzato, più capace di leggere il reale ed interpretarlo. Allora non sei uscito dalla realtà, non è evasione. Hai appreso qualcosa, sei cresciuto. Puoi entrare nei tuoi problemi, con una marcia in più. Qualcosa di prezioso, che la semplice analisi della realtà non ti avrebbe dato. 

Accendo l'autoradio mentre vado al lavoro, mi sintonizzo su Radio Uno per ascoltare Ben Fatto, uno dei miei programmi preferiti del mattino. Ogni giorno c'è un tema. E non ti trovo oggi, che parlano dei libri, delle lettura?  Con l'aggiunta di una canzone di Branduardi dedicata proprio al potere della lettura, Il libro.

Ma che coincidenza. Come ... leggerla? 

domenica 27 novembre 2011

Siamo già nudi

Da qualche tempo stato cercando un modo per... presentare al mondo (detto così suona un pò troppo pomposo.. va beh) qualcosa delle mie poesie o dei miei racconti. Certo, potrei anche metterli qui, in questo stesso blog, come ho fatto più volte, in passato. Tuttavia mi piaceva dare spazio di esistenza a  qualcosa che fosse programmaticamente dedicato a delle elaborazioni creative, in modo che fossero separate dalle altre varie considerazioni che vengono ospitate in questo sito.

Non penso sia  scontato che le persone che leggono questo blog siano interessate anche alle poesie o ai racconti. Ecco che allora mi sono deciso, ho ripreso un modello di blog che avevo aperto quando stavo valutando quale piattaforma scegliere, ed ecco che è nato il secondo Diario di Viaggio

Ma non è solo questo, siamo onesti. E' piuttosto qualcosa che ha a che vedere con i sogni. Ci sono certi sogni che possono rimanere sottotraccia, anche per molto tempo. Mentre magari fatichi e ti applichi per raggiungere un traguardo, una laurea, un dottorato, un lavoro. Lavoro che è - diciamocelo - un gran bel lavoro (stipendio a parte...  forse) ed è invidiato ed ammirato da molte persone. Poi formi una famiglia, una casa, una dimora... Vedi nascere i figli, guardi la fecondità della tua donna.... un miracolo. Un cammino, un compito.

Accanto a questo arriva però un momento in cui i sogni che ti porti dentro devono essere espressi. Altrimenti rischi che la tua anima si ammali. Rischi di perdere il gusto, il senso, l'entusiasmo nelle cose che fai. Rischi di non apprezzare quello che hai. Molto mi ha fatto capire Valerio Albisetti, nel suo libro "I sogni dell'anima". Dire che per me è stato illuminante è dire certamente poco, certo è rendere giustizia a quello che sta avvenendo, alla capacità di guardarmi dentro che mi ha regalato. Mi ha permesso di andare in fondo alle ragione del mio disagio di tanti momenti, di tanti giorni, di una irrequietezza misteriosa, di una insoddisfazione appiccicosa, persistente. 

More about I sogni dell'anima. Realizzare le proprie aspirazioni
Leggendo e rileggendo le sue pagine (ce l'ho anche sull'iPod, ogni volta che rileggo un passaggio acquisisco qualcosa), ho capito che sono ad un punto chiave, un punto di svolta. L'età matura, o la mezza età, è proprio il momento si può fare un confronto più sereno con le proprie aspirazioni, finalmente dar loro spazio. Così per me scrivere è qualcosa che non può rimanere nascosto, rimandato. Qualcosa dentro di me non mi lascia tregua, mi impone di scrivere. Potrà sembrare enfatico, ma non riesco a dirlo in modo più aderente alla realtà.


Così il nuovo blog è prima di tutto un'occasione per me stesso di vivere un pò di più in mezzo a quello che ho scritto e che scrivo. E se possibile, interessare altre persone.

L'importante è continuare a scrivere. Troppo tempo ho passato spaventato dal giudizio altrui. Anzi no, neanche questo è vero. Spaventato prima di tutto dal mio stesso giudizio. Piuttosto severo, sempre pronto a dire ma lascia perdere, lo vedi che non sei bravo abbastanza? Ma ora basta, bisogna correre il rischio. Diceva bene Steve Jobs "siete già nudi, non c'è ragione per non seguire il vostro cuore."

Scrivere. Attraverso questa attività - a prescindere dall'esito - la realtà ritorna più amica, come se si trovasse un filo per passarci dentro con un gusto ulteriore, con una maggiore chiarità.

Sto meglio se scrivo con continuità. Posso essere più gradevole, più amabile con le persone che ho intorno, se non censuro le mie aspirazioni.

Non credo sia poco.

domenica 30 ottobre 2011

Dal parco, guardando le case

Stamattina siamo andati io e Agnese. Oggi pomeriggio siamo tornati, e c'era anche Simone. Tutti al parco sotto casa, a prendere un pò d'aria fresca, e a esplorare lo spazio dell'allenamento ginnico, con i nuovi attrezzi che - mossa molto oculata, una volta tanto - una qualche amministrazione ha fatto istallare nell'aera del parco stesso.

In due posti diversi del parco ci sono questi attrezzi belli nuovi, una sorta di palestra all'aperto, accessibile a chi voglia fare un pò di allenamento nell'atmosfera rilassata del parco. Bello. Aiuta a rendere il parco stesso un luogo di uso del tempo libero più completo, diversificato. Bello vedere un altro papà che spiega al figlio i vari esercizi possibili, lo introduce e lo guida alla verifica di se stesso, lo controlla, vigile.

Nel pomeriggio ci tratteniamo all'area attrezzata più vicina alla nostra casa. Il parco corre vicino ai palazzi, in questa zona. Sta pian piano arrivando il buio, noi siamo pronti a rientrare verso casa, ma ci fermiamo un pò. I bimbi apprezzano la compagnia del papà, parlano e chiedono intanto che provano a fare la loro ginnastica (graduale, come necessario).
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Dal parco, al tramonto...


Nella tonalità azzurrina sempre più scura, spiccano come contrasto, come ideale complemento, le luci calde che provengono dalle finestre e dai balconi. Il papà adesso muove lo sguardo sull'ampio palazzo. Miriadi di ambienti che lasciano immaginare di sé. Immagina famiglie, segnali di vita, percorsi, traiettorie di esistenze. Come un immenso mosaico che si compone ordinato, ora, decorando la dominante l'azzurro-verde che prevale nel parco, con le sue tonalità calde. Come dire, c'è un riparo. Guarda che c'è un riparo. Puoi andare fuori ad esplorare, puoi vedere il mondo, andare nel parco, correre, e c'è un riparo. Anzi, tu - bambino, adulto - vai a imparare il mondo, perché sai, o senti, che c'è un riparo. 

E se sei nella tempesta, se non senti qual è il tuo riparo, sai che un riparo c'è. Sei autorizzato a credere che c'è un porto. Che devi passare la tempesta, ma poi "sbuchi fuori, e c'è il sole" (Giussani).

Ora mi è più chiaro di un tempo. La capacità del percorso, della lenta costruzione, si deve appoggiare a qualcosa. Anche nella tempesta, c'è la prospettiva, per tutti, di sbucare fuori, infine vedere il sole. 

Allora sì, si può costruire. Finalmente si può.

venerdì 7 ottobre 2011

Siate affamati, siate folli...


Così Steve ci ha lasciato, dopo aver combattuto per anni la sua battaglia contro il terribile male. In questi momenti in rete si moltiplicano i commenti e le analisi di ogni tipo. Da chi lo delinea come un geniale comunicatore e un efficiente manager  di sé stesso e della sua azienda, a chi lo ricorda come un maestro di pensiero, quasi come un guru dei tempi moderni. Chi è Steve Jobs, e cosa ci lascia? Sono d'accordo con Licia Troisi (che tra le opposte tendenze, riesce a mio avviso ad essere felicemente equilibrata)  sul fatto che ora, innanzitutto, non pensiamo al venditore, pensiamo all'uomo. 

Più esplicito ancora, in questo senso, è il pezzo di Gigio Rancilio su Avvenire. Per quanti i-gadget posso avere in casa, quello che più mi colpisce di quest'uomo è il discorso che tenne a Stanford nel 2005 (visibile anche nel bel post di Antonio Spadaro su cyberteologia.it, che efficacemente mette in evidenza le possibili risonanze tra il discorso di Jobs e l'insegnamento di Ignazio di Loyola). 



Steve Jobs R.I.P.


Sicuramente Jobs è stato un creativo geniale, sicuramente il suo Think Different ci ha aiutati a sentirci "speciali" contornandoci dei suoi prodotti (che comunque funzionano, e spesso anche bene) dimenticandoci forse che sempre di marketing aziendale si tratta, di una azienda con luci ed ombre come molte altre. Coraggiosa e innovativa, sia pure, ma pienamente integrata nel sistema.

Tuttavia, quello che più mi colpisce non è quanto è riuscito a produrre, o cosa è riuscito a venderci, ma cosa ha cercato di trasmettere, soprattutto in quel famoso discorso. Un discorso "scomodo", perché vero. Perché mette in campo quello che tutti cerchiamo di rimuovere (rovinandoci la vita), ovvero la certezza della morte. Sapere di dover morire (e non voler morire) secondo saggisti come Valerio Albisetti, è esattamente il centro da recuperare per dare senso alla nostra vita. E' comprensibile: se sai che la vita non dura per sempre, ogni giorno, ogni minuto acquista più valore. Soprattutto, non sovrapponi una menzogna  alla realtà, non ti muovi come se vivessi per sempre ma sapendo che la tua vita su questa terra ha un arco finito.

Così esordisce Jobs "Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita”.  L'invito di Jobs a seguire il proprio cuore, la sua esortazione "dovete trovare quel che amate" è l'invito a guardare dentro di sé per scoprire la propria vocazione, quello a cui siamo stati chiamati, quello che ci dà  entusiasmo e passione, che dà colore alla vita, ai giorni. Assecondare la propria vocazione, "cedere" ad essa, fidarsi dei propri sogni. 

Siate affamati, siate folli per me vuol dire questo, non accontentatevi di niente di meno del cuore.

E' un lavoro, da riprendere. Adesso più che mai. Grazie, Steve.

lunedì 12 settembre 2011

Come un primo giorno di scuola

Agnese era pronta quasi un'ora prima di entrare. Simone si è alzato senza protestare, senza farsi pregare.

Allora, tutti pronti. Proprio ieri siamo tornati finalmente a casa, in modo da stare vicino a scuola. Non c'è ancora la cucina. Non abbiamo il salone. Però ci sono i pavimenti rifatti, tutte le pareti ridipinte. La doccia nuova. E la camera matrimoniale, la camera mia e di Paola, che è quella - finalmente - quella sopra il parco. Da quanto la volevo!

Con la piccola Agnese ci siamo fermati a fare colazione al bar, non avendo altre possibilità. Lei si è presa un cornetto e giudiziosamente ne ha messo metà in una bustina per mangiarla a merenda (con dolcissima previdenza... mi intenerisce vedere come comincia a mettere attenzione e cura nelle piccole cose).

E arriviamo a scuola, e vedi che l'eccitazione contagia un pò tutti - genitori, bimbi. Vediamo chi è il nuovo maestro, vediamo dov'è la classe quest'anno. Le porte a vetri si aprono e capisci che comunque è un evento che sta per iniziare.

School cafeteria

Si può iniziare con stupore e quasi con trepidazione, con gli occhi e il cuore aperti. L'inizio brilla per ogni cosa. Cosa chiedere ad un professore?  "Ci sono così tante cose in questo mondo che non so e che voi potreste spiegarmi, con gli occhi che vi brillano, perché solo lo stupore conosce." (dal bellissimo post nel blog di Alessandro D'Avenia)

Allora la lezione che io adulto posso trattenere, da tutto questo, è che è bello iniziare, è certamente bellissimo. Ma si può ricominciare sempre, sempre si può ripartire. Domandare la bellezza, lo stupore. Chiedere, umilmente, che il cuore sia colpito. Di nuovo, aperto.

Come un primo giorno di scuola, insomma.

sabato 20 agosto 2011

Tenere un diario

A volte capita, a casa. O anche altrove. Intendo, quelle conversazioni in cui qualcuno (spesso qualcuno che conoscio bene, con cui condivido una bella parte della vita, come mia moglie) mi dice "Ma ti ricordi qualla volta che siamo andati... che abbiamo fatto... che anno era?" e io invariabilmente rimango in imbarazzo: non mi ricordo quasi mai.

Anche peggio, quando mi sento raccontare le cose che sono successe, poniamo, due anni fa. E io che non recupero dai miei neuroni altro che un magma soffuso e quasi indistinto, con appena due o tre episodi, due o tre picchi che ancora mantengono una loro (parziale) individualità, che li distingue dal resto. 

Eppure se mi ci fanno pensare, se mi indicano qualche specifico episodio, qualche ricordo torna (a volte). Che strana la memoria.

Però la memoria degli eventi (anche "insignificanti", ammesso che ve ne siano) dà spessore ad una vita, contribuisce a dare consistenza. Ad entrare - azzardo - nel presente con una solidità maggiore, in forza di un cammino che si sta facendo (con tutte le volte che uno si è seduto invece di camminare, ma non è questo l'oggetto del post).

Illustrations, mostly paired comparisons, showing correct and incorrect postures for various household tasks. Date ...
No. non sono io... ;)
Credits: Cornell University
Library

Per questo ho pensato più seriamente di ricominciare a tenere un diario privato. Da vedere anche come una ulteriore occasione per scrivere, cosa che a me piace molto. No, non rende l'idea: cosa che mi sento di dover fare, altrimenti sto male.

Qualcosa sta cambiando, nella mia percezione del valore della scrittura privata. Negli anni scorsi, preso dall'entusiasmo per tutti queste modalità di comunicazione via Internet, mi ero convinto che una sorta di diario sarebbe potuta sempre venire fuori aggregando i vari contenuti online che aggiungevo con buona assiduità (blogs, microblogs, tumblelog, fotografie, etc...). Questo sarebbe stato il mio diario.

Ultimamente le cose sono un pò cambiate. Intanto, non sono più così assiduo nel postare contenuto online (i miei contatti ne saranno lieti). Sono più selettivo. Ammetto che ci sono cose che interessano più me che altri. Ma lo stesso ne voglio tener traccia, me le voglio scrivere. Voglio che la mia stessa esistenza sia intessuta dall'atto quotidiano della scrittura. Ecco perchè l'idea di un diario privato.

Bene, se siete arrivati fin qua, non vorrei tediarvi oltre. A volte sono prolisso: a me piace scrivere, ricordate? Magari una volta vi dico perché, tra varie alternative, ho scelto DayOne come la mia applicazione per il diario (privato sì, ma sempre digitale: ormai a mano non so quasi più scrivere). Ma prima vi faccio riposare, ringraziandovi per essere passati di qui. 

Grazie dunque per la lettura. Ora potete andare a leggere qualcos'altro. Oppure, scrivere.

domenica 7 agosto 2011

Sul Gargano, in vacanza

E' sempre interessante tornare sui posti dove si è già stati; è interessante vedere come maturano le impressioni, le sensazioni. La prima volta ci vai e vedi tutto come nuovo, devi anche apprendere ogni cosa. E' un gioco divertente: cerchiamo sempre qualcosa di nuovo, di fresco, una scusa, una occasione per aprire davvero gli occhi. La volta successiva - magari ci torni l'anno dopo, perché ti è piaciuto - ti muovi in uno spazio che già credi di sapere; una estensione dello spazio tuo naturale, in una serie di rapporti tra le cose che già pensi di conoscere. 

Va bene, diciamolo. La prima volta è più un'avventura, in un certo senso. Hai più incertezze, e probabilmente, anche,  meno pretese. A pensarci bene, la pretesa è quello che ti rovina tutto; non guardi davvero, non sei proprio aperto, ma ti aspetti che le cose vadano secondo uno standard tuo, qualcosa che hai già deciso. E che di solito, alla fine ti frega, perché non comprende la possibilità di sorprendersi. Te ne sei dimenticato, teso ad organizzare tutto, a controllare tutto. Oppure proprio non ce la fai, a metterla in conto.

Tornare è anche ritrovare, e insieme cercare una conferma. Ritorni sulla spiaggia conosciuta, con il piacere di ritrovare anche - insieme con tanta gente nuova- dei volti già noti. E' ripercorrere i posti che si sono già visitati, ricercandone quel mix unico di colori, sapori, temperature, striature del cielo. 


By the sea...

Prendi Vieste, ad esempio. Vieste è un posto dove già dalla strada dalla quale arrivi ti si apre uno scenario che ti appaga, ti rasserena. Giri la curva e sbuchi fuori, la vista spazia subito ampia, sul porto. Perché Il porto è ampio e insieme delizioso. Non è angusto ma è ancora a misura, non ti senti perso. Capisci di poter muoverti, esplorare. Visto la sera è una miriade di puntini luminosi sul mare, nell'aria tersa. 

Andare a mangiare i panzerotti a Vieste, nel posto che sai, è qualcosa che volentieri metti in programma. Va detto che quelli fritti sono i migliori. Te ne mangeresti a iosa, ma ti scotti sempre, il ripieno è tanto gustoso quanto bollente. Non ce la fai ad aspettare e ti ustioni invariabilmente. Per la bontà non c'è pazienza. Prova.

Di nuovo, camminare lungo gli ampi viali, sereni nella sera limpida, costellati di luci e di persone in movimento, negozi aperti fino a tardi, poi anche, quella libreria che ti piace. Tutta la fila dei libri di Giussani, un pò ti senti a casa. Quello che è importante per te, è importante per altri. Su cui cerchi di appoggiare la vita. Una Presenza amica, contro il nulla. Un conto è saperlo, un conto è vederlo, accorgersi. Essere certo di "alcune grandi cose", da cui tutto deriva e si ramifica.  

I punti chiave di parcheggi e bankomat, farmacie e Uffici Postali, già li conosci. Riprendersi uno spazio appena accennato, l'insediamento dell'anima, che segue la scoperta.

Ci sono gli alti e bassi, giornate in cui l'umore va su e giù per delle stupidaggini (a vederle da fuori, da dentro è tutta un'altra cosa, com'é noto). Ma ci sei abituato, o meglio, tenti ancora di abituartici. A volte con più successo di altre.

C'è la sorpresa di appassionarsi per un piccolo torneo di bocce, ci sono le lunghe passeggiate sulla riva del mare, di pomeriggio o di sera, magari solo con tua moglie. Lunghi tratti in cui alla fine si parla poco, o si sta in silenzio, al bordo di una consistenza che c'è e non si spaventa degli schizzi occasionali, delle turbolenze, perché, come un oceano, gode della sua stessa profondità.

C'è il senso di un tempo, robusto, che vede i propri figli diventare grandi, aprirsi a scoprire il mondo, trovare amici. Li sbirci e gioisci dei primi tentativi di muoversi autonomamente. Sempre però cercando appoggio - una base, una tana. Tornando dal papà, dalla mamma, per trovare un contatto, una consistenza: come condizione di partenza, garanzia per poter andare in fuori, vedere il mondo, le persone. Vai verso l'esterno se sei sicuro di qualcosa, sei certo che ti si vuole bene.  E' una sorpresa perenne, per te, che ti senti tante volte incompleto, frammentato, dolorosamente incompiuto, pieno di limiti. E' una sorpresa vedere che sei una consistenza ferma, necessaria, per i tuoi figli. Tu come sei, come sei ora, proprio ora, e non come vorresti essere. 

Ritornare al ristorante lungo la spiaggia, la seconda volta, la sera prima di partire. E vedere tutti a tavola seduti, capire di schianto - come risvegliato da un lungo sonno, come fossi arrivato ora nel mondo, l'avessi trovato così - la benedizione immensa di avere questa famiglia e questi bimbi, che ti guardano allegri e curiosi dal loro posto a tavola, aspettando che arrivino le ordinazioni. Dal loro posto nella vita, aspettando che arrivi il momento di entrarci in pieno. Non da soli, in modo che non vinca la paura. In una compagnia, lungo un cammino. Solo così la strada sarà bella, per loro. Pur con tutte le fatiche e le cadute. Ma potrà essere bella. Su questa speranza riposa anche il cuore di un genitore, trova pace.

In fondo a tutto, come un tappeto morbido. Qualcosa che rimane e non cede all'irrequietezza, sgradita compagna di tanti giorni. Capire che va tutto così, tutto bene così, in questo modo. Non c'è che da essere grati, e lasciare che vada. Con tutti i nostri limiti, standoci.

giovedì 4 agosto 2011

Certi di cose mai viste

A volte ci sono delle cose che mi confermano nella scelta di essere scienziato, mi confortano, mi tolgono dei dubbi.

Non sono un grande fan del razionalismo, della illuministica pretesa che la scienza spieghi freddamente il mondo, e che altro non si possa dire. Prima di tutto è una posizione che non mi conforta, non spiega quello che vedo fuori di me - non ne spiega appena la semplice l'esistenza - ma soprattutto non spiega quello che è dentro di me. Non mi dà possibilità di un significato che mi riempia. La sete di infinito, il desiderio smisurato di abbracciare tutto il cosmo, l'anelito alla bellezza, che pur convive con la dolorosa consapevolezza dei miei limiti. Se la scienza è fredda no, non mi interessa. Se l'avventura del conoscere prescinde dal cuore dell'uomo, non mi interessa, non mi piace, mi fa venir freddo, mi fa sentire solo.

Se invece la scienza è una avventura conoscitiva che coinvolge il cuore, che mette in gioco tutto, che non trascura il mistero e coltiva lo stupore di fronte al cosmo, allora mi piace, mi coinvolge, mi appassiona. 

Detto così potrebbe sembrare una scelta logica, ponderata, dettata da una impostazione decisa in partenza. E invece no, per me è istintiva, è una questione di caldo o freddo, di possibilità di pace - con le cose, con le persone - o (tragicamente) di guerra, di continuo disamore e disillusione.



Il tunnel di LHC al CERN
(Crediti: Julian Herzog, CC BY-SA 30)
Così ho davvero gioito stamattina quando mi sono imbattuto nell'intervista a Lucio Rossi, fisico del CERN, pubblicata sul sito di Tracce con il titolo "Certi di cose mai viste" (qui metto il link con le mie evidenziature). Si imparano tante cose dalla lettura attenta dell'intervista. Ma soprattutto si impara che quello che il tuo cuore attende, esiste. Si impara che la conoscenza scientifica non è che parte di una avventura umana, umanissima, perché facendo scienza non devi sacrificare il tuo cuore, non devi metterlo da parte in funziona di una malintesa oggettività. Ecco, quello sarebbe il freddo, l'aridità! E quanta gente invece - compresi insigni cattedratici - ci vorrebbero insegnare questo! A seguire il progresso - freddo ed impersonale idolo - e (in fondo) a non sperare niente! 

"... si è sfilato il destino. Viviamo come se non ci fosse più, la realtà non mi indica nulla. E' per la mancata consapevolezza di un destino che prende il sopravvento anche l'ansia di controllo." Più non riconosco un fine ultimo delle cose, del mondo, più mi affido ansiosamente al "controllo" come ultima illusione di stare aggrappato al reale, ad un reale però sempre più incomprensibile, perché in fin dei conti lo penso come governato dalla casualità.

E paradossalmente - ma non troppo - è quando si nega il fine che si diventa moralisti. "Che cos'è il moralismo? Quando rimuovi l'origine ma pretendi di tenere im comportamento. Che siccome non regge necessita di una gabbia: la legge"

"Non appena ti muovi affermi che qualcosa vale." Ecco la risposta. C'è un giudizio di valore. Qualcosa vale, altrimenti non mi muovo, sono fermo, bloccato.

C'è tanto altro, ma ognuno se vuole lo scopre da sè. Io da questa lettura ne esco confortato. Contento di essere scienziato, e - permettete - contento di essere italiano. Contentissimo che ci siano ad alto livello scienziati italiani con un cuore, con la passione di giocare le esigenze del cuore nell'incontro con il reale. La parte più belle e nobile di questo mestiere. 

L'unica cosa a dargli senso, secondo me.  



lunedì 20 giugno 2011

Cefalù Meeting, appunti e impressioni

Una settimana a Cefalù (in Sicilia) per il meeting "Advanced Computational in Astrophysics". Una settimana in cui sono successe tante piccole cose belle, che mi hanno fatto capire di aver fatto bene a vincere le mie resistenze, ad andare. Perché poi uno si fa prendere dall'inerzia, dalla paure di non essere abbastanza bravo, abbastanza  capace. Così non si mette in gioco. Sbagliando.

Meno male che sono andato. Il talk sulla web application VOGCLUSTERS è andato bene (qui ci sono le slides), ma la vera sorpresa è stata l'amicizia confermata con colleghi, con persone, che conoscevo più o meno bene. In un caso è stata una conoscenza nuova e un approfondimento di stima reciproca, gratificante. Il lavoro è stato non troppo faticoso ma continuato; e in questo contesto aver percepito un senso di fiducia verso di me, da parte della gente intorno, è stato veramente un balsamo, contro le insicurezze con le quali devo convivere.


Cefalù...
La piazza del Duomo, con la locandina del congresso in primo piano...

E dai momenti di sconforto nel giorno dell'arrivo (a stare senza la famiglia per una settimana, "affrontare" il problema di parlare in pubblico...), fino alla crescita di confidenza, pian piano, per le cose che succedevano - pur attraverso tutti i miei limiti - è stata una bella progressione. Da guardare, perché in fondo non dobbiamo fare nulla, se non guardare cosa fa Lui, nella nostra vita. Tutta la ribellione, o l'ansia di fare, alla fine deve approdare a questa sponda (e per certe cose, ragionavo, anche il senso di impotenza a migliorarsi in certi difetti, anche quello può servire, a capire che da soli non possiamo far nulla). La pretesa che diventa domanda, come leggevo proprio in questi giorni.

E' un lavoro da riprendere sempre, ogni mattina. Niente di acquisito, niente da buttar dentro il perimetro delle cose "possedute", per passare oltre. Qui non si tratta di passare oltre, si tratta di mettersi nell'atteggiamento giusto per camminare davvero, magari zoppicando, ma camminare davvero. Un lavoro da riprendere ad ogni istante: il supremo lavoro della nostra libertà. Cercando di leggere anche i segni dentro la nostra inquietudine, questa "inquietudine che nessuna cosa concreta riesce a colmare" (per usare le parole, così piene di realismo, che il papa ha pronunciato appena ieri)

Cefalù mare...
Le case che si affacciano sul mare...

Cefalù è splendida, una piccola gemma. E' come un microcosmo in cui si trova tutto, il Duomo, il mare, la spiaggia, la stradina deserta e Corso Ruggero affollato di negozietti colorati, il lungomare con i ristoranti, la gente che si muove, chi vestito di tutto punto chi con costume, parèo e ciabatte da spiaggia.


Alcune cose succedono quando devono succedere (o forse tutte, ma di alcune si ha percezione più chiara), la settimana a Cefalù è probabilmente una di queste.

venerdì 15 aprile 2011

Premio Castellani, appunti sulla terza edizione

Mercoledì ho preso parte, in qualità di membro della giuria giudicatrice, alla cerimonia del Terzo Premio Vittorio Castellani, riservato agli studenti delle scuole della Provincia di Teramo, ed incentrato quest'anno (su mio suggerimento) sul rapporto tra stupore e conoscenza, con riferimento alla frase di Gregorio di Nissa (IV secolo) secondo il quale "Solo lo stupore conosce".

Quella che segue, per brevità, non è un resoconto dettagliato della manifestazione, ma solo due o tre spunti centrati - con massima e discutibilissima parzialità - sulla mia partecipazione (secondo la saggia prescrizione... parla di ciò che sai meglio!). Questo non per mettere in secondo piano gli altri interventi e accadimenti, belli e degni di menzione, che probabilmente troveranno spazio in resoconti ufficiali dell'Osservatorio di Teramo. Tantomeno per dimenticare che, grazie al cielo, i veri protagonisti sono i ragazzi delle scuole, con i loro elaborati.

Tra gli altri, in commissione giudicatrice, c'era Oscar Straniero, direttore dell'Osservatorio di Teramo, che conosco bene, poi l'astronomo Mauro Dolci, che è diventato mio caro amico con il quale ho scambiato varie opinioni su scienza, fede, razionalismo, stupore,  al quale devo davvero molto, per l'organizzazione di questa e delle passate edizioni, per la passione e la professionalità che ha messo in gioco. Ezio Sciarra, matematico, che sedeva vicino a me, ha fatto un intervento molto interessante sulla filosofia della scienza.

Per quanto riguarda me, ebbene, non ho parlato moltissimo, ma sono stato molto contento di aver potuto dire quello che mi stava a cuore. Tra le cose che mi hanno colpito, anche  la scoperta di come l'interesse per il tema, mi aiutasse molto a superare l'emozione e l'impaccio di parlare in pubblico.  

Ho esordito con un pochino di introduzione sul fatto che davvero ero stupito degli elaborati, che la mia partecipazione in giuria giudicatrice l'avevo inizialmente presa come una "seccatura" ma poi, come ho scritto su questo medesimo blog, rapidamente mi ero emozionato, nel leggerli. Insomma, il tema dello stupore mi aveva davvero preso, e l'altro ieri ne ho fatto di nuovo esperienza. Così  mi sono permesso di parlare più "di cuore", cosa che di solito mi riesce molto difficile.... e da alcuni feedback che ho avuto sembra sia stato apprezzato.

Sembrerà banale, ma sono contento di essere stato "presentato" come scienziato e scrittore. E' bello quando quello che fai viene definito in modo lineare, semplice. Già questo, ho notato, ti aiuta ad uscire dal magma dei tuoi dubbi. Mia moglie qualche giorno fa, in merito ai miei continui rimuginamenti sulla mia abilità "letteraria", mi aveva detto una frase analogamente semplice, del tipo "Certo che sei uno scrittore: se scrivi, lo sei". A volte le mogli sanno essere deliziosamente lineari e semplici (perlomeno la mia...).

Tutti in fila (io son quello più a destra, in caso ve lo chiedeste....)
Ho continuato leggendo un mail pervenutomi da Marco Bersanelli (coautore di uno dei libri dati in premio, che guarda caso ha lo stesso titolo dell'edizione del premio...), di cui mi sono impudicamente dichiarato "fan". 

Caro Marco Castellani,

grazie per avermi mandato contributi dei giovani per il Premio Castellani,
che ho letto con piacere. Mi hanno colpito tutti, per vivacita' espressiva
e per intensita' esistenziale. Auguro a ciascuno dei ragazzi che la loro
capacita' di stupirsi e di commuoversi di fronte al cielo stellato non
diminuisca nel tempo, ma che con il passare degli anni diventi una fonte
sempre piu' grande di gratitudine e di vera conoscenza.

Un caro saluto,

Marco Bersanelli

Ho approfittato del fatto che la rappresentante dell'UNESCO avesse fatto menzione alla poesia (attivando i miei recettori!), così ho accennato a mia volta allo stupore e alla poesia come "antidoti" alla violenza (non credo sia una mia idea originale, però io ne sono proprio convinto),  importantissimo per le giovani generazioni. Beh, veramente, importantissimo per tutti...

Qui sto dicendo qualcosa... non ricordo cosa.... 
Come mi era stato anticipato, Mauro mi ha poi rivolto un paio di domande (tradimento! Secondo quanto mi era stato "promesso", doveva farmele la simpatica presentatrice ufficiale, di aspetto - Mauro non me ne voglia - percettibilmente più ... "gradevole" ... vabbè...).

La prima, sul rapporto con lo stupore di mio papà, eclettico uomo di cultura (dall'astronomia alla speleologia); avendo riflettuto sulla cosa mi sembrava di aver individuato un tratto comune in tutto il suo approccio, ed era la curiosità di "come" funzionano le cose, da un termosifone, un frigorifero, fino ad una stella, oppure ad un cunicolo costruito tanti anni fa. Curiosità, stupore di fronte al dato, all'evidenza del reale. 

La seconda domanda verteva su come mi rapportassi allo stupore in particolare come persona credente, e come il fatto influisce sul lavoro dello scienziato. Domanda intrigantissima!  Come nonleggere una altra bellissima frase di Bersanelli? Eccola:

"...effettivamente nella comunità scientifica c’è un buon numero di scienziati che, contrariamente all'immagine che normalmente se ne ha, vive un’esperienza di fede. E la vive "positivamente": non come un problema da conciliare, in qualche modo, con la conoscenza scientifica ma proprio come allargamento della ragione, la quale trova nel metodo scientifico uno dei modi con cui rapportarsi al mistero della realtà. Questa è anche la mia personale esperienza. È come se la fede, anche in questo caso, fosse capace di rendere più bello ciò che è bello e più vero ciò che è vero, offrendo il contesto della totalità a quello che altrimenti rimarrebbe un particolare, sia pure affascinante, come quello della conoscenza scientifica" (presa da questo articolo; i neretti ce li ho messi io adesso)

Che altro aggiungere? Ho detto appena qualcosa su come possa essere più bello studiare il cosmo se si è convinti che non si sia davanti ad un universo freddo e impassibile, ma che Qualcuno si interessi del tuo destino; di te.

Chiaramente ci sono grandi scienziati credenti e altri atei, dunque essere scienziato di per se non equivale a prendere una posizione sulla fede.. e poi ("rubando" dall'insegnamento di Luigi Giussani, che ho poi citato) ho parlato del fatto che la fede non sia un punto di arrivo, ma di partenza, perché la sfida a decodificare il reale secondo la fede è di ogni giorno.

La tentazione di sentirsi "a posto" con la propria visione del mondo, di starsene tranquilli, può infatti prendere tutti, indipendentemente dal credo che professano, dalle proprie convinzioni. Eppure ogni verità è a mio avviso essenzialmente dinamica (e soprattutto la Verità con la maiuscola), esige un confronto continuo, una verifica, quasi una "lotta". Soprattutto, esige una resa, un arrendersi, un cedere (come dice bene Juliàn Carron), un cedere a quello che esiste, abbandonando le proprie immagini e le proprie pretese.

E' un lavoro continuo, esige mille ripartenze (per chi scrive, diecimila o più, e parliamo anche di partenze da meno infinito...). Ma direi che vale la pena. Anzi, che nulla vale la pena così.

domenica 3 aprile 2011

Sui tanti modi di vedere...

Si potrebbe dire, sui tanti mo(n)di del vedere... la stessa cosa. La (n) mi è venuta così, mi piace che tra modi e mondi vi sia una separazione di appena una lettera. Un modo diverso di vedere una cosa può essere un'altro mondo, davvero. Tipo il bicchiere mezzo pieno, anzi di più.

La cosa di cui si parla qui è un normale blog, tipo questo. Ammesso che sia "normale". Comunque ecco, entro su blogspot per verificare delle cose e mi accoglie un avvertimento che mi avverte (è il dovere suo, tutto sommato) che il mio blog, il frutto sudato del mio ingegno (passatemelo dài) si può fruire in molti molto modi. Da adesso, almeno.

La vista "flipcard"delle mie cogitazioni, è qualcosa (almeno per me) di abbastanza emozionante...

Cioè, sono arrivate le Viste dinamiche. Nientemeno. Tutto elaborando, mi pare di capire, i feed RSS, queste capsule di informazione che viaggiano da un sito all'altro. Ah quanto mi piacciono i feed RSS, sono come magici mattoncini di Lego, costruisci una cosa dentro l'altra, mischi, elabori (appunto)...

E stavolta mi hanno sorpreso ancora, si potrebbe dire. Intendo, questi di Google. Bel lavoro. Guardate in quanti modi si possono gustare i contenuti di questo blog (ok ok, anche di altri... ):


... Bellino, no? Quale vi piace di più?

lunedì 21 marzo 2011

Stupirsi delle cose...

"Stupirsi delle cose è tenere sgranati gli occhi sul reale e  vederle come per la prima volta, nel miracolo del loro esserci e della forma". Mi imbatto in questa citazione di Heidegger e subito mi blocco, stupito a mia volta. E' proprio bellissima, è assolutamente fantastica, vera. 

E' posta all'inizio del mio file PDF che contiene gli elaborati da valutare (nella sezione "saggistica") per il "Premio Vittorio Castellani 2011". Il tema della terza edizione accoglie il mio suggerimento relativo alla frase di Gregorio di Nissa, ed infatti è "Solo lo stupore conosce" (che è anche un bel libro sull'indagine scientifica, di Marco Bersanelli e Mario Gargantini).

Sono contento di aver accettato di essere nella commissione di valutazione degli elaborati. Sono contento perché, sia quelli di narrativa che quelli di saggistica, come pure alcune foto, mi hanno fatto capire - al di là di tanti discorsi - di quanto sia importante proteggere e custodire il senso di "stupore" dei più giovani, di quanto sia vivo in loro e al contempo sia "fragile", minacciato dal cinismo di chi non crede in niente, dai meccanismi del profitto e dall'utilitarismo che (senza demonizzare il tempo presente) sovente tanta parte rivestono nelle interazioni sociali.


Paris Exposition: night view, Paris, France, 1900
Paris Exposition, vista notturna, anno 1900

Tu pensi allora, beh viviamo in un mondo disilluso, cinico. Vedi i ragazzi più piccoli, a volte ti sembrano già orientati in questo senso, già "scafati", senza magie, senza grandi sogni. Concreti. Pratici.

Poi apri questi temi, di ragazzi comuni, delle scuole medie, del liceo. E che sorpresa... li trovi, spesso, intrisi di candore, di autentico stupore (al di là di certe espressioni di maniera). Si raccontano, molti, con il naso in sù, davanti al cielo stellato. Ti parlano dei racconti dei genitori, dei nonni, parole narrate sotto le stelle, in uno stupore condiviso, trasmesso. Ti si allarga il cuore. In alcuni punti, ti commuovi, davvero. E scopri che c'è qualcosa, sì. C'è un "motore formidabile" per la conoscenza, e per la vita, che è il cuore. 

"Il cuore è un'energia infinita: è sete d'infinito! È un'energia infinita che si pone come esigenza che ha in sé la capacità di riconoscere ciò che le corrisponde" (Luigi Giussani)

Allora capisci che c'è qualcosa che va custodito. Che gli educatori hanno una responsabilità grande, grandissima, esaltante. Portare ai più piccoli il senso dell'aprirsi al mondo come una "grande avventura", come una strada bella, a volte faticosa, a volte aspra. Ma bella.

"Auguro a ciascuno dei ragazzi che la loro
capacita' di stupirsi e di commuoversi di fronte al cielo stellato non
diminuisca nel tempo, ma che con il passare degli anni diventi una fonte
sempre piu' grande di gratitudine e di vera conoscenza."



Così mi dice Bersanelli, che ha accettato di leggere parte del materiale del concorso, in una email recente.

C'è una bellezza, un senso, che non muore. E quando lo avverti, ti permetti - a 15 anni come a 100 - di stupirti delle cose. Di esserne grato. Così che la gratitudine e la vera conoscenza procedono affiancate, come nella frase di Bersanelli. E ognuna aiuta l'altra.

mercoledì 9 marzo 2011

Si presenti alle due...

"Allora, si presenti alle due davanti alla filiale della banca", mi fanno alla guardiola.
"Ma.. "
"Sì, vicino alla mensa. Troverà una ragazza. Le fanno la foto, poi possiamo fare il badge"
"Ok, va bene."

Accidenti proprio oggi che mi sento uno zombie. Vabbè famola, 'sta foto. Entro in istituto e me ne vado a lavorare. 

Pranzo. 

Ecco, il momento fatidico si avvicina. Qualche minuto alle due. Inutile aspettare, prendere tempo.

Vado.

Arrivo davanti alla banca. Non c'è nessuna ragazza. Chissà com'è la mia faccia. Ci ho un sonno addosso che veramente.... Poi a quest'ora...

No, ora una ragazza arriva. Molto professionale, vestita di una divisa blu. Con una cartellina in mano. Si guarda intorno, mi scruta, si vede che si interroga. Mi interrogo anch'io. Forse è lei.

"Marco Castellani?" mi chiede.
"Sì sono io". Tanto è inutile mentire, ormai.

"Bene, è stato puntualissimo."
"Beh, sono appena arrivato..." come per scusarmi, quasi fossi in torto.

"Venga con me che facciamo la foto."
"Vengo" rispondo rassegnato.

Entriamo in una piccola stanza. C'è una macchina fotografica montata su un cavalletto, una sedia. Dietro sul muro è appeso un telo verde. Difficile equivocare. 

"Mi siedo?" accenno timidamente.
"Sì, si sieda lì che facciamo la foto"

Woman with camera
Woman with cameraGeorge Eastman House Collection

Mi pare molto giovane, ma anche molto nel suo ruolo. Asciutta, efficiente. Cortese esattamente quanto si addice alla situazione. Non deborda, non fa osservazioni di alcun tipo. Non riesco ad essere colloquiale. Poi mi da del lei, per giunta. Se uno mi da del lei mi sento più schiacciato sulla distanza.

"Ecco, però dovrebbe mettersi più dritto"
Accipicchia. Già ripreso. Va bene, mi metto dritto. Tento di sorridere. Come faccio a sorridere a lei, così asetticamente professionale? Mi sento scemo. 

Provo lo stesso. Devo pensare che sorrido alla macchina, non a lei. Non perché non sarei disposto a sorriderle, ma temo lo prenda per un mio svalicamento di ruolo. 

Due flash impietosi congelano i miei pensieri.

"Se può compilare il modulo, intanto..."

Compilo. Chissà questo sorriso se ha funzionato.

"Ecco, io terrei questa...." mi dice. Guardo lo schermo del computer collegato alla postazione. Mamma mia. Vedo un tipo buffo, un sorriso incerto. Mi pare di scorgere delle occhiaie. Neorealismo senza pietà. Mi fa vedere l'altra. Anche peggio. 

Temo per un momento che si metta a ridere, o si lasci scappare qualche commento. 

Niente. Rimane nel suo ruolo. Non riesco nemmeno a sentire quello che pensa. Per fortuna.

"Passi in guardiola più tardi, quando esce le fanno già avere il nuovo badge".

"Ah abbiamo fatto presto" azzardo un commento di circostanza, per sdrammatizzare (ma il dramma lo sto vivendo soltanto io). Il mio commento non viene commentato. 

Saluto. Ritorno alla postazione di lavoro, un pò mogio. Incontro una collega fuori dalla porta.

Le racconto. "Ci siamo passati tutti", mi dice saggia. Mi fa vedere la foto del suo badge solo un attimo, con riluttanza. Non mi sembra male. La mia sarà certamente molto peggio.

Vabbè. Ci siamo passati tutti...