giovedì 12 luglio 2018

L’universo raccontabile (anche su Facebook)

L’uomo. Ecco il grande escluso dalle teorie cosmologiche che ci stiamo lasciando alle spalle. Ecco il grande furto a cui urgentemente porre riparo, l’immenso impoverimento da sanare al più presto: c’è da riconsegnare il cosmo all’uomo. Dare all’uomo – ad ogni uomo – un modello di universo comprensibile, pensabile, lavorabile. Raccontabile, declinabile perfino sui social. E soprattutto, portatore di senso.

La partita è fondamentale, decisiva: in effetti, è questo il vero campionato del mondo, o meglio dell’universo. Un cosmo non raccontabile è qualcosa che proprio non ci possiamo più permettere:  è un cosmo in cui il disagio di non poter tracciare una storia diventa angoscia, timore del nulla, si veste di senso di impotenza, si colora di paura dell’ignoto. Un universo in cui siamo spersi: dispersi, per essere più pilotabili. Te la raccontano così, in effetti: sii buono e possibilmente, un quieto cittadino, buon consumatore, rimani pure nella tua quieta disperazione. Tanto cosa puoi sperare, lì fuori è tutto freddo e buio, non vedi?
Ebbene, è il momento di dire basta. Da tutto questo, da questo scenario malato, sconfessato ormai dalla stessa scienza cosmologica, dobbiamo e vogliamo evolvere.
Come da piccoli, la voce del papà e della mamma scavavano un percorso rassicurante nel buio della notte, confortando il nostro cuore impaurito, così l’umanità è sempre “piccola” – ovvero sempre in crescita – e desiderosa di ricavare un sentiero nella vastità dello spazio: per vedere il buio non più come oscurità, ma come un silenzio trattenuto, delicatamente trapuntato di stelle. Come scrivono Leonardo Boff e Mark Hataway, nel volume Il Tao della Liberazione“abbiamo smarrito una narrazione onnicomprensiva che ci dia l’impressione di avere un posto nel mondo. L’universo è diventato un luogo freddo e ostile, in cui dobbiamo lottare per sopravvivere e guadagnarci un rifugio in mezzo a tutta l’insensatezza del mondo”
In breve, la cosmologia contemporanea, quella più avveduta, ha questo grande compito: riportarci verso un cosmo a misura d’uomo, ovvero un cosmo incantato. Scrivono infatti gli stessi autori, che “l’umanità si è in genere considerata parte di un cosmo vivente intriso di spirito, un mondo dotato di una specie di incanto.” In questo modo il nuovo cosmo non potrà che riflettere la nuova scienza, quella che riporta l’essere umano non solo al centro del processo cognitivo, ma al centro stesso dell’universo che vuole indagare.
Questa rivoluzione cosmologica non avviene oggi “per caso”, ma è stata preparata da una profondissima crisi all’interno della stessa scienza più rigorosa, crisi che ha visto lo scardinamento e il tracollo della visione meccanicistica cartesiana (funzionale peraltro ad un approccio di dominio e non di relazione) sospinta dall’avanzare delle visioni – potentemente dirompenti – della fisica relativistica e della meccanica quantistica. Non è questa la sede per indagare la portata di tali eventi concretamente rivoluzionari, dobbiamo appena comprendere il loro di stimolo potente verso le istanze di un ricominciamento totale, anche nella scienza.
Questo ricominciamento, questo reincantamento, possiede in sé l’urgente necessità di comunicarsi a tutti gli uomini, perché tutti noi siamo comunque vittime di questo “furto del cielo”, perché  noi tutti soffriamo di questa ferita aperta. E’ un risarcimento che si vuol proporre, in altre parole. Urgentissimo, perché già tardivo. Una impresa di questa natura deve rivestire il carattere deciso di modernità, ovvero avvenire attraverso ogni canale informativo: ad esempio, non è ormai nemmeno pensabile, senza il coinvolgimento attivo dei social media.
C’è dunque un messaggio, il nuovo cosmo “a misura d’uomo”, e c’è la necessità urgente di rilanciarlo attraverso i canali privilegiati della connessione informatica, così pervasiva ad ogni livello di istruzione e in ogni ambiente. Anzi, potremmo addirittura ribaltare la questione, sostenendo che questa facilità immensa di comunicazione è nata esattamente nell’attesa, nell’imminenza di un messaggio “planetario” da trasmettere. Così comprendiamo perché, con Facebook, Twitter e gli altri social media – che a loro volta si appoggiano a questa straordinaria innovazione che è Internet – siamo arrivati ad una capacità di connessione sbalorditiva, proprio nell’imminenza di questo momento di crisi.
Il rischio allora è che questa capacità di contatto e condivisione, questa inedita potenza di fuoco possa rimanere senza un messaggio profondo da veicolare. Sarebbe pericolosissimo, perché l’assenza viene sempre colmata, in qualsiasi modo, a qualsiasi prezzo. Lo vediamo nei giorni presenti, dove diviene sempre più difficile estrarre un contenuto di valore dal rumore di fondo di ogni schermata di Facebook. Il valore, ovvero tutto quel che invita a riflettere e ad approfondire, rispetto alle innumerevoli “chiamate” alla reazione immediata e superficiale.
Tutto questo presenta conseguenze dirette – tra l’altro – anche nell’educazione, quel processo delicatissimo che deve anch’esso tornare ad un incanto primordiale, ad un ambiente protetto e non giudicante dove la creatività dei ragazzi è esaltata. A noi dunque la scelta di subirlo, questo cambio di pelle, di rimanere frenati in questa urgenza del nuovo, sempre più a fatica, oppure di lanciarci, di scommettere finalmente su un vero rovesciamento di prospettiva.
Alla fine, è una decisione, a cui siamo chiamati. In questa proposta interpretativa non c’è più il “caso”, ma tutto avviene per un senso, e la percezione di un modo “incantato” di guardare l’universo richiama ad un modello d’uomo che non è più vittima della tecnica, perché – in ultima analisi – non è più prigioniero del nichilismo.
Un uomo che possiede (in un possesso dinamico, per invocazione) un senso delle cose, è un uomo che automatica-mente manipola ogni oggetto, ogni tecnica, con una coscienza diversa, che porta nuovo frutto in quello che fa, perfino al tempo speso sui social. Non ci serviranno dunque decaloghi e regole d’uso per recuperare una dimensione umana in Facebook: ci salverà piuttosto la percezione di un cammino fatato, di un percorso possibile verso quel “Regno” dove tutto diventa anticipo e possibilità d’espressione nuova, di creatività inedita ed insperata. Dove la scienza si sposerà con un uso equilibrato e sobrio del mezzo informatico, recuperato nella sua autentica dimensione di strumento, e non di fine. In altri termini, ripreso a servizio.
Questo è il compito che abbiamo davanti, questa è una precisa responsabilità di chi, a vario livello, si occupa di fare scienza, o di divulgarla. Questo, con le sue piccole forze (che poi è sempre questione di risonanza, non di forza bruta), è anche il fine che il gruppo culturale AltraScienza si è prefisso, fin dalla sua formazione. Che vuole appunto declinarsi anche su Facebook, e su Twitter.
Per meno di questo non vale la pena muoversi, credetemi. Per meno di questo, non mette conto ripensare creativa-mentel’impresa scientifica. Nessun gioco al ribasso ormai ci è possibile, in questa epoca di grande cambiamento. O meglio, in questo cambiamento d’epoca. Tenendo in debito conto che, per usare le parole di Thomas Berry, “a noi non mancano le forze dinamiche per costruire il futuro. Viviamo immersi in un oceano di energia inimmaginabile. Ma questa energia, in definitiva, è nostra non per dominio ma per invocazione”.
Queste dunque sono le coordinate del gioco. Enorme, smisurato. Grazie al cielo, splendidamente al di sopra della nostra capacità. Così che sia più dolcemente chiaro, appunto, che tutto è alla nostra portata, sì, ma  per invocazione. Infine, a chi riguardasse questo come bello, ma utopico, permettetemi di rispondere con un motto del ‘68 francese, molto amato sia da scrittori laici come Albert Camus che da personalità religiose come Don Luigi Giussani: “Siate realisti, domandate l’impossibile”.
Pubblicato in origine sul blog Darsipace.it

domenica 1 luglio 2018

Ragionamento

Siamo strani, siamo umani. Siamo universi sempre diversi. Un approccio logico-razionale tra due persone, comunque, porta rapidamente ad un attrito, una frizione, una consunzione, come due ingranaggi che girano a regime diverso e si volessero mettere in connessione. Tale approccio porta in realtà allo stesso stress delle strutture anche nel rapporto di una persona con sé stessa, come sappiamo. Siamo, mi pare, in una epoca di ipertrofia della logica, che viene applicata spesso fuori dal suo specifico campo d'azione. 

Sarà perché la logica è in un certo senso, falsamente rassicurante. Ci fa sentire padroni della situazione, ci fa sentire in pieno controllo. E' una cosa che possiamo dominare, e sembra lì apposta, per fare chiarezza. Tipo, enucleare i termini di un problema, descriverne i contorni, per poi operare in maniera logica e razionale, verso una soluzione (o mitigazione del problema). Dividere, sezionare, scansionare, enucleare all'infinito, per comprendere, o per risolvere. 

E' un abbaglio della ragione, fondamentalmente. Una sua hybris, abbastanza perniciosa. Nella sua ansia risolutiva, si scorda di tutto un mondo attorno, che però non può essere escluso senza alterare e avvelenare il contesto, il campo da gioco. Si scorda - per dire - dell'esistenza delle stelle. 

Ci siamo molto abituati a diffidare di tutto tranne che del ragionamento, che invece a volte è proprio l'ultima cosa alla quale ricorrere per affrontare i problemi. Avete presente quella sensazione che tanto più ragioniamo su una certa circostanza, tanto più ci impantaniamo?



Forse perché il ragionamento ci illude di tenere presente tutto, e ponderare tutto. Mentre in realtà ha fatto fuori dal suo stesso moto iniziale quella salutare pratica di affidamento ad una forza più grande e benevolente, che spesso - a parole - diciamo pure di considerare, o di onorare (chiamatela Dio, o Essere, o Vita, o in qualsiasi modo vi risuoni di più). O più semplicemente,  se volete, a qualcosa che non cade nella nostra orbita di analisi, al momento.

Alla base del ragionamento c'è infatti un assioma, un postulato, quello segretamente prometeico che dice "bene, ora vediamo come io posso risolvere questo problema". Come tale esclude appunto un qualsiasi affidamento a qualcosa che sia esorbitante dalla mia cognizione razionale. Ed esclude dunque qualsiasi sorpresa.  Come dire, "poche chiacchiere, quando si arriva veramente ai problemi, me la devo vedere da solo". 

Dunque in un certo senso, un approccio totalmente razionalistico ad un dato problema è prima di tutto e subito una mozione di sfiducia. 

Come appunta  Etty Hillesum nel suo Diario,
Dammi pace e fiducia. Fà che ogni mia giornata sia qualcosa di più che le mille preoccupazioni per la sopravvivenza quotidiana. E tutte le nostre ansie per il cibo, i vestiti, il freddo, la salute, non sono altrettante mozioni di sfiducia nei tuoi confronti, mio Dio? 
Certo non è facile, lasciarsi andare, provare ad affidarsi, mollare la presa (per me, ad esempio, è francamente difficilissimo). Ma non per questo dobbiamo desistere, anzi forse dobbiamo lavorare di più e con più allegra determinazione a lasciare, ad abbandonarci ad un flusso più grande e più saggio di noi. 

Certo, non ci riusciamo subito. 

Ma fare delle prove di abbandono, magari anche spezzare la catena perversa di ragionamenti, la proliferazione di pensieri, con qualche minuto di meditazione, o di lettura profonda? Perché no? O comunque, appena, sapere che a volte la soluzione non viene dai pensieri - per quanto la mente ci suggerisca di pensare più a fondo se non troviamo soluzione. Paradossalmente, una buona cosa potrebbe essere quella di accogliere la situazione presente, rinunciando - almeno per un po' - alla idea, alla pretesa di cambiarla, o di cambiarci. Onorare la situazione presente, accettandola

Senza tanti ragionamenti. 

domenica 24 giugno 2018

Il piacere di un ritorno

Certe volte è anche bello cambiare. Tornare, o meglio ricominciare. 
Tornare a curare, a coltivare questo blog, su questa piattaforma,
per me ha un sapore speciale. Come
ritrovare un ambiente, un amico, sicuro, stabile, sempre lui
che ti dice ohi ti aspettavo, ma dove eri andato? Ma lo dice, lui lo dice,
con pacatezza, con tranquillità,
con morbida curiosità.

Fatti salvi esperimenti preistorici, qui ho iniziato seriamente a curare un blog.
La piattaforma è solo una piattaforma, ma si lega,
comunque si lega, quasi suo malgrado,
a tante storie e momenti di vita, ed è come se diventasse
più carnale, più reale, più colloquiale e meno
freddamente tecnica, più agevolmente umana.



Ritornare come un po' all'inizio, nella freschezza luminosa
dell'inizio, come riprendere fiato e marcare la partenza che fu
appunto, fu qui, in pratica. E qui le cose si muovono piano, e qui
mi si aspetta. Potrei rimanerci, un altro po'. Ritornarci, appunto.

Medium  è stato emozionante, anche pieno
a suo modo, di nuove
speranze ma ora, per ora,
non lo è più.

Dovrò migrare i post, sistemare un po'. Ogni giorno è nuovo e
dunque vedremo. Ma per ora, lo dico, per ora
è un piacere ritornare.

E' un piacere solido e sottile, essere, di nuovo, qui.

domenica 11 marzo 2018

Il flusso della poesia

Faccio una pausa, una contingenza mi impone di uscire. Sto rivedendo le poesie di Imparare a guarire. Mi stacco dal flusso di congetture e pensieri e idee di miglioramento ed idee di ma così vanno bene alternate ad idee ma cosa ci hanno trovato per volerle pubblicare alternate ad idee ma sai che questo verso viene giù proprio bene il tutto in alta frequenza, a rapida successione.

Fatto quel che dovevo, punto ad una piccola passeggiata, anche se piove. Mi spingo fino alla zona che mi piace, la zona che preferisco. Qui respiro, ogni volta e di nuovo.

Certo, devo trovare una scusa. Anche e soprattutto con me stesso: che faccio, vado in giro senza uno scopo? Con tutta la gente che ormai si affretta 24/7 (me compreso, più o meno), mica posso gironzolare a vuoto. Mi sentirei colpevole. Mi fermo al forno, è aperto quello, è sempre aperto. Ecco fatto. Prendo qualcosa per casa.

Guarda che intanto la pioggia è diminuita. Si può quasi camminare. Lascio in macchina la busta e adesso cammino.

Qui, sto bene. Chissà perché.

Allora traverso, cammino fino alla stradina che costeggia quella casetta che sembra un piccolo castello, giro a sinistra e lambisco il parco. Guardo intanto le case che si affacciano su quel fazzoletto verde, mi immagino di abitare lì. Scelgo il piano che mi piace, il balcone, quello ampio con i fiori. Oppure le finestre con la luce calda. Penso a situazioni, rumori, odori, frasi dette e sussurrate, pensieri, frammenti di vita quotidiana che ti vengono addosso e costruiscono un’esistenza.

Giro a sinistra, prendo la stradina, poi ancora a sinistra e chiudo il giro.

Guardo, mentre percorro la piccola via. Perché a camminare senza meta puoi ancora guardare. Con le poesie rimaste in stand-by un po’ di sensibilità mi rimane sulla pelle, mi ricircola nel cervello, passa intorno al cuore, un po’ meno addormentato di tante volte.

Così anche una scritta sui muri si collega a qualcosa. Come se un flusso nascosto di poesia, affiorasse, qua e là.



Così, mi fermo a fotografare. Non sarà un verso immortale, ma non ha importanza. E’ lì come segnaposto. E’ lì per dire che le emozioni contano, le emozioni muovono il mondo, le emozioni informano i pensieri (questo lo dice benissimo la scritta) e li scardinano splendidamente dalle inutili costruzioni logiche che l’ego di ognuno si costruisce. Esorbitano, allegramente.

Ma non solo. Il desiderio è quello che muove tutto. Comunque sia, comunque inteso. Altrimenti c’è la stasi, la stagnazione, la desolazione. Un desiderio è alla radice della vera poesia, della vera religione, di ogni agognato ritorno alla consolazione. Un desiderio preso sul serio è sempre una pista interessante. Il difficile è prenderlo sul serio, non accontentarsi di poco e vedere davvero dove va a finire.

La poesia è il prevalere del desiderio sulla logica. Perché un desiderio non è mai totalmente logico. Anche se è sempre totalmente ragionevole.

Forse anche Giorgia, anche lei lo sa. Lo capisco dall’altra scritta, che incontro.



Questo è come riprendere, riconsiderare, riabbracciare la prevalenza del desiderio, esattamente. Che bella frase, solo a ripensarla, a rigirarla nella mente: la prevalenza del desiderio. E’ tutta una indicazione cordiale di un ordine differente delle cose, un ordine più umano e meno meccanico ed impersonale ed impermeabile al cuore di quello che diamo per scontato.

E’ una sottile rivoluzione che può sempre ripartire, sempre rifiorire.

Dire Ti amo Giorgia con piena coscienza, è un atto rivoluzionario, un riavvicinamento in picchiata al cuore, una ripresa d’aria, una lieta sorpresa.

Torno alle mie poesie. Alla fine la poesia è un atto di amore, sempre e comunque. Non può essere altro, strutturalmente è impossibilitata ad essere altro.

Per questo è irrazionale e ragionevolissima, per questo è necessaria per vivere, per questo è una linfa che scorre e tiene aperto il cuore, lo tiene acceso, lo tiene morbido, lo tiene vivo.

Il flusso della poesia è una festa. Una festa necessaria.

Non so. Io credo che Giorgia lo sa e chi la ama veramente, per quanto veramente la ama, già lo sa. Ed io che fatico ad amare, ma voglio amare, lo sto imparando, forse.

Poco a poco, zoppicando, incespicando mille volte. Con tanta pazienza, con molta lentezza: datemi tempo per amare, avverte d’altronde il vero poeta, consapevole della difficoltà dell’impresa.

Insomma, con ogni possibile lentezza, imparando a guarire.

Anche, grazie alla poesia.

lunedì 22 gennaio 2018

Quel ritmo delle cose

Di solito non mi piacciono molto le varie riedizioni “deluxe” dei dischi di qualche tempo fa. I dischi con i quali sono cresciuto, praticamente. Li conosco in un modo, li conosco così e non mi fa impazzire che tu, cara mia casa discografica — per simulare qualcosa di diverso, per farmi pensare che questo mi manca, lo compro — mi aggiunga un CD al CD che già ben conosco, rappezzando in studio tutte le prove lasciate (giustamente) come prove dagli stessi musicisti. Proprio quelli che, che grazie al cielo e alle sue stelle, hanno trovato una soluzione migliore per un pezzo, un arrangiamento, qualcosa insomma. E giustamente, sono andati avanti.

Questo è. E sicuramente non sono il solo a pensarla così. Però ammetto anche che ascoltare di queste “prove” a qualcosa serve. Ti fa capire molto. E ti fa capire molto oltre la musica, molto oltre le canzonette (qui con Bennato, proclamo con solennità che sì, che sono solo canzonette, metto platealmente le mani in avanti, in modo da sottrarmi fin da subito ad ogni ammuffito e prevedibile dibattimento sulla “grande” musica e sulla musica “commerciale”).

Tanto per spoilerare me stesso e dove andrò a parare: ti fa capire che ogni opera è (solitamente) una costruzione, una lenta costruzione. Che ogni diamante nasce dalla terra, parte con due o tre idee, due schizzi sul foglio. Parte piccolo, (molto, molto) perfettibile. Questo me lo devo ricordare. Me lo devo proprio ricordare, quando inizio a scrivere qualcosa e mi sembra intollerabilmente incompleto e precario. Mi devo ricordare di non smettere, di lavorarci, di lavorare. Di starci.

Devi starci, come con tutto. Scappare non vale, non paga.



Però adesso torniamo indietro, a dove l’ho capito (con la testa l’avevo già capito da un pezzo, purtroppo con la testa e basta non si capisce niente per davvero, niente di ciò che conta).

Questa qui è la versione che ho sempre ascoltato, di una canzone splendida, con un testo altrettanto splendido. Mi sono sempre chiesto, tra l’altro, come hanno fatto questi ragazzetti norvegesi, negli anni ottanta, a comporre una cosa così, a scrivere una cosa così.




E poi qualche giorno fa, insomma, dopo una lunga storia di amore con questo disco e soprattutto questa canzone, mi sono ascoltato quasi per caso, su Spotify, la Demo #3 della canzone.



E allora ho capito.

Insomma qui la canzone c’è già, c’è tutta. Ma manca qualcosa di essenziale. La chitarra è molto più consueta, più ascoltata: vorrebbe graffiare, essere aggressiva, ma è abbastanza innocente. La canzone va, ma non c’è quel quid che la rende speciale, insostituibile, unica. La tastiera fa quel giro armonico (o come si dice) che è molto più inoffensivo. Ecco, quello definitivo è molto più asciutto, ed è sparato subito all’inizio del brano. E’ la vera cifra risolutiva di tutto, e ti viene presentata subito. E’ essenziale, come il testo è essenziale, senza orpelli. Ecco, è come se dalla demo avessero scavato via tutto quello che era inutile, era decorativo, come se avessero portato alla luce quello di bello che c’era già, dentro. C’era dentro, ma era come coperto, reso appunto più inoffensivo, meno capace di mordere, di colpire.

Però a questo punto, mi viene anche l’idea che magari a voi degli a-ha non vi importa moltissimo. E’ possibile, sì. Ritengo, sebbene un po’ a fatica, che sia possibile. Allora volevo dare un tono un po’ più generale al post (se ancora qualcuno mi sta dietro).

E’ che da questa demo si percepisce carnalmente (e non intellettualmente, lì son buoni tutti) una cosa generale, in effetti. Per cui forse vale la pena scriverne.

Che una cosa bella, davvero bella, usualmente non piove dal cielo già bella e pronta. Che magari, invece, parte in tono sommesso, mischiata a tanti errori, tanti giri decorativi, inutili, aggiustabili, migliorabili. E poi, scavando, lavorando, lavorandoci, assume quella fisionomia inconfondibile, perfettamente imperfetta, dolcemente, docilmente definitiva nel suo ambito.

E dici, finalmente dici: ecco, è questa.

Che è perfettamente integrata nel suo tempo, che risuona del suo tempo, anche. E’ lì dove deve essere. Per dire, nelle demo di The Wall, procedendo verso la versione definitiva, c’è come in filigrana, come in presa diretta, il passaggio esatto dagli anni ’70 agli anni ’80. Nell’arrangiamento, l’intonazione, tutto. Andate a sentirle, è stupefacente. Un mondo che cambia, come fotografato in musica. Ma questo sarebbe già un altro discorso, da approfondire un’altra volta.

Insomma, quel ritmo delle cose, per restare nel titolo del brano di cui si parlava, si acquisisce, si trasmette, non d’improvviso, ma con un lavoro umile, semplice. Con una dedizione tranquilla, nei giorni. 
"È dalla terra, dalla solidità, che deriva necessariamente un parto pieno di gioia e il sentimento paziente dell’opera che cresce, delle tappe che si susseguono, aspettate quasi con calma, con sicurezza. Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne." (Emanuel Mounier)
Nel tempo, tutto avviene nel tempo.

Anche una canzone.

giovedì 16 novembre 2017

Quella sua maglietta fina (e ciò che contiene)

Che poi, è una canzone che davvero conosciamo tutti. L’incipit è diventato così famoso che non ha bisogno di alcuna presentazione. La maglietta fina ha fatto sognare (ed immaginare) ormai generazioni di persone.

Sì. Sto parlando di Questo piccolo grande amore, la celeberrima canzone inclusa nell’album omonimo, di Claudio Baglioni. Siamo lontani lontani, lontanissimi da oggi: indietro rapido, fino all’anno 1972. Tra parentesi, anni interessantissimi per la musica di matrice pop/rock. Basti ricordare che i Pink Floyd, questi quattro ragazzi inglesi, hanno appena rilasciato roba del calibro di Atom e Meddle. Così, tanto per dire. Insomma, anni di fermenti, di ipotesi di rinnovamenti, di innovazioni. Di (vagheggiate) rivoluzioni, anche.

Copertina decisamente anni ’70, tra le altre cose…



Ed eccoci al nostro.

Diciamo subito. Un album strano, decisamente interessante. Che non avevo mai sentito, fino a poco tempo fa. Del resto, va così: se sei abbonato ad un servizio di streaming può capitare che vai a cercare un album, così, giusto per curiosità. In questo caso, per il gusto di per capire cosa c’è intorno ad una canzone celebre. E scopri un mondo, magari.

Intanto, un concept album (come, Baglioni, un concept album?), sviluppato attorno ad una storia, per quanto semplice. Epperò, un vero concept, con espressioni, frasi, cellule musicali, che attraversano le canzoni e si ripropongono, a volte in contesti diversi, con sfumature differenti. C’è un lavoro piuttosto buono che lega le canzoni, amalgama i contesti — e si sente.

Curioso che di questo album si ricordino adesso appena un paio di canzoni — essenzialmente la title track e Porta Portese — mentre altre godibilissime, come ad esempio Cartolina rosa, o altre veramente particolari, decisamente anomale per il Baglioni che conosciamo, come Battibecco oppure Che begli amici!… siano comunque completamente (meritatamente?) obliate.

Ma vorrei dire, strano ancora di più che una canzone dolcissima, struggente, emozionante, poetica nel senso più compiuto, come Io ti prendo come mia sposa non passi per radio, un giorno sì e un giorno no.





Una canzone che affonda totalmente nel mistero dell’innamoramento, nel mistero profondissimo dell’attrazione tra due persone, che diventa quasi sacra di per sé. Perché è un mistero della natura e della vita, mai completamente indagato, mai declinabile in un discorso razionale. Qualcosa di cui si stupiscono le stelle.

Ma la cosa ancora più strana, e forse divertente, è che la title track — ascoltata in modo avulso dal contesto— venga sistematicamente fraintesa, per una ambiguità del testo, forse, ma anche per una ignoranza delle condizioni al contorno. Ovvero di quello che precede e quello che segue.




Io stesso mi sono accorto che per anni e anni l’ho fraintesa. Appunto. Perché niente, uno la sente così, la intende come la descrizione nostalgica di un amore finito, concluso. E non ha capito nulla. Non è niente di questo. Ascoltate l’intero album: è appena che il protagonista, durante il servizio militare, rievoca il periodo felice passato con la sua ragazza, la sua attuale ragazza (o almeno, lui così pensa).

E noi tutti ancora oggi canticchiamo adesso che / saprei cosa fare / adesso che / saprei cosa dire… come se fosse qualcosa che non c’è più. Come un rimpianto, un rimorso per essersi fatti sfuggire qualcosa. E invece c’è (e già non c’è più, forse, ma questo senza fare troppo spoiler).

Che poi, come stanno le cose tra lui e lei, o meglio, cosa ha vissuto lei quando lui era in caserma, si capisce di schianto nell’ultima folgorante strofa di Porta Portese.





Ecco. Questa per me è realmente un piccolo capolavoro.

Sì, spendo questa parola impegnativa, ma non saprei trovarne un’altra.

Per come viene tratteggiata — a sapienti schizzi di colori — una descrizione del celebre mercato romano, di questi piccoli quadretti (anche amabili), che fan sorridere (C’è la vecchia cha ha sul banco / foto di Papa Giovanni, /lei sta qui da quarant’anni o forse più… oppure …le patacche che ti ammolla quello là. / Ci ha di tutto pezzi d’auto / Spade antiche quadri falsi / E la foto nuda di Brigitte Bardot…). Ma anche e soprattutto, per come — in questo quadretto apparentemente svagato e scanzonato — piomba come un fulmine a ciel sereno l’ultima strofa, Quella lì non è possibile che è lei… (non vi dico di più per non rovinarvi la sorpresa di un ascolto, se non lo sapete già). E la musica segue in modo mirabile la variazione di atmosfera, il cambiamento di sapore che improvvisamente assume il brano.

Tanto non te l’aspetti, tanto pensi di aver capito che il pezzo è appena un brano di descrizione d’ambiente tipico romano (sia pur ben confezionato) che corri il rischio di farti sfuggire il fatto che sei ancora totalmente dentro la storia.

E in una storia, come si sa, c’è questa faccenda: succedono cose.

E infatti. Dall’ultima strofa di Porta Portese c’è la virata del disco, su altre coordinate, altri sapori, incontri, rimpianti, nostalgie. Su un altro insieme di autovalori che la prima parte, giustamente, non contemplava.

Tanto che, nella versione estrapolata dall’album, scopro che l’ultima strofa semplicemente non c’è. Non troppo strano, alla luce di tutto.

Ci sarebbe tanto da dire, naturalmente. Quanto ti voglio, nella sincerità assai poco di maniera, quasi un Odi et Amo moderno, ma peculiarmente apparentato al carme del poeta latino, nella sua coloritura globale. E Piazza del Popolo, con cui si apre il disco ci porta prepotentemente negli anni settanta e nei sui fermenti, anche se qui è appena un pretesto, un escamotage per dare l’avvio ad una storia, che ha indubbiamente connotati molto più intimistici che sociali o politici.

E tanti altri scampoli, il rapporto con i genitori, con gli amici.

E su tutto, la vera protagonista.

Eh sì. Perché te ne accorgi dopo un po’. La vera protagonista è lei. Non la ragazza dalla maglietta fina, no. La vera protagonista è Roma, lei è la vera signora al centro della scena. Un centro quasi defiliato, non invasivo, ma richiamato, punteggiato costantemente da una serie di rimandi, oltre a Porta Portese, Stazione Termini, Piazza del Popolo, ad esempio. E molto altro, anche se appena accennato, anche se nemmeno compiutamente descritto.

Questa è una storia in Roma. E una storia in Roma è sempre una storia di Roma, inevitabilmente.

Così’ che me lo fa ancora più caro, questo bell’album.

Coraggioso, deliziosamente imperfetto.

Vero.