lunedì 4 marzo 2019

Confine

Ecco una parola che è tempo di aggiungere al mio personale vocabolario, questo progetto in lenta progressiva formazione. Confine. Il confine è interpretabile in una varietà infinita di modi, in tantissime situazioni. La prima cosa che mi viene in mente, è che il confine ha una fondamentale funzione positiva, di identificazione. Separando me stesso dal resto del mondo, io inizio a esistere, io esisto in quando entità separata dal resto del mondo, in prima istanza. Devo però comprendere questa separazione, devo ragionarci bene affinché non mi porti fuori strada, non mi faccia impantanare nella angosciosa illusione dell'autonomia, per citare una frase significativa di Don Giussani. 


In realtà è in una certa polarità dinamica del confine si gioca tutta la partita. Perché un confine ci vuole, è una buona cosa, e questo va detto. Vi immaginate una cellula senza membrana cellulare per esempio? Come farebbe semplicemente ad esistere? Dunque una separazione, che è in realtà una convocazione, una chiamata all'esistenza. Esisto in un luogo specifico, un luogo definito. Esisto perché non sono tutto il resto, sono qui. E il rischio sarebbe quello di rimanere a questo esisto, come fosse qualcosa di compiuto, di definitivo, di acclarato.

Non è così. Ed eccola la polarità dinamica, affascinantissima, di questa parola. Il confine è felicemente contraddittorio, perché esiste, in qualche misura, proprio per essere violato. Le barriere esistono per essere superate. Infrante. Io esisto perché mi impegno coscientemente in una violazione perpetua dei confini, in una continua disgragazione del sovranismo latente che un certo pensiero in bassa frequenza mi vorrebbe far adottare, come difesa preventiva, come atto implicito di calcolata ostilità verso il mondo. Invece, coltivare la fiducia è aprire i confini, forzarli, allargarli, vedere cosa accade nel passaggio (tentativamente regolato, certo) di merci e persone, anche e soprattutto attraverso i miei confini. 

Del resto, se rimango nei miei confini, se chiudo i porti all'arrivo del nuovo, dell'inatteso, all'inizio mi sento al sicuro. Di primo acchito, al primo impatto, mi può anche sembrare una gran buona idea, una ottima idea. Però alla fine mi stufo, mi annoio. Mi deprimo. Il sovranismo eccessivo di me stesso mi porta alla depressione. Capisco che sto remando contro il flusso dell'universo, così facendo. Sottraendomi da questa dinamica di scambio, mi sto impoverendo. Sono nato per contaminarmi, per ibridarmi, per rischiarmi nel confronto dialogico. Io esisto e acquisto sapore, consistenza, in quanto decido volontariamente per l'apertura dei mie porti, verso l'esterno.

Non è automatico, deve essere una mia decisione, riesaminata e rilanciata ogni istante. Devo inserirlo come punto centrale del mio personale contratto di governo (di me stesso). Niente in tutto questo è automatico: è questo il bello.

In me stesso ci sono infinite sollecitazioni a varcare i miei confini. Ce l'ho incorporate, in pratica. E' fin troppo ovvio pensare all'ambito affettivo, ma vale la pena vederlo in questa luce. Sì, perché il rapporto d'amore è una violazione consensuale di confini, in fondo. Confini emotivi e confini fisici, anche. Nel rapporto sessuale, i confini stessi dei corpi vengono rinegoziati, rimodulati, almeno per un certo lasso di tempo. Lo dice benissimo il secondo capitolo di Genesi, e non si può dire con miglior poetica precisione, i due saranno una carne sola. Ovvero, qui i confini non sono nemmeno più negoziati, sono proprio aboliti, in un atto totale di fiducia, di abbandono. Rinuncio deliberatamente a mantenere un preciso controllo su come e quanto sono invaso, come o quanto invado: evado la logica sempre un po' mercantile dello scambio, e mi abbandono. C'è un inizio di indicazione preziosa, anche: salendo in frequenza, progredendo nell'intensità del vivere, i confini si sfaldano, si stemperano. Svaniscono, idealmente. La gioia è vera quando è sconfinata, appunto.

In effetti, l'intero rapporto tra uomo e donna, che è frequentazione, assistenza mutua e convivenza, è affascinante anche solo a pensarlo, perché è una rinegoziazione quotidiana di confini, dei confini di due persone che accettano questa curiosa infrazione costante che a volte costa fatica, ma che viene accolta con la percezione luminosa di un mutuo vantaggio.

E' una questione di sguardo, anche. Come guardo a me stesso e al resto. Si capisce: se mi percepisco unito al resto, alla fine tutto è mio, è parzialmente mio. Leggo come secondo alcuni studiosi il significato etimologico di Europa è ampio sguardo. Non so se è vero, ma è bellissimo. L'ampio sguardo mi rende disponibile verso un intreccio con entità diverse da me, in un interscambio delicato, difficile ma bello come un bacio. Il piccolo sguardo, al contrario, mi fa ricadere nel sovranismo spiccolo dove i veri governanti al potere sono i miei piccoli interessi, interessi poco interessanti alla fine. Anche se difficili da mettere in discussione, perché piuttosto refrattari al dibattito interno.

Lo sappiamo bene: è un combattimento, tenere le frontiere aperte. Perché la percezione del bene non è immediata, non è banale. La frontiera può essere varcata anche con cattive intenzioni. Aprendo la mia frontiera posso anche venire ferito, violato, umiliato, distrutto. Percepire che è un valore il rischio consapevole e accorto dell'apertura della frontiera, è materia di un mio personale lavoro.  Dire che l'altro è un bene per me implica - almeno come anelito - una volontà di riscatto dagli egoismi e dai particolarismi che tanto spesso mi incastrano. Ed è un lavoro anche questo (ma un bel lavoro).

Nessun sogno bellissimo ha dei confini, se ci fate caso.

Quindi il confine è una membrana che esiste per essere instancabilmente lacerata, come una ferita continuamente riaperta.

Quella ferita aperta, che ci mantiene vivi.




lunedì 25 febbraio 2019

Ti racconto il mio Sanremo


 … solo un caso: la trasferta è iniziata il 17 gennaio, festa si Sant’ Antonio abate, monaco eremita…
Non sarà un caso se gli accadimenti e i percorsi che ho intrapreso in varie modalità in questi ultimi tempi (il bellissimo Darsi Pace, il lavoro sul cuore con Giulia, l’incontro con suor Sveva eremita, il passaggio alla Pieve di Romena, insieme al richiamo di don Carron e di Papa Francescomi stanno avvicinando a un desiderio di silenzio e di svuotamento. La percezione oggi è quella di camminare su sentieri tortuosi con deviazioni, scale, discese e salite ma che conducono sulll ‘unica strada:  LA STRADA .

cielo mare  a Sanremo 
Sanremo è stata una bella esperienza. Il mio compito era che il lavoro per il programma che seguivo  che non era il festival, venisse seguito e realizzato con meno problemi possibili e nei tempi stabiliti. Non dovevo fare altro che essere accanto al mio collega che più giovane e più bravo di me ha svolto la parte creativa e che si trovava in prima linea a dover relazionarsi e mostrarsi ai committenti. Io ho potuto rimanere un passo indietro, essere “al servizio “, allenandomi nel metter a tacere un certo EGO che spesso fa capolino.
Il tempo di trasferta è un tempo particolare, ma anche privilegiato. Si è lontani dalla normalità della vita, e dagli amici, e dagli affetti quotidiani. Tutto viene sostituito dalla convivenza tra colleghi. Il tempo e l’impegno ruotano intorno al Festival di Sanremo e a tutti gli eventi collegati ad esso.
Ho desiderato da subito che il mio tempo non fosse inutile, disimpegnato o distratto nel turbinio di cene e pranzi a  tema fisso con pochissime eccezioni: lavoro, lavoro, lavoro farcito da pettegolezzi e le solite problematiche aziendali, tutto con un ritmo monotono fino ad arrivare alla nausea.
STARE con le persone anche dentro quella nausea è stata una sfida supportata anche dal pensiero che “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori (devastati) di altri uomini. (…) tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.  E.Hillesum
Così non ci sono più spazi o circostanze inutili. Con la preoccupazione di salvare quell’angolo di cuore, ma senza per questo sentirmi “migliore “degli altri, ho partecipato pienamente alla baraonda di queste giornate.
Ma come si fa a conciliare il bisogno di ESSENZIALE che sento come desiderio di pienezza, con il chiacchiericcio, la distrazione e il gigantesco superfluo di parole e cose di cui si viene bombardati senza tregua?
Bisogna nutrirsi!  Così il silenzio, la meditazione imparata con Darsi Pace, la bellezza del mare e del cielo, le biciclettate e miei pranzi solitari davanti al mare, il passaggio quotidiano nella Chiesa dei frati francescani, sono stati il nutrimento per non annegare nel nulla delle troppe cose …
Pur stando con le persone ho vissuto in una solitudine, e, come spesso  ormai mi succede, sentendomi un po’ “strana”. Queste giornate sono state un’attesa continua nel desiderio d’incontrare un’anima …
Regali ne ho avuti tanti: la breve colazione con Paola, in cui scopriamo il comune desiderio di stare “interi e centrati” e non far diventare una parentesi di vita questi giorni, poi la fresca ‘amicizia con i nostri” vicini di casa,  i frati, poi la  conoscenza e l ‘invito a cena di due bellissime famiglie di Sanremo in cui ho respirato la semplicità, l’ accoglienza e la pace dentro l ‘eccezionalità di una vita “normale “ma non facile.
Tra le cose che ascoltavo e mi nutrivano durante le mie biciclettate c è stata anche un’intervista di Simone Cristicchi che riprendeva la parola” essenziale” raccontando di due ragazze del terremoto dell ‘Aquila che hanno capito che per loro l essenziale era possedere solo 2 magliette, poi della felicità sorprendente incontrata nel volto di una monaca di clausura, e del significato della sua canzone….
E’ con questo cuore gonfio di attesa che quando  ascolto la canzone di  Simone Cristicchi  mi commuovo. Ho la fortuna di poterlo incontrare “dal vivo”, devo attendere che si concluda l ‘inseguimento dei cacciatori di selfie. Supero  mio timore di essere presa come una molestatrice perché io DEVO  parlargli.!  Dopo breve inseguimento lo blocco.
Il mio GRAZIE è venuto fuori come strabordante  e da un bicchiere troppo pieno. Era il riconoscimento di un cuore. Ci siamo  detti delle cose  e riconosciuti in  questa esigenza di  tempi di  silenzio davanti alla bellezza  regalata dal mare.
Era quel ‘anima che attendevo. Così inaspettata!  Improvvisamente ho sentito che il senso del mio essere a Sanremo era lì: un risveglio del cuore , una riprova di essere sulla stessa STRADA. 
Il giorno dopo lui torna nello studio per la trasmissione-talk pomeridiana. Ascolto l’intervista. Uno spazio di verità in cui  Cristicchi racconta come coraggiosamente ha presentato quella canzone, poi accenna alle nostre maschere, agli schiaffi e alle carezze della vita.  Dentro tanto parlottìo televisivo noiosissimo che  seguirà subito dopo con “gli esperti “, le poche parole ascoltate splendono come luce e vanno dritte come una lancia a colpire il cuore della gente. Il pubblico  infatti  applaude spontaneamente con forza.
Si, Simone Cristicchi  solo per questo ha già vinto! Tutto il resto e cosa ne seguirà non ha importanza .
Penso in quel momento al potere del microfono di cui aveva parlato lui stesso . Se la TV produce spazzatura, si mangerà spazzatura, ma se qualcuno risveglia il cuore, la gente se ne accorge, si muove, gioisce e si accende una speranza.
(a me  torna   in mente quando ho iniziato a lavorare in TV, quanto ero idealista  immaginando la possibilità di cambiare un pezzo di mondo.  Risvegliare le menti assopite, risvegliare le coscienze addormentate, aprire il cuore alla creatività e alla bellezza, educare alla solidarietà, credendo che questo fosse la mission del servizio pubblico…) 
 Nel breve colloquio avevo raccontato a Cristicchi che ero stata a Romena e avevo conosciuto don Luigi Verdi. Lui mi dice che, guarda caso, proprio la sera verrà  a trovarlo e m’ invita a passare a passare a salutarlo.
Un altro regalo è stato l’incontro inaspettato con Don luigi Verdi con cui trascorro del tempo prezioso  Parliamo di Dio, del silenzio, della fraternità di Romena, del dolore, della pace, dell ‘armonia, della ricerca, del bisogno di sintesi.
Questo è stato un ulteriore carezza o di Dio, un regalo più grande di ciò che potevo solo immaginare.
Così sazia di tutto ciò che avevo già avuto, non attendo il rientro di Cristicchi dal festival per festeggiare insieme. Il mio senso del dovere mi ha fatto rientrare al mio  lavoro.
Ma anche questo faceva un po’ parte del piano di Dio. Si vorrebbe rimanere lì, stare con chi riconosci come vero, come compagnia, ma non sempre è possibile.
Non possiamo metter le tende, dobbiamo tornare e stare nel mondo, mantenendo quella gioia riassaporata re incontrata per quel poco tempo di verità.
Così me ne torno tra la mia gente, con una letizia rinnovata e visibile. E’ come quando ci si innamora, improvvisamente tutto diventa bello!
Quella sottile tristezza e stanchezza che portavo con me in quelle giornate era scomparse ma ne ho visto  il senso ricordando certe parole di Giussani :
Le due grazie che il Signore dona sono: la tristezza e la stanchezza.
La tristezza perché mi obbliga alla memoria
E la stanchezza mi obbliga alle ragioni del perché faccio le cose.


Ho voluto scrivere per non dimenticarmi delle cose 
belle e inaspettate che accadono.


domenica 10 febbraio 2019

Sì, ho visto Sanremo

Sì, forse è il caso di fare outing fin dal titolo. Dunque per quanto possa sembrare strano, lo ammetto. Lo ripeto, scanso equivoci: ho visto Sanremo. 

Insomma. Non l'ho visto tutto. Ho visto dei pezzetti, o un po' di più. Beh l'ultima serata l'ho vista per buona parte, quello sì. E devo anche dire che mi è piaciuto. O meglio, ho apprezzato molto il fatto semplice che lo stavo guardando. 

Il che non è la stessa cosa, in effetti. 

Perché per capire la differenza, bisogna andare alla radice della faccenda. Sanremo non è appena una trasmissione, è un evento televisivo. Ormai una dei pochissimi. E' una delle pochissime occasioni in cui ci si ritrova in grandissima parte (qui, in Italia) impegnati in una stessa cosa. Ci si ritrova insieme ad assistere allo stesso evento. Il quale poi sarà anche fatuo, inconsistente, sfilacciato, pilotato (come spesso si dice), d'accordo. Ma il fatto è che la portata di quello che accade travalica ampiamente l'evento stesso. Il merito di Sanremo è aver richiamato così tante persone intorno ad un solo evento: sempre più difficile ora che l'offerta televisiva e mediatica è così ampia, che è pienamente normale essere dispersi in una miriade di sentieri distanti.

Che poi, alla fine erano anche simpatici... 
Quando un evento riunisce tante persone, accade qualcosa. Come i mondiali di calcio: anche se non ti piace questo sport, alla fine i mondiali li guardi, perché avverti questa vibrazione sottile, quest'aria elettrica e nuova, questo senso di qualcosa che sta accadendo e che riguarda tutti. Partecipi a qualcosa che ti unisce agli altri (e non importa se sei solo in casa tua, perché il segnale unitivo in qualche modo, viaggia nell'aria, entra dalle finestre, insomma ti raggiunge). Ne ragioni con chi ti vive accanto, ne parli nel bar, con i colleghi di lavoro. Magari non ti piacciono le canzoni, quelle canzoni. Forse detesti quella che ha vinto, perfino (no, non è il mio caso). Però sei dentro un evento, che nemmeno capisci del tutto, ma sei dentro. Cioè, non capisci come mai senti questo coinvolgimento in qualcosa, ma lo senti. 

Nell'ultima serata, sentivo che era naturale e facile essere lì a guardare. Anche se magari per buona parte mi potevo annoiare, o spesso divagavo con il pensiero. Ma ero cullato e protetto, ero sottilmente confortato dal fatto che ero lì, in qualche modo. E quando sono dovuto uscire di casa, mio malgrado, ho proseguito ascoltando in macchina, felice (lo ammetto) di non perdere la connessione con l'evento. 

Che poi alla fine i motivi di interesse li trovi. E alla fine in qualche modo ti appassioni. Cominci a trovare il tuo spazio di movimento, la tua costellazione di valori nel panorama delle canzoni. E' chiaro, ti è molto chiaro che la musica è (anche) altrove. Ti basta ascoltare un brano di Peter Gabriel (per non scomodare i grossi nomi della sinfonica, Mahler e Bruckner per esempio) per ricapirlo, ricapitolartelo in testa, se serve. Ma inizi a muoverti in questo panorama. Le coordinate sono chiare. Deve essere facile, orecchiabile, ripetibile, ti deve però nutrire senza sembrare troppo scontata, devi trovarci un motivo sensato per ascoltare, e riascoltare. Le parole devono far fiorire qualcosa, non devono essere grande poesia, ma allo stesso tempo non devono risiedere nel completamente ovvio. 

E le sorprese belle, si trovano. 

E ognuno ha le sue.

La mia questa volta si chiama Simone Cristicchi


E qui si potrebbe parlare, parlare per tantissimo tempo, parlare di questo brano così struggente, felice nelle parole e felice nella musica. Si potrebbe parlare tanto, ma la cosa migliore è stare in silenzio, e ascoltarlo. Stare in silenzio, come suggerisce il brano stesso: non lo dice, ma lo fa capire. Il sussurro iniziale, l'inizio in pianissimo, a differenza di tante altra canzoni sanremesi (intro con il pianoforte, poi parta la batteria e la sezione ritmica, poi il cantante canta, e via così), è veramente un invito al silenzio, dentro e fuori di noi.  

Perché di silenzio è deliziosamente impastata questa canzone. Quasi non vuole disturbarlo, il silenzio: rimane sommessa, sospesa. In attesa. Bisogna addentrarsi bene nel brano perché finalmente la musica decolli, dispiegando un tema che è ampio e lirico, italiano nel senso più interessante. E le parole, quelle parole che osano colorare il silenzio, disturbarlo: quelle alla fine ti arricchiscono, ti fanno capire un pelino di più, ti rimangono amiche, soprattutto. Le puoi abitare, sono parole abitabili. 

Adesso chiudi dolcemente gli occhi e stammi ad ascoltare
sono solo quattro accordi ed un pugno di parole
più che perle di saggezza sono sassi di miniera
che ho scavato a fondo a mani nude in una vita intera
non cercare un senso a tutto perché tutto ha senso
anche in un chicco di grano si nasconde l’universo...

E con tutti i limiti possibili, ma senza Sanremo non sarebbero arrivate a così tante persone. E questo credo sia un valore, un grande valore. Il messaggio di cura, di possibile guarigione, che portano queste strofe è benefico, è grande. O meglio, non è grande in sé, ma è grande nella possibilità che apre, verso qualcosa di veramente immenso, che a volte non vediamo. Che viene a trovarci, ci visita, se l'attitudine nostra lo permette: in questo senso ogni modo per ricordare è realmente benedetto. 

Così che se qualcosa del genere passa attraverso questa cosa così poliedrica e non inquadrabile e anche a suo modo contestabile come Sanremo (immensa macchina commerciale e insieme appunto, come dicevamo, evento), direi che comunque va bene. Va benissimo. 

Un altro modo per noi, per imparare che le vie di contatto con il vero non le decidiamo noi, non le stabiliamo noi. Che dobbiamo solo chiudere gli occhi, aprire un poco il cuore, ed ascoltare. 

Grazie, Simone. E anche grazie, devo dirlo, Sanremo 2019. 

giovedì 20 dicembre 2018

I pensieri illuminati (cioè, il bordo degli occhi)

Ma tu te li ricordi i nostri sogni / al tempo dei pensieri illuminati così canta Fossati e questo mi ritorna in testa adesso, che riprendo questo post, abbozzato tanto tempo fa e rimasto - chissà - in cerca di una soluzione, di una conclusione.

Sarà che uno tenta di ritornare a quello, al tempo dei pensieri illuminati, e tutte le gratificazioni al mondo che arrivano e continuano magari ad arrivare, non riempiono il cuore come faceva uno sguardo, un solo sguardo, in quegli anni… che tanti pensieri e tanta saggezza non serve a niente non scalda nemmeno come un cerino, finché rimangono solo parole non servono a nulla anzi… mai più saggezza mai più…

Sarà che uno vorrebbe a volte prendere tutto e via, scappare lontano diecimila miglia e tornare a vedere… vedere le spiagge i panorami i tramonti sentire l’odore di cibi esotici vedere le ragazze che ridono farsi sommergere dalle promesse dei loro sguardi dolci, ingenui e maliziosi e correre correre correre e non sapere cosa si potrà fare domani, non saperne proprio nulla, sapere appena che domani sarà una cosa nuova, una giornata diversa e nuova (molto diversa e molto nuova) e avremo ancora sorrisi e avremo ancora abbracci e corse e risate e gente che si stupisce con me, per me… gente che - per dire - può avere voglia di sorridere e amare, vestirsi e spogliarsi, senza stare a dosare e a sgocciolare assensi con parsimonia e inossidabile buon senso…
ma tu te li ricordi i nostri anni.. I tempi delle stelle in fondo agli occhi
E' indubitabile. Ci sono momenti, periodi, che più facilmente si avvertono come magici. Periodi che sono un invito, un invito a venire a vedere, a coinvolgersi.

Perché poi alle volte si rischia di scambiare questo con il tutto. 

Non le bollette, le cose da pagare e le incombenze che ci sono e chissà se oggi magari piove e non i problemi scolastici dei ragazzi e non più le parole oggi sono stanca voglio dormire… e a volte (perché poi, non lo sai nemmeno) non trovi nessuno che ti sorrida più con le stelle in fondo agli occhi, non lo trovi o ti pare di no (forse appena non lo vedi, non lo vuoi vedere), hanno tutti molto altro da fare (ti sembra), molto altro da fare che occuparsi di te e della tua ricerca di stelline negli occhi (ti pare), e una lei che ti guarda normalmente magari ti ricorda di portare la roba in cantina ma lei è anche e soprattutto una bravissima persona e dunque forse è tutto normale, è la normalità, forse sei tu che stai scansando il reale con la tua ansia delle stelline e in qualche modo sei tu, non sono gli altri, in qualche modo sei sempre tu, eppure…


Cosa rimane, cosa rimane? Abbiamo il coraggio di chiedercelo? Cosa rimane adesso delle stelle nel fondo degli occhi? Dei tuoi occhi meravigliosamente intarsiati, amica mia, che ammiravo standoti vicina in metropolitana, dei tuoi maglioni larghi, delle tue esitazioni e della nostra scoperta del vivere nella carne e dei modi tutti nuovi e inesplorati per stare in comunione, in luminosa comunicazione? Cosa rimane se la sabbiolina dorata sembra scivolata tutta tra le mani e se le apri non la trovi più, la cerchi sugli altri e non la trovi più… cosa rimane ancora?

Cosa rimane, se a questo punto non allargo lo sguardo, cerco un senso più ampio che - cadendo dentro tutto questo, smascherando anche la parzialità fallace delle mie percezioni  - lo invera e allo stesso tempo lo ricompatta in una orbita di senso, in una orbita che abbia senso pieno anche adesso?  Cosa rimane se rinuncio a pormi io stesso, prima di tutto, in un orbita di guarigione, se non imparo sempre e di nuovo a guarire?

E' una decisione fondamentale, è uno spartiacque sempre drammatico. Perché se questo non avviene, se non lo lascio avvenire, ebbene ha ragione (ancora una volta) Fossati, in quella meravigliosa canzone, in quel profondissimo quadretto che è D'amore non parliamo più,
Con la bellezza non discuto / la bellezza se ne va
Ed è una frase che ti rimane dentro e chiama un senso profondo, una riscoperta di senso globale, perché altrimenti rimane appena il dolore, quel dolore purissimo per la scomparsa apparente della cose. Lo dice un altro grande, lo dice il Boss, nella sua Atlantic City
... everything dies, baby, that's a fact ...
Perché allora uno si deve appena rassegnare alla progressiva scomparsa delle cose, all'indebolirsi del senso totale. Ma la rassegnazione è amara, è devastante. E forse, tutto sommato, non è inevitabile. Forse no. It's a fact dice il Boss e non sembra lasciare margine alle interpretazioni. Del resto lo vediamo anche noi, è sotto gli occhi di tutti: La bellezza se ne va. 

Così Natale dovrebbe avere qualcosa da dire su tutto questo, qualcosa da dire in tutto questo, dentro tutto questo. O naturalmente dentro drammi peggiori, drammi veri. Perché il rischio è che se Natale non ha niente da dire e non incide su questo rimane confinato in una melassa retorica buonista (oggi si direbbe così) che fa soltanto molto male allo stomaco.

E' anche chiaro cosa non vogliamo. Non qualcosa di strategico, non l'ennesima nostra strategia. Nessun manuale di self help potrà veramente servirci. Ci vuole qualcosa di esterno che ci venga a trovare, ci venga a visitare, per rinegoziare il rapporto con il mondo e ritornare ad una freschezza originaria, alla freschezza di un inizio, di un nuovo inizio. Qualcosa che è fuori di noi e che si propone al fondo di noi; ma è fuori di noi, dice Luigi Giussani, uno che comunque dell'uomo e del suo desiderio profondo, se ne intendeva parecchio.

Basterebbe un semino luminoso, che alla fine possa contrastare credibilmente questo everything dies di Bruce, innestato così profondamente nei nostri cuori. Un semino ancora più profondo, che dice che tutto muore, apparentemente, ma la morte non è l'ultima parola. Cioè, a noi sembra che tutto muore, solo perché non abbiamo sotto gli occhi il quadro completo.

Ripartire allora. Ripartire sempre e di nuovo, dalle profondità abissali di questa notte, di questa vigilia. Accogliendola, accogliendomi e accogliendoti, amica. In fondo, come avverte Marco Guzzi, non dobbiamo avere paura, in fondo è nella notte che nasce il nuovo.

E' anche una scommessa, ma non solo: è la premessa di una vita veramente vissuta. Non è vissuta davvero fino in fondo quella vita trascorsa ai margini della disperazione del tutto muore. Affatto. Se tutto viene conservato, se non muore davvero, ecco che allora io sono libero di vivere profondamente, di fare tutti gli sbagli che voglio fare e che debbo fare (come diceva in maniera innegabilmente evocativa Luca Carboni, potremmo essere felici fare un mucchio di peccati), ed intanto - come valore aggiunto di grande spessore - essere sicuro, tranquillamente sicuro che il bordo, quel bordo degli occhi, quel tuo bellissimo bordo degli occhi, non lotta più con la disperazione, ma accoglie la quieta consapevolezza di un viaggio che ha una sua Destinazione Buona - così sconvenientemente buona da infastidire tutti i benpensanti, costantemente impegnati a limare e limitare il loro desiderio d'infinito.

Quel bordo ridente dei tuoi occhi, amica mia: che così diventano ancora più lieti, ancora più belli.

Natale, alla fine, non sono tanti discorsi; è una questione di sguardo, una purissima e decisiva questione di sguardo. Di un volto, di un sorriso, del bordo degli occhi, del bordo ridente dei tuoi occhi, amica: di nuovo, ridente. E' una questione di danza il Natale, alla fine. Di quella danza segreta e primitiva che ti impregna il cuore e i muscoli, amica mia, ti fa scorrere linfa nuova nel tuo sangue selvaggio, ti incatena, finalmente ti incatena al tempo che vivi e ti riscatta, ti riscalda continuamente.

Auguri.

domenica 25 novembre 2018

Cittadino d'Europa (apologia del bacio)

E' successo proprio ieri. Dopo aver riflettuto su qualche cinguettìo (diciamo) autorevole, aver letto due o tre articoli da Repubblica (anche se dei giornalisti, sappiamo, è lecito dubitare...), ho iniziato a vederci un po' chiaro. Mi sembra, almeno, di vederci più chiaro.

Il problema, alla radice, è il deficit. 

Quanto possiamo sforare, quanto ancora possiamo sforare questo deficit di poesia di dolcezza immaginativa, di lievità propositiva. E ho iniziato a desiderare di riprendermi il sogno, quel sogno che mi vogliono scippare. E che invece mi fa respirare. 

Si chiama appena Europa, e vuol dire proprio tanto. 



Europa. Mi sembra che in questi tempi stiamo soffrendo di un svilimento di questo nome, di ciò che di buono, di colorato e fragrante vi riposa, vi danza dentro. Vi dico la mia impressione. Quello che mi pare di aver compreso, o quasi compreso. Certa gente, questa gente, questa che sappiamo, che io e voi conosciamo, vuole una cosa che io non voglio, che (adesso) capisco bene di non volere. Sappiamo infatti - come avvertiva già Montale - ciò che non vogliamo.

Qual è la cosa che vuole, questa gente?

Vuole che io smetta di sognare una Europa vera, unita, affratellata. "Utopia, finzione, caro Marco, comandano le banche, ce l'hanno con noi. Difenditi, riparati, chiuditi." Perché? Sembra che difendano i diritti sacrosanti degli italiani, sembra così in partenza, ma alla fine inducono un pensiero depresso di difesa ad oltranza del nostro territorio, difesa che si nutre di accusa, di recriminazione. Abbassano le frequenze su una tonalità minore, acida, non fluida.

Essere italiani è essere aperti, è baciare l'altro, baciarlo.
Io dico che essere italiani è baciare, in fondo. 
Fino in fondo.

Mia figlia da ieri sera è a Parigi, di ritorno, e magari guarda il cielo e vede lo stesso cielo d'Europa che vedevo io ieri sera, a spasso con il cane in un frammento periferico di Roma. E se esce a comprare qualcosa da mangiare, o un giornale, usa lo stesso denaro che ha usato oggi qui, non deve cambiare valuta (foraggiando le banche con le commissioni), non deve mostrare un passaporto perché sia lì.

Poi mi veniva da pensare anche al romanzo Il ritorno. E di capire una cosa nuova. Mi pare di aver scritto, di aver voluto scrivere, un romanzo impastato di Europa, senza calcolarlo, senza saperlo. Un romanzo sicuramente imperfetto, non perfettamente calibrato, probabilmente, anche se con schegge di luce qui e là, magari. Con tutto il fulgore dell'imperfezione, la grana grossa (in taluni casi) e saporita di un affondo in un terreno bellissimo e complesso (tale è quello del romanzo, in sé). E involontariamente impastato di Europa. Roma, Parigi, Monaco... un tessuto di esperienze e di sensazioni, colori e odori e atmosfere che rifrangono i moti del cuore, vi si specchiano e trovano riparo.

Ricordo l'amica pittrice, la telefonata che mi fece per dirmi che aveva apprezzato molto il romanzo, e soprattutto la parte ambientata a Parigi. Si capisce che Parigi ti piace, deve aver detto qualcosa così, rendendomi questa verità ancora più chiara a me stesso.

Roma, Parigi, Monaco. Voci del concetto Europa

Io sento che vogliono rubarci tutto questo, per qualche motivo lo vogliono. Vogliono riempirmi di calcolata acredine per i burocrati di Bruxelles che pagherei io (ma le persone al governo in Italia non lo pago io ancora più interamente ed esclusivamente?), vogliono avvelenare il mio sogno.

Che ha mille declinazioni imperfette (pure lui!) ma ha una grande anima, e ha già grandi realizzazioni. Certo, è totalmente imperfetto ma è vivo, palpitante: emozionante.

Senza confini, senza più confini.

E l'Europa insieme ha una potenza una varietà una pluriformità culturale e una profondità culturale che ogni America se la sogna, ogni Cina se la sogna. E ogni politico italiano un po' forastico, un po' interventista e sovranista (come si dice oggi), un po' aitante e ruspante, forse potrebbe utilmente riscoprire. Auguri!

martedì 20 novembre 2018

Una scuola che guarisce

Il post sul blog della scuola recita proprio così, c'è una scuola che diventa ogni giorno poesia. Ed è forse la cosa più bella, e al contempo più concreta, più solida, più antiretorica che si possa affermare, sull'educazion. Perché la poesia ha questo in comune con ciò che ci appare normalmente "con i piedi per terra", cioè con la scienza: è estremamente concreta. In fondo, poeti e scienziati fanno lo stesso mestiere, è ormai assodato. Sarà forse per questo, mi chiedo, che c'è chi prova a farli... entrambi? 

L'incontro con le seconde classi dell'I.C. Corradini di Roma, sul mio libro Imparare a guarire, non è niente di improvvisato o estemporaneo, ma è il coronamento di un lavoro veramente bello che hanno fatto gli insegnanti - la professoressa Carla Ribichini e le sue colleghe - in un arco ormai di diversi mesi, direi con allegra costanza. Lavoro molto radicato e concreto, che abbiamo riportato in varie sedi, tra cui il blog della sezione educativa dell'Istituto Nazionale di Astrofisica.

Lo penso, questo lavoro, come qualcosa che cresce, che irrobustisce, che accende una piccola ma consistente luce di speranza: per questo ha valore, direi oltre le nostre piccole persone. Per questo è importante. Per questo, ancora, sconfessa e fa esplodere - direi dall'interno - tante analisi anche giustificate, ma in fondo (mi pare) inutilmente e pericolosamente rinunciatarie, che vengono fatte quotidianamente sullo stato dell'educazione in Italia. 

C'è davvero una scuola diversa, una scuola visionaria e bella, che rispetta ed onora le emozioni e per questo cerca di farle crescere e germogliare su un terreno sano, colorato, morbido. Cerca di aiutare i ragazzi a guarire, a fiorire nella loro splendida unicità. Non certo massificando, omologando, preparando al mondo del consumo: no, niente di tutto questo. Lo fa, piuttosto, entrando a piccoli passi nella diversità meravigliosa di ognuno di loro, custodendola e onorandola con intelligente amorevolezza, accompagnandola con delicata sensibilità: premessa indispensabile perché possa fiorire, nel tempo, al suo tempo. 

Per questo ci si serve utilmente anche della poesia, delle poesie. Il mio sincero riconoscimento va dunque ai professori dell'Istituto Corradini che hanno visto nel mio recente libro uno strumento di lavoro, leggendovi delle potenzialità d'utilizzo che io stesso non avevo affatto messo a fuoco con tale limpidezza. Per questo,  ci siamo ritrovati, mercoledì 31 di ottobre, insieme ai ragazzi, agli insegnanti e ai genitori interessati, per celebrare insieme questo lavoro che è intrinsecamente poetico, in radice.

Si tratta, in fondo, di imparare a guarire tutti insieme, facendo appoggio sul nostro stare insieme - non in senso volontaristico, ma per esercitarci in una mutua comprensione, una feconda reciproca  compassione. Con noi, per radicarci al compito ed insieme al territorio (siamo ai bordi di Roma, al confine dell'Impero), graditissimi ospiti alcune persone dell'associazione Frascati Poesia tra cui Rita Seccareccia.



Ed è stata, veramente, una celebrazione, o se volete, una festa. Questo è il carattere, sempre perso ma sempre da ricercare, dell'uomo nascente, che è magari debolissimo in tutto ma forte in questo desiderio di luce, pace ed integrità. Forte, in questo inesausto anelito di rinascere fuori da ogni menzogna e ogni roboante retorica, per un pensiero nuovo che sia, innanzitutto, un respiro profondo, un respiro fiorito, che lo redime perpetuamente e redime perpetuamente ogni cosa intorno. Già credere in questa possibilità, crederci davvero, è invitare l'universo ad ordinarsi in tale senso:  è una cosa attiva e rivoluzionaria insieme. 

L'incontro si è svolto tra lettura delle poesie del libro, impreziosite dalle emozioni e dalle impressioni che avevano suscitato nei ragazzi, e musiche e danza, in un alternarsi lieto che chiama molto concretamente all'unità di ogni espressione artistica. Soprattutto, vivendo questo evento, mi era chiaro il potere di guarigione, la carica terapeutica di tutto quanto stava avvenendo. In queste occasioni mi diviene proprio lampante. Ero in un posto, in un angolo di spaziotempo, dove i ragazzi possono - insieme agli adulti - depositare amorevolmente i propri crucci, le proprie tensioni di persone in crescita, e celebrare il dono di essere vivi, in fondo. Farlo in modo consapevole, non distratto come ci propone la società del consumo. Farlo in modo vivo da donne e uomini vivi, quali siamo. Questo angolo di spaziotempo diventava così improvvisamente e dolcemente il centro, il luogo dove le cose vengono in luce, vengono (ri)create, diventano nuove.

Per questo la poesia. di tutto questo la parola, in Questo Universo, è un vettore, un enzima formidabile. Infatti questo Universo ama farsi raccontare, e molti doni si ricevono - io penso - per questa nostra disponibilità al racconto, alla parola.



Come scrivono bene i ragazzi, con profondissimo intuito, la parola poetica è questo strumento quasi taumaturgico, che compie mille e mille meraviglie, che si pone come ponte sopra il razionalismo esasperato da una parte e le tentazioni dell'irrazionale, dall'altra. Proponendo un percorso sano di ragionevolezza, sano e morbido, sano e sorridente.



Tutto è avvenuto nella tranquilla familiarità di un ambiente che fa dell'accoglienza la sua cifra più evidente, almeno per il sottoscritto. E se queste impressioni che registro sembrano enfatiche, non è per una tensione retorica, ma è perché io al Corradini mi sento a casa, devo dirlo. E non c'è protagonismo o affermazione o esibizione di talento o simili sterili situazioni. Affatto, direi. C'è un senso piacevole di officina, un senso d'essere tutti - appena - lavoranti in quest'opera, che ci sorpassa e ci trascende. 

E ci trascende alla grande, ma con allegria, offrendocene anche a noi, di quell'allegria sottile e profonda - così diversa da quella forzata della civiltà della distrazione - che rimane dentro, rimane sotto, in fondo al cuore, e che lo alimenta, nei giorni dell'autunno dove freddo e pioggia non fanno più dimenticare a lungo che c'è il sole a cui riscaldarci, comunque. 

Sì, c'è il sole di quest'opera comune, che aiuta noi adulti e aiuta i ragazzi, forse appena un po' (ed è moltissimo) nell'opera di costruzione e di perpetua, rinnovata e rinnovante, guarigione.