giovedì 20 dicembre 2018

I pensieri illuminati (cioè, il bordo degli occhi)

Ma tu te li ricordi i nostri sogni / al tempo dei pensieri illuminati così canta Fossati e questo mi ritorna in testa adesso, che riprendo questo post, abbozzato tanto tempo fa e rimasto - chissà - in cerca di una soluzione, di una conclusione.

Sarà che uno tenta di ritornare a quello, al tempo dei pensieri illuminati, e tutte le gratificazioni al mondo che arrivano e continuano magari ad arrivare, non riempiono il cuore come faceva uno sguardo, un solo sguardo, in quegli anni… che tanti pensieri e tanta saggezza non serve a niente non scalda nemmeno come un cerino, finché rimangono solo parole non servono a nulla anzi… mai più saggezza mai più…

Sarà che uno vorrebbe a volte prendere tutto e via, scappare lontano diecimila miglia e tornare a vedere… vedere le spiagge i panorami i tramonti sentire l’odore di cibi esotici vedere le ragazze che ridono farsi sommergere dalle promesse dei loro sguardi dolci, ingenui e maliziosi e correre correre correre e non sapere cosa si potrà fare domani, non saperne proprio nulla, sapere appena che domani sarà una cosa nuova, una giornata diversa e nuova (molto diversa e molto nuova) e avremo ancora sorrisi e avremo ancora abbracci e corse e risate e gente che si stupisce con me, per me… gente che - per dire - può avere voglia di sorridere e amare, vestirsi e spogliarsi, senza stare a dosare e a sgocciolare assensi con parsimonia e inossidabile buon senso…
ma tu te li ricordi i nostri anni.. I tempi delle stelle in fondo agli occhi
E' indubitabile. Ci sono momenti, periodi, che più facilmente si avvertono come magici. Periodi che sono un invito, un invito a venire a vedere, a coinvolgersi.

Perché poi alle volte si rischia di scambiare questo con il tutto. 

Non le bollette, le cose da pagare e le incombenze che ci sono e chissà se oggi magari piove e non i problemi scolastici dei ragazzi e non più le parole oggi sono stanca voglio dormire… e a volte (perché poi, non lo sai nemmeno) non trovi nessuno che ti sorrida più con le stelle in fondo agli occhi, non lo trovi o ti pare di no (forse appena non lo vedi, non lo vuoi vedere), hanno tutti molto altro da fare (ti sembra), molto altro da fare che occuparsi di te e della tua ricerca di stelline negli occhi (ti pare), e una lei che ti guarda normalmente magari ti ricorda di portare la roba in cantina ma lei è anche e soprattutto una bravissima persona e dunque forse è tutto normale, è la normalità, forse sei tu che stai scansando il reale con la tua ansia delle stelline e in qualche modo sei tu, non sono gli altri, in qualche modo sei sempre tu, eppure…


Cosa rimane, cosa rimane? Abbiamo il coraggio di chiedercelo? Cosa rimane adesso delle stelle nel fondo degli occhi? Dei tuoi occhi meravigliosamente intarsiati, amica mia, che ammiravo standoti vicina in metropolitana, dei tuoi maglioni larghi, delle tue esitazioni e della nostra scoperta del vivere nella carne e dei modi tutti nuovi e inesplorati per stare in comunione, in luminosa comunicazione? Cosa rimane se la sabbiolina dorata sembra scivolata tutta tra le mani e se le apri non la trovi più, la cerchi sugli altri e non la trovi più… cosa rimane ancora?

Cosa rimane, se a questo punto non allargo lo sguardo, cerco un senso più ampio che - cadendo dentro tutto questo, smascherando anche la parzialità fallace delle mie percezioni  - lo invera e allo stesso tempo lo ricompatta in una orbita di senso, in una orbita che abbia senso pieno anche adesso?  Cosa rimane se rinuncio a pormi io stesso, prima di tutto, in un orbita di guarigione, se non imparo sempre e di nuovo a guarire?

E' una decisione fondamentale, è uno spartiacque sempre drammatico. Perché se questo non avviene, se non lo lascio avvenire, ebbene ha ragione (ancora una volta) Fossati, in quella meravigliosa canzone, in quel profondissimo quadretto che è D'amore non parliamo più,
Con la bellezza non discuto / la bellezza se ne va
Ed è una frase che ti rimane dentro e chiama un senso profondo, una riscoperta di senso globale, perché altrimenti rimane appena il dolore, quel dolore purissimo per la scomparsa apparente della cose. Lo dice un altro grande, lo dice il Boss, nella sua Atlantic City
... everything dies, baby, that's a fact ...
Perché allora uno si deve appena rassegnare alla progressiva scomparsa delle cose, all'indebolirsi del senso totale. Ma la rassegnazione è amara, è devastante. E forse, tutto sommato, non è inevitabile. Forse no. It's a fact dice il Boss e non sembra lasciare margine alle interpretazioni. Del resto lo vediamo anche noi, è sotto gli occhi di tutti: La bellezza se ne va. 

Così Natale dovrebbe avere qualcosa da dire su tutto questo, qualcosa da dire in tutto questo, dentro tutto questo. O naturalmente dentro drammi peggiori, drammi veri. Perché il rischio è che se Natale non ha niente da dire e non incide su questo rimane confinato in una melassa retorica buonista (oggi si direbbe così) che fa soltanto molto male allo stomaco.

E' anche chiaro cosa non vogliamo. Non qualcosa di strategico, non l'ennesima nostra strategia. Nessun manuale di self help potrà veramente servirci. Ci vuole qualcosa di esterno che ci venga a trovare, ci venga a visitare, per rinegoziare il rapporto con il mondo e ritornare ad una freschezza originaria, alla freschezza di un inizio, di un nuovo inizio. Qualcosa che è fuori di noi e che si propone al fondo di noi; ma è fuori di noi, dice Luigi Giussani, uno che comunque dell'uomo e del suo desiderio profondo, se ne intendeva parecchio.

Basterebbe un semino luminoso, che alla fine possa contrastare credibilmente questo everything dies di Bruce, innestato così profondamente nei nostri cuori. Un semino ancora più profondo, che dice che tutto muore, apparentemente, ma la morte non è l'ultima parola. Cioè, a noi sembra che tutto muore, solo perché non abbiamo sotto gli occhi il quadro completo.

Ripartire allora. Ripartire sempre e di nuovo, dalle profondità abissali di questa notte, di questa vigilia. Accogliendola, accogliendomi e accogliendoti, amica. In fondo, come avverte Marco Guzzi, non dobbiamo avere paura, in fondo è nella notte che nasce il nuovo.

E' anche una scommessa, ma non solo: è la premessa di una vita veramente vissuta. Non è vissuta davvero fino in fondo quella vita trascorsa ai margini della disperazione del tutto muore. Affatto. Se tutto viene conservato, se non muore davvero, ecco che allora io sono libero di vivere profondamente, di fare tutti gli sbagli che voglio fare e che debbo fare (come diceva in maniera innegabilmente evocativa Luca Carboni, potremmo essere felici fare un mucchio di peccati), ed intanto - come valore aggiunto di grande spessore - essere sicuro, tranquillamente sicuro che il bordo, quel bordo degli occhi, quel tuo bellissimo bordo degli occhi, non lotta più con la disperazione, ma accoglie la quieta consapevolezza di un viaggio che ha una sua Destinazione Buona - così sconvenientemente buona da infastidire tutti i benpensanti, costantemente impegnati a limare e limitare il loro desiderio d'infinito.

Quel bordo ridente dei tuoi occhi, amica mia: che così diventano ancora più lieti, ancora più belli.

Natale, alla fine, non sono tanti discorsi; è una questione di sguardo, una purissima e decisiva questione di sguardo. Di un volto, di un sorriso, del bordo degli occhi, del bordo ridente dei tuoi occhi, amica: di nuovo, ridente. E' una questione di danza il Natale, alla fine. Di quella danza segreta e primitiva che ti impregna il cuore e i muscoli, amica mia, ti fa scorrere linfa nuova nel tuo sangue selvaggio, ti incatena, finalmente ti incatena al tempo che vivi e ti riscatta, ti riscalda continuamente.

Auguri.

domenica 25 novembre 2018

Cittadino d'Europa (apologia del bacio)

E' successo proprio ieri. Dopo aver riflettuto su qualche cinguettìo (diciamo) autorevole, aver letto due o tre articoli da Repubblica (anche se dei giornalisti, sappiamo, è lecito dubitare...), ho iniziato a vederci un po' chiaro. Mi sembra, almeno, di vederci più chiaro.

Il problema, alla radice, è il deficit. 

Quanto possiamo sforare, quanto ancora possiamo sforare questo deficit di poesia di dolcezza immaginativa, di lievità propositiva. E ho iniziato a desiderare di riprendermi il sogno, quel sogno che mi vogliono scippare. E che invece mi fa respirare. 

Si chiama appena Europa, e vuol dire proprio tanto. 



Europa. Mi sembra che in questi tempi stiamo soffrendo di un svilimento di questo nome, di ciò che di buono, di colorato e fragrante vi riposa, vi danza dentro. Vi dico la mia impressione. Quello che mi pare di aver compreso, o quasi compreso. Certa gente, questa gente, questa che sappiamo, che io e voi conosciamo, vuole una cosa che io non voglio, che (adesso) capisco bene di non volere. Sappiamo infatti - come avvertiva già Montale - ciò che non vogliamo.

Qual è la cosa che vuole, questa gente?

Vuole che io smetta di sognare una Europa vera, unita, affratellata. "Utopia, finzione, caro Marco, comandano le banche, ce l'hanno con noi. Difenditi, riparati, chiuditi." Perché? Sembra che difendano i diritti sacrosanti degli italiani, sembra così in partenza, ma alla fine inducono un pensiero depresso di difesa ad oltranza del nostro territorio, difesa che si nutre di accusa, di recriminazione. Abbassano le frequenze su una tonalità minore, acida, non fluida.

Essere italiani è essere aperti, è baciare l'altro, baciarlo.
Io dico che essere italiani è baciare, in fondo. 
Fino in fondo.

Mia figlia da ieri sera è a Parigi, di ritorno, e magari guarda il cielo e vede lo stesso cielo d'Europa che vedevo io ieri sera, a spasso con il cane in un frammento periferico di Roma. E se esce a comprare qualcosa da mangiare, o un giornale, usa lo stesso denaro che ha usato oggi qui, non deve cambiare valuta (foraggiando le banche con le commissioni), non deve mostrare un passaporto perché sia lì.

Poi mi veniva da pensare anche al romanzo Il ritorno. E di capire una cosa nuova. Mi pare di aver scritto, di aver voluto scrivere, un romanzo impastato di Europa, senza calcolarlo, senza saperlo. Un romanzo sicuramente imperfetto, non perfettamente calibrato, probabilmente, anche se con schegge di luce qui e là, magari. Con tutto il fulgore dell'imperfezione, la grana grossa (in taluni casi) e saporita di un affondo in un terreno bellissimo e complesso (tale è quello del romanzo, in sé). E involontariamente impastato di Europa. Roma, Parigi, Monaco... un tessuto di esperienze e di sensazioni, colori e odori e atmosfere che rifrangono i moti del cuore, vi si specchiano e trovano riparo.

Ricordo l'amica pittrice, la telefonata che mi fece per dirmi che aveva apprezzato molto il romanzo, e soprattutto la parte ambientata a Parigi. Si capisce che Parigi ti piace, deve aver detto qualcosa così, rendendomi questa verità ancora più chiara a me stesso.

Roma, Parigi, Monaco. Voci del concetto Europa

Io sento che vogliono rubarci tutto questo, per qualche motivo lo vogliono. Vogliono riempirmi di calcolata acredine per i burocrati di Bruxelles che pagherei io (ma le persone al governo in Italia non lo pago io ancora più interamente ed esclusivamente?), vogliono avvelenare il mio sogno.

Che ha mille declinazioni imperfette (pure lui!) ma ha una grande anima, e ha già grandi realizzazioni. Certo, è totalmente imperfetto ma è vivo, palpitante: emozionante.

Senza confini, senza più confini.

E l'Europa insieme ha una potenza una varietà una pluriformità culturale e una profondità culturale che ogni America se la sogna, ogni Cina se la sogna. E ogni politico italiano un po' forastico, un po' interventista e sovranista (come si dice oggi), un po' aitante e ruspante, forse potrebbe utilmente riscoprire. Auguri!

martedì 20 novembre 2018

Una scuola che guarisce

Il post sul blog della scuola recita proprio così, c'è una scuola che diventa ogni giorno poesia. Ed è forse la cosa più bella, e al contempo più concreta, più solida, più antiretorica che si possa affermare, sull'educazion. Perché la poesia ha questo in comune con ciò che ci appare normalmente "con i piedi per terra", cioè con la scienza: è estremamente concreta. In fondo, poeti e scienziati fanno lo stesso mestiere, è ormai assodato. Sarà forse per questo, mi chiedo, che c'è chi prova a farli... entrambi? 

L'incontro con le seconde classi dell'I.C. Corradini di Roma, sul mio libro Imparare a guarire, non è niente di improvvisato o estemporaneo, ma è il coronamento di un lavoro veramente bello che hanno fatto gli insegnanti - la professoressa Carla Ribichini e le sue colleghe - in un arco ormai di diversi mesi, direi con allegra costanza. Lavoro molto radicato e concreto, che abbiamo riportato in varie sedi, tra cui il blog della sezione educativa dell'Istituto Nazionale di Astrofisica.

Lo penso, questo lavoro, come qualcosa che cresce, che irrobustisce, che accende una piccola ma consistente luce di speranza: per questo ha valore, direi oltre le nostre piccole persone. Per questo è importante. Per questo, ancora, sconfessa e fa esplodere - direi dall'interno - tante analisi anche giustificate, ma in fondo (mi pare) inutilmente e pericolosamente rinunciatarie, che vengono fatte quotidianamente sullo stato dell'educazione in Italia. 

C'è davvero una scuola diversa, una scuola visionaria e bella, che rispetta ed onora le emozioni e per questo cerca di farle crescere e germogliare su un terreno sano, colorato, morbido. Cerca di aiutare i ragazzi a guarire, a fiorire nella loro splendida unicità. Non certo massificando, omologando, preparando al mondo del consumo: no, niente di tutto questo. Lo fa, piuttosto, entrando a piccoli passi nella diversità meravigliosa di ognuno di loro, custodendola e onorandola con intelligente amorevolezza, accompagnandola con delicata sensibilità: premessa indispensabile perché possa fiorire, nel tempo, al suo tempo. 

Per questo ci si serve utilmente anche della poesia, delle poesie. Il mio sincero riconoscimento va dunque ai professori dell'Istituto Corradini che hanno visto nel mio recente libro uno strumento di lavoro, leggendovi delle potenzialità d'utilizzo che io stesso non avevo affatto messo a fuoco con tale limpidezza. Per questo,  ci siamo ritrovati, mercoledì 31 di ottobre, insieme ai ragazzi, agli insegnanti e ai genitori interessati, per celebrare insieme questo lavoro che è intrinsecamente poetico, in radice.

Si tratta, in fondo, di imparare a guarire tutti insieme, facendo appoggio sul nostro stare insieme - non in senso volontaristico, ma per esercitarci in una mutua comprensione, una feconda reciproca  compassione. Con noi, per radicarci al compito ed insieme al territorio (siamo ai bordi di Roma, al confine dell'Impero), graditissimi ospiti alcune persone dell'associazione Frascati Poesia tra cui Rita Seccareccia.



Ed è stata, veramente, una celebrazione, o se volete, una festa. Questo è il carattere, sempre perso ma sempre da ricercare, dell'uomo nascente, che è magari debolissimo in tutto ma forte in questo desiderio di luce, pace ed integrità. Forte, in questo inesausto anelito di rinascere fuori da ogni menzogna e ogni roboante retorica, per un pensiero nuovo che sia, innanzitutto, un respiro profondo, un respiro fiorito, che lo redime perpetuamente e redime perpetuamente ogni cosa intorno. Già credere in questa possibilità, crederci davvero, è invitare l'universo ad ordinarsi in tale senso:  è una cosa attiva e rivoluzionaria insieme. 

L'incontro si è svolto tra lettura delle poesie del libro, impreziosite dalle emozioni e dalle impressioni che avevano suscitato nei ragazzi, e musiche e danza, in un alternarsi lieto che chiama molto concretamente all'unità di ogni espressione artistica. Soprattutto, vivendo questo evento, mi era chiaro il potere di guarigione, la carica terapeutica di tutto quanto stava avvenendo. In queste occasioni mi diviene proprio lampante. Ero in un posto, in un angolo di spaziotempo, dove i ragazzi possono - insieme agli adulti - depositare amorevolmente i propri crucci, le proprie tensioni di persone in crescita, e celebrare il dono di essere vivi, in fondo. Farlo in modo consapevole, non distratto come ci propone la società del consumo. Farlo in modo vivo da donne e uomini vivi, quali siamo. Questo angolo di spaziotempo diventava così improvvisamente e dolcemente il centro, il luogo dove le cose vengono in luce, vengono (ri)create, diventano nuove.

Per questo la poesia. di tutto questo la parola, in Questo Universo, è un vettore, un enzima formidabile. Infatti questo Universo ama farsi raccontare, e molti doni si ricevono - io penso - per questa nostra disponibilità al racconto, alla parola.



Come scrivono bene i ragazzi, con profondissimo intuito, la parola poetica è questo strumento quasi taumaturgico, che compie mille e mille meraviglie, che si pone come ponte sopra il razionalismo esasperato da una parte e le tentazioni dell'irrazionale, dall'altra. Proponendo un percorso sano di ragionevolezza, sano e morbido, sano e sorridente.



Tutto è avvenuto nella tranquilla familiarità di un ambiente che fa dell'accoglienza la sua cifra più evidente, almeno per il sottoscritto. E se queste impressioni che registro sembrano enfatiche, non è per una tensione retorica, ma è perché io al Corradini mi sento a casa, devo dirlo. E non c'è protagonismo o affermazione o esibizione di talento o simili sterili situazioni. Affatto, direi. C'è un senso piacevole di officina, un senso d'essere tutti - appena - lavoranti in quest'opera, che ci sorpassa e ci trascende. 

E ci trascende alla grande, ma con allegria, offrendocene anche a noi, di quell'allegria sottile e profonda - così diversa da quella forzata della civiltà della distrazione - che rimane dentro, rimane sotto, in fondo al cuore, e che lo alimenta, nei giorni dell'autunno dove freddo e pioggia non fanno più dimenticare a lungo che c'è il sole a cui riscaldarci, comunque. 

Sì, c'è il sole di quest'opera comune, che aiuta noi adulti e aiuta i ragazzi, forse appena un po' (ed è moltissimo) nell'opera di costruzione e di perpetua, rinnovata e rinnovante, guarigione.


domenica 14 ottobre 2018

Iniziare a guarire

Le cose vengono un po' da sole, è noto. O meglio, non sono sotto mai sotto controllo, sotto il tuo controllo. Sarebbe infatti superfluo dire che non avevo idea - non la avevo affatto - che questa onda , questa onda di necessità di guarigione sarebbe risultata così feconda, sarebbe stata intercettata, ripresa, rilanciata, in ambiti importanti, ma differenti da dove queste poesie sono nate.

L'ambito educativo, intendo. La costruzione della nuova umanità se non attraversa una istanza di guarigione, di vera guarigione, è soltanto l'ennesima violenza ideologica. Roba da scappar via, a gambe levate. Non disturbare, non distorcere, non deviare, riportarli a casa, a questo punto. Bring the boys back home, in caso. 



E' per me già un grande risultato, da guardare con tremore e commozione, quello che è nato dal lavoro sul libro Imparare a guarire (Di Felice Edizioni, 2018), lavoro che nel contesto de La Scuola Visionaria hanno intrapreso i ragazzi dell'I.C. Corradini di Roma. Sotto la guida - che avverto illuminata e docile - della professoressa Carla Ribichini, questi ragazzi hanno iniziato  un po' di tempo fa a lavorare sulle poesie del volume. Facendole veramente fiorire, oltre ogni mia possibile previsione.

E' quando ciò che hai scritto, si rende seme di una nuova avventura, indizio di primi passi di una nuova umanità, di una prospettiva di crescere e guarire, ecco: è allora che tutto ciò che puoi fare, che devi fare, è rinunciare all'analisi, metterti da parte, e osservare. Zitto e guarda, insomma. Con gratitudine. 

Osservo allora ciò che nasce, che fiorisce, senza (troppo) interferire. Contento appena di essere un vettore di questa fioritura, un semplice ed umile lavorante in questo campo, sempre da dissodare e da tener pulito. Qualcosa che passa attraverso di te, ma non è tuo, di cui ti rendi strumento ma che non puoi possedere. Non c'è, probabilmente, motivo più grande per essere riconoscente. 

Ripercorro i primi segni di questo lavoro, le prime tracce luminose, con commozione. Leggo quello che hanno scritto i ragazzi, piccole donne e uomini di seconda media, e cerco di farmi da parte,  voglio farmi da parte, lasciando parlare soltanto il loro purissimo desiderio di guarigione. Un desiderio che non può che avere riverberi nella società, nel mondo, dalle cose più vicine, alle stelle. Non è infatti, di per sé, un desiderio contenibile, addomesticabile, non è un desiderio con dei bordi, dei limiti, delle frontiere. 

Così scrive Aurora, schiudendo un tesoro di candore e di sincerità soffusa,
Parte tutto da un semplice presupposto:
perché ci ammaliamo? Perché il nostro ego ci dà questo pensiero fisso:  stare male,  stare male dentro,  pensare di non andare bene, di non essere abbastanza. Stiamo male e non sappiamo guarire, è questo il vero dolore.
Voglio imparare a guarire dentro, a curarmi non con le medicine, anche se ho una mamma farmacista, ma magari con le dolci e morbide parole di una semplice poesia melodiosa.                                                                               
Tutto questo mi insegna a cambiare e a guarire.
Ora, guardiamo, guardiamoci dentro. In poche righe, c'è tutto, c'è veramente tutto. La fotografia della situazione in cui ci troviamo, la condizione umana com'è, fuori da tutti gli orpelli, gli abbellimenti e le maschere. Con una sincerità disarmante. Stiamo male e non sappiamo guarire, è questo il vero dolore. Quante parole inutili, quante ne spendiamo ogni giorno: tutte le parole che non dicono questo! Le parole che non dicono questo sono volgari, perché perdere deliberatamente tempo in chiacchiere è volgare. Meglio allora - chessò - una coraggiosa infrazione, una decisa irriverente trasgressione: perché lì, almeno lì, la ricerca della felicità non è ancora elisa, fermata, abortita. Davanti a parole inutili, no, io non ce la faccio più.

Però non ci si ferma lì, non si ferma lì, lei: c'è la tensione a cambiare, a curarsi non con le medicine, ovvero a non tamponare il disagio appena, ma lavorare in profondità (guarire dentro) per avviare una guarigione reale, non appena farmacologica. Questa guarigione, infatti, si nutre di parole, e queste parole possono certo essere dolci e morbide, parole di una semplice poesia melodiosa. La parola guarisce: questa è l'ipotesi positiva, la partenza di un viaggio. Questa è anche, se ci pensiamo, l'assunto di base di ogni approccio di guarigione, anche sotto l'aspetto direttamente psicoanalitico. Un rapporto terapeutico, proprio nel senso più ortodosso del termine, è fatto di parole. 

E una poesia, guarda caso, è ugualmente fatta di parole.

Qui riscopro io stesso, come in filigrana, l'origine profonda del titolo della raccolta, Imparare a guarire. Qui dunque arriva Aurora, giovane donna di seconda media che in tre frasi, in tre frasi appena, giunge sicura al punto d'origine, giunge certa al focus da cui tutto germoglia. Ciò che insegna a cambiare e a guarire, appunto. Mi piace l'accostamento delle parole cambiare e guarire, mi rimanda a quanto scrive Marco Guzzi nella prefazione al mio volume,
Imparare a guarire significa innanzitutto entrare in una dinamica esistenziale di trasformazione continua, significa mettere in discussione le nostre abitudini mentali e comportamentali, significa aprirci ad un radicale ricominciamento
Ci sarebbero molti interventi da citare, e magari si troverà un modo di raccoglierli, esporli, dare loro il rilievo che meritano. Per ora li conservo nel cuore, li riprendo nei momenti di oscurità, tanto possono fare luce, possono riscaldare, risanare. Strumenti di guarigione essi stessi, in pratica.

Riporto qui solo una altra suggestione, quella di Monica
Lo squarcio è una ferita aperta. E’ la fine fredda  delle mie cellule e, allo stesso tempo, uno spettacolare punto da cui ricominciare. Voglio essere come un globulo bianco e avere la forza di continuare, riempire e risanare tutte le ferite della mia pelle mortificata. Guardare oltre la crosta per quanto grande.  Non abbassare il capo, non farlo più!
Pero, che bello. Che bello percorrere, quasi scorrendo il dito, quasi toccandole, ripercorrere la scelta delle parole, soffermarsi, goderne.  La fine è un inizio, endings are just beginnings, penso. La fine fredda delle mie cellule - quella fine che non è più discorso, tempo a parlare trascorso, scende fino dentro le cellule - è al contempo uno spettacolare punto da cui ricominciare.  Cioè la crisi, la ferita aperta, è anche e soprattutto un punto di ricominciamento. Dipende insomma dalla prospettiva con cui guardi, probabilmente dipende da questo, carnalmente ne dipende.

Anche qui alla denuncia della condizione, segue rapida, incisiva, la tensione a progredire, a ricominciare, a risanare. E chiude con una spettacolare apertura verso una insurrezione. Perché poi tutto è uno, tutto converge al punto di guarigione. E ciò che ad oggi non parla di guarigione, non interessa, non interessa proprio più nessuno. La guarigione, che è anche sociale, che diventa irresistibilmente politica. Diventa materia da elaborare per una nuova umanità. 

Non abbassiamo il capo, non lo facciamo più.
Nel percorso di guarigione troviamo una nuova ragione, per essere al mondo,
per essere anche nel mondo. 

Me lo dicono, me lo suggeriscono due piccole donne,
in preannuncio nascosto di apertura, in incipiente,
risonante, tiepida fioritura.

Posso fidarmi, dunque. 






martedì 11 settembre 2018

La via della guarigione

Quando un libro viene pubblicato, ti accorgi presto, che non è un punto di arrivo, ma un punto di inizio. Perché comunque, a questa creatura nuova c'è bisogno - da subito - di volergli bene, di amarlo, di considerarlo non una cosa fatta per cui passare oltre, ma qualcosa da amare, da accudire, custodire. Prima ancora si sperare di piazzarlo qui o là, di vendere, di farlo circolare tra amici, parenti e poi in cerchi più allargati, prima ancora di cercare di compiacere l'editrice, che tutto sommato ha investito soldi su di te, ecco, c'è da fare questo. 

Nessuno si aspetta altro da te che tu ami la tua creatura. La ami così com'è, nella sua luminosa imperfezione (se perfino i capolavori sono imperfetti, chiaramente la perfezione non è la cosa da cercare), la ami come espressione di te stesso, espressione dialogante e come una apertura, una proposta, per chiunque ti incontri. 

La poesia è lo stupore di un nuovo inizio, di un inizio "bambino", sempre... 


La poesia infatti è una proposta alla libertà di ognuno. La poesia è un grimaldello, anche. Sottilmente ma irresistibilmente antiretorico, è un grimaldello che disarticola ogni struttura di pensiero troppo consolidata, irrigidita, usurata da eccessive ripercorrenze quotidiane. La poesia scardina e liquida queste strutture, ma lo fa in modo accorto, in modalità sempre laterale, non frontale. Lo fa in tono sommesso per cui ti ridona morbidità di pensiero senza quasi che te ne accorgi. La poesia non sopporta i discorsi inutili, lei va al sodo: lustra la parola perché brilli.

Per questo è tragico che non si legga abbastanza poesia. Si leggono romanzi, saggi, dissertazioni (sempre poco). E non si legge abbastanza poesia. Perché c'è un pregiudizio, pesante, all'opera nelle nostre teste. 
"Non avevo niente in particolare contro la poesia, però la trovavo decisamente una perdita di tempo. Nei casi migliori era uno svago o un esercizio letterario, in quelli peggiori, i più numerosi, era per me un’irritazione da evitare senza indugio. Poesia uguale debolezza, fuga dal reale, roba da sognatori o da gente complicata."

Così scriveva Antonietta Valentini, qualche tempo fa, fotografando un atteggiamento molto diffuso (atteggiamento poi da lei stessa superato, come potete leggere). Dobbiamo infatti recuperare la consapevolezza che ci stiamo esattamente giocando l'opposto: la poesia è la possibilità diretta di entrare nel reale con una lucidità e consapevolezza nuova, con la mente spurgata da tanti inquinanti che la parola poetica, ovvero la parola usata in tutta la sua forza, può realizzare. 

Il titolo che ho scelto, Imparare a guarire, esorta consapevolmente ad un uso terapeutico della parola poetica, ben oltre la semplice percezione estetica (ma non troppo, in fondo la miglior cura è il bello). La prima sfida è per me: custodire questo libro, proporlo a chi mi vuole bene, a chi voglio bene, come canale di comunicazione privilegiato e diretto verso il cuore. Usarlo insomma come strumento di cura.

Del resto, è così per tutto. L'importante è esserci, non scappare. Rimanere, in questo. Avere il coraggio di respirare quel che si è scritto, distillato lungamente, in tante revisioni, a cercare la parola giusta, la parola esatta, come un colore, che si depone vicino agli altri per realizzare il quadro, secondo quanto deve essere fatto. 

Da ieri si può leggere online la bella prefazione di Marco Guzzi al mio volumetto; si può ordinare via ibs.it oppure all'editrice (info@edizionidifelice.it), fino al 20 di settembre ancora senza spese di spedizione. Se lo prendete, vi prego veramente di una cosa: leggete lentamente. Ci vuole spazio, tempo e spazio mentale, per aderire alla tavolozza di colori che ho provato a scegliere. Per non violentarla involontariamente. Non cercate ma fatevi cercare, non affannatevi per raggiungere, ma lasciatevi raggiungere. Siate spettatori passivi, provateci: cambia tutto. 

E' un regalo di delicatezza che ho provato a fare, e a farmi. Una possibilità di (auto)guarigione, un avvio di guarigione, alimentato dalla morbidezza degli accostamenti delle parole, così come ho potuto, come mi è venuto. Un ritornare bambini senza infantilismo, ma nell'idea evangelica di apertura, di condizione necessaria - sempre da riprendere - per essere nel mondo, vivendolo davvero.

Quel che accadrà per questo libro, lo sanno le stelle. Ma fin d'ora è un canale aperto, una possibilità in più, di affratellamento intorno ai ritmi del cuore. Che sono quelli, sempre finalmente quelli, per tutti. 



sabato 18 agosto 2018

Il telegrafista ed il meeting...

Quello che emotivamente mi colpisce, mi muove subito qualcosa, è l'accenno alla canzone Giovanni Telegrafista che è presente in due begli articoli sull'imminente Meeting di Rimini, una intervista a Giorgio Vittadini del 17 agosto e un suo pezzo apparso il giorno successivo, cioè oggi (entrambi su Il Sussidiario).

Del Meeting  - dirò subito - se ne parla in moltissimi posti, dunque è forse inutile aggiungere altre parole se non, forse, scegliendo una tonalità emotiva, affettiva, che allacci questa manifestazione con la storia di chi scrive, in una sorta di intreccio "virtuoso" per cui la storia interna e personale illumina quella esterna e sociale - come quella di una manifestazione così grande - e viceversa. 

Ecco perché articolo questo pezzo sul Meeting a partire da una osservazione apparentemente marginale,  come il rimando alla canzone di Jannacci. Non penso sia tanto marginale per Vittadini, che appunto la ripropone a breve distanza in due occasioni (trattasi a mio avviso di una celeste ripetizione, che rallegra, come certi passaggi nella musica di Bruckner). 

E' un messaggio, mi dico, è un punto importante, per lui. Cerco di capire, allora. Ritorno alla canzone, al testo, alla musica. E' una canzone in cui l'urgenza del cuore, quella incredibile nostalgia che abbiamo tutti in fondo al cuore - che quando affiora ci stordisce, ci confonde, quanto è potente - quella urgenza viene esplicitata, cantata, senza finzioni. Vien minuziosamente descritta, con la poesia malinconica ma efficacissima che solo uno come Jannacci poteva avere, e con una meravigliosa sintesi. 

Giovanni telegrafista e nulla più... urgente.

Mi conforta proprio tanto questo accenno, questo ripetuto rimando ad un brano dove il grido del cuore è così scoperto, così "indifeso" e non si nasconde, come avviene in troppi discorsi, troppe volte. Mi conforta sul fatto che il Meeting, che ho visitato varie volte e Deo concedente vedrò anche in questa occasione, non è - prima di tutto - una questione di politica o economia o cultura, in senso astratto, o nemmeno di religione: è essenzialmente una questione di cuore.

Mi conforta, dicevo, perché più vado avanti nella vita, più le altre cose, gli altri temi, non mi interessano. O meglio, mi interessano nella misura in cui dialogano con questo cuore lacerato, scoperto, che è sempre il cuore dell'uomo. Chi non dialoga con questo cuore, di qualsiasi cosa parli, sia un laico o un prete o un presidente del consiglio, è un mentitore. Nella misura in cui non dialoga con il cuore, lui mente, disperde parole inutili, non aiuta, non conforta. 

Il grido del cuore di Giovanni (il telegrafista) l'ho sentito già molti molti anni fa, da piccolino. Mio papà non ascoltava molta musica "leggera", ma aveva una predilezione speciale per due cantautori: Fabrizio De Andrè (quante volte l'ho visto ascoltare quasi religiosamente  il disco La Buona Novella) ed Enzo Jannacci. Ho imparato a rispettare questi due artisti, tramite il rispetto che aveva per loro mio padre, che assorbivo da lui. 

Mio papà aveva questo 45 giri (di tonalità verdina ricordo, nella zona interna ai solchi), con due canzoni, come consuetudine per questi piccoli dischetti, uno per lato: Vengo anch'io da una parte, e appunto Giovanni Telegrafista sul lato opposto. La prima la conoscono quasi tutti, è una canzone orecchiabile e svelta, piena dell'umorismo più solare di Jannacci, una canzone che anche a me bambino divertiva moltissimo. Chissà, forse è per questo che il disco era finito nella mia collezione, che per lo più era composta dai dischi delle Fiabe Sonore, quella bellissima collezione che ascoltavo e riascoltavo, nel mio mangiadischi di colore rosso (con una striscia bianca nella parte anteriore). 

Se Vengo anch'io scorreva così, con questa deliziosa e irriverente leggerezza, il lato opposto era sorprendentemente diverso. La canzone Giovanni Telegrafista si percepiva da subito, aveva una nota dolente, uno struggimento così ben trasmesso dalla voce di Enzo. A ripensarci mi viene la pelle d'oca, anche senza riascoltarla. 
Giovanni telegrafista e nulla più,
stazioncina povera c'erano piu' alberi e uccelli che persone
ma aveva il cuore urgente anche senza nessuna promozione
battendo, battendo su un tasto solo...
Non capivo quasi niente, non comprendevo la storia raccontata (e forse non mi sforzavo nemmeno di farlo, a quell'età), ma questo senso di struggimento così profondo, quello mi arrivava comunque al cuore, mi parlava anche senza la comprensione del messaggio verbale, anche assai prima della sua piena fruizione. L'intreccio della voce di Enzo e della musica, compiva questo miracolo di comunicazione. Sento che ancora lo compie, a distanza di molti molti anni. 

Questo struggimento, ora mi accorgo, non è un'emozione fine a sé stessa, non è inutile. Perché parla del primato del cuore, dell'irriducibilità dell'esigenza di essere felici, di essere compiuti, oltre ogni accadimento esterno. Nelle comunicazioni di Giovanni infatti passano le cose del mondo,  "passò prezzo caffé passò matrimonio Edoardo VIII  oggi duca di Windsor, passarono cavallette in Cina,  passò sensazione di una bomba volante..." ma quello che lo colpisce, che lo inchioda che lo fulmina, è la notizia di Alba, della "sua" Alba. Quello che si intravede come compimento del cuore vince su tutto, sorpassa ogni cosa, se solo siamo sinceri con noi stessi.

Riconoscere questo, è a volte doloroso, ma liberante. Il cuore non è un accidente scomodo, da mettere da parte al più presto, è una risorsa da conoscere, da riconoscere. E' il punto sacro che ci rende umani. 

Come ha detto Juliàn Carron ai partecipanti alla Macerata-Loreto, quest'anno, 
 "noi siamo sete di vita e non ci accontentiamo finché non troviamo ciò che la sazia. Possiamo fare di tutto per mettere a tacere il cuore, possiamo perfino pensare di essere sbagliati non essendo mai soddisfatti da quello che troviamo, e invece questo è proprio il segno della nostra grandezza."
Ecco, questo cuore così pulsante nella canzone di Jannacci, questo cuore riconosciuto e da riconoscere, sempre e di nuovo, è al centro gravitazionale del Meeting: lo capisco proprio dai riferimenti continui di Vittadini. Lo capisco e mi conforto, mi tranquillizzo, mi rallegro. Sono contento che esista un posto così, che esista una storia così. 

Voglio andare a vedere, allora. Voglio portarmi il mio Giovanni, quello della mia infanzia, quello legato al ricordo di mio padre (e ricordo che Jannacci lo intravidi di persona solo una volta, ed era proprio al Meeting...). Voglio portare il mio cuore e farlo respirare, farlo espandere e farlo sentire riconosciuto. Un lavoro di ogni giorno, anzi il lavoro di ogni giorno. Per cui ogni occasione valida bisogna sfruttarla, per cui il senso di andare a vedere diventa quasi urgente. 

Come quell'urgenza di Giovanni, né più né meno.