domenica 10 luglio 2016

Casa di vacanza

Allora, per (almeno) un po' i miei post saranno qui.
Il motivo invece si trova qui e anche qui.


Se venite a trovarmi, mi fa piacere. Tranquilli, c'è molto posto.
Una cosa, soltanto: le bibite fresche le portate voi?

lunedì 20 giugno 2016

Un nuovo pensiero

Sono d'accordo con Marco Guzzi, che propone una lettura significativa e profonda del recente risultato elettorale. Sono d'accordo nel senso che sembra  anche a me di poter cogliere un segno dei tempi, in quello che succede. Ed anche, sì, in quello che esce dalle urne.

Proprio ieri pomeriggio, mentre ero in giro accompagnando la consorte in alcune commissioni dopo aver votato, mi capitava di pensare questo, che l'atto più significativo a livello politico che possiamo fare, e da subito, è esattamente quello di darci pace. Questo è un atto sia psichico/interiore che politico/esteriore, veramente significativo, veramente suscettibile di incidere nel reale.



Banalmente, se riesco ad acquietare i miei moti interiori, se riesco a darmi pace, almeno un pochino, torno immediatamente soggetto attivo del vivere sociale e dunque dell'agone politico. Soggetto attivo, che non è sballottato qua e là da una catena di necessità interne/esterne, ma che - parallelamente al lavoro di liberazione interiore - guadagna margini di ponderatezza, per diventare finalmente una presenza nel reale. Per agire e non reagire. 




Oggi più che mai, la politica ha bisogno di soggetti così, di persone in cammino.

Oggi più che mai, l'unica vera novità è accogliere questa ipotesi, porre mano a questa opera di lenta e progressiva lavorazione che va portata avanti a molti livelli contemporaneamente. Già nel post riguardante il comunicato di CL in effetti mi sembrava di poter rilevare una simile attenzione allargata, possiamo dire, a comprendere le più intime istanze dell'umano insieme ai più urgenti e necessari orientamenti nell'ambito del sociale e del politico. 

Stante così le cose, va anche compreso che ci vuole tempo. E' un processo lungo di riconversione quello a cui siamo chiamati. In fin dei conti, ci stiamo ancora disintossicando da un'epoca in cui si pensava che dalla rivoluzione sarebbe seguita la pacificazione e l'appianamento anche dei problemi più interiori, la cui causa ultima era del tutto ricondotta ad una sofferenza sociale. 

Ora iniziamo a comprendere che la strada più autentica - quella che non deve rinnegare nulla - corre semmai nel verso opposto, ovvero dalla pacificazione di sé arriva la vera rivoluzione (anche) sociale e politica. A legare di un nuovo patto di amicizia, la parte più interna dell'uomo, con le istanze più apparentemente "esteriori" del vivere sociale, e - come dicevamo l'altra volta - del bene comune. 

Quello a cui anche questi risultati elettorali ci chiamano (senza nulla togliere al loro significato più schiettamente politico, la cui analisi lascio ad altri ambiti) non può essere ignorato, ed è davvero un richiamo ad un nuovo modo di essere umani. Un modo più relazionale, dove la politica è una conseguenza inevitabile di un approccio più liberato e più gratificante verso il mondo interno ed esterno, cioè verso l'universo intero del nostro essere uomini. 

mercoledì 4 maggio 2016

Il bene della politica

Chi segue un po' da vicino questo blog sa bene che tra gli argomenti non trattati c'è un grande protagonista: ed è la politica. Lo ammetto, c'è qualcosa nel pessimismo appiccicoso ed inconcludente che serpeggia in giro, che alimenta e contagia anche i miei pensieri. Sì, d'accordo, pessimismo ampiamente motivato, circonstanziabile in una miriade di casi particolari, tutti ugualmente deprimenti.

Tento un paragone, e mi scuso se per brevità lo declino in modo un po' grossolano: voi seguitemi ugualmente. Un tempo il sesso veniva spesso (ingiustamente) pensato e raffigurato come sporco, come qualcosa di cui non parlare, di cui vergognarsi e far vergognare. Finalmente, e con grande ritardo, si è affacciato con l'epoca moderna un modo diverso di guardare alla sfera sessuale, alla natura stessa del piacere. Di viverlo diversamente. Questo non possiamo che salutarlo come un passo avanti importante in umanità.

Anche 'destra' e 'sinistra' sono categorie interpretative alquanto arrugginite, ormai... 
Ora mi sembra però che sia la politica ad aver preso in qualche modo il suo posto - ad essere cioè assai spesso associata all'idea di sporcizia, di ipocrisia, di falsità. Quella politica, proprio, che negli anni in cui sono cresciuto (gli anni del muro di Berlino, diciamo) era investita - a volte squassata -  da maestosi e totalizzanti impeti ideale, invece. Magari imprecisi, sbagliati nelle modalità attuative, nel loro carico ideologico, nel loro irriflessivo rimando alle grandi utopie dell'ottocento - ai sistemi per i quali si sarebbe potuta rendere la terra un paradiso. 

Al non fare i conti con la natura umana, dunque violentandone l'intima struttura. Del resto, gli uomini sono così, ci dice Eliot (un poeta, dunque uno che di uomini se ne intende): "Essi cercano sempre d'evadere/ dal buio esterno e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d'essere buono"

La delusione di tutte le rivoluzioni mancate - impietosamente smascherate dalla storia nella loro falsità utopica e dunque violenza intrinseca - gli scandali della cosiddetta  prima e seconda  repubblica... Ebbene, tutto questo ci ha lasciato un'onda lunga di disagio e delusione che non è facile lavar via. La scambiamo semplicemente per consapevolezza. Quel senso di amaro che ci lascia in bocca, lo prendiamo per una testimonianza di realismo.

Anche per me è così. E' esattamente così.

Ecco perché spesso preferisco parlare di altro, di quello che mi fa sobbalzare il cuore. Che sembra sovente lontano anni luce dalla sfera dell'azione e del pensiero politico.

Però poco fa, leggendo il volantino La politica è un bene, diffuso da Comunione e Liberazione in vista della prossime elezioni amministrative, non ho potuto fare a meno di esultare, nell'intimo. Trovare in una pagina appena tutto quello che serve - che mi serve - per riconsiderare questa storia, la storia, e guardarla con un angolo di vista ancora possibilmente positivo, concreto, infine liberante, non mi è parso vero. Non lo credevo più possibile.


Un modo - dico subito - che può interessare tutti, al di fuori di ogni steccato politico o confessionale. Finalmente. Perché c'è, nei tempi presenti, una imponente pulsione rinnovativa, una esigenza di ricominciamento, che è totalmente aliena ad ogni steccato, divisione, ad ogni modo pigro di pensare le cose. Ed è ormai l'unico possibile. Pena la rovina totale, il collasso sociale/politico e personale/psichico (la crisi, lo sappiamo, è una crisi a molti livelli).

Leggetelo, se potete. E fatevi la vostra opinione. 

A me colpisce intanto per il coraggio di individuare, come dicevamo, la disaffezione dalla politica in motivi ontologicamente extrapolitici, in quella "crisi che si manifesta come noia invincibile, misterioso letargo". 

E poi l'amore, da quanto un volantino politico non parlava di amore? L'amore che - citando Papa Francesco - è vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica, intellettuale" Parla di amore, parla di qualcosa che mi interessa, come uomo, che mi afferra e mi trascina, in quella domanda inesausta di felicità, di compimento. Ecco che l'affettività e l'ambito sociale sono ricompresi nella stessa intima relazione.

Capite? Intima. Ecco perché torno a parlare di politica. Perché finalmente quello che leggo si collega ad ogni cosa che mi fa vibrare, che mi fa balzare il cuore nel petto. Ad ogni motivo per cui me lo fa battere, ancora. 

Forse esiste allora, esiste un modo di occuparsi di politica, che non è solo l'amarezza del limite. Che valorizza il positivo: Si sottolinea il positivo, pur nel suo limite, e si abbandona tutto il resto alla misericordia del Padre (Luigi Giussani) 

Presi così per mano, confortati da un angolo di illuminazione che vede un nuovo interesse nella sfera sociale, si arriva di fronte alla scelta, una scelta che coinvolge tutto l'uomo, ed è radicale. Ed è proprio la scelta che questo tempo estremo esige: 
Chi si candida alle prossime elezioni amministrative può farlo per ritagliarsi la sua piccola fetta di potere, alimentando così la stanchezza della libertà e della responsabilità della gente; oppure può mostrare che si può cercare il bene comune – con umiltà e senza tornaconto personale - attraverso il dialogo e l’incontro. Ogni candidato può testimoniare che la politica è un bene, operando con realismo e prudenza, senza fare promesse che non può mantenere.

A costo di apparire semplicistico, o ingenuo, dico che per me è tutto qui. Che non c'è altro da sapere, che questo è un criterio realistico e molto pragmatico, questa è una bussola vera, una indicazione verso un percorso estremamente concreto. 

Concreto, come ogni cosa che coinvolge il cuore.

martedì 26 aprile 2016

Perfetti sconosciuti, questa imperfetta bellezza dell’umano…

Lo dico subito: a me è piaciuto.

Certo è un film molto parlato. Un film dove la sceneggiatura è di importanza chiave, ed altrettanto la recitazione degli attore. E’ davvero un film teatrale, nel senso che sembra pensato espressamente per una rappresentazione in palcoscenico.


Ed è, a mio avviso, un film che svela la bellezza dell’imperfezione umana al di là di ogni possibile esitazione, di qualsiasi parvenza di residuo dubbio. Di questa bellezza dell’imperfezione voglio parlare qui, rinunciando a seguire tante altre considerazioni che pure si potrebbero utilmente condurre.

Perché gli amici che si radunano tutti insieme a cena, e per un bizzarro giochetto condividono i flussi informatici che passano attraverso i loro cellulari — elidendo temporaneamente ogni barriera conoscitiva — azzerando ogni password, alla fine questo mettono in comune: la loro umanità.

Umanità tenera, scabrosa, povera e sfolgorante insieme.

Così si palesano e si condividono tutti i trucchi, i piccoli intrighi, le traballanti e perfino risibili strategie di compensazione ad un vivere senza meraviglia (perché proprio non ci si rassegna ad un vivere senza meraviglia, non venite a dirmi il contrario).

Poiché non si tratta appena (o soltanto) di tradimenti o grandi decisioni, di epiche svolte di vita o saldi proponimenti, ma di tutte le piccole fughe dal viver quotidiano (che sono oggi rese possibili attraverso la Rete, ad esempio): dall’invio di foto osé per sfuggire al vuoto della sera, al gioco di seduzione a distanza, gioco che vibra continuamente su una molteplicità di stati tra il provocatorio, l’equivoco e la richiesta di contatto, di calore.

Ecco, in questo vedo la grandezza del film. Nel portare sotto i nostri occhi, tramite l’artificio narrativo della condivisione totale degli smartphone, che l’uomo — ogni uomo — è molto molto di più complesso ed irregolare e dolorosamente slabbrato rispetto ad ogni immagine idealizzata (e dunque ultimamente violenta) al quale vogliamo ridurlo (o vuole ridurre sé stesso).

Sì. L’uomo è irrequieto, incongruente, dolorosamente aperto, arrabbiato, lieto, triste, in ricerca, deluso, divertito, disperato, dolce. E questo viene fuori bene dal film, che in questo senso non fa sconti. E se la retorica fa capolino qua e là (come il personaggio gay trattato in chiave un po’ inutilmente buonista, a scapito forse di un maggiore realismo), non lo fa tanto — grazie al cielo — da intorbidire questa cifra stilistica.

Così che ritorniamo a pensare a questo, a cosa possiamo fare per un uomo così. Così perso tra ideali mancati, compensazioni quotidiane, equilibrismi sentimentali e morali. Cosa possiamo fare?

Cosa possiamo fare, se non amarlo?

Amarlo, sì. Perché è un uomo così che è amato, non l’uomo ideale. Un uomo carico di tutti questi difetti, è amato tantissimo.

Quando entriamo nel mistero di Dio di “questo amore senza limiti”, ha detto il papa , rimaniamo “meravigliati” e, forse, “preferiamo non capirlo”.
Nessuno dei personaggi esce da quella serata, da quella cena, pensando di diventare migliore (ecco un’altra cosa che mi piace, del film, il suo candido realismo). Ma noi che guardiamo, noi impariamo forse qualcosa. A sorridere appena, a stemperare la tristezza sempre aperta sulle nostre compensazioni, ad aprirci ad una diversa possibilità.

Di essere salvati (cioè di avere un senso di vita) dentro tutto questo: di essere, per dire, salvati dentro la nostra stessa incapacità di cambiare.

Esattamente. Cosa rimane dunque, di quest’uomo, se non amarlo?

Amarlo, perché un uomo così è amato. Un uomo come tutti noi.

Sì, io sono amato così, come sono. Questo è l’inizio e il compimento di ogni possibile rivoluzione del mondo e di me stesso, di ogni ipotizzabile dinamica trasformativa psicologica/politica.

Solo questo: capire, sentire, che sì, sono amato così.

martedì 29 marzo 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot

Se adesso parlo del film Lo chiamavano Jeeg Robot - badate bene - non è per tentare una recensione. D'altra parte, c'è chi lo fa già molto bene. E' invece occasione per prendere spunto e ragionare su delle suggestioni, dei frammenti luminosi. Attraversare con la mente e il cuore delle immagini, dei suoni, dei volti. Dei sorrisi, dei corpi.

Non spendo parole sulla trama, questa d'altra parte si può agevolmente reperire in rete. Non le spendo non perché non sia importante, ma direi male delle cose e ruberei invece spazio a quello che davvero voglio dire.

Enzo ed Alessia, in una sequenza del film...
Mi spiazza, intanto. Già dai primi istanti capisco che non può scorrere via senza lasciami un graffio, una ferita. Molto crudo per diversi aspetti. Sarò io che non sono abituato a certe scene così forti, ma faccio fatica a digerire il primo tempo. Le immagini decisamente non mi accarezzano.

E' appena una azzardata analogia, ma in un certo senso mi rimanda a Delitto e Castigo, per quella parte di desolazione e violenza che si espande, si espande fino a farti sentire una stretta al cuore, farti intendere che è tutto, che è tutto quello che esiste. E che comunque, se pur esiste altro, qui ed ora, se pure esistesse: ebbene, in questo universo, in questa borgata romana, non entra, non detta regole, non istruisce il reale. E' come se fosse altrove, distante, disperso. Ultimamente, dunque, è come se non esistesse. Lo sai bene, ormai: quello che non avverti, in fondo, per te non esiste. E' un puro nome, vuoto.

A volte sembra che devi arrivare in fondo, completamente in fondo. Che devi lasciare ogni riserva residua, ogni spazio mentale per dire ma tanto cambierà. Abbandonare ogni tua strategia per cambiare. Devi arrivare ad accogliere quello che succede, esattamente come succede. Sembra a volte che solo lì, solo davanti ad una tua resa completa, possano accadere quegli imprevisti che ti rimettono in gioco.

Sì è un film crudo, sicuramente. Ma questo registro espressivo, si scopre piano piano, non è gratuito, non è fine a se stesso. Perché il contrasto è più vero, poi, te lo senti addosso. Il contrasto con la bellezza e la dolcezza che poi fioriscono, sbocciano (come avviene nell'ultima parte del romanzo di Dostoevskij attraverso la presenza carnale di Sonja). Ma no, non appena il contrasto. Perché non si procede per contrasti, ma per compenetrazioni. Ecco se dovessi descrivere il punto infuocato del film, direi questo: la bellezza che fiorisce dove non ti aspetti.

Ma ancora, non è appena questo. E' molto di più. Che la bellezza, la dolcezza, arrivi in una situazione di estrema violenza e totale disincanto, materialismo arruffato e totale, pornografia e disperazione, uno se lo può anche aspettare. Può contemplarne la possibilità, diciamo. Ma metti caso invece che la bellezza e la dolcezza non piombino intatte ed inossidabili dall'esterno, al suono limpido e trionfale di un hollywoodianamente salvifico arrivano i nostri. A questo siamo abituati, è roba vista. E' consona al nostro modo pigro di pensare.

No, quello che mi colpisce dentro, davvero, è accorgermi di una bellezza che fiorisce dentro alla miseria e al degrado. Che non arriva da fuori, in una improbabile (ed ultimamente irritante) esportazione della virtù impermeabile a ciò che incontra ed ansiosa soltanto di redimere. Invece, una bellezza che sposa completamente, accoglie integralmente lo spaziotempo in cui si trova, vive e si sviluppa e brilla in quell'esatto sistema di rapporti. Non ha l'ansia di redimere il marcio, perché nel marcio fiorisce: non perché ami il marcio (anche non si fa problema di questo), ma è perché lì ha la sua funzione d'essere (diceva del resto il grande Fabrizio de André, che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior).

Così seguo Enzo, questo ladruncolo di Tor Bella Monaca, nella sua vita di espedienti e di miseria morale e materiale. Lo seguo, lo spio nella miseria della sua vita quotidiana, fino a che mi viene addosso la sensazione che niente la possa cambiare. E io, così infarcito di pensieri borghesi e di trito buon senso, sarei tentato di lasciar perdere, di non guardare più, di pensare ad altri, ad altro. A darlo per perso. Siamo tutti d'accordo, noi gente per bene, Enzo è perso. 

Però il cuore non è contento. Dire Enzo è perso non lo fa contento. Lo rende pratico, calcolatore, pieno di buon senso (e come non può essere perso, non lo vedi? Perché impiegarci tempo? Ma lo vedi che fa?). Perché non c'è niente da fare - il cuore è contento solo se gli viene spiaccicata davanti la notizia che nessuno è mai perso, nessuno mai. Fino all'ultimo.

Come grida al mondo il cuore di Papa Francesco, tra l'altro. Esattamente così. Dice cose enormi così, e io poi le riduco continuamente alla mia piccola misura. Davvero, sarebbe da prendermi a schiaffi. Ma intendetemi: con gioia, non con rancore. Sì, prendermi a schiaffi (non troppo forte, ovviamente...) con gioia, ridendo come un pazzo, perché vuol dire che mi sto finalmente svegliando.

Così l'amore, inaspettato, inatteso: insomma è quello il canale. Che riversa grazia, dolcezza, che innesta un cambiamento. Siamo seri, nessun discorso, nessuna predica o nessun atteggiamento da crocerossina, nessuna ansia redentrice sarebbero serviti, in quel misero comprensorio di Tor Bella Monaca. E' l'amore che apre un canale, lo apre quando e dove dice lui.

L'amore è davvero capace di cambiare una persona. Ci sono certi superpoteri in ballo (per la cronaca, pare che fare il bagno nel Tevere non faccia sempre così male, anche se vi invito a non provare). Ma il vero superpotere è l'amore di Alessia. Anche qui, una che all'inizio non gli avresti dato un euro. Una così disturbata e sfortunata nella vita che sono tentato, anche qui, di darla per persa.

Sono tentato, sì, perché il mio modo di ragionare è orribilmente convenzionale. E' il modo di chi non si aspetta nulla, anche se sostiene tanto spesso il contrario. Dunque è un modo orrendamente volgare, della vera volgarità profonda. Non sono volgari i DVD di film porno che si accumulano nell'appartamento fatiscente di Enzo, suo apparente unico svago. Quella è l'espressione di un grido, semmai. E' molto più volgare il sentimento borghese di non aspettarsi nulla. Questa è la vera , suprema volgarità. E mi dispiace di essere così spesso volgare, così spesso sporco. Ma sono contento di quanto me ne accorgo, di quanto occasioni come questa me ne fanno accorgere. Perché respiro, respiro di nuovo.

L'amore di Alessia, un amore gratuito, innesta un cambiamento. L'amore cambia, non un discorso. Un amore sbagliato, se volete: che nasce nei posti sbagliati, che si alimenta in modo - se volete - approssimativo e rozzo (significativa che l'unico amplesso venga consumato in fretta e in un posto decisamente poco poetico come un centro commerciale). Ma all'amore questo non importa nulla, non gliene può fregà de meno (per dirla alla romana, tanto per fedeltà alla location).

L'amore di Alessia, la sua morbidezza, il suo stesso seno che viene incorniciato in molte sequenze (vabbé, io ci ho fatto caso, lo ammetto...) come silenzioso ma tenace contraltare alla violenza efferata di diverse scene, come vera bellezza disarmata, rimando ultimo ad una possibile promessa di dolcezza, di accoglienza totale... Ecco cosa compie il miracolo, ecco cosa rende Enzo capace di cose che non avrebbe mai pensato di poter fare. E soprattutto, non avrebbe mai pensato di voler fare. 

Perché l'amore sboccia dove vuole, e quando vuole. E ognuno può essere salvato, e può a sua volta salvare, se preso in braccio da questo amore. Ognuno, sempre. Sì fa fatica capirlo davvero, perché capirlo vuol dire, in fondo, rinunciare al nostro delirio di progettualità e alla nostra ipertrofia del giudizio (sugli altri, e su noi stessi).

Vuol dire solo questo, arrendersi a questo Amore. 



domenica 27 marzo 2016

Resurrezione

Non possiamo negarlo. Chi crede e chi non crede sono accomunati da molte più cose di quanto comunemente si pensi. Tra queste direi che c'è una grande voglia di resurrezione. Una resurrezione che non riguardi solo il nostro destino ultimo, ma una resurrezione che si innesti potente e tonificante nella vita di ogni giorno. 

Intendiamoci, però. Una resurrezione seria, è una resurrezione che implica e anzi comporta la vera possibilità di ripartire, davvero. Partire freschi, nuovi. 


Una resurrezione interessante è, peraltro, quella che implica una liberazione. Liberazione da tutti i legacci che frenano la nostra creatività, legacci che in vario modo sono una derivazione dalla paura. Ecco, così sentiamo forte un anelito di resurrezione, quasi ogni giorno. Come ci ricorda Anselm Grun,
La trasformazione della paure è il primo aspetto della resurrezione 
Ebbene, la Pasqua ci dice che in forza di una sola Resurrezione, ogni altra resurrezione è possibile. Che l'ultima parola sui nostri casi non è mai detta, non è mai nell'orbita del nostro ragionamento, del nostro fare e del nostro comprendere. Può essere invece un frutto imprevisto del nostro arrendersi, del nostro cedere.

Un momento: non si pensi qui ad un discorso valido esclusivamente dentro ambiti religiosi. Non mi interessa metter giù un discorso di quelli che si fanno tra credenti. No, affatto. E' un discorso più ampiamente psichico,  come mostra efficacemente una frase di Raffaele Morelli,
"Quanto più entriamo in un altro regno della mente, tanto più si attivano le forze della nostra rinascita. Bisogna uscire dal cerchio dei ragionamenti, dai pensieri sulle cause e le colpe, per diventare capaci di abbandonarci... "
E' dunque a mio avviso un anelito assolutamente trasversale a credenti e non credenti (o diversamente credenti), questo di una vera resurrezione. Le cui implicazioni psicologiche sono fin troppo evidenti: per citare ancora Anselm Grun,
Risurrezione è liberarsi dalle catene (psichiche) e vivere senza blocchi (interiori)
Che poi queste nostre resurrezioni di cui abbiamo a volte un fortissimo bisogno, si appoggino e si innestino in una Resurrezione (quella Pasqua cardine delle feste cristiane, che celebriamo oggi) la quale  sovverte in modo salutare l'implacabile impalcatura cartesiana del pensiero "che pensa sé stesso" senza aspettarsi alcuna sorpresa - che questo sia vero, è certo cosa che implica un salto, un rischio, un atto di fede. D'altra parte, non si evade da una gabbia senza accettare dei rischi, non si intraprende un viaggio come quello del significato (da qualsiasi parte possa portare) avendo in anticipo tutti i dati, conoscendo già tutto il percorso.  

Il viaggio per il significato è intrinsecamente iniziatico, ovvero un viaggio che si chiarisce  soltanto percorrendolo. E questo è già un rischio per un pensiero che vuole sapere tutto in anticipo, per un pensiero che vuole vanificare l'esperienza, come fattore che tendenzialmente sfugge al suo controllo.

E la Resurrezione è qualcosa di profondamente unitivo, anche. Nel senso che - a prescindere da quanto pensiamo di credere o di non credere - è qualcosa che non può non essere il più profondo desiderio di ogni essere umano. Potremo anche decidere di considerarla una favola, ma non possiamo sfuggire al fatto che comunque è la cosa in assoluto più desiderabile che possiamo pensare.

E nell'assenso dinamico alla verità di questo, il pensiero curiosamente si riallinea e si riequilibra. E la liberazione dalle catene sembra una cosa già più possibile. Tanto che a volte - con grande sorpresa! - se ne assaggia perfino un anticipo, un anticipo di gusto.

Buona Pasqua.

sabato 26 marzo 2016

Grido

Estraggo questo passo da un bell'articolo di Federico Pichetto
La verità, quella verità per cui si muore a Bruxelles o si vive in politica da corrotti cercando di arraffare quanto più possibile, quella verità per cui vediamo ogni giorno ondate di migranti sulle nostre coste o ai nostri confini, è molto semplice: dentro di noi c'è un grido che solo se viene fuori, solo se il cuore lo esprime in tutta la sua imponenza, può davvero essere abbracciato, amato e voluto.
 e per una volta sento le parole che esigono che si esca, che si esca dal parlare tanto per parlare, dalla terribile e temibile dinamica per cui il parlare - in fondo - non fa che propagare sé stesso. Il parlare tanto per parlare convinti che non cambi nulla, è il vero inferno, è il posto dove non accade nulla, non accade nulla che già non si sappia, che già non si conosca. 


Qui invece la parola scava e ricerca una consapevolezza nuova, ci interpella perché si faccia un percorso, si inizi e si riprenda un cammino. Il cammino verso noi stessi, esattamente. D'altra parte una storia di fede è sempre un cammino verso la scoperta di sé, il disvelamento di sé. 

Ed ogni cammino interessante è un cammino di cura, è un percorso verso la Cura.

Quel grido, appunto, è un cardine della cura, di ogni cura. Qui c'è la vera rivoluzione. Quel grido che così spesso nella vita cerchiamo di soffocare, di normalizzare, deve invece venire fuori, deve esprimersi. Deve occupare tempo e spazio, riprendere una sua integra dignità. Deve esistere. 

lo sono il mio grido e il mio grido deve esistere.

D'altra parte cosa vuole il grido, se non esprimersi? Cosa vuole il bambino ferito dentro di noi, se non farsi ascoltare, una buona volta? Se non sentire che la sua immensa paura non è più condannata o nascosta, ma amorevolmente accolta? Solo così, una volta tranquillizzato, inizierà a dialogare con noi, a mostrarci anche dei giochi, ad interessarsi ed incuriosirsi. E torneremo a respirare, a darci pace. Attraverso il dolore, inevitabile in certa misura, arriveremo ad essere più umani...
 ... il dolore ci mette in ginocchio e ci apre la possibilità che il misterioso desiderio che ci abita emerga, esploda e — infine — possa essere ascoltato. Non c'è risposta senza domanda.
C'è tutto un mondo a rovescio, c'è il modo di rovesciare il nostro mondo troppo spesso male-detto, male interpretato. C'è il modo di rovesciare il mondo per il quale il dolore non è (appena) una iattura, ma una possibilità. Perché riguarda eminentemente il grido, la possibilità di una risposta.  La risposta a quella ferita aperta, per cui il primo passo, il primo fondamentale passo, è riconoscerla. E' mostrarla, perché riprende vita la speranza, la speranza di tutte le speranze: la speranza che la ferita venga sanata. 

E siccome la ferità in fondo in fondo si alimenta di questo, della paura di morire, la speranza di risanamento non può che sovvertire questo, affermare assai scomodamente questo, riprendere la dolce speranza di non morire mai. Ovvero di morire ma non morire. 

Il grido infatti è questo, alla fine: fa che io non muoia, che io non scompaia. 

La risposta può germogliare nel cuore, quando uno meno se lo aspetta, quando uno non spera più. Perché la risposta è un imprevisto, è esterna al nostro sistema di pensiero. 

E' un avvenimento, non un pensiero. 
Non è un capire, la risposta. Ma un essere presi per mano.

Essere accolti. Noi, con il nostro grido.


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