domenica 14 luglio 2019

L'urto del tempo (ovvero, mai dire mai)

L'argomento è tra i più seri. Forse il più serio, mano mano che uno va avanti con le stagioni, prosegue avanti il suo tragitto, nel trascorrere (comunque) ricco degli anni. E' così serio (come la religione, il sesso) che si preferisce spesso non parlarne, si riconosce il composto equilibrio di non parlarne proprio. 

Come si fa, insomma, per le cose di cui nessuno ritiene davvero che esista una soluzione, o comunque un modo produttivo per poterle affrontare. Come si fa per le cose che ci piovono addosso e ci lasciano confusi, perplessi, interdetti. Indifesi, anche. Per le quali ognuno mette in campo, personalmente, privatamente, le difese che può, che trova, che gli sembra di trovare al momento. Provvisorie e parziali e discutibili che possano essere, ma intanto (parzialmente) tamponano. Cantava infatti Roberto Vecchioni molti molti anni fa (e lo capisco certamente più adesso che al tempo),
"salvarla con le figurine /salvarla con le patatine / con il rimorso di arrivare / soltanto quando la nave è partita / però salvarsela la vita."
Insomma, ci sono cose che non riusciamo proprio ad affrontare di petto, dove ci arrabattiamo come si riesce. E del resto, come possiamo biasimarci? Insomma, già è demanding il fatto stesso di vivere, di intessere relazioni, di lavorare (chi può). Figuriamoci a chiedersi una cosa come questa. Figuriamoci.


Chiedersi cosa regge l'urto del tempo è cosa leggera solo per chi sia ancora molto giovane (e non è neanche detto, se la persona in questione è sensibile). Altrimenti è qualcosa, appunto, su cui non si può scherzare. Come detto, non conviene. Se ci penso, quindi, capisco meglio che il titolo di questi che chiamerò brevemente Esercizi (qui tutte le informazioni per capire cosa sono e come entrarvi in contatto), Che cosa regge l'urto del tempo,  è veramente una sfida. E' proprio qualcosa su cui non sopportiamo risposte retoriche o inconcludenti, su cui non tolleriamo perdite di tempo, giri di belle parole.

martedì 2 luglio 2019

Toy Story 4, l'inesausta dinamica del dono

Giunti alla quarta tappa dell'avventura "cosmica" di Toy Story, mi sento di dire che il pericolo della stanchezza o della routine, sia stato egregiamente scongiurato. Se la chiamo cosmica, è solo perché  il meccanismo narrativo di Toy Story, fin dalla prima rivoluzionaria puntata, è imperniato su una idea semplice ma straordinaria, estremamente feconda. Quale poi sia, la sapete: in breve, i giocattoli sono vivi e hanno affetti, relazioni, connessioni come gli umani. Ma  sono anche attenti a non farsi  scoprire: in presenza di una persona, loro simulano il comportamento atteso da un giocattolo (inerte). Potremmo dire, in termini fisici: ad ogni misura restituiscono lo stesso profilo (che è quello che più ci aspettiamo).

Ma cosa avviene nel tempo che trascorre tra le misure? Cosa accade quando nessuno guarda? Questo non possiamo dirlo. In generale, non potremo mai dirlo. La realtà nella sua essenza si cela dietro un velo, e quel che ricostruiamo unendo le misure - come nel gioco ben noto di collegare i puntini - è sempre altamente arbitrario. Il modello non è mai il reale, e questo è un bene, perché il reale può essere sempre qualcosa di più.

Toy Story, fin dal primo episodio, ci propone un messaggio decisamente interessante, perché parla ad una parte del cuore sempre in ascolto, sempre in attesa: ci suggerisce che l'inferenza tutta positivistica di voler ridurre il mondo a qualcosa di già visto, già compreso è ultimamente e felicemente fallimentare, perché esiste un mondo, un universo, che fuoriesce con allegria dall'ansia di catalogare e comprendere "razionalmente" le cose. Un ambiente che straripa, brulica di invenzione e relazione. 

Woody con il nostro nuovo amico, Forky... (Crediti: sito ufficiale

Così, si capisce che una stanza di giochi non è appena una stanza di giochi: è di fatto anche la sede privilegiata per  mille emozioni, relazioni, rapporti affettivi, intrecci e soprattutto storie, mille storie che si generano continuamente, che rendono questi oggetti tutt'altro che inerti. Del resto i bambini già lo sanno, i giocattoli vivono. I rapporti con le cose sono più imprevedibili e profondi, più poliedrici e fecondi, rispetto all'approccio utilitaristico e consumistico di molta parte del nostro pensiero "moderno".

E' in fondo la riscoperta di un universo poetico, l'esplorazione di una nuova (e antichissima) dinamica dello stare nel mondo.


giovedì 27 giugno 2019

La vera stella che vuoi essere

Assai volentieri ospitiamo la presentazione integrale della professoressa Carla Ribichini (I.C. Comprensivo "Marcello Corradini", Roma), contenuta nel volume di racconti per ragazzi "Anita e le stelle" (Arsenio Edizioni, Euro 14) in uscita in questi giorni, già disponibile su Ibs.it.

«A volte  mi  sento  brillare  come  una  stella  che  non  vive  in  cielo,  vive sulla  terra  e  brilla  anche  di  giorno.  È  facile  sentirsi  una  stella,  basta amare  la  vita  e  sentire  dentro  la  vera  stella  che  vuoi  essere.  Dentro tutti  siamo  stelle.»  

Così  Davide,  in  modo  semplice  e  commovente,  racconta  la  sua  esperienza  dopo  la  lettura  del  racconto  di  Marco  Castellani La bambina e il quasar

Gli  alunni  della  scuola  media  “P.M.  Corradini”  di  Roma  hanno partecipato  al  progetto  Educare  narrando... tra  Scienza e Poesia e hanno  compreso  che  raccontare  una  storia  non  è  pratica  oziosa,  ma strumento  per  educare  e  risvegliare  i  cuori.  Lasciar  parlare  la  voce delle  storie  è  importante  perché  le  storie  mettono  in  movimento  la vita  interiore,  soprattutto  quando  è  denutrita,  spaventata  e  messa  alle strette,  come  spesso  lo  è  la  vita  dei  nostri  giovani. 

Unire  lo  studio  metodico  e  rigoroso  dello  scienziato  allo  stupore e  alla  meraviglia  del  poeta  è  l’azione  coraggiosa  di  Marco  Castellani. I  momenti fondamentali  del  suo  prezioso  lavoro:  ricerca  e  conoscenza, restituzione  e  servizio,  sono  stati  per  noi  strumenti  di  apprendimenti significativi.  La  sua  passione  per  l’universo  e  il  suo  amore  per  l’uomo che  lo  abita  lo  hanno  spinto  a  donarci  una  scienza  nuova.  Lo  scienziato  illuminato  sa  che  la  conoscenza  da  sola  non  basta,  ed  ecco  allora  che,  tra  le  righe  dei  suoi  racconti,  si  affaccia  una  scienza  che  si rende  disponibile  e  comprensibile  e  si  mette  a  disposizione  di  tutti  attraverso  emozioni  e  ritmi  narrativi.  

martedì 11 giugno 2019

Guarire, in una storia di parole

Credo che il miglior modo di iniziare a ragionare di poesia e guarigione, il modo più diretto e veloce per entrare subito nel vivo, sia riferirsi a quanto scrive il poeta e filosofo Marco Guzzi nell’introduzione al mio volume di poesie, il cui titolo è appunto, Imparare a guarire
[Ciò] esprime un desiderio che accomuna tutti gli uomini di tutti i tempi, e che oggi si fa ancora più pressante, urgente, indilazionabile, in quanto lo stato di malattia, e di malessere universale, sembra aver raggiunto un livello terminale, una soglia di insostenibilità, che mette a repentaglio la stessa sopravvivenza della specie umana sul pianeta terra.
Sono parole nette, con le quali qui ci vogliamo confrontare. Riconoscere infatti di essere accomunati da un disagio così forte, segno di questo passaggio di epoca che molti filosofi rintracciano come cifra significativa nel decodificare le complessità e contraddittorietà del tempo attuale, è il primo passo necessario. Ci motiva con decisione a ricercare, finalmente, non più strategie spicciole di sopravvivenza, ma a puntare su un sogno più grande. Riprendere coraggio e, armati solo di un pugno di versi, andare alla scoperta di strade che possano aiutarci, tramite le quali sia possibile, con tutta la gradualità che ogni vero processo trasformativo richiede, imparare a guarire. 


Qui subito si instaura, già si instaura, il suggestivo parallelo tra poesia e guarigione. E’ un fatto, la poesia si connette a doppio filo con il tema della guarigione, se non altro - vorrei dire - carnalmente, cioè per la natura stessa del poeta, della sua persona. 

martedì 21 maggio 2019

La mia Europa (lavorare il sogno)

Sono tempi strani, e questi tempi elettorali, forse esaltano e fanno brillare quel senso di disagio, che è caratteristica anche della politica di questi ultimi tempi. 

Fateci caso, quasi nessuno dei nostri politici si cura di spiegare che specifica formazione europea sostengano, e tanto meno di dettagliare le ragioni di una scelta, delinearne i motivi, il quadro ideale di riferimento. 

Non si ascoltano (quasi) da nessuna parte, dettagliate analisi sulla composizione del Parlamento Europeo, sul perché afferire ad una formazione oppure all'altra. Niente affatto, si sceglie sovente di far leva sui soliti temi di politica italiana, purtroppo ridotti a slogan e dunque svuotati drammaticamente di quella profondità di pensiero che sarebbe necessaria per affrontarli davvero. 



Quando poi non arrivino, e parliamo di ministri, ad entrare a gamba tesa nel terreno del sacro (da percorrere, come si capisce, con grande cautela in queste circostanze, essendo il terreno del vero senso, della profondità inaudita e irriducibile delle cose) nel tentativo un po' maldestro di rafforzare la presa emotiva (a questo punto) di una certa posizione - che invece andrebbe argomentata su basi laiche e razionali, non ricorrendo al sacro se non per quello che ha a che vedere con il cuore, con la poesia e il dramma della vita e della morte. E e non certo con i calcoli elettorali.

domenica 19 maggio 2019

L'infinito, presente

Da una riflessione su L’Infinito, di Giacomo Leopardi

L’Infinito è una dimensione dell’anima, dimensione ignorata e spesso invisibile, ma assolutamente presente nelle nostre vite; è quella coscienza globale che dà senso all’esistenza e la risolve.

Esiste un marchio d’infinito dentro ognuno di noi e aderire all’infinito che ci abita dentro è l’esigenza di ogni essere umano. L’uomo vive nelle pseudo sicurezze del mondo finito, si perde nella materia, la vuole dominare, è prigioniero nel mondo delle cose; come diceva Pascal, è posto tra i due abissi dell’infinito e del nulla, fra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo.       



                                                                                                                              
Duplice, quindi, è la natura umana, ma il centro pulsante della sua interiorità è proprio il bisogno di infinito che, riconosciuto e ascoltato, spinge l’essere umano ad andare oltre l’io di materia fino ad entrare nella coscienza del Tutto. E’ l’esperienza interiore quella che conta, in quel punto profondo nulla divide l’uomo dall’Infinito e dall’Eterno.

Leopardi, pastore errante, si interroga sull’esistenza umana e ci dà un’umile lezione di coraggio e di forza. La sua poesia è una vera e propria ricerca di consapevolezza e affonda le sue radici nel dolore; rifiutando e  allontanando ogni tipo di consolazione, ci insegna la dignitosa accettazione del destino umano.  Leopardi cerca la verità, lotta eroicamente per superare l’inquietudine e la sofferenza e porta la lotta dalla biblioteca paterna al mondo. Riconosce solo l’uomo, che rimane il suo punto fermo; è un uomo solo e sofferente, ma non sconfitto, l’accettazione della sua disperata condizione lo rende, anzi, più forte e consapevole.